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Valeria Cicala
Il patrimonio non fa "prima pagina", pubblicato in "I martedì", n. 2, aa. 27, pp. 24-26
Ci sono anche loro: i beni culturali. La "Cenerentola" dell'informazione. L'espressione "beni culturali", nata poco più di mezzo secolo fa, felicemente in grado di accomunare oggetti d'arte, libri, patrimonio architettonico, paesaggi naturali e specie animali non rientra tra quelle che hanno la capacità di fare impennare l'audience o di aumentare la tiratura di una testata. Non merita la "prima pagina", non "fa titolo" come notano con rammarico Paolo Conte, inviato de Il Corriere della sera, e Alberto Sinigaglia caporedattore de La Stampa, se non quando la notizia diviene fatto di cronaca, meglio se di cronaca nera o giudiziaria.(P. Conti, Piano con gli aggettivi, in V. Cicala (a cura di) Beni(i) Comunicati?, "IBC" X,4, 2002, pp.84-85; A. Sinigaglia, Valorizzare significa comunicare, ibid., pp. 88-89).
Una pericolosa "iniziativa" del ministero dell'Economia, proprio la scorsa estate, un provvedimento governativo che potrebbe avere ripercussioni non trascurabili sul patrimonio storico-artistico (la legge 112 del 2002 e la conseguente nascita di due società: la "Patrimonio dello Stato Spa" e la "Infrastrutture Spa"), avrebbe potuto mobilitare non solo i soliti sconfortati "addetti ai lavori", bensì richiamare l'attenzione di gran parte dei mezzi di comunicazione su un settore che da sempre viene trascurato. O di cui si parla quando ormai il disastro si è verificato. Quando lo scandalo non argina le conseguenze di scelte nefaste o scellerate. Forse abbiamo perso un'occasione.
Certamente il clima di allerta che si è creato a causa dei contenuti di alcuni articoli della legge - che potrebbero consentire la messa in vendita dei beni immobili dello Stato - ha almeno sortito qualche effetto. Ha reso nuovamente familiari firme che di tali argomenti sanno parlare e scrivere con professionalità, ma che, solitamente, su questi temi non hanno diritto a molti minuti o ad un consistente numero di righe. Gli spazi si dilatano nel caso di una "mostra/evento". Se questa ha beneficiato di una importante sponsorizzazione che va rimarcata. Meglio ancora, poi, se al "vernissage" interviene un qualche personaggio che con la sua presenza e con le sue performances attribuisce un particolare "decoro" alla manifestazione.
Del resto questa, vogliamo definirla, ignoranza, nell'accezione latina? non è poi così anomala: la neghittosa attenzione dei media, è alimentata da programmi carenti e dalla mancanza di opportunità che già l'area della scuola e della ricerca frequentemente accordano alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio. Ignorando, appunto, che queste garantiscono la cifra pregnante della nostra cultura e, dunque, della nostra identità e che, come tali, meriterebbero un ben diverso investimento di risorse intellettuali ed economiche.
Certo ben altre speranze nutriva un uomo di cultura come Giovanni Spadolini quando, nel 1975, diede vita al ministero per i Beni culturali e ambientali e, come lui, una schiera di studiosi, di funzionari e dirigenti delle soprintendenze. Consapevoli della capillare, eterogenea bellezza del nostro paese, reperibile in mille luoghi, non solo nelle grandi città d'arte, ma nei frantumi imprevedibili di un tessuto straordinario, denso di gioielli realizzati dall'uomo e dalla natura in una simbiosi inestricabile, ma che è possibile distruggere in modo irreparabile. Tutto questo è sotto gli occhi di tutti, ma la consapevolezza è di pochi. Gli spazi per dibatterne, anche solo per informare, minimi. Troppo spesso se ne parla con approssimazione, senza una seria esigenza di approfondire, di offrire dati corretti e concreti (F. Isman, Se permettete, non parliamo di calcio, in Ben(i) comunicati? cit., pp. 86-87).
In questo tempo di globalizzazione, l'informazione, quella più corretta ed attendibile, che può creare conoscenza, sensibilizzazione è soverchiata da una comunicazione chiassosa, pretestuosa. E ci sono venute a mancare voci di tuonanza consapevole come quelle di Antonio Cederna o di Federico Zeri. Ma, Vittorio Emiliani ricordava, proprio recentemente, (V. Emiliani, Mai in prima serata, in "Ben(i) comunicati?", cit., pp.72-74), quanta difficoltà incontrasse negli ultimi anni della sua vita Cederna a far pubblicare i suoi pezzi di appassionata e documentata denuncia sulla Repubblica. E la messa in onda su RADIODUE "Alle otto della sera" di conversazioni sulla storia dell'arte tenute anni fa da Zeri ci ha entusiasmato, come alcune rubriche di RADIOTRE, ma non basta.
Esistono programmi, articoli, rubriche di ottimo livello che divulgano correttamente il nostro patrimonio. Magari, se parliamo di televisione, salvo rare eccezioni, sono trasmessi ad orari ottimali per gli insonni. E non è trascurabile il prezioso lavoro svolto dai canali tematici come quelli di RaiSat. Ma rispetto alle potenzialità di questo settore, all'importanza non solo di conoscere, ma di rendere palesi problemi legati all'ambiente, alle modalità insane di costruire e di procedere, tra un condono e l'altro, al dissesto del territorio, ciò che si realizza rischia sempre di essere episodico e marginale. "Piccole riserve per un pubblico minoritario" definisce i servizi dedicati a tali argomenti Igor Staglianò, inviato speciale di RAITRE "Ambiente Italia". Dello stesso avviso è Massimo Todde di RADIOUNO che trasmette agli esordi del mattino con replica in notturna "Bell'Italia".
Competenze ed idee non mancano è il deformarsi del concetto di "notizia" che altera l'informazione e la comunicazione. Ma il buon giornalista non si arrende mai.
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