N. 3 - Dicembre 2003


ISSN 1720-190X





Alberto Malfitano

Commento a: M. Franzinelli, Squadristi

Mimmo Franzinelli, Squadristi, Milano, Mondatori, 2003 Squadrismo è un termine che è entrato a far parte del lessico comune dopo le tristi imprese del fascismo delle origini, e in effetti indica un fenomeno politico e di costume che è connaturato alla nascita e ai primi anni "eroici" del movimento, quando si è reso protagonista del connubio inscindibile tra politica e violenza sistematica. L'attento studio di Mimmo Franzinelli si rivolge a quel periodo, agli anni compresi tra il 1919 e il 1922, quando la distinzione tra squadrismo e fascismo è veramente difficile da compiere e si può casomai parlare, come l'autore fa, di un fascismo urbano, intriso di animosità di ex arditi ed inquietudini futuristiche, e uno agrario, che prendono di volta in volta l'iniziativa pur senza perdere di vista il filo conduttore della propria azione politica, il marchio del propria natura: la violenza, organizzata e brutale, contro gli avversari. Il libro di Franzinelli segue molto bene il crescendo dell'azione delle squadre, dai difficili e temerari esordi milanesi del 1919, all'esplosione di violenza in pianura padana del 1920-'21, fino alla presa del potere con la marcia su Roma, episodio tanto deludente per i protagonisti quanto mitizzato successivamente, nel momento in cui l'"epopea" squadristica diventerà archetipo dal quale attingere gli esempi di virtù fascista per le nuove generazioni. Per quanto esistano numerosi e qualificati studi sui primi anni del movimento e quindi le azioni delle squadre siano già state documentate, quest'opera ha il merito di raccogliere tanti studi locali sulla nascita del fascismo ma in particolare di focalizzare l'attenzione sull'apparato militare delle camicie nere, di studiare le loro tattiche, il loro armamentario, i loro componenti, quasi tutti giovani o giovanissimi, al punto che non sembra errato parlare di squadrismo all'interno di un più ampio discorso non solo sulla lotta politica ma anche sul ribellismo giovanile post bellico. I protagonisti della storia sono infatti giovani fascisti, ai quali fanno da contraltare due interpreti che con la loro evanescenza portano la responsabilità della fine della democrazia in Italia: il movimento socialista, inteso sia come partito, sia in particolare come insieme di leghe, cooperative, amministrazioni, oggetto del devastante attacco delle squadre; e le istituzioni liberali, lo Stato. Stato che nelle sue articolazioni abdicò senza combattere al fenomeno nuovo, quasi consunto dalla propria debolezza e dalla presunzione di aver trovato un supplente nella gestione dell'ordine e dell'azione antiproletaria. E' impressionante scorrere l'elenco di violenze via via crescenti una volta che il fascismo si rese conto della inconsistenza dei propri avversari. Il partito socialista fu incapace di opporre una tattica difensiva sul campo e di elaborare una strategia di più lungo periodo. Durante il biennio rosso aveva talmente atterrito la borghesia, senza peraltro alcun risultato tangibile al fine della proclamata rivoluzione, che nell'agosto 1922 lo sciopero legalitario contro la fine delle violenze non fece altro che aizzare ulteriormente i fascisti, abilmente travestitisi da difensori dell'ordine di nuovo messo in pericolo dai "sovversivi". Esempio sia della incapacità dei dirigenti socialisti, sia della generosità di tanti militanti, che finirono per pagare amaramente il loro impegno. Non che nel biennio 1919-'20 violenze e prepotenze fossero rimaste lontane dall'azione socialista, ma erano episodi che non travalicavano nella violenza sistematica utilizzata per sconfiggere, umiliare, annientare il nemico. Si leggano in particolare i capitoli centrali, quelli forse che più colpiscono. L'autore utilizza, come nel resto dell'opera, numerose fonti di diverso tipo, dalla memorialistica degli stessi squadristi, ai documenti delle autorità ufficiali, degli avversari e degli studiosi del fascismo. Riesce molto bene in particolare la ricostruzione della condizione di abbandono in cui veniva a trovarsi il cittadino, il militante socialista, l'organizzatore di lavoratori, che malauguratamente era fatto oggetto delle "attenzioni" fasciste. Le debolezze del governo, le connivenze delle forze dell'ordine (a quando l'apertura agli studiosi dell'archivio dell'Arma dei carabinieri? si domanda giustamente Franzinelli), la remissività del Psi dopo tante parole incendiarie, fecero sì che tanti affrontassero da soli il manganello e l'olio di ricino, ma anche la rivoltella, il moschetto e le bombe a mano delle squadre in camicia nera. Una lotta impari, che non poteva che terminare con la sconfitta sia del movimento operaio sia dello Stato liberale, fino all'ultimo capace solo di grida di sapore manzoniano contro le violenze di parte. A corredo di un'opera scorrevole e ben documentata, due interessanti appendici completano il quadro: cento schede di squadristi, utili per verificare la provenienza di tanti protagonisti, e in particolare il peso della guerra e del suo ricordo, e una cronologia che scandisce il rosario di sopraffazioni con cui il fascismo si fece largo sotto la sapiente regia di Mussolini, che da bravo tattico seppe utilizzare la violenza dei ras per porla al servizio dell'ala politica del movimento, come la marcia su Roma, con la presa del potere mascherata da rivoluzione, dimostrò. Il resto sarebbe stata mitologia creata ad hoc dal regime e sopravvissuta poi alla fine stessa del fascismo, che sotto Salò riscoprì le "sane" origini squadristiche per la drammatica resa dei conti finale.



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Autore Malfitano Alberto
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