N. 4 - Aprile 2004

Indirizzo e-mail Password
Effettua la registrazione gratuita
[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Andrea Ragusa

Stabilizzazione incompiuta e crisi della democrazia
Note su un recente convegno sull'Italia del centro-sinistra


 


?Il Sessantotto non fu dunque, a mio avviso, né un motore, né un moltiplicatore della modernizzazione; fu piuttosto un emulsionante dei molti e diversi elementi di rottura che si erano accumulati nel decennio precedente, ai quali comunque non riuscì a dare senso compiuto?.


Con queste parole Silvio Lanaro ha concluso i lavori del convegno dedicato dalla Fondazione Istituto Gramsci e dall'Istituto Luigi Sturzo a Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centro-sinistra 1953-1968 ed ospitato dalla Società geografica italiana, a fine marzo, nella suggestiva cornice di villa Celimontana, in Roma.


Si è trattato del secondo appuntamento di un percorso di ricerca sulla S toria delle legislature repubblicane che le due istituzioni hanno avviato da qualche anno con il contributo della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, e che ha già affrontato ? in una precedente occasione convegnistica ? il nodo delicato del passaggio dal fascismo alla democrazia, con tutte le complesse implicazioni inerenti la ricostruzione post-bellica, il recupero delle libertà politiche, l'impianto di un nuovo sistema socio-istituzionale 1.


Anche questa volta il taglio conferito è stato quello istituzionale , inteso però, come ha precisato Giuseppe Vacca insediando la presidenza della prima sessione, in senso molto comprendente . Le numerosissime relazioni presentate (ben venti!) hanno infatti investito i più diversi aspetti del periodo in esame: tanto in ambito internazionale ? ruolo dell'Italia nell'equilibrio bipolare, ricerca di una politica estera autonoma, avvio dei processi di integrazione comunitaria ? quanto in ambito interno ? attuazione del dettato costituzionale, produzione legislativa, ruolo dei partiti politici. Né minore è stato lo sforzo di coniugare la dimensione istituzionale ad una impostazione di storia sociale che consentisse di dare alla prima un significato, appunto, più aperto e comprendente. Sullo sfondo dei grandi processi di trasformazione innescati dal ?miracolo economico?, il confronto si è mosso così, non senza coraggio innovativo, sui binari dell'analisi economica (soprattutto durante la prima sessione, caratterizzata dalla presenza di esponenti della scuola fiorentina di Piero Barucci), e di quella giuridica (nella seconda sessione, presieduta da Maurizio Fioravanti, ?riservata? a giuristi e storici dell'amministrazione). Non mancando, del pari, di affrontare temi forse più scavati, ma non privi di aspetti problematici d'interesse: il rapporto tra mutamento sociale ed élites politiche (Francesco Malgeri), l'efficacia riformatrice del centro-sinistra (Ermanno Taviani), lo sviluppo delle relazioni industriali (Sandro Rogari), la nuova dinamica sociale che gli anni Sessanta consegnano al paese (Silvio Lanaro).


Il tentativo emerso è stato, insomma, quello, ambizioso e lodevole, di riproporre al dibattito scientifico e culturale una riflessione ad amplissimo raggio su uno dei passaggi più importanti del nostro recente passato. Ambizioso, ci è sembrato, per la ricchezza degli argomenti, tale da risultare a tratti addirittura difficilmente gestibile, forse persino eccessiva, alla luce del fatto che ciò non abbia poi consentito sempre di garantire il necessario equilibrio quantitativo ed analitico nell'esame dei diversi aspetti. Lodevole, d'altra parte, proprio perché si è inserito, in un quadro di polemica ormai svilita nei toni ed involgarita nei contenuti, come sforzo di ripensamento attento e rigoroso della storia repubblicana, di ricostruzione non strumentale di una memoria civile condivisa, di richiamo, non ultimo, all'urgenza di un rinnovato impegno militante della storiografia.


 


1. Pur in presenza di alcune ricerche di grande originalità sul piano documentario (soprattutto quella di Mario Del Pero sui rapporti bilaterali tra Italia e Stati Uniti) o tematico (da segnalare la ricostruzione minuziosa della produzione legislativa operata da Guido Melis, ed i brevi affreschi dedicati da Giovanna Tosatti, Andrea Simoncini e Paolo Alvazzi Dal Frate, rispettivamente al ministero del Bilancio, alla Corte costituzionale ed al Consiglio superiore della magistratura), l'approccio prevalente è risultato comunque quello del bilancio storiografico, con una attenzione particolare ai risultati che soprattutto nel campo della storia della politica estera e delle relazioni internazionali la giovane storiografia italiana continua a dare in misura crescente.


Il nesso nazionale / internazionale è stato del resto uno degli aspetti centrali dell'analisi sviluppata dai diversi relatori, evidenziando tutto il peso che sul piano metodologico ha rivestito nell'ultimo quindicennio il paradigma defeliciano della ?doppia lealtà?, ?inequivocabilmente inteso ? lo ha sottolineato ancora di recente proprio Vacca in polemica con un uso ?malevolo' della categoria ? a specificare le condizionalità internazionali della politica nazionale nel secondo dopoguerra? 2.


Gran parte degli interventi è apparsa sottesa, in questo senso, dal grumo di interrogativi che si annoda attorno alle relazioni tra Italia e Stati Uniti, ed all'influenza che sulle dinamiche politico-sociali interne esse hanno esercitato. L'approccio tradizionale, che interpretava la storia delle relazioni internazionali come mera storia diplomatica , ormai largamente superato, ha lasciato campo a letture di grande finezza della politica estera italiana, nelle quali soprattutto si è cercato di far emergere una relativa autonomia di scelte atte a tutelare e sviluppare gli interessi nazionali . Si è fissato così da più parti nel biennio 1955-'56 l'avvio di una fase per certi aspetti nuova della politica estera italiana che, dopo la parentesi ?nazionalista? del governo Pella, avrebbe ripreso, con Scelba, la linea atlantista di De Gasperi, cercando tuttavia, del pari, margini più ampi di manovra diplomatica e di affermazione identitaria.


La scelta europeista, in particolare ? che ?pur tra limiti e contraddzioni? fu portata avanti tra anni Cinquanta e Sessanta, soprattutto ad opera del liberale Gaetano Martino, subentrato ad Attilio Piccioni agli Esteri nel 1954 ? rappresentò, come ha efficacemente sottolineato Antonio Varsori, il terreno di un'azione tutt'altro che trascurabile dell'Italia nei rapporti con l'asse franco- tedesco e con la Gran Bretagna. All'Italia andò il merito non solo dell'organizzazione delle tre conferenze che avrebbero portato alla ratifica del trattato istitutivo della Comunità economica europea (Messina, Venezia, Roma); ma anche dell'inserimento, nello stesso trattato, di una serie di clausole volte a tener conto della maggiore disomogeneità dell'Italia rispetto agli altri partners europei. Furono altrettante riprove ? ha osservato Varsori ? del fatto che il ruolo italiano nel ?rilancio dell'Europa? sia stato assai più attivo di quanto gran parte della storiografia abbia ritenuto, in una visione ?sicuramente ?meno eroica' rispetto al periodo degasperiano, ma probabilmente ?più pragmatica' e più legata al futuro dell'economia italiana?.


La ricerca di un protagonismo nei processi di distensione internazionale nell'ambito dell'Onu; l'attenzione allo scacchiere del Mediterraneo, nel quadro di una politica di aiuti ai paesi del Terzo mondo, supportata da una crescente sensibilità filo-araba in settori non trascurabili del partito di governo, furono gli altri due ambiti nei quali una politica estera italiana ebbe occasione di svilupparsi. Il primo è stato oggetto della lunga analisi di Luciano Tosi, che ha illustrato tappe e settori di un intervento ? dalla distensione alla cooperazione, appunto, al disarmo, con la partecipazione al Comitato dei diciotto 3 ? che, come ha sostenuto l'Autore, ?mantenne aperti spazi di dialogo che, per quanto esigui, furono utili alla comunità internazionale e rispondenti agli interessi del paese?. Altrettanto interessante, per il secondo aspetto, la ricerca presentata da Elena Calandri sulla base di una ricchissima documentazione proveniente dagli Archivi del ministero del Bilancio e di quello degli Affari esteri, e dall'Archivio del ministero degli Esteri francese, che testimonia il numero e la varietà delle iniziative assunte nel campo della cooperazione allo sviluppo dai gruppi dirigenti italiani. Fu del resto nel quadro, ben più ampio, dell'apertura della produzione italiana al commercio estero che si inserirono anche questi indirizzi politici; e molto acuto è stato il richiamo che Luciano Segreto ha fatto, evidenziando l'importanza dei rapporti di molte imprese italiane con i mercati dell'Est, all'esigenza di uno studio ?che sappia intrecciare storia d'imprese sia pubbliche che private, specie di quelle di maggiori dimensioni, capaci di operare all'estero con propri uffici e con propri rappresentanti diretti, e storie di enti pubblici come l'Ice, che hanno appoggiato tali strutture, contribuendo alla penetrazione economica italiana sui mercati esteri, e che hanno preparato il terreno per iniziative non meno significative di imprese di dimensioni inferiori, e proprio per questo meno attrezzate per svolgere tali iniziative all'estero; ma anche storie della dimensione strettamente politica della politica estera con storie delle iniziative degli addetti commerciali delle ambasciate, che hanno affiancato e spesso anticipato l'intervento degli operatori economici?. Richiamo che sarebbe senz'altro auspicabile estendere anche al delicato intreccio che ha legato politica economica e finanza nel nostro paese, e che rappresenta del resto una storia ancora tutta da scrivere.


 


2. Se europeismo e ?politica del Mediterraneo? rappresentarono gli spazi di altrettanti tentativi volti all'affermazione ed alla costruzione di una politica estera italiana 4, fu comunque il legame con gli Stati Uniti l'elemento decisivo della ricollocazione dell'Italia negli equilibri internazionali.


Il primato dell'atlantismo sull'europeismo fu anzi netto, per la ragione fondamentale espressa nel 1963 da Roberto Ducci ? ministro Plenipotenziario ? al ministro degli Esteri Piccioni: ?L'Italia non potendo essere indipendente da sola, e l'Europa essendo incapace di procedere con un'integrazione reale, allora il padrone più ricco e più lontano è sempre il migliore?. Lo ha documentato Massimo De Leonardis, elencandone in rapida successione una serie di significative conferme: la ?dichiarazione d'interesse? dell'Italia alla Free Trade Association rilasciata nel 1957 dall'Ambasciatore Attilio Cattani; l'affermazione fatta nel 1965 da Sergio Fenoaltea, ambasciatore a Washington, che per i paesi europei: ?l'influenza e la guida degli Stati Uniti sono necessarie?; il discorso nel quale il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ribadì a Lyndon Johnson che: ?il fondamento della politica estera italiana è l'Alleanza Atlantica?, aggiungendo che l'Italia era fermamente convinta della ?necessità dell'Alleanza?, e del fatto ?che senza alleanza vi sarebbe poca speranza di risolvere i problemi in Europa?.


La stessa fase del neoatlantismo ? con la quale nella seconda metà degli anni Cinquanta l'Italia intese proporsi agli Stati Uniti come partner privilegiato nel Mediterraneo ? fu, secondo l'Autore, assai più una fase di ?recupero simbolico? (quasi un ?mito?, ha detto De Leonardis aprendo su questo aspetto una breve digressione) che non l'approdo ad una reale iniziativa politica differenziata. Non solo perché fu proprio Pella, cui paradossalmente si dovette l'invenzione del termine, a sconfessarne immediatamente qualsiasi interpretazione revisionistica propugnando il più rigido ed ortodosso atlantismo. Ma anche e soprattutto perché neanche nei momenti in cui maggiore fu l'acuirsi della distanza tra atlantisti e neoatlantisti ? e, tra quest'ultimi, tra neoatlantisti di destra e di sinistra, concordi sull'opportunità di una politica estera più attiva ed attenta agli interessi nazionali, ma non sul tipo di iniziative da intraprendere ? il paese si distaccò in maniera significativa dagli Stati Uniti sulle questioni fondamentali. La parabola del ?filo-arabismo? fanfaniano si concluse del resto, in singolare coincidenza con la fine della ?monarchia? dello statista aretino, con la formazione del governo Segni nel febbraio 1959, ed il ritorno agli Esteri proprio di Pella.


Ampia è stata la concordanza sulle ragioni di fondo dell'atlantismo italiano: la convinzione, cioè, che questo legame fosse decisivo per la stabilità politica interna del nostro paese.


Anche la nascita del centro-sinistra, così, collocata in questa logica d'analisi, ha acquisito un significato assai più di stabilizzazione e consolidamento , che non di innovazione e rottura , legandosi in particolare al nodo intorno al quale sembrerebbe ruotare in maniera quasi ossessiva la politica americana verso l'Italia: la risoluzione, cioè, dell'anomalia dovuta alla presenza del più forte partito comunista dell'Occidente capitalistico. Laddove infatti, ha sottolineato ancora De Leonardis a chiusura del proprio intervento, l'assunzione di un atteggiamento critico verso gli Stati Uniti da parte del governo francese avrebbe rafforzato il governo mettendo alle corde l'opposizione comunista, in Italia un indebolimento dell'ortodossia atlantica avrebbe provocato lo sfaldamento della maggioranza e l'emergere di un terzomondismo neutralista che il Pci avrebbe senz'altro appoggiato.


È tuttavia abbastanza singolare l'apparente sottovalutazione che l'Autore ha lasciato intravedere sull'altro risvolto della politica americana verso l'Italia: quel nesso, cioè, tra atlantismo e riformismo del centro-sinistra, che De Leonardis ha sciolto rapidamente ribadendo che il centro-sinistra non avrebbe destato alcuna preoccupazione a Washington, risultando anzi ?in piena sintonia? con le tendenze dell'amministrazione Kennedy. Assai più problematicamente, sulla scorta delle minuziose osservazioni svolte in tema da Leopoldo Nuti 5, tanto Mario Del Pero quanto Roberto Gualtieri hanno invece proposto una lettura dei rapporti Italia/Usa proprio alla luce del legame tra stabilizzazione democratica e modernizzazione socio-economica del nostro paese. I nuovi documenti del Dipartimento di stato progressivamente declassificati, dimostrerebbero anzi, secondo Del Pero, che già dopo il 1953 ? ben prima, quindi, della stagione kennedyana ? ampi settori dell'amministrazione americana sarebbero stati favorevoli ad un'apertura a sinistra. In ogni caso, ha sostenuto Del Pero, le elezioni del 1953 ? evidenziando la crisi della formula centrista ? avrebbero gettato le basi di tutta la futura politica americana verso l'Italia, proprio per la convinzione che a quella anomalia si legasse un più complessivo deficit strutturale di atlantismo emerso nelle classi dirigenti italiane, al quale si sarebbe potuto rispondere in maniera diametralmente opposta: eliminando alla radice l'anomalia mettendo fuori legge il Pci (fu la posizione intransigente di uomini come George Kennan), o lavorando ad una modernizzazione italiana che ne consentisse la completa atlantificazione : posizione espressa dai circoli intellettuali del Mit e di Harvard (Walt Rostow, Max Millikan, Arthur Schlesinger Jr.), che avrebbe rivestito un peso decisivo negli anni Sessanta.


Non è facile definire con precisione i contenuti di questa modernizzazione, ha osservato concludendo Del Pero: tanto per la carenza di studi e di fonti a disposizione, quanto per la natura ideologica dei progetti americani. È un fatto incontestabile, però, che la sorpresa destata dal mancato esito modernizzatore dopo il 1963, e l'avvio della parabola discendente del centro-sinistra coincidano con la fine anche cronologica del ciclo kennedyano. Proprio tale parabola costituisce anzi, secondo le parole di Gualtieri, ?un caso emblematico per misurare la vaghezza e l'ambiguità del Grand Design kennedyano e dell'ideologia rostowiana della ?modernizzazione' ad esso sottesa?.


 


3. La ?stabilizzazione? dell'Italia in senso atlantista, capitalista-democratico, europeo, rimasta ? per usare una felice espressione di Carlo Spagnolo ? ?incompiuta? 6, generò insomma l'insieme di contraddizioni che proprio nel torno d'anni in cui si avviava l'apertura a sinistra sarebbe esplosa. L'apertura alle dinamiche internazionali, alla liberalizzazione degli scambi, alle logiche del confronto politico democratico, furono fattori di sviluppo e di propulsione di incommensurabile efficacia, come una storiografia economica oramai ampia ha dimostrato. In parziale polemica con essa, tuttavia, Michele Lungonelli ha indicato altrettanti fattori di continuità e di resistenza allo sviluppo contro i quali i primi andarono a cozzare: il peso, anomalo tra i paesi europei, del settore agricolo; la penuria di risorse naturali che aveva determinato ricadute gravi sui costi di produzione ed un sostanziale irrigidimento dei consumi privati; l'eredità pesante delle scelte autarchiche del regime fascista.


Analogamente, in campo politico, la ri-progettazione del sistema istituzionale aveva visto prevalere la scelta di una via politica alla democrazia, con un ruolo preminente e sempre crescente dei partiti. La classe politica italiana che si trovò a dirigere la transizione dal centrismo al centro-sinistra ? la cosiddetta ?seconda generazione?, secondo una definizione ormai divenuta d'uso corrente che nel corso del Convegno è stata largamente riproposta da Francesco Malgeri a proposito della Democrazia cristiana ? portò infatti, nella ricerca della stabilizzazione democratica, la doppia eredità culturale degli anni Trenta che Massimiliano Gregorio ha indicato nella propria relazione: l'idea che la rappresentanza ed il governo di una società di massa necessitassero di organizzazioni di massa; l'idea, complementare, del ?partito che si fa Stato?. Meno convincente, semmai, è apparsa la sottolineatura ? operata dallo stesso Lungonelli ? di un nesso causale tra ?arretratezza? della cultura economico-sindacale a sinistra, e mancato decollo di una politica di alti salari, del tassello, cioè, che, insieme alla produttività, aveva fatto le fortune del modello fordista negli Stati Uniti. Ciò non solo perché a ben guardare fu proprio la Cgil, o perlomeno alcuni tra i settori più significativi del suo gruppo dirigente, ad innescare ? soprattutto dopo la sconfitta subita nelle elezioni per le Commissioni interne Fiat nel 1955 ? un dibattito sull'importanza delle trasformazioni economiche e produttive, e sulla realtà di fabbrica, che oltre a dimostrarsi molto ?anticipatorio? rispetto ad effettivi ritardi nelle griglie concettuali della cultura politica comunista, si riverberò con effetti indubbiamente positivi su quella stessa cultura, costringendola ad aprire al suo interno una problematica riflessione. Non può neanche sottovalutarsi il fatto che quello stesso dibattito si contestualizzasse in un quadro di relazioni industriali caratterizzato da un predominio dell'iniziativa padronale ? che allineava governo e Confindustria, con la sponda della Confederazione cattolica ? destinato a durare fino ai primi anni Sessanta, e di oggettiva debolezza contrattuale del sindacato social-comunista, conseguenza anche della politica fortemente discriminatoria e punitiva adottata in fabbrica 7.


Innegabile, peraltro, fu la resistenza che da parte sindacale ? ma anche, ed in misura non certo minore, da parte confindustriale, attraverso il richiamo ad un esplicito appoggio alle posizioni del partito liberale di Giovanni Malagodi ? si oppose al decollo del centro-sinistra e ad una politica dei redditi che appariva invece, a più di un osservatore, ormai matura.


Sul piano economico, così, il rapido consumarsi delle attese riformatrici convogliò quelle ansie difensive di cui Piero Roggi ha evidenziato l'emergere esaminando soprattutto i contributi della rivista ?Mondo Economico?, favorendo l'azione di chiusura culminata nella stretta creditizia voluta nel 1963 dal governatore della Banca d'Italia Guido Carli.


Sul piano politico, d'altra parte, il progressivo ampliarsi del radicamento sociale e territoriale dei partiti, e la loro sempre crescente acquisizione di spazi di competenza nella gestione delle risorse, non fu accompagnato dalla costituzionalizzazione che avrebbe attribuito loro le necessarie responsabilità formali e sostanziali sul piano dell'equilibrio dei poteri.


Il ?riformismo debole? del centro-sinistra non fu legato soltanto a limiti culturali ed all'esistenza di un diffuso clima di ostilità soprattutto nel mondo cattolico, come ha documentato Ermanno Taviani riproblematizzando le interpretazioni più consolidate sul fallimento del centro-sinistra alla luce di un'originale documentazione conservata negli archivi dell'Istituto Luigi Sturzo. Incise anche, ed in misura certo non minore, la sproporzione tra gli strumenti del riformare ed i settori da riformare ; o, in altro senso, tra obiettivi e volontà del riformatore. Le tendenze corporative che attraversavano il paese ? sembrerebbe essere questo il senso dell'analisi dettagliata condotta da Guido Melis sulla produzione legislativa del periodo 1962-68 ? ebbero il sopravvento sulla communis opinio riformatrice che pure interessò trasversalmente l'arco costituzionale. Ciò diede luogo ad interventi parziali con i quali anche nei settori più delicati (urbanistica, imposizione fiscale, governo dell'economia, istruzione) si procedette ?per avanzamenti cauti, ripiegamenti prudenti, aggiustamenti progressivi del tiro, rinunce, omissioni, silenzi?. Né valse, a bilanciare il prepotere di partiti progressivamente adagiati sul ruolo di rappresentanza e gestione di questi innumerevoli interessi diffusi, la ricerca di una via giuridica alla democrazia, pur non priva di interesse, da parte dei principali organi costituzionali: illustrata dalle belle relazioni di Andrea Simoncini sulla nascita della Corte costituzionale, e di Paolo Alvazzi Dal Frate sul Consiglio superiore della magistratura.


La ?radice claudicante? della democrazia italiana, nella quale le debolezze di una integrazione delle masse nello Stato che aveva richiesto un regime dittatoriale si riversavano nel ruolo di supplenza che i partiti giocavano nei confronti dell'ingegneria costituzionale, lasciando largamente irrisolto il problema di un secolare distacco tra i cittadini e la loro proiezione di appartenenti alla civitas , sfociava così ancora una volta nella discrasia tra ?tempi della società? e ?tempi della politica?. Mentre il ritorno della polemica antipartitica, nella seconda metà degli anni Sessanta, faceva riaffiorare i tratti peculiari ed inquietanti di una democrazia che per certi aspetti non sarebbe esagerato definire plebea , e la società seguiva ormai i ritmi incalzanti del boom, la politica, staticamente ancorata alle proprie liturgie, attendeva soltanto l'esplodere di una crisi ormai prossima.



Lascia un commento:
Voto (da 1 a 5)
    1 2 3 4 5
Opinione / Commento

Attenzione, il seguente articolo è visualizzabile da tutti gli utenti.
In caso vogliate effetuare il download in pdf dell'articolo è necessario effettuare il login
Indirizzo e-mail Password
Effettua la registrazione gratuita



Scarica il testo del saggio in formato PDF
(necessaria registrazione)
Autore Ragusa Andrea
Biografia dell`autore





Carattere grandeCarattere piccolo





 

Privacy - Norme Redazionali - Contatti:
©2003-2012 Storia e Futuro - Una produzione Luxor srl