Fabio Bertini
Per una bibliografia del movimento sindacale. Le originiVi è sicuramente bisogno di un più ampio spazio per lo studio della storia sindacale, progredendo ancora nella direzione suggerita da tempo di un'attenzione specifica e libera da motivazioni esterne (Varni 1982). E vi è bisogno intanto di un approfondito studio sulla storia delle origini del movimento sindacale, in quanto c'è da raccordare una serie di filoni e di contributi nei quali si rispecchia una straordinaria complessità di elementi fondanti le diverse tradizioni organizzative italiane, non tutte strettamente intrecciate alla classe, all'ideologia, ai partiti, non tutte riconducibili all'autonoma iniziativa dal basso, affluenti da vari percorsi formativi e organizzativi capaci di spiegare ancora oggi la variegata articolazione dell'universo sindacale in termini di stratificazione delle culture e dell'organizzazione sindacale.
Sarebbe necessario dar corpo, prima di tutto, ad una grande bibliografia sulle origini del movimento organizzato dei lavoratori, che raccogliesse i tanti studi di carattere generale, particolare e localistico in cui si rispecchia quella articolazione. Niente più della dimensione locale giova, nel caso italiano, derivante da una lunga tradizione corporativa, dalla molteplicità legislativa degli antichi stati, dal sottofondo religioso e laicale, dalla cultura delle classi dirigenti, dalle istituzioni comunitative, da un insieme variegato di sistemi economici manifatturieri e agricoli, alla comprensione del farsi di fenomeni destinati a proiettarsi nelle prime strutture associative e sindacali. Ma è necessario, proprio per questo, sfuggire all'isolamento delle esperienze di studio e perseguire una sintesi che proietti gli studi con grande sicurezza euristica nel tema fondamentale delle origini dell'associazionismo sindacale, il cui baricentro si colloca nel XIX secolo.
Lo studio sulle origini del movimento sindacale italiano fruisce oggi di diversi possibili apporti. Vi sono infatti recenti studi importanti sul mutualismo
1, altri sulla cooperazione
2, altri ancora sul movimento operaio
3. Essi si possono comporre con le suggestioni porte dallo studio politico, economico e sociale sull?Ottocento e sulla modernizzazione, componendosi anche tra loro, in quanto il movimento sindacale appare prima di tutto il frutto di un procedere assai complesso, in cui tutti i fattori indicati interagiscono, cavalcando un percorso di storia sociale e di cultura delle classi popolari di estremo interesse. E non v?è dubbio che sia reale il bisogno di approfondimento che ancora riguarda una materia tanto intricata, se non altro sotto il profilo organizzativo e associazionistico.
Un simile studio comporta, in primo luogo, una questione di periodizzazione. Quando collocare l?avvio di una storia del movimento sindacale? Va associata al sorgere del movimento operaio organizzato, delle prime manifestazioni di lotta, delle prime repressioni? A mio avviso, lo studio del movimento sindacale deve collocarsi in un?area temporale più vasta, in quanto il senso dell?organizzazione collettiva degli interessi, intorno al quale si forma una cultura propria del movimento operaio e si pone anzi in grado di contribuire al più generale insieme che al movimento operaio fa riferimento, comincia molto prima ed affonda nel passaggio dall?organizzazione corporativa degli antichi regime ai più moderni sistemi produttivi.
Su questo tema, occorre tener presenti alcuni fondamentali riferimenti al tessuto produttivo ed economico-sociale scaturito dalla disgregazione del sistema produttivo tipico degli antichi regimi che si ebbe soprattutto con l?attacco al sistema delle corporazioni compiuto in molte parti d?Europa dietro la sollecitazione imposta dalla rivoluzione industriale inglese. Ciò soprattutto in quanto nella consistenza e nei nomi stessi di alcune associazioni mutue qua e là esistenti agli inizi dell?Ottocento è evidente la provenienza da quel mondo corporativo e dall?aggregazione legata soprattutto all?Arte, sistema fondamentale dell?impianto corporativo che la cultura illuminista dell?economia aveva messo all?indice come responsabile del ritardo continentale (Dal Pane 1940; Caizzi 1965; Malanima 1982).
Tutto ciò corrispondeva a mutamenti profondi anche del sistema sociale che si accompagnavano ad un inserimento sempre maggiore di ceti nuovi e che sarebbero stati accelerati, nell?area dominata dal sistema napoleonico, da ulteriori spinte alla modernizzazione produttiva, alla divisione del lavoro, alla gestione amministrativa delle comunità. E questo insieme agiva anch?esso contro l?armonia corporativa con cui erano stati governati in precedenza i mestieri ed i rapporti tra i diversi gradi del sistema produttivo manifatturiero, e produceva anche dialettiche importanti e tali da sollecitare l?intervento dei governi. Non a caso, del resto, nel 1820, in un contesto già denso di fermenti liberali, nel Ducato di Parma veniva emanata una normativa contro gli accordi tra datori di lavoro tendenti a diminuire le paghe, così come colpiva l?accordo tra gli operai per boicottare le lavorazioni o astenersi da esse (Masè Dari 1891). Che era poi anche questa degli stati una cultura ordinatrice già provata, visto il dispositivo della legge Le Chapellier, scaturita in seno all?Assemblea Nazionale francese, nel 1791, che proibiva le associazioni tra gli operai e l?organizzazione corporativa, e che avviava un capitolo rilevante di quelle che un giorno si sarebbero chiamate le relazioni industriali, introducendo il concetto di sciopero come violazione della libertà di commercio, ma aprendo un solco notevole tra i vecchi cooperanti del sistema corporativo, oltre a fissare un principio di intervento dello Stato di grande rilievo.
Fin qui l?aspetto conflittuale e normativo, ma si ponevano anche in quel periodo le basi per un altro importante questione, attinente più decisamente ai risvolti sociali delle questioni legate al lavoro. Fu specialmente evidente questo anche in Italia nel decennio 1840-1850, in cui si aprì un confronto importante sul lavoro dei fanciulli nelle manifatture tessili lombarde e piemontesi, specchio anche qui di un mutamento nell?organizzazione del lavoro che, affiancando o talvolta sopravanzando, il sistema familiare-patriarcale delle botteghe artigiane e che si riversò anche nel dibattito sugli ?Annali Universali di Statistica? e che continuò ancora oltre a riguardare gli studiosi delle nuove scienze sociali (Gheza Fabbri 1996).
Non stupisce dunque che, nella periodizzazione indicata, assuma un particolare rilievo la fase in cui il tema sociale investì l?attenzione degli scienziati italiani, tanto da collocarsi al centro del loro primo congresso svolto a Lucca nel 1843, assumendo anzi un valore fondante la relazione del giovane Gottardo Calvi, singolare figura di studioso attento agli elementi e agli effetti della possibile modernizzazione. Analizzando l?universo italiano di quelle istituzioni, Calvi (1844) ne metteva in relazione la necessità con i rischi sociali della povertà, esortando lo sviluppo delle società di mutuo soccorso, in quanto non pericolose per l?ordine sociale, ma in quanto anzi elementi di coesione.
L?ambiente era maturo per valutare gli effetti indotti da esperimenti come quello che, l?anno seguente, il 1844, si verificò con l?istituzione della cooperativa di Rochdale (http://www.buffalowebdesign.org/nlm/coop/rochdale.html). L?avvio di un magazzino cooperativo per l?acquisto dei prodotti essenziali e la rivendita a prezzi contenuti divenne un elemento di riflessione per gli operai italiani ed un modello intorno al quale cercare elaborazioni realistiche quando fu possibile condurre in porto forme mutualistiche di organizzazione.
Detto questo, però, è possibile assumere queste date e questi riferimenti all?interno della periodizzazione cercata? La risposta può essere affermativa se si rileva la permeabilità della cultura italiana a questo tipo di problemi al di là della configurazione giuridica di sistemi ancora chiusi in generale all?accoglimento del libero principio associativo. Ed è affermativa anche in quanto si verifichi l?esistenza di un robusto retroterra organizzativo che, se non poteva prendere forza da un quadro giuridico moderno, ne riceveva dalle permanenze dei sistemi corporativi giunti negli stati preunitari, come si accennava inizialmente, alle soglie dell?età contemporanea, e sui quali si sta lavorando storiograficamente con grande attenzione.
Colpisce, infatti, la presenza, nella prima metà dell?Ottocento, di un tessuto importante di organizzazioni formate sulla base del mestiere o su altri caratteri afferenti al mestiere, in diversi stati italiani. Lo stesso Piemonte, che giungeva ultimo allo scioglimento del sistema corporativo, rivelava sotto questo aspetto elementi molto interessanti, se si pensa alla trasformazione della Unione corporativa dei calzolai di Pinerolo, intitolata ai santi Crispino e Crispiniano, in Società di Mutuo Soccorso nel 1844, giusto un anno dopo l?appello di Calvi (Giolito 1998). Né mancano in quel contesto esempi di quella trasformazione dal vecchio impianto prevalentemente fraternale-religioso ad un?ottica assistenziale-laica, in cui appare meno forte il tratto filantropico.
Tutto questo ci induce ad affondare la ricerca sulle origini del mondo sindacale contemporaneo in questa direzione, nel passaggio dagli stati di antico regime, al sommovimento di tipo illuminista alla formazione dello Stato unitario. Storia che dovrebbe essere fatta di documenti sulle forme organizzative, sulle regole di gestione delle società, sui rapporti tra le classi sociali in seno alle associazioni, ma storia che dovrebbe essere fatta anche di nomi e cognomi di oscuri protagonisti, in quanto, attraverso di essi, possono darsi risposte esaurienti su alcune cose. In primo luogo, sugli elementi di continuità condotti dal mestiere e dalla coesione organizzativa; in secondo luogo, sugli intrecci di natura politica con la questione risorgimentale e ? perché no? ? perfino su quella antirisorgimentale; sul farsi dei filoni democratici del Risorgimento e su quelli moderati, sui passaggi delle varie afferenze di queste categorie.
Quando si utilizzi questa sollecitazione in casi come quello della Associazione di mutuo soccorso e istruzione tra gli operai di Pinerolo, ad esempio, si traggono notevoli conferme in questa direzione. In questo caso, poi, ci sostiene il caso fortunato di essere in presenza di un?associazione che ancora nel presente conserva la sua memoria storica e la coltiva sapientemente con il concorso di studiosi bravi ed appassionati come Giovanni Giolito. Un caso come questo illustra il robusto retroterra corporativo, il passaggio per la fase filantropica, l?approdo alla legislazione statutaria del marzo 1848, con il riconoscimento della libertà di riunione, la predisposizione ad affrontare rapidamente e in termini concreti il passaggio all?impianto ?nuovo? dell?associazionismo, con lo sfumare verso la trasversalità ai mestieri, compiuto senza abbandoni della caratterizzazione operaia che si legava ad un tessuto produttivo e sociale di singolare complessità.
L?aspetto più rilevante dell?esempio consiste nell?intreccio con la vicenda risorgimentale, e soprattutto con le caratteristiche del gruppo dirigente della Società Mutua, profondamente innovative per quel passaggio dalla prevalenza corporativa alla pluralità dei mestieri di cui si è detto, il che vale perfettamente a dire attraverso una razionalizzazione per accorpamento di tante esperienze associative diverse. Quel gruppo dirigente che, specialmente attraverso il primo presidente, Antonio Rossi, figura su cui sono già state acquisite molte conoscenze, ma che sarebbe interessante approfondire ancora di più, qualora lo stato delle fonti lo consentisse, esprimeva nitidi orientamenti risorgimentali, è importante in sé come case history, ma lo è ancora di più in relazione al farsi del moderno movimento associativo dei lavoratori. Non sfugge, infatti, come la fase storica in cui l?esperienza si apriva, e che doveva la sua origine prima al citato passaggio statutario, si caratterizzava nell?esperienza di Pinerolo per il forte tratto democratico-risorgimentale. L?inaugurazione della società compiuta con una bandiera ispirata all?unità e indipendenza d?Italia, la sottoscrizione in favore di Venezia in lotta non lasciano dubbi. Ma v?è di più, in quanto è evidente l?influsso che, su quel tipo di esperienza, dovette proiettare la questione religiosa, a partire dal ruolo dei valdesi, appena ?liberati? anch?essi dallo Statuto insieme agli ebrei che, abbastanza vicino a quel centro, avevano il loro centro propulsivo della propaganda religiosa.
Questione quindi, prima di tutto, di archivi nella considerazione tra l?altro dell?opportunità offerta dal caso italiano di disporre della vasta articolazione degli archivi di Stato corrispondente agli antichi stati, contrariamente a quanto può accadere, ad esempio, in Francia, dove l?accentramento è un dato storico ben più antico del nostro. Quali carte cercare, al di là di quelle che, con tanta abilità, sono state cercate e sfruttate dagli storici del mutualismo, cui si deve uno straordinario approfondimento attraverso la conoscenza degli statuti, delle organizzazioni di base di quel sistema, anche in collaborazione con le Sovraintendenza regionali ed il ministero dei Beni Culturali?
Probabilmente almeno due tipi di carte possono servire ad integrare quei materiali. Un primo tipo di fondo dovrebbe essere costituito dalle carte di polizia ordinaria e segreta o politica, in grado di far cogliere la presenza di proposte di aggregazione, di reti di relazione del mestiere o dell?ambito produttivo, di persistenze del sistema corporativo. L?approfondimento degli elementi più in vista nell?organizzazione, di piccoli o grandi gruppi dirigenti, la qualità sociale degli organizzatori, attraverso il rilevamento dei nomi specialmente, potrebbe offrire fili di raccordo nell?organizzazione delle società, riferimenti ideali, intrecci con altre forme della partecipazione moderata o democratica risorgimentale. Un secondo tipo di carte potrebbe consistere invece nelle carte delle prefetture, spesso in grado di ricostruire percorsi pregressi, nel controllo delle organizzazioni una volta uscite alla luce del sole.
È evidente come in queste considerazioni sia sottintesa una periodizzazione che non può essere considerata in maniera eguale per tutti i diversi stati italiani. Fin qui abbiamo fatto riferimento ad una prima fase che può prendere le mosse, in tutti i casi, dalle rispettive abolizioni delle corporazioni, ma che in tal modo fissa date assai differenti , se si pensi, ad esempio, al precoce caso toscano e al tardivo caso piemontese. Non si può però trascurare la fase comune costituita dal grande dibattito sui giornali del moderatismo illuminato e nei congressi degli scienziati, cui abbiamo fatto cenno, perché sul piano dell?elaborazione intellettuale, in virtù della grande circolazione delle idee, appare sicura strada l?approfondimento delle reazioni suscitate nei vari gruppi dirigenti, ciò che può aprire ulteriori strade di ricerca dei documenti.
Poi, la periodizzazione si articola in tre direzioni fondamentali, quella del caso piemontese, la cui data dirimente è il 1848, quella degli altri stati annessi al Piemonte in virtù dei fatti risorgimentali tra 1859 e 1861, dove l?entrata in vigore dello Statuto costituisce il punto di partenza, quella del territorio pontificio e del territorio veneto dove l?applicazione dello Statuto è ovviamente più tardiva.
Occorre tornare a chiedersi se quanto si è detto fin qui ha veramente a che fare con uno studio delle origini del movimento sindacale, in quanto sarebbe più che legittimo il dubbio che potesse valere, se condiviso, per le origini del movimento mutualistico. Un?obiezione di questo tipo sarebbe sicuramente fondata, quando specialmente si guardasse ad un?identità rivendicativa dell?organizzazione sindacale e la si collegasse idealmente e in modo fattuale al principio della lotta o dello scontro di classe.
Si potrebbe però rispondere chiamando in causa lo stretto collegamento esistente, nelle prime e più forti società sorte dallo Statuto, di un intreccio tra diversi princìpi, tra il mutuo soccorso, la fratellanza, la promozione dell?istruzione e della moralità, il benessere, la costruzione della previdenza. Qualsiasi fosse il grado di conflittualità di queste parole d?ordine e la loro capacità di incidere sui rapporti di produzione, in un contesto tra l?altro segnato dalla prevalenza dei mestieri artigiani e delle botteghe, quei princìpi prefigurano un tipo di autocoscienza che prende le mosse dall?ambiente di lavoro.
Non può bastare l?identità corporativa a giustificare quell?insieme, tanto più poi in quanto ormai quell?insieme riguardava un?associazione tendente a prescindere dal mestiere e semmai tendente a ricercare rapporti organizzativi più complessi a livello territoriale e statale prima dell?Unità, nazionale successivamente.
Casi esemplari, come quello della Società operaia torinese, scaturita direttamente dall?esperienza di Pinerolo e destinata ad essere il fulcro di gran parte dell?organizzazione operaia piemontese, andrebbero sviluppati in grande profondità. La composizione di mestiere dell?istituzione, la qualifica ?operaia? dei presidenti, collocabile tra l?artigianato e la posizione in manifattura, in modo sicuramente rappresentativo del mutamento produttivo, la convivenza degli obbiettivi filantropici con quelli cooperativi ed economici, ma anche, abbastanza rapidamente, con le questioni del collocamento e dei sussidi ai senza lavoro, spostano sicuramente il mutualismo puro verso la dimensione sindacale. In buona misura predispongono il campo e lo collegano poi all?intensa dialettica politico-risorgimentale che, in quegli stessi anni, prese le mosse dalla forte influenza organizzativa dei moderati e dei democratici, per non parlare poi di una presenza cattolica anch?essa presente e certamente non trascurabile, e che s?intrecciò profondamente con la vita associativa degli operai.
Tutto questo andrebbe poi messo a confronto con l?intensa stagione di agitazioni che, per la crisi economica specialmente annonaria, sconvolse l?Europa e dunque gli stati italiani negli anni quaranta dell?Ottocento. Se questa fu l?occasione di uno sviluppo della cooperazione in cui la stessa Società operaia torinese mise a punto i primi importanti nuclei del suo sistema cooperativo ? e fu la fase dell?interessante fortuna italiana di Rochdale ? vi fu in quel periodo anche una grande attenzione alle tematiche della disoccupazione e del lavoro. Ordine sociale e necessità dell?organizzazione controllabile degli operai tornarono ad essere un grande tema di discussione per le classi dirigenti, ma dovrebbero proporre anche agli storici grande attenzione sull?intreccio tra forme occasionali e spontanee di protesta e la possibile evoluzione organizzativa, eventualmente confluita nelle strutture esistenti organizzate o comunque tale da porre problemi alle società esistenti.
Le carte da consultare sono ancora quelle indicate, e la periodizzazione indicata la stessa. Libri come quelli di Ramella (1980) sulle vicende del biellese sono buoni indicatori di metodo. Per il Piemonte, l?analisi degli atti del parlamento Subalpino possono dare elementi assai importanti, per tutti gli altri stati l?esame dei movimenti, condotta soprattutto attraverso l?identificazione dei nomi di chi si è trovato coinvolto nei fatti, e specialmente di chi ha capeggiato le rivolte, utilizzata come filo conduttore di ricostruzioni di più lungo periodo, rispetto a quelli sicuramente più rapidi dell??insorgenza?, potrebbe dare risultati interessanti.
Se ricerche di questo tipo e ipotesi opportune dovessero dare, come è ragionevole credere, risposte accettabili, l?indagine del movimento sindacale condotta sul suo retroterra storico assumerebbe un senso forte e importante per la comprensione di un fenomeno rilevante dell?intera storia italiana, e il lavoro per la costruzione di una grande e importante bibliografia sul tema ne costituirebbe il presupposto.