|
Paolo Mattera
Commento a: M. Ridolfi, Le feste nazionali
Maurizio Ridolfi, Le feste nazionali, Il Mulino, Bologna, 2003
L'antropologia insegna ormai da tempo che nessun organismo sociale (né i piccoli gruppi, né le comunità nazionali) può sopravvivere senza un'autorità riconosciuta e un corpus di valori condivisi. Sono proprio le categorie e i principi di riferimento che permettono ai cittadini o agli aderenti di interpretare il proprio ruolo e il proprio compito all'interno della comunità, sviluppando un'identità collettiva. Questi valori, però, non possono essere fissati una volta per tutte e dati poi per scontati. Per dirla con Durkheim: "Non può esservi società che non senta il bisogno di conservare e rinsaldare a intervalli regolari i sentimenti collettivi e le idee collettive che costituiscono la sua unità e la sua personalità". Come fare per ottenere questo risultato e, in tal modo, evitare che la comunità si disgreghi progressivamente con l'emergere degli egoismi individuali? Ecco allora l'importanza dei grandi incontri collettivi, regolati da un preciso rituale e arricchiti da un forte simbolismo.
Questo preambolo ci è servito per introdurre l'ultimo lavoro di Maurizio Ridolfi dedicato alle feste nazionali. La storiografia infatti da tempo attinge dalle scienze sociali, registrando risultati molto lusinghieri; sicché, recentemente le contaminazioni con l'antropologia sono state sempre più frequenti. Ridolfi è tra gli studiosi che con maggiore energia si è dedicato a questo rinnovamento e alla definizione di un nuovo statuto scientifico della disciplina. L'attenzione è stata quindi rivolta ai grandi rituali collettivi che caratterizzano la società contemporanea.
Nei raduni, trovarsi fisicamente con altre persone che condividono le stesse scelte e compiono i medesimi gesti gratifica e rassicura i partecipanti. Soprattutto nelle situazioni di crisi, perciò, i grandi incontri, debitamente inseriti in una coreografia suggestiva, rafforzano l'identità degli aderenti. Non a caso per secoli la Chiesa ha fatto largo uso di questi rituali. Nel '900 però, la politica di massa si è impadronita dei rituali religiosi, usando i raduni come strumento di celebrazione e come mezzo di proselitismo. I protagonisti di questa svolta sono stati sia i partiti sia i nuovi stati-nazione, bisognosi di aggregare il consenso dei cittadini e sviluppare in essi un forte senso di appartenenza. In questo contesto rientrano le feste nazionali. E l'Italia non è stata da meno, sin dal compimento dell'Unità.
Il volume di Ridolfi è diviso fondamentalmente in due parti. Nella prima si racconta la storia di un esperimento che, pur con alterne fortune, non si è mai definitivamente compiuto: formare tra gli italiani una religione civile adeguata, capace di suscitare un senso di lealtà molto forte verso le istituzioni nazionali. La narrazione dei primi tre capitoli parte quindi dai tentativi compiuti in età liberale di formare una religione della patria attraverso le feste nazionali che, catalizzando l'attenzione sui simboli della monarchia, celebravano lo statuto e il XX settembre. Passa poi per la sacralizzazione della politica durante il fascismo e approda al tormentato percorso di definizione di un calendario civile in età repubblicana.
Qui comincia la seconda parte del lavoro che, concentrandosi sulle principali feste nazionali della Repubblica, dedica a ciascuna di esse un capitolo. Apprendiamo quindi nel dettaglio le modalità di nascita (o rinascita) delle celebrazioni in occasione del 4 novembre, del 25 aprile e del 2 giugno; seguiamo poi la loro tormentata e tortuosa evoluzione lungo le vicende dell'Italia repubblicana.
L'ultimo capitolo infine si proietta verso il presente. Prendendo le mosse dalla crisi del sistema politico all'inizio degli anni Novanta, racconta i tentativi compiuti di rinsaldare i legami collettivi degli italiani in una situazione di grande fluidità. Si arriva poi all'oggi, con il nuovo accento posto dal presidente Ciampi sui valori della nazione, su alcuni monumenti simbolo (come il Vittoriano) e su alcune feste che recentemente erano apparse notevolmente appannate (come il 2 giugno). La narrazione rimane quindi come in sospeso e si chiude con un interrogativo irrisolto: "Occorrerà vedere fino a che punto le sollecitazioni e le indicazioni provenienti dal vertice delle istituzioni riusciranno a rimotivare le ragioni ideali della politica e a mettersi in sintonia con uno spirito civile dei cittadini italiani finalmente ridestato".
|
|