N. 3 - Dicembre 2003

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Francesco Silvestri

Commento a: Y. Durand, Il Nuovo ordine europeo - La collaborazione nell'Europa tedesca (1938-1945)

Yves Durand, Il Nuovo ordine europeo - La collaborazione nell'Europa tedesca (1938-1945), Il Mulino Biblioteca storica, 2002


L'obiettivo di Yves Durand, uno dei massimi studiosi della Seconda guerra mondiale in Francia, in quest'opera è offrire uno sguardo comparativo e d'insieme sui regimi politici che collaborarono con la potenza tedesca durante il periodo che va dal 1938 al 1945, gli anni dell'occupazione nazista dell'Europa.
È falso affermare che la collaborazione sia stata un atteggiamento diffuso tra popolazioni sottomesse all'egemonia nazista, così come è egualmente errato confondere la collaborazione vera e propria con la coabitazione forzata. Il punto di partenza del lavoro di Durand, pertanto, è il tentativo di distinguere con maggiore precisione la "collaborazione" dal "collaborazionismo", intendendo con il primo termine l'atteggiamento delle forze politiche tradizionali - a volte già al potere - nel quadro del nuovo ordine, e con il secondo la posizione delle minoranze naziste nazionali all'ombra del potente invasore. Se questa distinzione non è netta, vista la molteplicità di casi non riconducibili pienamente ad alcuno dei due archetipi, l'esistenza di caratteri simili nell'Europa controllata dal Terzo Reich, quali le alleanze di governo tra forze tradizionaliste e filo-fasciste, la nascita ed il consolidamento di milizie paramilitari, la presenza sul territorio di forze di occupazione, non devono tuttavia accreditare l'idea di un'omogeneità assoluta nei canoni di collaborazione con la potenza nazista.
Gli elementi fondamentali per comprendere questo diverso atteggiamento e perché la gerarchia nazista abbia favorito situazioni di un tipo o dell'altro in relazione ai casi, sono due: da un lato, la collocazione del Paese occupato nel disegno geopolitico e razziale nazista; dall'altro, il contributo che il Paese stesso era chiamato a dare alle esigenze economiche del Reich.
Nella farneticante ottica razziale nazista - un'ottica che pervade non solo le SS o gli esponenti più estremisti dell'apparato, ma anche istituzioni quali la Wermacht - il seme della debolezza è il meticciato, a cui due sole razze sfuggono: quella ariana e quella ebraica. Questa ideologia produce una volontà "positiva" di incorporazione alla madre patria (divenuta il Reich) di tutti i popoli germanici dispersi ed una "negativa" di eliminazione-sottomissione di tutte le altre razze. Il grado di affinità alla "stirpe germanica" del Paese occupato, pertanto, induce un atteggiamento più benevolo negli occupanti, che preferiscono appoggiarsi a governi fantoccio intermediari tra la potenza nazista e la popolazione. Anche in questi casi, tuttavia, si assiste ad una molteplicità di situazioni, dai governi tradizionalisti di Norvegia e Danimarca alle Amministrazioni impolitiche a direzione tedesca di Belgio e Olanda, dove i quadri dell'apparato burocratico assunsero il compito di mandare avanti la macchina statale in previsione di una futura annessione al Reich. Quando invece l'affinità razziale non sussiste, viene imposta l'occupazione militare diretta; è il caso degli Stati slavi, quali i territori dell'Unione Sovietica invasa, dove le proposte di collaborazione con l'occupante tedesco in chiave nazionalista di indipendenza dall'imperialismo russo sono presto rifiutate.
Un altro fattore di spiegazione del diverso trattamento destinato ai singoli Paesi, è il loro potenziale contributo alle esigenze economiche del Reich. Dove tale sfruttamento riguarda l'inserimento di un'economia produttiva e matura nell'orbita del nuovo ordine nazista, con fornitura di prodotti industriali e manodopera, risulta efficace un controllo mediato da governi nazionali a maggioranza tradizionalista, più adatti a favorire la collaborazione della popolazione; è questo il caso della Boemia, dei Paesi nordici ed anche della Francia. Dove invece lo sfruttamento riguarda la brutale depredazione di materie prime (risorse fossili, metalli industriali o beni agricoli), con situazioni simili allo sfruttamento della popolazione locale più che al suo coinvolgimento, prevale l'occupazione diretta o l'insediamento al potere di minoranze fasciste nazionali; è questo il caso di molti Paesi balcanici (Grecia, Jugoslavia, Romania) e slavi.
Nella prima fase dell'occupazione, l'invasore nazista tende a bloccare i tentativi di presa di potere dei movimenti filo-fascisti locali, spesso minoritari e isolati nel panorama politico nazionale, in favore di soluzioni tradizionali, che godono di maggiore favore e legittimazione da parte della popolazione. L'obiettivo tedesco è quello di evitare la nascita ed il rafforzamento di focolai di lotta che avrebbero impegnato le forze armate tedesche, necessarie sul teatro bellico orientale, in una defatigante azione di ordine pubblico.
Questo atteggiamento muta completamente nel 1942-'43, quando l'avanzata nazista in Unione Sovietica si arresta e, dopo il fallito assedio di Stalingrado, si trasforma in ritirata. La necessità di procedere ad un sempre più profondo sfruttamento delle risorse economiche dell'Europa occupata da un lato, i sempre più decisi tentativi di sganciamento dall'orbita nazista dei molti "collaboratori" di area tradizionalista, oltre al rafforzamento dei movimenti clandestini di resistenza, dall'altro comportano una maggiore influenza delle posizioni più estreme all'interno del "polinucleato" panorama nazista. Questa situazione si manifesta in un inasprimento del regime di occupazione e nella contestuale "fascistizzazione" dei governi locali: è solo dal 1942, non a caso, che Quisling diviene Primo ministro in Norvegia, che a Pétain è "consigliato" di riprendere al proprio fianco Laval e che Bene? è definitivamente allontanato dal governo in Boemia.
Durand in questo saggio non si limita all'analisi dei meccanismi del collaborazionismo nei diversi contesti europei, ma si concentra in particolare sul caso francese. Il suo obiettivo, in questo senso, è duplice: contestare definitivamente i tentativi di rivalutazione di Pétain e del regime di Vichy come "scudo" della popolazione contro la rigidità dell'occupazione nazista, dando così il tempo alla "spada" gollista di organizzare la rivincita; al tempo stesso, dimostrare che il collaborazionismo petenista - certamente avulso da particolari affinità con il nazismo - è risultato decisamente più utile alle mire dell'occupante rispetto alle posizioni apertamente filo-fasciste dei Laval e dei Déat, i campioni del collaborazionismo francese.
L'interesse tedesco per la Francia è di sfruttamento di un'economia industrializzata e di "chiusura della porta posteriore" dell'Europa, nel momento in cui si prepara l'Operazione Barbarossa. Il presunto pericolo di annientamento e inglobamento del Paese - spesso sbandierato da una certa storiografia revisionista - non sussisteva, poiché la Francia non rientrava tra i territori di stirpe germanica (al contrario, ad esempio, dell'Olanda), né il popolo francese era oggetto del disprezzo nutrito per le "razze inferiori", quali gli slavi. Pétain, ciononostante, organizza un sistema di coabitazione sincera con il nazismo, sia pure nascosta da un'autonomia ed una sovranità di facciata, rinunciando ai maggiori gradi di libertà di cui la politica nazionale avrebbe potuto godere. Ma se l'affinità tra il regime di Vichy ed il nazismo non è di carattere ideologico, vi è un'innegabile vicinanza politica, evidente tanto nella concezione militarista del potere e nel disprezzo per i meccanismi della democrazia, quanto nell'adesione all'impostazione corporativa e anticoncorrenziale dell'economia.
È questa, secondo Durand, la colpa incancellabile del Maresciallo Pétain.

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