Marco Del Bene
Il problema del consenso nel fascismo giapponese
Se può essere oggetto di disputa l'applicazione della categoria interpretativa del fascismo all'esperienza giapponese, pare indiscutibile che per essa valga la definizione togliattiana di “regime reazionario di massa” 1. Benché la propaganda non fu mai disgiunta dalla repressione, il regime instauratosi in Giappone negli anni Trenta ebbe il sostanziale appoggio, attivo o passivo, della maggioranza della popolazione. La mobilitazione delle masse ebbe certamente lo scopo di suscitarne l'entusiasmo attorno alle iniziative del sistema, non di meno ebbe anche l'obiettivo di creare una condizione di “quieta rassegnazione”. Tutto avveniva perché predeterminato, già compreso in una missione “divina” di cui il Giappone era investito. Era possibile, per il singolo, nutrire dubbi sul fatto che il governo e i militari agissero sempre e solo nell'interesse superiore della nazione, come inevitabili erano le tensioni sociali che avevano radice del conflitto di classe, negato ma non risolto. Le sofferenze cui il popolo giapponese fu sottoposto, in particolare dopo il 1937, finirono per essere accettate alla stregua di calamità naturali, in un diffuso senso di impotenza e di ineluttabilità. Questo rese impossibile, per la grande maggioranza dei giapponesi, dare formulazione compiuta ai propri dubbi impedendo sostanzialmente ogni forma di resistenza organizzata, attiva o passiva 2.
I nuovi mezzi di comunicazione di massa espandevano la possibilità, da parte del potere, di raggiungere simili risultati propagandistici. Come osservava Walter Benjamin, “il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di vedere riconosciuti i propri diritti). Il fascismo tende [...] a una estetizzazione della politica” (Benjamin 1977, p. 46).
La rappresentazione, o pseudo-rappresentazione delle masse permette la loro identificazione con gli obiettivi del regime. Questo meccanismo era attivo non solo nel corso di eventi di massa (e quindi della loro riproduzione attraverso la stampa e i cinegiornali), 3 ma anche nella produzione cinematografia commerciale. Per tutti gli anni Trenta e i primi anni Quaranta ebbero grande diffusione e successo i film che trattavano della classe urbana piccolo borghese 4. In questi film, generalmente, i conflitti non erano nascosti, ma piuttosto presentati come “realtà di fatto”, i cui meccanismi non potevano essere messi in discussione ma accettati in quanto tali. L'individuo, con i suoi desideri e aspirazioni, anche legittime, doveva piegarsi a un bene o a un interesse superiori e l'elemento di superamento della crisi era sempre collettivo: famiglia, gruppo, nazione 5.
Se gli anni delle vittorie, vere o presentate come tali dalla propaganda, alimentarono l'adesione entusiastica al regime, dal 1942 fu soprattutto il senso di diffusa rassegnazione e di fatalità comune nel popolo giapponese, a permettere ai vertici militari di trascinare il Paese alla catastrofe totale 6.
In un processo portato alle sue estreme conseguenze negli anni del “fascismo dall'alto” 7, ma iniziatosi all'indomani della restaurazione imperiale del 1868, lo stato giapponese creò un sistema capillare di controllo dell'individuo che non sarebbe stato pensabile né possibile in un contesto premoderno. Questo apparato volto al controllo del pensiero e della volontà di milioni di persone, presenta similitudini profonde con quanto avvenne in Italia e in Germania negli anni delle dittature fascista e nazista.
In tutti questi casi l'ingerenza dello stato verso l'individuo tendeva a divenire totale, coinvolgendo gli aspetti più ordinari dell'esistenza 8, anche se con differente intensità nei vari paesi. Probabilmente l'Italia fu priva di quei caratteri di sistematica e monolitica invadenza che ebbe il nazismo, a causa sia di ragioni storiche e culturali, sia della natura più frammentaria del potere fascista. Il Giappone degli anni Trenta si pone in una posizione intermedia, in quanto a una proclamata volontà totalizzante faceva riscontro la competizione tra i vari centri di potere 9.
Il processo di “fascistizzazione” in Giappone si sviluppò lungo un arco temporale particolarmente ampio, per gradi dapprima impercettibili e poi, dal 1937 in modo sempre più palese. Numerosi orientamenti politici, quali l'espansionismo militarista, non caratterizzarono solo la stagione del fascismo, ma furono parte integrante della politica perseguita dalla restaurazione Meiji in poi. Il fascismo si “limitò” a portarli alle loro conseguenze estreme.
Questa osservazione vale per il sistema di controllo a maglie fittissime che, calato sull'individuo sin da bambino, lo accompagnava fino alla morte, anche se è indubbio che esso prese la sua forma definitiva soltanto nel corso degli anni Trenta. In esso coesistevano persuasione e indottrinamento, violenza e repressione brutale di ogni voce eterodossa. A differenza di quanto accadeva in Italia e ancor più in Germania, dove la violenza era manifesta e con un'indubbia caratterizzazione “fisica” 10, in Giappone fattori sociali e culturali orientarono la violenza di stato verso forme di coercizione prevalentemente psicologiche.
Il tratto che ebbero in comune i tre fascismi fu la “radicalizzazione cumulativa” 11, vale a dire la continua mobilitazione delle masse verso obiettivi sempre più estremi, per dare modo alle tensioni di trovare “sfogo” verso l'esterno senza minacciare la stabilità e la coesione interna del regime.
In Giappone, la famiglia era da sempre stata il riferimento primario per la perpetuazione di un sistema di rapporti individuali basati sul binomio allargata, superiore/subalterno, il luogo in cui imparare i “rudimenti” dell'obbedienza e il rifiuto all'autoaffermazione e all'indipendenza. Tuttavia, già negli anni Venti, il notevole inurbamento e la diffusione della famiglia “nucleare”, a danno di quella portò all'inevitabile semplificazione dei rapporti e delle gerarchie parentali, aprendo un vuoto che il regime si affrettò a colmare. Le famiglie vennero a forza inserite nel sistema dei “gruppi di vicinato” ( tonarigumi ), a loro volta facenti capo a “raggruppamenti di quartiere” ( chônaikai ) in una struttura piramidale che arrivava fino al Naimushô ” (ministero degli Interni).
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Figura 1: I civili vengono istruiti sul comportamento da seguire in caso di attacco aereo
La diffusione geografica e la partecipazione a questo sistema erano difformi, con uno squilibro verso le campagne nelle quali l'organizzazione tradizionale di villaggio ne favoriva la diffusione. Il ruolo di controllo sociale dei chônaikai crebbe costantemente, sotto la spinta delle amministrazioni locali e centrale, per arrivare a includere la stragrande maggioranza della popolazione nel corso della Campagna di mobilitazione spirituale nazionale ( Kokumin seishin sôdôin ), promossa dal governo nel 1937 per appoggiare lo sforzo bellico dopo l'invasione della Cina.
L'ingresso nel sistema educativo comportava un “salto di qualità” nel livello di esposizione del suddito alla propaganda di stato. L'importanza della scuola ai fini della costruzione e dell'organizzazione del consenso era ben chiara già agli oligarchi Meiji, l'élite samuraica che tenne saldamente le redini del potere per diversi decenni dopo la restaurazione del 1868, i quali investirono considerevoli risorse nella creazione di una scuola primaria per tutta la popolazione. Già nel 1872 il governo centrale aveva dichiarato di volere la frequenza universale e obbligatoria delle scuole elementari, anche se questo obiettivo fu raggiunto solo verso il 1910 12.
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Figura 2: Una classe di scuola elementare negli anni Trenta
Dopo una fase iniziale di relativa libertà nei contenuti, negli anni successivi al 1880 il governo impose un orientamento conservatore ed elitario al sistema educativo. Tutte le materie d'insegnamento erano sotto lo stretto controllo del ministero dell'Educazione e la vita dello studente ritmata da rituali e ricorrenze codificate dallo stato, sotto la paterna ma sacra effigie dell'imperatore, il tennô . Il Rescritto imperiale sull'educazione ( Kyôiku chokugo ) del 1890, che tutti gli studenti erano tenuti a memorizzare, indicava chiaramente le linee guida lungo le quali il sistema educativo avrebbe dovuto articolarsi. Era un documento permeato dalla morale confuciana, in cui erano esaltati valori tradizionali come l'obbedienza, la lealtà e l'armonia. La funzione dell'educazione, più che nella realizzazione dell'individuo, era nel “perseguire il bene pubblico ed incoraggiare gli interessi comuni” 13.
La propaganda e l'indottrinamento non erano relegati ai corsi di etica o a quelli, sempre più simili negli anni a esercitazioni militari, di educazione fisica, ma pervadevano i contenuti di tutte le materie.
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Figura 3: Studentesse impegnate in esercitazioni paramilitari
Questa tendenza arrivò alle estreme conseguenze verso la metà degli anni Trenta, durante i quali, nei testi di etica, Socrate da “saggio dell'antica Grecia” si trasformò in “soldato che andò tre volte in guerra, combattendo eroicamente per il proprio Paese” (Cummings 1980, p. 24).
Nonostante i controlli severi, casi di “devianza ideologica” all'interno del sistema educativo emersero sporadicamente (e furono implacabilmente perseguiti) fin quasi alla vigilia della guerra del Pacifico. Indicativo del livello capillare di controllo il caso delle tsuzurikata kyôshitsu o “lezioni di composizione”, un movimento educativo nato alla fine degli anni Venti che assegnava grande importanza alle composizioni scritte dagli alunni, richiedendo che descrivessero con sincerità le loro esperienze e sensazioni. Perfino un simile indirizzo pedagogico poteva divenire sospetto ed essere accusato di turbamento dell'armonia sociale, come ben descritto nell'omonimo film Tsuzurikata kyôshitsu , diretto da Yamamoto Kajirô nel 1938 14.
Alla fascia d'età fra i 14 e i 20 anni era rivolta l'attività dell'Associazione della gioventù del grande Giappone, ( DaiNippon seinendan ), fondata nel 1915. Il successivo passaggio, per i cittadini di sesso maschile, era il servizio di leva. L'esercito assunse sempre più in Giappone un ruolo centrale, godendo di un prestigio indiscusso e presentandosi, nei momenti di crisi, come l'unica istituzione in grado di assicurare la conservazione dell'”armonia sociale” in quanto emanazione diretta della volontà dell'imperatore. Tuttavia, la possibilità dei militari di incidere direttamente nella vita quotidiana del suddito giapponese travalicava l'ambito, piuttosto ristretto, del periodo di servizio attivo, estendendosi capillarmente con l'Associazione imperiale dei riservisti ( Teikoku zaigô gunjinkai ) attiva fin dal 1910 15.

Figura 4: Parata di studenti e di organizzazioni patriottiche
A fianco di queste associazioni ufficiali, un ruolo importante nella diffusione dell'ideologia conservatrice fu svolto da numerose società e raggruppamenti “privati”. Tali gruppi reazionari fiorirono soprattutto “tra la fine della prima guerra mondiale e la metà degli anni Venti” 16 e alimentarono quel “fascismo dal basso”, di cui ha ampiamente trattato nei saggi, in parte tradotti in italiano, di Maruyama Masao. Il più noto fra gli ideologi di questa tendenza fu senz'altro Kita Ikki (1883-1937) autore dei “Lineamenti delle misure per la riorganizzazione del Giappone” ( Nihon kaizô hôan taikô , 1919) e animatore di vari gruppi di estrema destra. Questi gruppi non ebbero mai un seguito di massa, e, anche se svolsero un ruolo non trascurabile nella lotta contro i movimenti di sinistra e sindacati, finirono per connotarsi come gruppi “di pressione ai fini di una trasformazione, attraverso il proprio inserimento, degli equilibri di potere esistenti” (Gatti 1997, p. 183).
Un altro elemento nel complesso mosaico della propaganda e della formazione del consenso fu la religione o meglio lo “shintoismo di stato” ( kokkashintô ), che ebbe il suo fulcro nel culto dell'imperatore. Prima del 1868, “ shintô's ties with the state [...] were obscure and limited for the most part to the rites of the imperial or shogunal courts ” (Hardacre 1989, p. 5). L'oligarchia Meiji trasformò questo culto, nella pratica corrente spesso subordinato al buddhismo, elevandolo alla condizione di religione di stato dotata di un'organizzazione nazionale.
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Figura 5: Manifestazione al santuario Yasukuni di Tokyo, divenuto il fulcro della mistica patriottica alimentata dallo shintoismo di stato
Un processo graduale, tanto che questa nuova struttura centralizzata prese forma solo nel primo decennio del Novecento, sotto il controllo dell'Ufficio dei luoghi di culto ( Jinja kyoku ) del ministero degli Interni. A partire dalla guerra russo-giapponese e fino al 1945, l'influenza dello shintô nella vita del Paese crebbe costantemente, e il suo clero dette un contributo decisivo per la diffusione del culto delle immagini imperiali e per la glorificazione dei caduti in guerra, le cui anime erano venerate nel santuario Yasukuni di Tokyo. La formazione, anche ideologica, del clero shintoista era sottoposta all'approvazione governativa. Questo perché l'azione propagandistica non era limitata ai luoghi di culto, ma si estendeva alle scuole e alle amministrazioni pubbliche, dove molti sacerdoti trovavano impiego.
Anche il sistema industriale non sfuggì al controllo dello stato. Come insegnava la lezione della sconfitta tedesca nel primo conflitto mondiale, in una guerra moderna l'apparato produttivo e la capacità di rifornire le truppe erano importanti quanto, se non più, la stessa attività bellica. Già dagli anni Venti, ma soprattutto nel corso dei Trenta, i vertici dell'esercito (in particolare l'Ufficio pianificazione del quartier generale) e i ministeri ad esso collegati vollero, per quanto possibile, incanalare lo sviluppo dell'economia in funzione dei propri piani strategici. L'obiettivo di raggiungere l'autosufficienza nel settore delle forniture strategiche fu perseguito con costanza dopo il 1931 attraverso la pianificazione economica ( keikaku keizai ), e il Giappone fu, di fatto, tenuto in una condizione molto vicina a un'economia di guerra 17. Nonostante gli sforzi governativi, le caratteristiche proprie della vita urbana e dei ritmi produttivi di fabbrica, oltre alla lenta diffusione delle idee socialiste, resero il proletariato industriale meno sensibile, rispetto alla popolazione rurale, all'attività propagandistica dell'associazione dei riservisti e dei gruppi giovanili. Anche la funzione di controllo svolta dai chônaikai era meno efficace nei centri urbani, e raggiunse livelli “accettabili” solo nella seconda metà degli anni Trenta.
Al contrario le rivendicazioni sindacali e il numero di scioperi crebbero costantemente negli anni Venti, sebbene il governo (al pari dell'attività repressiva) tentasse di promuovere la conciliazione attraverso la Kyôchôkai (Associazione per la collaborazione). La Kyôchôkai , supportata dai vertici governativi, si prefiggeva di “superare “il concetto degli incentivi materiali in favore di un'etica del lavoro” concepita come “compenso spirituale” (Gatti 1997, p. 99). Vennero favoriti i sindacati aziendali ( goyô kumiai ) e, nelle imprese a capitale pubblico, il governo esercitò il potere di controllo sulla scelta delle rappresentanze sindacali. Inoltre si verificò una forte convergenza di interessi tra i grandi raggruppamenti industriali ( zaibatsu e shinzaibatsu ) e i vertici militari, la quale fu il motore dell'espansione sul continente asiatico, specialmente in Manciuria. In questo modo il grande capitale e l'apparto industriale da esso controllato, pur continuando a perseguire il fine ultimo del profitto, condivise largamente gli obiettivi del regime, divenendone anche cassa di risonanza propagandistica. Nel 1937 il governo lanciò il Movimento patriottico per la produzione ( Sangyô hôkoku undô ), sul modello dell' arbeitsfront nazista, per la creazione, in ogni impresa, di associazioni patriottiche (Maruyama, 1990, p. 327). Dal 1938 esse vennero coordinate da una federazione nazionale per poi, nel 1940, confluire nella DaiNippon sangyô hôkoku kai (Associazione patriottica per l'industria del grande Giappone). La funzione proclamata di questo movimento, secondo uno schema proposto dalla Kyôchôkai, era di realizzare l'unione tra imprenditori e lavoratori, trasportando nell'impresa il modello di “armonia famigliare”.
Diversamente da quanto avveniva nelle città, le campagne si dimostrarono generalmente ben disposte e ricettive verso le iniziative del regime, anche perché l'organizzazione tradizionale di villaggio rispecchiava quanto il governo stava ricreando a livello nazionale. Familismo e ruralismo erano difatti due degli elementi costitutivi del sistema ideologico di regime, anche se, all'esaltazione ideale dell'armonia esistente nel mondo rurale fece riscontro una politica economica che, nella sostanza, penalizzò le campagne rispetto ai distretti industriali. La necessità di sostenere un forte apparato bellico, attraverso un'adeguata base industriale, drenava uomini e risorse dalle campagne, alimentando una contraddizione di fondo tra quanto auspicato e quanto realizzato. Particolarmente sensibile all'impoverimento delle campagne fu l'esercito, nei cui ranghi la componente di origine rurale era molto numerosa. A livello di politica generale venne favorita la formazione di una classe media contadina di proprietari-affittuari (
jikosakunô ), anche come elemento di stabilità sociale e incoraggiata la costituzione di organizzazioni rurali (
nôkai ), che “costituivano una rete capillare, parallela a quella dell'organizzazione “decentrata” dello stato” (Gatti 1997, p. 72). Dal punto di vista ideologico la propaganda fece perno sul concetto di
kyôson kyôei (coesistenza e prosperità) che fu efficacemente diffuso grazie anche all'apporto delle sezioni rurali dell'Associazione imperiale dei riservisti.
Infine non mancavano momenti di propaganda collettiva interclassista e plurigenerazionale. Non discostandosi in questo dagli altri fascismi, quello giapponese fece un largo uso di “eventi di massa”. Lo sport fu un chiaro esempio, e il sumô in particolare fu rivestito di un'aura quasi mistica. Il regime sfruttò inoltre numerose ricorrenze, in particolare quelle legate all'istituto imperiale, che furono trasformate in strumenti di propaganda e mobilitazione. Di queste, la principale fu la festa per la fondazione del Paese (11 febbraio) che rendeva verità ufficiale e “fattuale” la data della ascesa al trono, nel 660 a.C., del primo, leggendario, imperatore del Giappone. Il regime dette prova di inesauribile inventiva, affiancando campagne ad hoc a quelle “regolari”. Per esempio, preoccupato per l'inaspettata “freddezza” con cui il popolo giapponese aveva risposto alla mobilitazione per il conflitto sul continente cinese, innescato il 7 luglio 1937 con l'incidente del ponte Marco Polo, il governo lanciò la Campagna di mobilitazione spirituale nazionale. Tutte le componenti della “fabbrica del consenso” furono coinvolte in questa mobilitazione popolare “spontanea”, anche se i mezzi di comunicazione di massa giocarono un ruolo primario 18.
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Figura 6: Alla presenza dell'imperatore Hirohito le celebrazioni a Tokyo per il 2600 anniversario della fondazione dell'impero (febbraio 1940)
L'ultimo elemento di questo complesso sistema furono i mezzi di comunicazione di massa (editoria, stampa periodica, radio, cinema, musica, teatro ma anche arti figurative e architettura). Il regime, da sempre consapevole dell'importanza di questi strumenti, operò un sempre più stretto controllo sulle loro attività e su ogni aspetto della cultura popolare. È nozione comune, tra gli storici giapponesi, collocare nei primi anni Venti la nascita della società di massa in Giappone. In quegli anni, si sviluppò un forte legame tra i nuovi mezzi di comunicazione e i modi del fare politica. I grandi giornali costituivano dei veri raggruppamenti industriali con interessi assai ramificati. Questo li rendeva dei centri di potere, ma anche vulnerabili alla pressione da parte governativa, in quanto con il blocco delle pubblicazioni poteva causare rilevantissimi danni economici agli editori dei giornali.
Tra il 1924 e il 1931 si compì la massificazione della società giapponese, e anche se la maggior parte della popolazione viveva ancora di agricoltura, grandi centri urbani come Tokyo e Osaka, per citare solo i maggiori, ospitavano un proletariato e una borghesia urbana avidi consumatori di informazione e di divertimento. Il processo di semplificazione, nel settore della stampa periodica e quotidiana, fu alimentato dalla crescita dei due giganti giornalistici di Osaka, l'“Asahi” e il “Mainichi”, che proprio in questo periodo si affermarono come le due principali testate del Giappone, con tirature superiori al milione di copie. La radio, un nuovo temibile concorrente per la stampa, fece la sua comparsa in questi anni anche se essa fu, fin dall'inizio, sottoposta a un notevole livello di controllo da parte del governo. Fu nel primo periodo Shôwa che la cinematografia giapponese raggiunse la maturità espressiva e produttiva, e questo coincise con l'“espulsione” di altri fenomeni di massa, dalla musica popolare al boom dei libri in edizione economica.

Figure 7 e 8: La copertina di Shonen kurabu (Club dei ragazzi) (asinistra) e di Shojô kurabu (Club delle ragazze) (a destra) riviste destinate a ragazzi e adolescenti, chiaramente influenzate dal clima patriottico della fine degli anni Trenta
In questi anni, tuttavia, si consumò anche la crisi del sistema parlamentare giapponese, e si posero le basi per l'involuzione autoritaria del periodo successivo. L'invasione della Manciuria, nel settembre del 1931, fu un vero spartiacque nel rapporto tra media e potere.
Il periodo dal 1932 al 1936 fu quello in cui si consolidò il regime fascista e in cui gli spazi concessi alla libertà di espressione divennero sempre più ristretti. Al progressivo isolamento internazionale del Giappone il governo rispose aumentando il livello della retorica nazionalista, alimentando così una perversa spirale. Nonostante i rigori di una censura sempre più estesa, resistevano sacche di dissidenza, per esempio nella stampa periodica locale. Il servizio radiofonico, al contrario, fu “normalizzato” con una radicale riforma organizzativa e un simile destino fu riservato alle principali agenzie di stampa. L'introduzione del sonoro impose una profonda ristrutturazione del settore cinematografico, che seppe rapidamente adeguarsi, rimanendo la forma d'intrattenimento di massa più seguito del Giappone, sia dagli spettatori sia dai funzionari di polizia preposti alla censura. Dopo il tentato colpo di stato del febbraio 1936, i controlli sui media aumentarono e nuovi organismi, preposti a questa funzione, furono creati dal governo.
A partire dal 1937, con l'inizio delle ostilità con la Cina, e fino al 1941, il rapporto tra media e potere, in cui quest'ultimo aveva esercitato, in prevalenza, una funzione punitiva e restrittiva, cambiò sostanzialmente. Onde persuadere il popolo giapponese a sostenere in tutti i modi il crescente sforzo bellico e a sopportare i sacrifici necessariamente introdotti nella vita quotidiana, il governo pianificò e mise in pratica una strategia di uso massiccio dei mass media come strumenti di propaganda. Le ultime resistenze furono spazzate via e nessuna forma di “devianza” tollerata. Il controllo sui media oltre che nei flussi di informazioni e nell'intervento censorio, generalmente preventivo, fu esercitato anche attraverso l'allocazione delle risorse e delle materie prime necessarie al funzionamento stesso dell'industria culturale giapponese. In questa fase, all'alleanza politica con l'Italia fascista e alla Germania nazista, corrispose un livello di manipolazione dei media, non inferiore a quello delle due dittature europee. In definitiva nel corso degli anni della Guerra del Pacifico, il regime giapponese non fece altro che portare alle estreme conseguenze quanto già attuato nel quinquennio precedente.
Il caso giapponese del controllo dello stato sui mezzi di comunicazione di massa come strumenti per la formazione del consenso presenta numerosi spunti di analisi che acquistano una più chiara dimensione in un ottica comparata, in particolare con i regimi fascisti in Italia e in Germania.
Va innanzitutto sottolineato come vi furono profonde differenze nel trattamento dei media nei tre paesi dell'Asse, ma anche interessanti similitudini.
Nel settore del cinema, Italia e Giappone furono accomunate dall'avere affidato ai cinegiornali il compito di voce ufficiale della propaganda di regime, dando al cinema a soggetto una importanza secondaria, almeno fino alla metà degli anni Trenta. Tuttavia i due paesi si differenziavano profondamente per lo stato di salute delle rispettive cinematografie nazionali: agonizzante e in balia delle produzioni hollywoodiane quella italiana, forte e in espansione quella giapponese. I due regimi, di conseguenza, adottarono politiche antitetiche; in Italia di stimolo alla produzione in Italia, in Giappone di controllo e di indirizzo. Un'ulteriore elemento di forte differenziazione fu l'atteggiamento culturale delle rispettive classi dirigenti verso la cinematografia statunitense 19. I gerarchi fascisti vedevano i film a soggetto come uno strumento di evasione e di intrattenimento sociale. Nel discorso di presentazione della legge sul cinema nel giugno del 1931, l'on. Bottai affermò che:
attraverso questo provvedimento ci proponiamo di aiutare un'industria che deve affrontare problemi di concorrenza veramente formidabili. Il Governo ha voluto aiutare l'industria a resistere all'industria straniera che porta sul nostro mercato quei film di varietà, di fantasia, di immaginazione che costituiscono una potente attrazione per il pubblico. Io vado raramente al cinematografo, ma ho sempre constatato che il pubblico invariabilmente si annoia quando il cinematografo lo vuole educare . Il pubblico vuole essere divertito ed è precisamente su questo terreno che noi oggi vogliamo aiutare l'industria italiana (Brunetta 1995, pp.166-167. Il corsivo è mio).
In base a questa concezione che non vedeva nel cinema un fondamento dell'educazione nazionale il fascismo non si oppose, almeno fino al 1938,
alla colonizzazione da parte di Hollywood in quanto ritiene che, nella produzione americana siano assenti i germi capaci di aumentare la conflittualità sociale. Ancora nel 1938, alla vigilia della nuova legge sul cinema, il 73% degli incassi va alla produzione americana (Brunetta 1995, p.168).
Una politica, questa, che avrebbe lasciato perlomeno perplessi gli zelanti burocrati giapponesi. In Italia, solo dopo l'alleanza con la Germania nazista fu concepito un più sistematico uso del cinema di intrattenimento come di strumento per educare il popolo. La differenza con il caso giapponese è piuttosto marcata, ma non va dimenticato che anche in Giappone resistette, almeno fino al 1936, un filone della produzione cinematografica leggero e in parte affrancato dagli ossessivi controlli su altri media. La commedia brillante Tsuma yo bara no yô ni (Moglie, sii come una rosa!, PCL., 1935) di Goshô Einosuke è un esempio particolarmente ben riuscito di questa produzione, in qualche modo comparabile a quella dei “telefoni bianchi” in Italia.
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Figura 9: La locandina di Rikugun (Esercito) del 1943, che presenta l'immagine stereotipata della “mamma patriottica”
In campo radiofonico, Italia e Giappone ebbero una comune politica iniziale che portò alla nascita dei rispettivi enti radiofonici nazionali in regime di monopolio, l'Uri (poi Eiar) e la Nhk. All'interno dell'Eiar, tuttavia, i privati continuarono a giocare un ruolo importante e questo spiega una certa reticenza a farsi carico delle iniziative del regime che comportavano pesanti oneri finanziari o avrebbero potuto risultare nella disaffezione del pubblico. Si spiega così il fatto che, all'interno della programmazione dell'Eiar, la musica mantenne un notevole peso, mentre i programmi dal contenuto educativo furono una frazione del totale.
In Giappone e in Germania furono perseguite con successo politiche di diffusione dell'ascolto basate sul principio di “una radio in ogni casa”, mentre il fascismo italiano dovette accontentarsi di un più modesto “una radio in ogni villaggio”. Questo rifletteva in parte la diversa modalità di ascolto, individuale o collettiva, che i regimi volevano proporre, ma anche difficoltà tecniche e industriali oggettive dell'Italia. Il tetto del milione di abbonamenti fu raggiunto dall'Eiar solo nel 1939, con otto anni di ritardo rispetto al Giappone, dove nel frattempo la Nhk aveva quasi raggiunto i cinque milioni di contratti.
Nel settore della stampa periodica, i casi di Italia e Giappone sembrano più facilmente assimilabili. In entrambi i paesi la gestione privata della stampa e dell'editoria mantenne un peso considerevole 20, cosa che non avvenne in Germania, dove fu invece perseguita un'attiva politica di “nazificazione” della stampa. Kasza, per esempio, nota come, “ in 1944, there were still 625 privately owned German newspapers, but [...] the 350 party-run newspapers accounted for 80 percent of all circulation ” (Kazsa 1988, p. 288). Confrontando gli effetti e l'efficacia del controllo di regime in Germania e in Giappone, si potrebbe concludere che “ (1) the degree of positive state control over content was similar but somewhat higher in Germany ; (2) the effe state ctiveness of control policies in molding public opinion imposed somewhat greater uniformity on reporting in Germany, but it also rendered was greater in Japan ”. Kasza conclude la sua analisi osservando che “ the prevalence of the party press controls less effective in swaying public opinion ” (p. 289).
Appare qui condivisibile l'analisi dell'autore, il quale peraltro nega da un punto di vista sociologico la validità della definizione di fascista per il regime prebellico giapponese, preferendogli quella di “ military-bureaucratic regime ”. Proprio perché in Giappone lo stato non occupò i media, in particolare i giornali, preferendo forme sotterranee di controllo, la sua propaganda si rivelò più efficace che nella Germania nazista, dove i “ party papers lacked credibility, for they were obviously mouthpieces of the state“ (p.289).In Giappone, con poche eccezioni, i giornali e i giornalisti rimasero al loro posto, contribuendo sia a conservare un elevato grado di leggibilità dei giornali sia a legittimare con la propria presunta indipendenza quanto veniva scritto. Il popolo, infatti, mantenne generalmente un atteggiamento di fiducia verso i media. Su questo pesò anche la forte spinta al conformismo sociale tipica del Giappone, per cui molti, pur nutrendo dubbi sul reale andamento della Guerra del Pacifico, si astennero generalmente da esprimere pubblicamente le loro incertezze 21.
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Figura 10: La propaganda fu talmente pervasiva da convincere anche la popolazione civile a sacrificare la propria vita piuttosto che cadere prigionieri dalle truppe statunitensi, anche per il timore di terribili conseguenze. Nell'immagine una madre con bambino in fasce, due dei pochissimi sopravvissuti della battaglia per la conquista dell'isola di Saipan, lascia riluttante il rifugio
In Giappone l'apparato per la formazione del consenso si rivelò estremamente efficiente nell'ambito del quadro sociale e culturale del paese. Certo può apparire difficile individuare una precisa figura di un “villano”, tanto cara al cinema hollywoodiano, che installatosi alla scrivania del potere vi stenda sopra i piedi calzati in pesanti stivaloni e costringa il malcapitato di turno a eseguire i propri ordini con una pistola puntata alla tempia. Nel caso del Giappone sono forse le claustrofobiche atmosfere evocate da Kafka a rendere meglio il clima del tempo. Tuttavia questo, anziché una debolezza, fu l'autentica forza del regime.