Roberto Parisini
Politiche urbane e ricostruzione in Emilia Romagna
Bologna, 26-27 novembre 2003
L'analisi storica della vicenda urbana italiana nel periodo della ricostruzione è un percorso che, per tanti versi, ancora attende di essere adeguatamente illuminato. Non molti sono infatti gli studi in argomento, e ancora meno quelli che abbiano sentito l'esigenza di fondarsi su meditati riferimenti alla vicenda storica, anche nell'ambito di quella disciplina di frontiera, e quindi inevitabilmente esposta al rischio di continui sbilanciamenti, che è la storia urbana. Non che siano mancate le stimolazioni in tal senso, a cominciare dai lavori promossi intorno a riviste come “Storia urbana” o “Meridiana”. E va anche detto che le parzialità degli specialismi hanno sempre trovato facile alimento nel relativo interesse mostrato dalla storiografia contemporaneistica propriamente detta; nonché nella grande complessità di attori e prospettive da prendere in considerazione, tutti necessari per contribuire alla costruzione di un percorso capace di saldare storia materiale delle città e dinamiche sociali, economiche, normativo-amministrative, culturali e politiche che quella storia al contempo subisce e condiziona.
Oltre a un contesto tecnico-disciplinare di forma che si modifica, il manufatto urbano rende infatti un contesto fisico di città che crescono in relazione a campagne che si trasformano, di morfologie territoriali che condizionano le morfologie sociali; un contesto politico di classi dirigenti che si sforzano di governare i mutamenti strette tra idee dello sviluppo, profili identitari di lungo periodo e mediazione degli interessi; un contesto economico che lega lo sviluppo alle condizioni territoriali, produttive e politiche.
La saldatura tra questi contesti di ricerca e la storiografia che studia l'età più vicina è avvenuta di recente in base all'acquisizione, sulla scorta delle indicazioni di geografi, sociologi ed economisti, della specifica dimensione territoriale come variabile esplicativa di processi altrimenti incomprensibili della storia nazionale. La necessità di definire aree di coerenza territoriale , fondamentali all'identificazione di più duttili e meglio articolate chiavi interpretative dei processi storici nazionali, è ora, almeno a livello di petizione di principi, preoccupazione ricorrente nel lavoro storiografico, ed elemento decisivo nella recente rivitalizzazione della storia locale.
Questa dimensione territoriale, infatti, offre lo scenario privilegiato per valutare più approfonditamente la diversa incidenza degli eventi alti , nazionali, all'interno di un rapporto tra centro e periferie dove le seconde non si limitano a replicare il primo, ma ne influenzano e modificano le incidenze con le proprie specificità, definendo una propria particolare miscela delle relazioni tra continuità e rotture.
Il tentativo di muovere verso le molteplici direzioni indicate, di definire con maggiore nitidezza problemi e ambiti di ricerca, di fissare magari alcuni punti fermi da cui procedere per gli ulteriori, necessari sviluppi del lavoro rappresenta, sinteticamente, lo scopo del convegno su Politiche urbane e ricostruzione in Emilia Romagna , organizzato all'interno del Laboratorio sulla storia dei centri storici urbani fondato da Angelo Varni presso la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.
Punti di partenza sono stati da una parte il recupero dei fili di quella riflessione complessiva su ricostruzione e storia regionale avviata ormai vent'anni fa nei lavori curati da Pier Paolo D'Attorre; dall'altra lo sforzo di coagulare i repertori specifici degli specialismi da cui comunque la storia urbana difficilmente può prescindere, e di ampliare gli orizzonti di ricerca con primi sondaggi in direzioni ancora in gran parte inesplorate. Architetti, urbanisti, geografi e storici sono perciò stati invitati, sotto la presidenza di Renato Rozzi e di Angelo Varni, a discutere il già fatto e il da farsi.
Così, nelle relazioni d'apertura dedicate agli assetti territoriali e al loro rapporto con lo sviluppo urbano, Carla Giovannini e Franco Farinelli si sono misurati con le rilevanti continuità già indicate da Lucio Gambi, scorgendovi però accanto non meno significative rotture di consolidate relazioni economico-territoriali su cui impostare un utile allargamento della riflessione.
La seconda sezione del convegno è stata dedicata agli attori della ricostruzione , nello sforzo anche qui di segnare punti fermi e definire nuovi spunti di ricerca. In questo senso non si possono non segnalare assenze significative quali gli imprenditori edili, le associazioni dei proprietari immobiliari e degli inquilini, tutti attori importanti, la cui storia deve però ancora attendere persino una sistematica individuazione delle fonti a cui pare decisamente ora di porre mano. Accanto a quello delle banche, i ruoli delle Sovrintendenze (Andrea Emiliani), degli amministratori (Roberto Balzani), degli Uffici tecnici comunali (Pier Giorgio Massaretti) consentono comunque già di mettere in scena la stretta interazione che lega da una parte élites locali, identità culturali, politiche e amministrative, livelli di procedure finanziarie e tributarie, e dall'altra pianificazione e governo dello sviluppo urbano e territoriale. Una labirintica sinergia, caratterizzata in primo luogo da radicate continuità, che arrivano dall'età liberale, si accentuano nel ventennio fascista, e si protraggono almeno fino alla stesura dei piani regolatori generali che punteggiano la seconda metà degli anni Cinquanta. In quest'ultimo particolare ambito si può misurare la complessa relazione che potè esistere tra le più moderne concezioni urbanistiche e architettoniche che attraversavano il continente a cavallo del dopoguerra e contraddistinsero l'esperienza dell' INU (Giuliano Gresleri), e le forti continuità profondamente radicate nelle identità locali che segnarono al contempo l'azione degli ingegneri-capo degli Uffici tecnici comunali, di coloro cioè che quei piani effettivamente stesero e realizzarono.
Sembra quasi di leggere specularmene del difficile rapporto centro/periferie che segna anche la vicenda dei finanziamenti pubblici studiata da Andrea Giuntini. Questi infatti risultano molto più affidati all'allargamento del protagonismo municipale ( parzialmente già visto in età giolittiana), all'accentuazione della governance locale stimolata in questo caso dall'insufficienza dell'attività programmatoria dello Stato, relativamente interessato a finanziare il rinnovamento della dimensione urbana, a maggior ragione in una regione in gran parte affidata a giunte nemiche .
La terza sezione si è proposta di individuare, all'interno del ben noto policentrismo che caratterizza la regione, alcune aree di coerenza territoriale che potessero offrire i necessari casi di studio attraverso cui verificare il complessivo intrecciarsi delle ipotesi settorialmente avanzate. Le aree identificate e analizzate sono state due: quella imperniata sull'asse centrale della via Emilia da Reggio a Bologna studiata da Micaela Gavioli e Giuliano Muzzioli, e quella del delta del Po, affrontata dalle relazioni di Paolo Bolzani, Roberto Parisini e Alberto Pedrazzini. Si tratta di aree che giustificano la loro omogeneità in una chiave economico-sociale che avrebbe condensato le sue principali componenti da una parte nelle forme di un'imprenditoria diffusa, dall'altra, nell'estrema debolezza degli interlocutori locali, nelle forme di un'industria di Stato che investe e modifica il territorio senza stabilire alcuna relazione con il tessuto locale. Aree dunque che nell'acquisizione di una fondamentale diversità nello sviluppo della relazione città/territorio – benché innestata nel lungo periodo di componenti per tanti versi assimilabili, a cominciare dalla radicata egemonia degli imprenditori agricoli e di una campagna che governa la città – rendono immediatamente corposa la comparazione delle rispettive vicende urbane.
Accolta la continuità come nodo fondamentale della ricostruzione, tutti gli studiosi citati hanno identificato tra i punti centrali da cui muovere, la contraddittoria modernizzazione promossa dallo Stato dirigista e corporativo fascista, che impose decisive trasformazioni al tessuto del paese in chiave di industrializzazione anche in aree alternative a quelle classiche del triangolo industriale, e all'interno delle quali è nettamente ravvisabile l'enorme complicarsi delle strutture e delle funzioni urbane da governare. L'Emilia Romagna è, in questo senso, area ampiamente mobilitata dal regime attraverso i suoi numerosi grandi gerarchi nati in regione.
Tutto questo comportò una formidabile sollecitazione al ruolo degli enti e delle amministrazioni locali, degli ordini professionali – a cominciare da quello dei costruttori -, della speculazione fondiaria, delle progettazioni urbanistiche, dell'edilizia popolare, delle nuove zone industriali, delle infrastrutture e dei servizi, del risanamento dei centri storici, dei ruoli bancari e finanziari; sollecitazione al ruolo delle identità economiche e sociali dei gruppi dirigenti che imposero una certa idea dello sviluppo della città e del suo territorio. Tutte cose che rappresentano, insieme alle specifiche emergenze postbelliche, il patrimonio fondamentale che definisce e indirizza tutti i singoli attori che si troveranno a dover realizzare la ricostruzione, in un contesto che pure è quello democratico della partecipazione popolare, ma anche della guerra fredda e del ripensamento delle precedenti esperienze municipali.
È un complesso intreccio tra continuità e innovazione, tra poteri e saperi che segna profondamente il riemergere delle città dalle rovine belliche e il loro rapporto con il territorio circostante. Intreccio su cui appare particolarmente utile fare luce: in primo luogo perchè la storia urbana della ricostruzione non rischi di essere semplicemente risolta nella discrasia tra le grandi speranze della pianificazione e i deludenti esiti concreti che a questa avrebbero puntualmente fatto seguito.