N. 3 - Dicembre 2003


ISSN 1720-190X





Roberto Balzani

Belle arti, patrimonio, tutela: alle origini della legislazione italiana

Nel 1909, dopo molti tentativi, giunge all'approvazione del Parlamento una prima legge organica sulla tutela del patrimonio artistico italiano. L'hanno fortemente voluta un pugno di uomini d'orientamento liberale, decisi a difendere quella che - grazie alla scuola, ai giornali e alla riviste - sta diventando rapidamente l'identità più forte del Bel Paese. I nomi? Il ministro della Pubblica istruzione, Luigi Rava, anzitutto; e poi Giovani Rosadi, avvocato e deputato radicale; e Corrado Ricci, direttore generale delle Belle arti. L'ambiente di provenienza è simile: l'Italia delle città d'arte - Firenze e Ravenna, in primo luogo -, situate nell'area centro-settentrionale: là dove orgoglio municipale e memoria culturale risultano ancora fortemente intrecciati. Rispetto alla normativa precedente, in particolare a quella più prossima, del 1902, il salto di qualità compiuto è notevole. Si parla, anzitutto, di un patrimonio fatto di cose, la cui importanza non risiede principalmente in un valore materiale, ma in un interesse immateriale: l'interesse culturale che un dato oggetto - si tratti di un quadro o di una cassapanca, di un vaso o di una statua - riveste per la nazione. In secondo luogo, si affronta un tema delicatissimo per l'impalcatura stessa della cultura di governo liberale: il diritto di proprietà. Le concrete possibilità di elaborare una serie di regole efficaci a tutela del patrimonio artistico si erano sempre infrante, dall'Unità in poi, sul baluardo del diritto del singolo proprietario, tutelato soprattutto dal Senato del Regno. Si sosteneva l'idea, fondata ideologicamente sul diritto romano, che lo Stato potesse acquistare un bene culturale, se posto in vendita, oppure lasciarlo esportare, se l'Erario non avesse avuto i mezzi per acquisirlo. Tertium non datur. Con la legge Rava, a questo dilemma si sostituiva - come scrisse lo stesso ministro - un trilemma: acquistare, lasciar esportare, o "proibire l'esportazione quando l'alta importanza della cosa lo [avesse richiesto]". Era un passaggio importante, che confermava l'affermarsi, anche nel nostro Paese, di un diritto pubblico volto a garantire gli interessi generali della nazione. Si superava, in questo modo, una concezione elitaria del liberalismo, che confondeva l'interesse collettivo con il meccanismo stesso della rappresentanza (non sarebbero state necessarie, in altre parole, leggi a tutela del pubblico, perché gli ottimati che sedevano in Parlamento erano, per definizione, i portatori di istanze relative alla generalità della nazione). L'amministrazione diveniva il soggetto cui incombeva l'onere di difendere il patrimonio culturale; alla filantropia, al mecenatismo, al dilettantismo degli eruditi e dei collezionisti, si sostituiva il rigore e l'impersonalità dello Stato. E' curioso osservare che, dal dibattito, fu pressoché assente la Sinistra, che considerava ancora le "belle arti", per lo più, un lusso per borghesi "patriottici"; e, invece, quella legge, passata in sordina alla Camera e al Senato, ma segnata da violenti contrasti in commissione e da vivaci scambi d'opinione fra gli "addetti ai lavori", costituiva un passo avanti notevole pure sulla via di una più precisa definizione dell'"interesse pubblico" nel nostro Paese. Certo, non tutti i punti qualificanti del progetto Rava-Rosadi trovarono una conferma in aula. Venne meno, ad esempio, l'accenno alla tutela del paesaggio, che pure si sarebbe voluto aggiungere nell'ambito di un testo che aveva l'ambizione di disciplinare l'intera materia; e poi la cosiddetta actio popularis, ovvero la possibilità, per singoli cittadini o enti legalmente riconosciuti, di "agire in giudizio nell'interesse del patrimonio": ma, nel complesso, l'impianto tenne. Bisogna aggiungere, d'altra parte, che era quello il periodo in cui, grazie a Corrado Ricci ed a una schiera di "professionisti dei beni culturali", il tema della tutela del patrimonio usciva dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori e diventava oggetto di divulgazione. Riviste come "Emporium", ma anche le cartoline illustrate o le terze pagine dei giornali, s'incaricarono di allargare i confini della sensibilità artistica, cogliendo la disponibilità di un'opinione pubblica medio-borghese desiderosa di identificare con precisione un profilo, un'immagine della nazione di cui andare orgogliosi. La carriera di Corrado Ricci, funzionario apicale della Pubblica istruzione e insieme uomo dei media, legato al mondo dell'editoria e degli "eventi" artistici, ritrae bene l'improvviso ampliamento di un mercato culturale rimasto, fino ai primi del secolo, ristrettissimo. Era quella, d'altronde, l'epoca in cui il turismo cittadino, straniero soprattutto, s'infittiva, e la partita invisibile prodotta dalla valuta pregiata estera aiutava, insieme alle rimesse degli emigrati, il bilancio dello Stato, anch'esso in rapida crescita. Il passaggio del secolo ci appare, dunque, di grande significato: a. si produce una normativa finalmente all'altezza della delicatezza della questione "beni culturali"; b. la cultura collettiva si fa più sensibile ai temi della tutela e della conservazione (anche grazie ad alcuni grandi "casi": il crollo del campanile di S. Marco a Venezia o il furto della Gioconda al Louvre); c. il mercato editoriale, di conseguenza, offre una risposta a questa inedita domanda d'informazioni e d'immagini; d. l'Italietta rafforza il suo ruolo di "paese d'arte" e vede crescere un prezioso turismo d'Oltralpe o, addirittura, d'Oltreoceano. Il mondo liberale è il vero protagonista di questa apertura: esso, per lo meno in alcune sue componenti, si fa carico di gestire, a livello parlamentare, la nazionalizzazione - certo, ancora in termini astratti, ideologici - dei beni culturali, che erano stati soggetti, fino a quel momento, al primato del privato. Perché ciò avviene? Non sulla base di una spinta democratica o populista: il vero filo rosso della vicenda è il rafforzamento di un'identità italiana, un patriottismo consapevole che, dal campo dello Stato-nazione e delle sue manifestazioni più dirette (esercito, scuola), si espande verso altri territori collettivi. L'organizzazione dei musei, la tutela del paesaggio, il confine che si instaura fra pubblico e privato nel settore dei beni culturali, costituisce ancora il termometro di una sensibilità "pubblica" che tocca direttamente la radice della cittadinanza, talora inconsapevolmente: sottovalutarne le implicazioni, da parte di un'amministrazione o di una classe politica, significa esporsi, in prospettiva, al rischio di profonde, laceranti processi di delegittimazione. La stagione della "prevalenza" del pubblico nel campo della conservazione non sembra durare molto: già nel secondo dopoguerra, sotto i colpi della speculazione, l'impianto costruito agli inizi del secolo a difesa dei beni culturali (e, per la verità, confermato e rafforzato dal fascismo) minaccia di franare. Le grandi denunce di Antonio Cederna, sulla pagine del "Mondo", ne sono una precisa testimonianza. E, d'altro canto, il varo di un ministero ad hoc, nei primi anni Settanta, non risolve il problema: sia perché esso è scarsamente finanziato, e dunque davvero incapace di gestire l'intero "sistema" dei beni culturali; sia perché, progressivamente, altri dicasteri tendono a sottrargli competenze, privandolo di un'autentica libertà di manovra. Eppure l'arte, secondo un refrain più volte ripetuto, sarebbe il "petrolio d'Italia". Oggi il patrimonio culturale non riveste certamente più quel significato "nazionale" e patriottico che ha avuto nei primi quarant'anni del ventesimo secolo. In parte, esso è tornato ad essere una risorsa economica, da gestire a livello pubblico, come opportunità per attirare nel Paese valuta pregiata, oppure a livello privato, come accadde nella prima fase dello Stato liberale. Eppure, al paesaggio, alle antichità e alle "belle arti" sono ancora collegati processi di costruzione dell'identità assai delicati e importanti. Una parte dei luoghi comuni e degli stereotipi che passano, anche involontariamente, nell'immaginario collettivo, afferiscono in modo preponderante a questi temi. Il forum che si può aprire, partendo da elementi di carattere storico, si snoda lungo alcuni percorsi. Un primo percorso riguarda il nesso istituzioni/opinione pubblica, ovvero il rapporto fra la politica "che fa", che agisce e ciò che, presso il pubblico, si afferma come priorità - vera o immaginaria - delle forze politiche e dei governi. Quanto conta il discorso pubblico sui beni culturali? Che distanza c'è fra questo discorso e le normative concrete varate dagli esecutivi? Un secondo percorso, riguarda il rapporto fra tema economico e tema patriottico. In fondo, i beni culturali, nel nostro Paese, oscillano fra questi due poli: quando la bilancia pende verso il primo, la pressione del privato si rivela più forte; quando verso il secondo, i meccanismi di tutela sembrano rafforzarsi. Ma - v'è da chiedersi - nel momento in cui l'identità nazionale si appanna, a quale criterio forte di cittadinanza si può fare appello? Un terzo percorso riguarda l'allargamento della sfera delle cose che, in qualche misura, sentiamo far parte del patrimonio. Non più solo "antichità e belle arti"; non più solo paesaggio. Ma anche culture gastronomiche, attività industriali, espressioni sociali nel senso più vasto del termine. Ora, a fronte di un ampliamento (e di una complicazione) di ciò che facciamo rientrare nella categoria generale del "bene culturale", misuriamo la carenza di una strategia di tutela davvero organica. Come evitare che un tale archivio di cose finisca, poi, per andare perduto? O che la selezione delle cose da preservare dipenda, alla fine, solo dal loro grado di mercificazione, dalla loro capacità, in altre parole, di trasformarsi in beni di mercato?



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