N. 3 - Dicembre 2003


ISSN 1720-190X






Giuliana Bertagnoni

Commento a: L'impiegato allo specchio, a cura di A. Varni e G. Melis

L'impiegato allo specchio, a cura di Angelo Varni e Guido Melis, Torino, Rosemberg & Sellier, 2002 Molteplici sono gli spunti di riflessione che emergono dal volume collettaneo L'impiegato allo specchio, curato da Angelo Varni e Guido Melis per la collana Storia del lavoro che il "Centro di ricerca e documentazione per la storia del lavoro in Italia in età contemporanea" della Fondazione della Cassa di Risparmio di Imola pubblica con Rosemberg & Sellier [1]. Come sottolinea Guido Melis, nell'introduzione all'opera, nei diciassette saggi che compongono il volume l'impiegato italiano è analizzato secondo due punti di vista "distinti ma convergenti". Il primo è lo "sguardo da fuori": come l'impiego amministrativo è stato rappresentato dal e all'esterno (nella letteratura, nei giornali, nella satira, nella propaganda delle istituzioni stesse, nella fotografia, nella televisione e nel cinema, nel web). Il secondo è lo sguardo (e le voci) dall'interno: come l'impiego amministrativo si autorappresenta (nell'architettura dei palazzi e negli ambienti di lavoro, nelle tecnologie, nella documentazione amministrativa, nello stile e nei linguaggi, nei rituali dentro e fuori l'ufficio, nelle memorie e nei diari, negli epistolari, nei necrologi e nelle commemorazioni). I saggi si articolano nel corso del volume seguendo questi due livelli paralleli, che hanno numerosi snodi comuni già partendo dal primo contributo. Infatti, sottolinea Luciano Vandelli, molto spesso nella letteratura il pubblico impiego è stato rappresentato, piuttosto che dall'eterno, direttamente dall'interno, dal momento che molti, celeberrimi, letterati hanno svolto incarichi a diversi livelli nella pubblica amministrazione. In svariate biografie l'impiego rappresenta una fase giovanile, in cui le pulsioni artistiche non bastavano a soddisfare le prosaiche esigenze di sostentamento. In tante altre, la carriera impiegatizia accompagna e stimola quella letteraria, fornendo suggestioni attraverso gli ambienti, i colleghi, le pratiche con le quali si ha una famigliarità quotidiana. E l'analisi di Vandelli prosegue citando esempi eccellenti, da Maupassant a Gogol', da Kafka a Heirich Böll, insieme a numerosissimi altri. Da un angolo di osservazione più esterno si pone invece l'occhio che osserva - e con la penna riporta - il mondo del pubblico impiego sulla stampa periodica. Angelo Varni, che passa in rassegna un secolo di inchieste giornalistiche sul tema, rileva come prevalgano, nell'avvicendarsi dei momenti storici, gli stereotipi e i luoghi comuni che rappresentano la pubblica amministrazione impenetrabile ai ritmi pulsanti della società, chiusa in un formalismo autoreferenziale, popolata da personaggi che, con la lentezza che caratterizza lo svolgimento delle pratiche burocratiche, aspettano riforme da più parti auspicate ma sempre disattese, nel generale disinteresse per i veri bisogni dei cittadini. Tale vulgata abbandona questa superficialità di tono solo per lamentare casi di malcostume imperante o, addirittura, denunciare episodi di corruzione. Ricco di contenuti è invece il tema dell'amministrazione e del suo personale qualora diventi terreno di confronto fra schieramenti e ideologie, all'interno del più generale dibattito politico-partitico. Varni si dedica quindi all'analisi degli articoli di questo taglio sulle testate giornalistiche dalla fine dell'Ottocento agli anni Novanta del Novecento, alle soglie dei quali si arresta, "sospendendo il giudizio" sugli esiti di quel decennio portatore delle agognate riforme all'interno di un processo di rinnovamento complessivo delle pubbliche istituzioni. Seguono i saggi di Pasquale Beneduce, che passa in rassegna l'immagine dell'"impiegato" restituita dalla lente deformante del grottesco e del satirico; Roy Menarini, che analizza il lavoro pubblico nel cinema italiano, da Le miserie del signor Travet (Mario Soldati, 1946) a Impiegati (Pupi Avati, 1984), ripercorrendo un quarantennio di fiction nelle interpretazioni dei più popolari attori nazionali quali Fabrizi, Rascel, Totò, Manfredi, Sordi, Villaggio; Maria Adelaide Frabotta, che osserva invece il mondo dell'impiego amministrativo attraverso i documentari e i cinegiornali, individuando l'immagine che di sé negli anni Cinquanta le istituzioni stesse costruiscono per l'esterno, cui fa da contraltare il moderno concetto della comunicazione pubblica inaugurato con le riforme degli anni Novanta (e la nascita degli uffici stampa, degli uffici relazioni con il pubblico, degli sportelli unici). Questo tema dell'approdo, nell'ultimo decennio del secolo scorso, a un nuovo concetto di pubblico, per lo meno nelle speranze del Legislatore che ha approntato l'innovativo corpus legislativo, viene ripreso e, infine, affrontato da Cristiana Bolognesi, che sposta l'attenzione sulla comunicazione on line della pubblica amministrazione, simbolo di un nuovo traguardo in quel lento processo di trasformazione del rapporto con il cittadino, ora posto - in nome dei concetti di efficienza, efficacia, economicità - al centro di qualsiasi percorso innovativo e comunicativo. In particolare, l'improvvisa accelerazione nello svecchiamento della burocrazia è stata favorita dai siti Internet dei comuni e dalle reti civiche, che la Bolognesi analizza nel dettaglio, i quali, oltre a promuovere una nuova immagine delle istituzioni e del loro ruolo nella vita della popolazione civile, hanno favorito lo sviluppo della società dell'informazione, alfabetizzando i cittadini alle nuove tecnologie. Per quanto, come si diceva, i piani della rappresentazione e dell'autorappresentazione dell'impiegato pubblico siano strettamente connessi, gli autori che seguono sviluppano e approfondiscono soprattutto il secondo tema, eccetto una sezione fotografica, dedicata alle immagini che hanno contribuito a consolidare alcuni modelli impiegatizi nell'immaginario comune. Così Giovanna Tosatti ricostruisce la storia dei palazzi - alcuni dei quali ormai assurti a simbolo il potere centrale tanto da essere comunemente identificati con le istituzioni stesse che li abitano (è il caso di Montecitorio o del Viminale) -, osservando come alle base delle scelte operate vi sia sempre stata una generalizzata convinzione che decoro esterno, architettura e simboli statutari siano elementi determinanti nel rapporto dei cittadini con il potere. Marina Giannetto e Federico Lucarini si concentrano, invece, l'una sulle procedure, analizzando il procedere della meccanizzazione nello stato liberale prima, nel fascismo e nella repubblica poi, via a via sempre più collegato ai concetti di modernizzazione, produttività e razionalizzazione (e più in generale di riforma quale approccio integrale ai problemi della pubblica amministrazione); l'altro sulla cultura amministrativa, passando in rassegna i Comuni italiani dal 1894 alla vigilia della prima guerra mondiale. In questo viaggio nell'autorappresentazione, ancora più in profondo scendono Enrico Gustapane, Luisa Montevecchi e Dora Marucco, addentrandosi nell'universo più intimo dei soggetti protagonisti della vita negli uffici: quello delle memorie individuali il primo, quello degli archivi personali la seconda, quello dei necrologi e delle commemorazioni la terza. Giovanni Focardi e Michele Luminati analizzano invece i linguaggi della burocrazia: il primo nelle parole del Consiglio di Stato, fra la fine della guerra e i primi anni Cinquanta, il secondo in quelle della Magistratura italiana, nell'ultimo cinquantennio del secolo. Infine, Vida Azimi e Rainer Maria Kiesow lasciano correre lo sguardo sulla dimensione europea. Quello che emerge, alla fine della lettura, è uno spaccato ricchissimo di spunti. In particolare Guido Melis, nell'introduzione all'opera, ne individua e segnala all'attenzione tre. Il primo è la necessità di storicizzare l'immaginario collettivo legato al lavoro pubblico. Infatti questo, percepito come un "laboratorio della modernità" nell'Ottocento, perde tale valenza positiva fino ad essere pensato, nel tardo Novecento (la cesura sono gli anni Sessanta), come "la vera palla al piede dello sviluppo"; fino ad arrivare, aggiungiamo noi, agli sviluppi più recenti che di nuovo sembrano rovesciare questa visione. Il secondo è la forza di condizionamento che esercita il lavoro pubblico, anche rispetto alle altre professioni, sui modelli di comportamento, sugli stili di vita, sull'ideologia, sull'universo valoriale, dominando mentalità, linguaggi, inclinazioni personali, e via dicendo. Il terzo è l'isolamento dell'universo burocratico dall'esterno, la sua sostanziale autosufficienza culturale in una dimensione quasi impermeabile al resto del mondo. Le tre chiavi di lettura, che abbiamo cercato di ripercorrere in questa veloce carrellata sui saggi, vengono arricchite dall'intersecarsi dei piani interno/esterno di cui abbiamo detto, attraverso i quali si riflette, a volte deformata, l'immagine dell'impiegato e si rifrange, come in uno specchio magico, uno sguardo sulla sua "anima".





Download
Scarica il testo del saggio in formato PDF

Autore Bertagnoni Giuliana
Biografia dell`autore





Carattere grandeCarattere piccolo



 

Privacy - Norme Redazionali - Contatti: info@storiaefuturo.com
©2003-2008 Storia e Futuro - Una produzione Luxor srl