N. 4 - Aprile 2004

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Luisa Lama

Incontro con la memoria di Alessandro Ghigi, rettore dell'Università di Bologna negli anni Trenta


 



 



 


Il parco della memoria


Alessandro Ghigi è un nome caro al ricordo dei bolognesi, anche se molti non sapranno collocarlo nel suo tempo e nella sua storia. A quanti, nei primi anni Settanta, si inoltravano sulle pendici della collina di Gaibola, per visitare un nuovo parco a loro donato, si apriva lo scenario di una natura magica e quasi incontaminata: gli alberi secolari, gli arbusti rari, i roseti vellutati, l'incanto delle voliere, l'odore acre delle gabbie con gli animali, i prati ben disegnati, il viale dei ciliegi in fiore e tutto a pochi passi dal cuore pulsante della città. Pochi, probabilmente, sapevano che il proprietario di quel tesoro, quell'anziano signore, morto da poco tempo, era stato rettore dell'Università di Bologna dal 1930 al 1943 e deputato e senatore, insomma un personaggio di spicco della cultura e della politica. Ma molti non ignoravano che, alla fine della sua lunga vita, Alessandro Ghigi aveva voluto compiere un atto di grande munificenza verso la sua città con il dono all'amministrazione comunale del grande parco che circonda la sua villa. Il gesto, per la sua generosità è raro, ma la sua singolarità non riguarda soltanto la ricchezza del dono, quanto la personalità, la storia del donatore e, per converso, quella degli stessi destinatari, fra i quali, oltre naturalmente ai cittadini, sta anche un'istituzione pubblica come il comune di Bologna. Non bisogna dimenticare che siamo al confine fra due decenni: Sessanta e Settanta, quando del vertice ?rosso? che guida la municipalità bolognese si occupano perfino le testate giornalistiche internazionali, riservando al suo personale politico a volte critiche, ma spesso anche una curiosità attenta per le realizzazioni e per la buona amministrazione. Il professore non ignorava certo quel delicato contesto politico, né poteva trascurare il fatto che quella sua generosità avrebbe offerto altri argomenti alla fama dei buoni amministratori comunisti. Eppure lui, anticomunista viscerale fin dai tempi in cui dai banchi di palazzo d'Accursio guidava, coi toni da ?guerra santa?, l'opposizione conservatrice alla giunta socialista capeggiata da Francesco Zanardi; proprio lui decise di fidarsi dei politici ?rossi?, forse scontentando la stessa Università possibile, anzi naturale destinataria di quel lascito. Alessandro Ghigi non era nato nella villa che portava il suo nome, ma quel luogo apparteneva già a suo padre, che vi trascorreva, con la moglie e i figli, i lunghi mesi della villeggiatura e vi coltivava, sulle fertili pendici, ricchi alberi da frutto accanto a rari esemplari di piante raccolte a tutte le latitudini. Soltanto più tardi, ormai uomo maturo, il professore deciderà di vivere a Gaibola che diventerà per tutta la vita il luogo della sua residenza.


Ma se si punta lo sguardo oltre le coordinate di questo profilo sommario, per indagare più nel profondo le cadenze di una vita, sorge spontanea una domanda: quali vicende, quali passaggi epocali si nascondono dietro quel personaggio tanto pragmatico da superare, senza apparenti contraddizioni, le spesse barriere ideologiche, allora più che mai vive, che dividevano comportamenti, uomini e culture? Diverse sono le scansioni che contraddistinguono la sua vita, tutte però strettamente legate a quel parco e alla villa che lo domina: status symbol di un'agiatezza ereditata, ma anche conservata con sagacia, e rifugio alle ansie di una esistenza condotta sul filo del vitalismo .


 



Uno scienziato ?tentato? dalla politica


?In verità, signori, la teoria dell'evoluzione è stata la molla più potente della ricerca biologica nella seconda metà del secolo scorso e, sul principio di questo, ha anche dato vita ad una scienza ricchissima di applicazioni, la genetica, la quale prova l'utilità pratica degli studi sull'evoluzione? .Così Alessandro Ghigi si rivolgeva ai membri del Senato accademico, nel tardo autunno del 1925, per il suo discorso inaugurale (Lama 1993, p. 114). L'argomento è delicato: il processo di Dayton contro le teorie dell'evoluzione. Con parole misurate e rigore scientifico il professore ripercorre la cronaca di un avvenimento che, negli Stati Uniti, aveva dilaniato le coscienze e occupato i tribunali, dopo che nel lontano Tennessee uno sconosciuto maestro, trasgredendo a una legge di quello stato, aveva introdotto la teoria evoluzionistica fra le materie del suo insegnamento. La disputa dai fori di giustizia era dilagata nelle chiese, nei campus universitari e nelle sedi della politica. Da una parte si era schierato il protestantesimo più intransigente stretto nella difesa di una lettura non allegorica della Bibbia; da un'altra parte eminenti esponenti del mondo scientifico avevano difeso il processo di selezione naturale nella lotta per la vita. Come abbiamo visto il professor Ghigi non usa parole reticenti per contarsi fra questi ultimi.


Al di là delle dotte confutazioni scientifiche e delle erudite discussioni teologiche, colpiscono le parole dell'illustre relatore per il loro contenuto chiaro e inequivocabile: scienza e fede devono dialogare. Nella storia delle creature viventi, non ancora tutta svelata, c'è un ?prima? e un ?dopo? nel quale ogni elemento sembra armoniosamente comporsi. Se il darwinismo ha spiegato l'evoluzione delle specie, la fede può sempre rivendicare all'Essere supremo la comparsa di una prima scintilla di vita sulla terra. Quindi ogni entità, scientifica o religiosa, deve essere libera di esplorare il proprio percorso di conoscenza senza dover subire pericolose intrusioni: la chiesa nel campo teologico, la scienza in quello speculativo possono collaborare, entrambe ispirate da un nuovo umanesimo. I tempi, a giudizio del professore, sono ormai maturi, perché sul piano filosofico ?finalmente al materialismo e al razionalismo dell'anteguerra è succeduta un'ondata di spiritualismo e di misticismo? (Lama, p. 103). Questa constatazione lo rassicura; anche lui, nei primi vent'anni del secolo, aveva portato a quel fine il suo testimone politico.


In quel novembre 1925 la situazione politica italiana è ormai assestata. Ancora un anno dovrà trascorrere prima dell'entrata in vigore delle leggi ?fascistissime? ma, dopo le turbolenze seguite al delitto Matteotti, Mussolini e il fascismo si sentono ormai i vincitori. Le opposizioni, sia pure virtualmente in campo, sono ormai disperse; la dittatura è a un passo dall'inverarsi e con essa il bisogno sempre più ineluttabile di fondare uno stato autenticamente fascista. Negli ambienti più moderati del regime si voleva far credere che la sua nascita non si sarebbe contrapposta alle vecchie istituzioni liberali, ma ne avrebbe perseguito gli stessi fini ad un livello più alto. È quindi comprensibile che personalità come Alessandro Ghigi risultassero preziose. La sua storia era lì a testimoniarlo e un gesto, compiuto di recente, rendeva tutto più chiaro: nel gennaio del 1924 il professore aveva chiesto e ottenuto l'iscrizione al partito nazionale fascista e in quella veste, nello stesso mese, partecipava alla costituzione della sezione bolognese del sindacato dei professori universitari. Non è da escludersi, quindi, che il dotto relatore della teoria evoluzionistica abbia voluto utilizzare proprio la prestigiosa tribuna offertagli dall'Alma Mater per accreditare la propria affidabilità nelle stanze del potere, come più avanti cercheremo di dimostrare,


Del resto Alessandro Ghigi non era un parvenu della politica. Giovane rampollo di una famiglia appartenente alla ristretta cerchia della ?buona? borghesia bolognese, Alessandro Ghigi erediterà dal padre la passione per l'ornitologia e, dopo un corso di studi frequentato in uno dei più esclusivi collegi italiani: la Badia fiesolana di Firenze, si iscrive alla facoltà di scienze naturali, confermando una curiosità naturalistica che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1898, dopo una brillante tesi discussa con il professor Carlo Emery, suo maestro ed esponente di punta della comunità scientifica bolognese, il giovane zoologo decide di dedicarsi alla carriera universitaria. In quella veste imparerà ad amare l'aspetto più pratico e sperimentale del suo lavoro: la dissezione di piccole cavie animali; il piacere di quelle tecniche apprese con pazienza nel silenzio dei laboratori della facoltà di zoologia non lo abbandoneranno mai più: né quando la speculazione scientifica si farà più raffinata, né quando importanti cariche politiche e amministrative assorbiranno per intero il suo tempo e le sue energie.


Molto presto, infatti, il giovane assistente del professor Emery sarà attratto dalle lusinghe di un precoce richiamo della politica che abbraccerà senza rinunciare al suo nuovo lavoro alla facoltà di zoologia. In un primo tempo gli vengono offerte cariche pubbliche di seconda fila per poi tentare, nel 1904, la scalata a un seggio di palazzo D'Accursio. Naturalmente il professor Ghigi non tradisce gli interessi della sua classe di appartenenza; la lista per cui si presenta, in una tornata elettorale di mezzo termine, è quella dei notabili conservatori che provano a indebolire la giunta ?popolare? Golinelli, in carica dal 1902.


Quel primo tentativo non ha successo, ma il professore non si perde d'animo: se il suo talento politico non è riconosciuto a Bologna può sempre spostarsi in provincia. E così farà. A Rimini, città natale della moglie, una variopinta alleanza di liberali, giolittiani e uomini della destra tradizionale si organizza in gruppo costituzionale per dare l'assalto al comune, fino ad allora governato dalla sinistra. Alessandro Ghigi entra in lista e viene eletto consigliere in un seggio che conserverà fino al 1919. Qualche anno dopo gli verrà proposta anche la carica di sindaco, ma al giovane amministratore quel ruolo, sia pur prestigioso, pare troppo vincolante. Non così negativa sarà la sua risposta nel luglio 1913 quando, pochi mesi prima delle elezioni politiche, si sentirà proporre una candidatura per il secondo collegio di Bologna. L'offerta non gli deve essere giunta inaspettata. Dall'ormai lontano 1904 non era rimasto inerte, anzi la vicinanza con gli ambienti conservatori bolognesi si era fatta sempre più stretta e solidale. La situazione, per la sua parte politica, era allarmante: il comune di Bologna, ancora in mani moderate, era assediato da una cintura di municipalità ?rosse? e socialiste. Cattolici e nazionalisti erano le carte nuove su cui puntava il conservatorismo cresciuto all'ombra delle due torri, e per Alessandro Ghigi quella confluenza inedita rappresentava un brodo di coltura naturale, nel quale sapeva di poter navigare con scioltezza. Ma le aspettative del professor Ghigi non si avvereranno. La lista clerico-moderata perde su tutti i fronti e soltanto uno dei candidati bolognesi, il conte Cavazza, riuscirà a sedersi sui banchi di Montecitorio. La ?canea? socialista aveva avuto il sopravvento!


Anche se sembrava che la politica lo stesse catturando offrendogli un ?mestiere? parallelo, in realtà il professore non aveva mai perso di vista la sua carriera accademica. Da qualche anno ordinario di zoologia all'Università libera di Ferrara, Alessandro Ghigi, nel 1914, è incaricato per la stessa materia all'ateneo bolognese e va a ricoprire la cattedra che era stata del professor Emery. È comprensibile che le aspirazioni di un docente appena insediato al posto del suo maestro fossero quelle di ricoprirne il ruolo, ma se il percorso interno all'istituzione universitaria si fosse presentato lungo e tortuoso, perché non sperare che anche la politica potesse dare una mano?


Se si può obiettare che queste sono solo ipotesi, le scelte dell'ormai maturo Alessandro fanno di tutto per avvalorarle. Non solo il professore non si allontana dalla politica, ma se ne fa sempre più compenetrare, tanto da accettare, senza ripensamenti, le proposte della nuova dirigenza liberale che gli offre la vicepresidenza del partito e, nel giugno del 1914, la guida della lista clerico-moderata, presentata per il rinnovo del consiglio comunale di Bologna. Purtroppo per lui, anche questa battaglia doveva essere perdente per l'alleanza conservatrice. I voti ?rossi? diedero alla lista socialista il maggior numero di seggi e a Ghigi, candidato alla massima carica di palazzo d'Accursio, la guida di un ristretto gruppo di quattordici consiglieri. Il confronto fra minoranza e maggioranza, guidata dal sindaco Francesco Zanardi, è ruvido, aspro ma complessivamente corretto. Ad attutire i toni polemici contribuiscono le difficoltà della guerra che scarica sulla città lutti e carestia.


Ma ecco, nel novembre 1919, un altro grande balzo nella politica ?alta?. L'associazione liberale, su proposta della confederazione degli agricoltori, proclama Ghigi candidato del fascio appena sorto per un seggio alle elezioni politiche che si terranno in quel mese. Decisioni, per fortuna revocabili, sono da prendere in tutta fretta: l'8 novembre il neo candidato rinuncia all'incarico dell'insegnamento di zoologia per l'anno accademico 1919/1920, ma il tempo del successo deve restare per lui ancora una chimera. I risultati del voto sono stati un disastro per i diversi gruppi del liberalismo. Socialisti e popolari sono i veri vincitori del confronto elettorale in Italia e a Bologna. E anche questa volta il professor Ghigi deve incassare un'amara sconfitta, tanto è vero che già il 22 novembre si precipita in rettorato per ritirare quelle dimissioni presentate con tante speranze soltanto poco tempo prima. ?Nel 1919 si apparta dal partito liberale? 1: così Alessandro Ghigi, in un curriculum scritto molti anni dopo, registra la sua scelta di quei giorni, celando, nell'asciuttezza del linguaggio burocratico, la sofferenza per una ferita non ancora rimarginata. Il suo ?appartarsi? sarà molto discreto, ma non per questo meno impegnato; si avvicinerà sempre più ai nazionalisti e, soprattutto, dedicherà molte delle sue competenze anche scientifiche agli interessi degli agrari, ormai braccio armato di un fascismo montante. Intanto bisognava risolvere un problema accademico non secondario: la conquista di quella cattedra di zoologia all'Università di Bologna che gli anni frenetici dell'impegno politico avevano messo in ombra. I vecchi amici del partito liberale non si defilano, lo sostengono e intervengono presso Benedetto Croce, allora ministro all'istruzione.


Finalmente nel 1922 la cattedra è sua, è nominato straordinario e rinuncia all'insegnamento di Ferrara. Tre anni dopo, nel 1925, sarà promosso a ordinario e in quella veste si presenterà al Senato accademico per pronunciare il discorso inaugurale su ?Il processo di Dayton contro la teoria dell'evoluzione?.


I toni usati e le espressioni prudenti usate dal professore dimostrano che ormai ha compreso la lezione dell'esperienza: non è più il tempo delle sparate demagogiche; in quei mesi sul campo c'è un solo vincitore: il fascismo e la gran parte dei suoi amici politici sono passati sotto quelle insegne. Lui stesso, con l'iscrizione al partito fascista, ha fatto la scelta della militanza.


Il suo orizzonte è già più chiaro; bisognava ora, in quella mutata realtà, ritessere le fila di un nuovo ordito: scienza e politica, coniugate insieme sono le carte su cui lui può giocare da protagonista. Il professore ? cattolico praticante ? sa bene che il successo di una ristrutturazione autoritaria della società doveva superare il passaggio stretto della revisione dei rapporti tra Chiesa e Stato e che, proprio in quei mesi, si erano avviate, per canali diplomatici, le prime avance politiche fra le due istituzioni. Ma ? sembra dirci lo scienziato ? le trattative politiche non bastano per sanare una disputa incandescente che, nel passato, aveva spesso divaricato la società italiana. Anche il confronto teorico fra scienza laica e teologia deve avviarsi; per bocca di Alessandro Ghigi i biologi si dichiarano pronti a fare la propria parte.


Ma, nonostante le apparenze, non tutto il mondo degli studiosi è attento al futuro del regime. Per esempio ? ricorda il professore pur senza pronunziarne il nome ? Giovanni Gentile nella sua recente legge scolastica ha abolito la zoologia e la botanica dai programmi didattici, provocando un vulnus insanabile al progresso nazionale. Ma per fortuna il duce ha compreso per tempo che la biologia è la vera alleata dell'agricoltura moderna. Tanto è vero che la battaglia del grano, appena lanciata con grande clamore, non sarebbe certo decollata grazie agli astrattismi degli idealisti. La sua diffidenza verso quella componente del mondo scientifico non è celata, e forse proprio per questo la firma di Alessandro Ghigi non compare fra quelle degli intellettuali che, soltanto pochi mesi prima, proprio a Bologna, si erano raccolti attorno al prestigioso filosofo per sottoscrivere il ?Manifesto? che sanzionava l'adesione al fascismo di una larga parte della cultura italiana.


Molti sono quindi gli interlocutori politici di quella prolusione; innanzi tutto l'establishement fascista e Mussolini in prima persona, ma anche le gerarchie vaticane e quell'universo cattolico, sempre più numeroso, che ? abbandonato il fronte del partito popolare ? vedeva nel nuovo regime lo strumento più appropriato per il recupero, sia pure circoscritto, del potere temporale. La tribuna del senato accademico è quindi un'occasione che il professore coglie con grande maestria per indossare, prima i panni rassicuranti dello scienziato affermato che esibisce con dotta enfasi il compendio del suo sapere, poi quelli prudenti del politico navigato che invia messaggi di disponibilità all'impegno politico senza esporsi, ma anche senza sottrarsi ad una eventuale, ipotetica ?chiamata?, che arriverà puntuale di lì a poco tempo.


La Sips (Società italiana per le scienze) terrà a Bologna il suo congresso annuale nell'autunno del 1926; qualche mese prima ad Alessandro Ghigi è offerta la carica di segretario del comitato organizzatore. Già fin dalla fase preparatoria quell'assise non si presenta come un evento di ordinaria amministrazione; Mussolini sarà presente e da subito lascia trapelare l'intenzione di utilizzare quell'assemblea per far conoscere al mondo della scienza le aspettative del regime. E cosi sarà: il 31 ottobre il duce apre il congresso con un intervento breve, ma dai contenuti inequivocabili. Lo stato fascista ha bisogno di recuperare competitività tecnologica per perseguire ? come vuole ? una politica aggressiva di grande potenza. Il contributo degli scienziati sarà decisivo e, per questo, anche sacrificando la ricerca pura, il regime è disposto ad investire risorse cospicue nelle università e nei laboratori.


Di lì a poche ore, quella giornata, iniziata sotto i migliori auspici, doveva concludersi tragicamente. All'altezza del ?cantone dei fiori?, sulla centrale via dell'Indipendenza, una pallottola partita da chissà dove, sfiora Mussolini. La folla presente non ha dubbi e massacra sul posto il giovane Anteo Zamboni, presunto omicida. Accanto al duce, in quei drammatici istanti, era Leandro Arpinati, ormai leader carismatico del fascismo bolognese e prossimo, primo, podestà della città. Ghigi e Arpinati avevano un'antica consuetudine, anche se non si può dire che fossero solidali.


Diversi per storia personale, per status di appartenenza e formazione intellettuale, entrambi però, sia pure ognuno nel proprio ambito, erano uomini ?in carriera? e quindi, probabilmente, sapevano riconoscersi. Tanto è vero che, pochi mesi dopo, nel gennaio del 1927, il ?rais? di Bologna chiama il professore e gli conferisce l'incarico di segretario del gruppo provinciale fascista della scuola; un organismo centrale per la raccolta del consenso, nel quale confluivano tutte le categorie dei docenti, esprimendo di fatto la risposta autoritaria alla fine del sindacalismo democratico sanzionata, nel 1925, con il patto di palazzo Vidoni. Alessandro Ghigi svolge con la consueta perizia il compito che gli è stato affidato. Il gruppo bolognese cresce in fretta e mette solide radici nell'intero apparato didattico. Dalle scuole elementari all'università i docenti si iscrivono numerosi, testimoniando un'ormai solido consenso al regime di tutta la categoria. Nello stesso anno anche l'accademia del Lincei si occupa di lui e lo nomina socio corrispondente, conferendogli una carica onorifica ma al tempo stesso operativa che il professore, col tempo, saprà mettere a frutto.


Il 1927 è, quindi, per lo scienziato bolognese l'anno delle affermazioni politiche, dei riconoscimenti accademici, ma anche quello delle esplorazioni naturalistiche; un lungo viaggio attraverso l'America ? dal Canada al Messico ? lo porterà, per due mesi, a conoscere da vicino la realtà ecologica e sociale del nuovo continente.


Di quell'esperienza Ghigi ci lascerà un diario di viaggio molto avvincente, pubblicato a puntate sul ?Giornale d'Italia?, una testata da poco ?fascistizzata?, come la maggior parte dei quotidiani italiani e ?guidata? dall'amico Enrico Corradini, che siede al vertice del nuovo consiglio di amministrazione. Il professore è un formidabile narratore che, con penna lieve e sottile curiosità, trascina il lettore nelle pieghe più folkloristiche della società americana, con un occhio particolare rivolto alla realtà dell'emigrazione italiana e ai ?paradisi perduti?, sia ambientali che etnici, in parte travolti dall'irrompere della società standardizzata: da un lato l'irresistibile bellezza degli ultimi parchi naturali, da un altro lato il malinconico tramonto di culture antiche come quelle delle popolazioni autoctone ormai condannate all'estinzione.


Oltre allo stile letterario molto gradevole per vivacità e brio, nel racconto di quel viaggio in terra americana, peraltro compiuto sotto l'egida del governo e coperto da franchigia diplomatica, si può leggere in filigrana un fine disegno politico. Il regime ? in quegli anni venti ? era ancora lontano dal provincialismo della cultura autarchica, anzi si può dire fosse molto interessato a conoscere quel grande paese oltre Atlantico per le sue contraddizioni, ma anche per le sue immense potenzialità. Non solo, ma anche gli appetiti dei capitalisti italiani premevano per una normalizzazione dei rapporti fra Italia e Stati Uniti, compromessi dalla difficile situazione del dopoguerra. Soltanto un anno prima, nel 1926, i due paesi avevano perfezionato gli accordi sui debiti di guerra e finalmente il mondo economico italiano poteva cominciare a sperare nei finanziamenti d'oltre oceano, che quei benefici trattati avrebbero dovuto dirottare sull'industria nazionale.


Ghigi, sia pure non esplicitamente, sembra farsi interprete di quegli interessi e non disdegna di accreditarsi sia presso gli ambienti più influenti dell'emigrazione italiana sia presso quelli delle grandi corporations americane, soprattutto legate all'agricoltura e all'allevamento, settori che lui ben conosce per competenza professionale. Il suo obiettivo è quello di far comprendere e conoscere ai lettori italiani una realtà molto più avanzata della loro, ma anche di promuovere, presso l'establishment economico americano, i vantaggi derivanti dal dirottare capitali freschi sulla nostra economia. Il tutto, naturalmente, è intercalato da quelle suggestioni ecologiste che sempre arricchiscono la sua prosa di curioso e attento osservatore della natura.


Intanto in Italia, di lì a poco tempo, lo aspettavano importanti novità.


 



Un rettorato ?forte? fra concretezza e fiancheggiamento politico


In una domenica di fine ottobre del 1930 Alessandro Ghigi apprende, da un annuncio inatteso, di essere stato nominato rettore dell'Università di Bologna. Molti anni dopo il professore ricordava ancora lo stupore per quella notizia giunta ? a suo dire ? del tutto imprevista. Anche se si può stentare a credergli sulla parola, effettivamente eventi contraddittori avevano contrassegnato la sua più recente carriera. Possiamo pensare che il professor Ghigi avvertisse intorno a sé un clima favorevole, anche se segnali diversi lo avevano messo in guardia e gli avevano confermato che non bastava disporre di un curriculum accademico di tutto rispetto ed essere uno scienziato famoso; non era sufficiente l'adesione al fascismo, condividerne l'ideologia, programma politico e farsene portavoce nel mondo scientifico e geografico. Oltre a quei requisiti indispensabili, il mix vincente doveva essere arricchito da quelle ?magiche? prerogative, alcune visibili, altre occulte, che tutte insieme sono in grado di aprire le porte delle stanze del potere. La sua esperienza, anche recente, glielo aveva insegnato. Non più tardi di un anno prima, alla vigilia del plebiscito indetto per rinnovare la camera dei deputati, inopinatamente gli era stata sottratta la candidatura per quel seggio che l'Università di Bologna gli aveva conferito con grande convinzione.


Comunque, accanto a quell'insuccesso, altri importanti riconoscimenti gli erano stati attribuiti proprio negli ultimi tempi. Fin dal 1925 era stato contattato da Giovanni Gentile per collaborare alla parte biologica dell'Enciclopedia italiana. Nel 1928 diventa vicepresidente della Sips, entra nel Cnr e nella giunta esecutiva del comitato nazionale biologico. Nel 1929 assume la carica di membro del Consiglio superiore dell'istruzione e gli è offerta la presidenza della facoltà di scienze che, forse con lungimiranza, il professor Ghigi rifiuta. Come si può vedere gli incarichi che gli vengono attribuiti sono prestigiosi e si possono situare in quel confine indefinito compreso fra scienza e politica che, appunto, si concretizzerà poi con l'ascesa al vertice dell'Alma Mater. Del resto Alessandro Ghigi sa bene che quell'incarico può essere di ?straordinaria amministrazione?. Soltanto un anno prima, il 29 ottobre 1929, era stata sottoscritta una convenzione che destinava circa 60 milioni al ?quartiere universitario? di Bologna.


Appena insediato ai vertici dell'ateneo, il rettore si mette subito al lavoro con una frenesia realizzatrice che, nel breve volgere di un quinquennio, gli consentirà di portare a termine il suo progetto. Lo sosterranno in quella fatica, oltre alle competenze accademiche, anche doti di autentica managerialità fino ad allora a lui stesso sconosciute. L'impresa non deve essere stata facile. Certo, le risorse politiche di Alessandro Ghigi erano ragguardevoli; le sue amicizie ?romane? erano numerose e di alto livello; la sua conoscenza del sistema universitario bolognese era penetrante e diffusa.


Ma, insieme con questo, egli seppe con abilità giocare tutte le carte a sua disposizione, sfruttando anche il fattore tempo, con un'ansia che induce a sospettare una sorta di premonizione: bisognava fare in fretta, cogliere ogni occasione che il fascismo offriva per riaffermare all'Alma Mater Studiorum, e quindi anche alla sua personale autorità di rettore, quel ruolo prestigioso di fucina intellettuale, inscritto ormai da secoli nella storia della cultura universale. Non sottovalutava il professor Ghigi quanto questo obiettivo potesse coincidere con i fasti dell'Italia imperiale; anzi è lecito pensare che egli, più di altri, abbia saputo sfruttare a suo favore tutte le opportunità, anche bruciando le aspettative di molti suoi colleghi. Basti pensare che nel breve volgere di sette anni saranno convogliati sull'Università di Bologna quasi cento milioni di lire; una somma ragguardevole e straordinaria con la quale saranno costruite nuove facoltà, ristrutturate vecchie sedi e rilanciati apparati tecnici e didattici. Se escludiamo quello della capitale, nessun altro ateneo italiano, quanto quello bolognese, potrà trasformarsi così radicalmente in poco tempo e sarà in grado di incidere tanto in profondità sullo stesso volto urbano.


A questo punto è legittimo chiedersi quali contropartite politiche il regime abbia richiesto all'Università di Bologna e al suo massimo dirigente in cambio di una tanta generosità. Reazionario senza tentennamenti il politico, duttile e disponibile a concessioni il rettore, il professor Ghigi sarà per il fascismo un fedele e leale alleato innanzi tutto nella realizzazione di un progetto che al regime stava particolarmente a cuore: quello della fascistizzazione degli atenei. La loro autonomia, tanto rivendicata nelle querelle di fine secolo, era stata spazzata via nel 1923 dalla riforma Gentile.


Ai tanti modelli doveva sostituirsi un'istituzione nazionalizzata e omologata, ma l'affacciarsi massiccio alle aule universitarie di nuove classi sociali con il loro carico di domande e di esigenze, anche nuove, aveva reso faticoso quel processo, per cui si può dire che, all'inizio degli anni trenta, la storia degli atenei italiani era, per molti aspetti, ancora quella delle sue singole sedi, e si può pensare che Bologna non facesse eccezione. Probabilmente fra le mura di palazzo Poggi continuavano a convivere, accanto al conformismo di regime, maestri animatori di cenacoli culturali e scientifici, tradizioni accademiche controcorrente. Dai documenti consultati non risulta che Ghigi, anche nella sua veste di segretario del sindacato insegnanti fascisti, abbia mai attaccato frontalmente quelle espressioni. Certo non le ha appoggiate, ma le ha probabilmente comprese, le ha considerate fisiologiche per il corpo universitario e, tutto sommato, vitali per la sua sopravvivenza.


Comunque, pochi mesi dopo l'insediamento ufficiale, una prima prova difficile e forse anche penosa era pronta ad attenderlo proprio lì, nel suo prestigioso ufficio in rettorato. In quella stanza, in base al nuovo decreto legge n. 1227 del 28 agosto 1931, dovevano passare tutti i docenti sia ordinari sia fuori ruolo per prestare giuramento al regime fascista nelle mani del rettore. E proprio a Bologna, come a Roma, a Pavia, a Perugia, a Torino e a Milano la cerimonia, per così dire, sarà disturbata da un diniego pesante come un macigno proferito da Bartolo Nigrisoli, titolare della cattedra di chirurgia presso la facoltà di medicina dell'Alma Mater.


L'illustre clinico era molto apprezzato nella città sia per il suo valore professionale sia per la sua disponibilità e generosità verso i più umili e i meno fortunati. Salito in cattedra nel 1921 dopo defatiganti diatribe accademiche e sostenute querelle politiche, ma appoggiato da un consenso popolare quasi plebiscitario, Bartolo Nigrisoli era stato un antifascista da sempre. Tanto che nel 1924 aveva rifiutato la carica di senatore offertagli dal regime, che, con quel gesto, si prefiggeva forse di attenuare, nel campo avverso, l'indignazione conseguente all'eccidio di Giacomo Matteotti. Firmatario del Manifesto Croce, nel 1925, il professor Nigrisoli non aveva mai fatto mistero delle sue posizioni politiche e solo una volta, nel 1927, compirà un atto che, subito dopo, si proporrà di non ripetere. Anche in quell'anno, infatti, i professori erano stati chiamati a proferire un giuramento: quello contro le associazioni segrete, in particolare la massoneria, e di fedeltà al Re. Per la prima promessa non c'erano problemi, il professore non era mai appartenuto a quel mondo; per la seconda invece dovette trovare un compromesso con la sua coscienza, perché monarchico non era mai stato. Si convinse pensando che in definitiva un impegno solenne analogo lo aveva già preso ai tempi della guerra, come ufficiale medico, e quindi giurò, ?col fermo proposito di non fare mai più un sacrificio così grave contro la libertà di pensiero e la mia dignità personale? (Nigrisoli 1948, p. 25). Così, quando Alessandro Ghigi lo invitò a prestare giuramento, Bartolo Nigrisoli non ebbe incertezze e rifiutò, come altri undici suoi colleghi in tutta Italia. Secondo recenti studi (Goetz 2000; Boatti 2001) le insistenze del rettore furono numerose e pressanti, forse non solo per opportunismo politico, ma anche per intimo convincimento che la perdita di quel valente clinico sarebbe stata molto grave per il suo ateneo. Del resto il professor Ghigi già pochi anni prima aveva avuto occasione di esprimere la sua concezione del mondo universitario, proprio a proposito di Nigrisoli.


Nel 1928, ai vertici del Pnf che gli chiedevano informazioni sui nove professori bolognesi firmatari del manifesto Croce il futuro rettore, allora responsabile del sindacato insegnanti fascisti, rispondeva con parole di moderazione, ponendo l'Università in una sorta di enclave protetta rispetto alla società. In quella istituzione, secondo il suo pensiero, potevano e dovevano convivere ispirazioni ideali e, perché no, anche politiche diverse, purché restassero sullo sfondo e non fossero apertamente espresse. Bartolo Nigrisoli, scriveva Ghigi, ?non è un fascista ma è uno degli uomini più popolari dell'Emilia e non solo per la sua valentia di chirurgo, ma anche per la sua grande generosità e per la sua modestia? 2 e, riferendosi a un episodio molto contestato, continuava: ?la sua esclusione dalla commissione di esami di stato ha destato malumori in tutto l'ambiente medico-studentesco compresi i fascisti?.


Ma in quel dicembre del 1931 la moderazione non poteva essere più tollerata, anche se con indubbio coraggio e con una certa dose di imprevedibile ingenuità il rettore compie un ultimo disperato tentativo per bloccare il provvedimento contro Bartolo Nigrisoli. Infatti tre giorni dopo l'avvenuto licenziamento Alessandro Ghigi decide di scrivere al ministro dell'Educazione nazionale Balbino Giuliano, suo amico di vecchia data, per perorare la causa dell'anziano clinico: ?è un testardo ? osserva il rettore ? ma è un onesto, un filantropo, un apolitico. Non è entusiasta del Regime, ma non è contrario, anzi lo accetta; non risulta che assuma atteggiamenti antifascisti? 3.


Con evidente forzatura, Ghigi edulcora la realtà, e pur di evitare a Bartolo Nigrisoli l'allontanamento dalla sua cattedra non nasconde neppure il malumore che ? avverte ? avrebbe lambito gli stessi ambienti fascisti presso i quali la fama dell'illustre chirurgo non era sottaciuta. Infine, con un pizzico di audacia, suggerisce al ministro: ?credo opportuno che codesto ministero non deliberi in merito senza che tu abbia sentito Arpinati e magari anche il Capo?.


Naturalmente quell'intercessione non modificò il corso degli eventi; la conclusione, scontata in partenza, fu il licenziamento di Bartolo Nigrisoli. Lo stesso rettore dovette prenderne atto, come dimostrerà di saper fare con grande fair play nel novembre del 1932 quando, in pieno discorso per l'inaugurazione dell'anno accademico trasformerà in ?volontario? l'abbandono di Nigrisoli e gli rivolgerà uno sbrigativo: ?attestato del nostro memore pensiero?.


Intanto nuove amicizie influenti erano venute a impreziosire il suo importante carnet; ultima in ordine di tempo quella con Mussolini col quale il professore teneva rapporti frequenti e quasi informali, come riportano le carte che registrano gli appuntamenti del dittatore. Probabilmente è in uno di quegli incontri che si decide, nel 1936, la visita del duce a Bologna. La scelta cade sul 25 ottobre. Da dieci anni Mussolini non ha più messo piede nella città felsinea e ritorna per dedicare tutta la giornata all'Alma Mater e per celebrare le nuove grandi opere che hanno mutato il volto urbanistico, non solo del quartiere universitario, ma della stessa città. Prima visita la facoltà di Ingegneria, quindi quella di Chimica industriale, poi è la volta delle nuove Cliniche e dell'istituto di Zoologia; per ultimo il corteo si dirige verso la sfavillante e imponente Aula magna e qui ? dopo i discorsi di rito ? il rettore compie un atto di cui dovrà pentirsi; si toglie la collana e la porge al duce con un gesto dal significato inequivocabile.


Ma un'altra prova, ancora una volta di spessore accademico-politico, rischierà di interferire sul suo prestigioso curriculum di rettore; anche in questo caso l'ostacolo sarà superato brillantemente, ma forse lascerà dietro di sé il retrogusto amaro della cieca obbedienza. Nuvole nere stavano addensandosi sui cieli d'Europa e portavano con sé l'odio delle persecuzioni razziali e l'orrore dell'olocausto. Anche l'Italia ne sarà coinvolta. Il 14 novembre 1938 entra in vigore il regio decreto ?per la difesa della razza nella scuola italiana?; ultimo atto di uno stillicidio amministrativo antisemita che, nei mesi precedenti, aveva anticipato quella disposizione. Il 14 novembre il rettore apre ufficialmente l'anno accademico 1938-?39 e pare annunciare, quasi controvoglia, gli effetti della nuova legislazione: la disponibilità di undici cattedre per l'esclusione di altrettanti professori ebrei. Fra l'altro il numero è considerevole; si pensi che fra il '37 e il '39 lo Studio bolognese ha in media ottantotto professori fra ordinari e straordinari.


La sensazione dell'imbarazzo sembra rafforzata dal brano che segue l'annuncio: di sfuggita il rettore ricorda le norme per le chiamate, sottolinea le responsabilità del potere politico nell'iter amministrativo e, dunque, deresponsabilizza sé stesso e il corpo accademico. Come dire: siamo necessitati ad applicare la legge, ma non ne siamo intimamente coinvolti. Così non era stato in altri atenei: alcuni rettori avevano dedicato parole non di circostanza all'allontanamento dall'Università di tante energie e intelligenze. Molti anni dopo quei fatti il professor Ghigi dimenticherà l'asprezza di quel passaggio delicato, per ricordare soltanto un saluto conclusivo dedicato a quegli undici ?uomini di valore? all'insegna dell'amicizia. In effetti anche un testimone come l'anatomopatologo Oliviero Mario Olivo, già in quei tempi in odore di antifascismo, molto più tardi rammenterà che, sia pure nella distinzione dei ruoli e delle opinioni politiche, il rettore in quella circostanza seppe comportarsi con dignità: ?ricordo quando c'è stata l'emanazione delle leggi razziali, con quanto garbo e quanto rincrescimento ha congedato i colleghi che dovevano allontanarsi dall'ateneo?.


Altri episodi non secondari sembrano confermare la prudenza del rettore e, per certi versi, la sua reticenza in materia di antisemitismo. Non più tardi di due anni prima, in occasione della sua partecipazione al VI congresso mondiale di pollicoltura organizzato da World's poultry science association (Wpsa) a Berlino, Alessandro Ghigi aveva tenuto delicati rapporti epistolari con il rappresentante dell'associazione per la Palestina Alex Livshutz. La sua partecipazione era stata incerta fino all'ultimo. Il governo tedesco non si decideva a trasmettere la nomina al delegato ebreo, poi finalmente arrivò il benestare. Forse il professor Ghigi non era stato estraneo a quella soluzione positiva. Infatti nel dicembre del 1935 egli aveva rassicurato Livshutz. A Lipsia sarebbe stato accolto ?without any distinction of country, nationality or religion? 4.


Del resto la risposta del presidente di Wpsa era quasi obbligata, se pensiamo che in Germania lo accompagnava la dottoressa Margot Chodziesner, ebrea tedesca, sua segretaria-interprete da qualche anno; la stessa che dopo l'entrata in vigore delle leggi razziali non avrebbe più potuto soggiornare nel nostro paese, né, tanto meno, collaborare col rettore. Ma anche in questo caso il professor Ghigi, forte del suo incrollabile pragmatismo, cercherà una soluzione, a suo modo coraggiosa. Ancora una volta lo soccorrono le influenti amicizie internazionali alle quali ricorre con discrezione, ma senza infingimenti.


Il 15 ottobre 1938 Alessandro Ghigi, nella sua duplice veste di direttore dell'Istituto di zoologia e di ex presidente di Wpsa, scrive al segretario generale del Seventh world's poultry congress ? un'iniziativa organizzata da Wpsa che avrebbe dovuto tenersi negli Stati Uniti l'anno successivo ? per pregarlo di aiutare la Chodziesner, la quale ?in seguito ai provvedimenti presi dal nostro governo per la difesa della razza deve lasciare l'Italia entro il primo marzo 1939? 5.


Ciò che cerca il rettore è un posto sicuro, presso qualche istituzione avicola, che consenta alla dottoressa di ottenere dal Consolato americano in Italia il visto per l'espatrio. Ma il professore decide di fare qualcosa in più. Non bastava trovare una soluzione lavorativa; era necessario pensare anche all'alloggio in quanto la sua segretaria non avrebbe potuto:?portare con sé una somma alquanto rilevante dall'Italia, né le sarà permesso di ricevere qualsiasi contributo da parte di suo padre che abita in Germania? 6.


Così si rivolge il rettore al professor Giuseppe Prezzolini, presidente della Casa italiana presso la Columbia University, chiedendogli di assicurare a Margot Chodziesner un'ospitalità per i primi tempi del suo soggiorno a New York. Insomma, anche Alessandro Ghigi si espone per tentare di salvare la vita di un'ebrea, sia pure con la fredda aridità del suo linguaggio epistolare che ?normalizza? tutto, anche la negazione violenta dei diritti dell'uomo, conculcati dalle due dittature europee, ora alleate. Ma se nel ?privato? Alessandro Ghigi era capace di assumere gesti coraggiosi, come quelli appena descritti, nel suo ?pubblico? non c'è traccia di audacia, o anche solo di autonomia. Per esempio, senza apparente imbarazzo, nel gennaio del 1939, inviterà a Bologna padre Agostino Gemelli, il potente rettore dell'Università cattolica, che, parlando dalla prestigiosa tribuna dell'Aula Magna, lancerà al popolo ebraico l'accusa infamante di ?deicida?.


Del resto il professore non amava stare in ombra e anche in tema di politiche razziali potrà esibire una posizione di primo piano; dal settembre del 1938, infatti, era stato chiamato a far parte del Consiglio superiore per la demografia e la razza, un organismo alle dipendenze del Ministero dell'interno, composto da fisiologi, antropologi, medici, clinici, biologi, statistici, con in più, per l'appunto, lo zoologo Ghigi. Dopo tutto non ci si deve meravigliare, il rettore aveva idee ben chiare in materia di politiche razziali, e non ne aveva fatto mistero.


Proprio in quello stesso 1939 esce, per i tipi della Zanichelli, il suo ?Problemi della razza e del meticciato? con l'obiettivo di: ?illustrare le basi biologiche della politica voluta dal regime fascista nelle terre dell'impero?(Lama, p. 249).


Esplicitamente Alessandro Ghigi non affronta la questione degli ebrei. Parla del razzismo tedesco, ne individua i padri ideologici e spirituali, conclude che non esistono basi scientifiche per affermare la superiorità del popolo tedesco. Ciò che gli importa è sostenere la causa dell'impero coloniale italiano. Gli indoeuropei d'Italia, frutto di sottorazze nordiche, alpine e mediterranee, costituiscono un cocktail razziale di prim'ordine, che ha generato ?genii? e continuerà a generarne. La colonizzazione italiana è necessariamente di popolamento e impone una stretta convivenza fra bianchi e neri. I neri sono inferiori perché politicamente immaturi e perché provocano? ripugnanza! Guai quindi a mescolarsi sessualmente con loro. I meticci, nati da quelle ibride unioni, sarebbero deboli sul piano psichico e morale, incapaci di svolgere un lavoro creativo e ?spostati? sul piano dell'integrazione sociale. In conclusione, sembra di poter dire che agli occhi dell'illustre zoologo la persecuzione degli ebrei in patria non sia altro che un incidente di percorso, spiacevole, forse, ma inevitabile per affermare i principi della politica imperiale. Quella stessa politica che, di lì a un anno, avrebbe trascinato l'Italia in pieno conflitto mondiale.


I primi anni di guerra vedono il rettore dedicarsi alle consuete attività accademiche e scientifiche. Non c'è nulla nella sua vita che sembri discostarsi dalla quotidiana normalità, se non il coronamento di una carriera politica: la nomina a senatore. Il giuramento avverrà nel febbraio del 1943, nello stesso mese in cui si consumava la sconfitta nazista a Stalingrado.


Anche in Italia la situazione non era delle più rassicuranti per il regime. Nelle città, colpite dai bombardamenti, le condizioni di vita peggioravano rapidamente e con esse diminuiva il consenso alla dittatura. Ecco allora comparire le prime crepe in un edificio che pareva inattaccabile: grandi scioperi ? i primi in Europa ? coinvolgono tutto il nord operaio, in ?quel dannato marzo 1943?. C'erano quindi, al momento dell'accettazione della nomina a senatore, diversi elementi che avrebbero potuto consigliare al professore più prudenza. Quella prudenza che guiderà invece le sue scelte dopo l'8 settembre 1943 quando il ministro Biggini della repubblica sociale lo nomina pro-rettore per l'anno accademico 1943-1944. Alessandro Ghigi presenta un certificato del direttore della clinica medica dell'ospedale Sant'Orsola e scrive: ?le mie condizioni di salute mi obbligano a declinare l'incarico? 7.


Tutto sommato, considerata la sua storia, anche la più recente, quel rifiuto non era un atto scontato. Probabilmente gli esiti della guerra, quanto mai incerti per le potenze dell'asse, l'assoluta fedeltà all'istituzione monarchica e una diffidenza radicata verso l'alleato tedesco gli avevano consigliato quello strappo che sarà per lui una carta vincente quando, alla fine della guerra, dovrà affrontare il tribunale dell'epurazione.



Risurrezione scientifica


Dopo il 25 aprile 1945, Alessandro Ghigi è incarcerato. Pare che gli anglo americani siano stati i suoi giudici più severi. Ma la detenzione non sarà troppo lunga. Dopo quaranta giorni il professore uscirà da San Giovanni in Monte senza aver subito, almeno all'apparenza, traumi devastanti né fisici né morali. Il 16 giugno, dopo un breve interrogatorio, il comitato di epurazione bolognese, presieduto dall'avvocato Vito Sangiorgio, lo sospende dal servizio. I suoi capi d'accusa erano tre: la carica di rettore per nomina fascista; l'atto di servilismo verso il duce con la consegna della medaglia rettorale; il conferimento di una laurea ad honorem al ministro tedesco Hans Franck, laurea conferita ma non ritirata. Il rettore, con uno scatto di dignità, si era rifiutato di andare a Cracovia ? dove si trovava il ministro ? per la consegna.


Intanto anche l'Alta corte di giustizia si stava interessando al suo caso e assumeva la decisione di privarlo del seggio di senatore e anche l'Accademia dei Lincei decideva di estrometterlo dalle sue fila.


In questa raffica di cattive notizie, una, rasserenante, gli giungeva da Bologna. Il 6 novembre 1945 la facoltà di Scienze, con l'approvazione del rettore Volterra e del Senato accademico, raccomandava il ministero all'Istruzione di trattenere in servizio il professor Ghigi.


Questa decisione dall'indubbio significato politico aveva poi la capacità di favorire le mosse successive che, per motivi burocratici o anche semplicemente anagrafici, come il compimento dei settant'anni, consentivano ad Alessandro Ghigi di venire riabilitato senza ombre. Insomma dopo quella tremenda tempesta giudiziaria il suo cammino riprenderà sui binari consueti e non rimarranno tracce infamanti sul suo curriculum di professore e di scienziato. Anzi l'attività scientifica riprenderà con immutato vigore verso mete appena intraviste nel passato.


La sua nuova frontiera è quella della difesa naturalistica del pianeta e, anche in questo caso, abbraccerà la causa senza risparmio di energie. Lo soccorreranno l'antico ruralismo, l'attaccamento ai principi della difesa della natura, professato fin dagli albori della carriera. Questo mix di impegno scientifico e di sensibilità politica faranno di lui un precursore dei moderni movimenti verdi. In definitiva la politica è stata il ?tormentone? della sua vita; mentre la scienza era il luogo della quiete sia che essa fosse praticata nei laboratori, nei grandi spazi delle savane o nel chiuso dei suoi aviari.


E nella scienza egli troverà il baricentro della sua vita dopo i settant'anni. Anche se non si sottrarrà dal compiere ancora qualche incursione nella politica. Questa volta non per promuovere la sua persona, ma per appoggiare certi suoi progetti. Del resto nei ministeri aveva lasciato e ritrovato vecchie amicizie. L'apparato burocratico non era poi troppo cambiato nel dopoguerra e lui, in quell'apparato, aveva coltivato buone e solide amicizie personali. Non solo, ma gli capitava anche di affacciarsi agli androni della politica e di trattenere relazioni cordiali con i ministri del tempo. I temi sono quelli nuovi di cui si sta occupando: l'ecologia, la tutela ambientale, l'educazione scientifica nelle scuole e soprattutto la creatura alla quale in quel tempo stava dedicando tutte le sue cure e che riuscirà a portare in porto: l'Istituto nazionale per la biologia della selvaggina.


Ma ormai la vecchiaia incalzava, anche se il professore tentava di esorcizzarla con il consueto attivismo. La lotta per la vita, che certo lo aveva visto dalla parte dei vincenti, lo aveva fiaccato e ora doveva cedere il passo all'ineluttabile decadenza fisica. La vista lo aveva tradito, gli spostamenti diventavano sempre più faticosi, quasi nulla di ciò che gli piaceva fare gli era ormai consentito. Si approssimava al traguardo dei 95 anni che riuscirà a superare per poco. La morte lo coglierà proprio là in quella villa, alle pendici di Gaibola, dove tutto era cominciato.


 


 


Luisa Lama è saggista, biografa di Alessandro Ghigi col volume Da un secolo all'altro ,CLUEB, 1993 e autrice insieme con V.P.Babini di una biografia giovanile di Maria Montessori, Una donna nuova. Il femminismo scientifico di Maria Montessori , Franco Angeli, 2000. In occasione del IX centenario dell'Università di Bologna ha raccolto e commentato le convenzioni sottoscritte dal comune di Bologna e dall'Università Comune, Provincia, Università. Le convenzioni a Bologna fra enti locali e Ateneo (1877-1970) , Comune di Bologna-Istituto per la storia di Bologna, 1987.



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Autore Lama Luisa
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