N. 3 - Dicembre 2003


ISSN 1720-190X





Fiorenza Tarozzi

Un luogo di silenzio e di memoria: la Certosa di Bologna

I cimiteri giardino Fu a cavallo tra i secoli XVIII e XIX che le amministrazioni civili di gran parte delle città europee decretarono la fine, o la progressiva diminuzione, delle sepolture dei morti nei camposanti annessi alle chiese; di conseguenza i cimiteri furono trasferiti dai centri alle periferie urbane. Questa scelta fu la conseguenza di un mutamento degli atteggiamenti nel senso di una maggiore attenzione per l'igiene e anche di un cambiamento della concezione della morte stessa. È infatti nel corso del Settecento che iniziò a emergere una nuova consapevolezza dell'associazione tra cattivi odori e pericolosità per la salute: i miasmi erano determinati da situazioni estreme e dannose (pozzi neri, scoli putridi, rifiuti abbandonati…) come i cadaveri lasciati marcire in vicinanza di centri abitati. Se per lungo tempo il fetore della decomposizione dei corpi era stato tollerato, ora incuteva paura: forse, alla base di ciò, era una nuova sensibilità; certamente il ricordo della peste, che aveva abbandonato l'Europa solamente all'inizio del secolo, aveva condotto ad una maggiore consapevolezza del legame tra esalazione e malattia. Tuttavia la stagione dell'igienismo dominante era ancora lontano da venire, e si può dire con sicurezza che un'altra fu la ragione che portò alla costruzione dei nuovi cimiteri fuori dalle città. "Nell'epoca dell'Illuminismo, l'atteggiamento cristiano verso la morte, che esortava al pentimento e all'umiltà, cedé il passo al concetto della morte come un'opportunità per l'ammaestramento alla virtù, ossia ad una vita vissuta armoniosamente entro i confini della natura" (Mosse, 1990, pp. 42-43). A questa nuova percezione della morte come "sonno eterno" si accompagnò la trasformazione dei cimiteri cristiani in paesaggi pacifici con macchie d'alberi e prati: era lo sviluppo pubblico del modello privato di giardino settecentesco, luogo arcadico di felicità e serenità. E nei giardini settecenteschi le sepolture individuali erano già praticate, si trattava però di un privilegio riservato agli aristocratici e ai ricchi nelle loro tenute di campagna. Certamente a eccitare l'immaginazione dei contemporanei fu il monumento funebre di Rousseau, il cui corpo venne sepolto in un'isoletta dentro il piccolo lago di Ermonville vicino a Ginevra; si trattava di un luogo diverso con apparati diversi: non vi erano più i cipressi a circondare la tomba, ma alti pioppi: l'albero del lutto era completamente assente e qui i visitatori potevano meditare, in una atmosfera ricca di sentimenti, dove la tranquillità e la serenità interiore che erano state dell'uomo vivo dovevano trasmettersi anche dopo la morte. Quella tomba era la fusione perfetta del cimitero con il giardino, in contrasto con le sepolture entro gli spazi chiusi delle chiese e delle città. A quanto detto va aggiunto la sistematizzazione della visione della morte operata dalla Rivoluzione francese nella sua fase giacobina. Tutti i defunti, indipendentemente dalla ricchezza e dal rango, dovevano avere una sepoltura modesta; era lo Stato a regolamentare le sepolture e nei nuovi cimiteri vennero piantati alberi imbriferi e non cipressi. Con la fine della stagione giacobina ricomparve nei cimiteri pubblici l'ostentazione della ricchezza personale e fu di nuovo possibile costruire tombe secondo il proprio gusto, ma la natura continuò a conservare un posto dominante nella struttura dei cimiteri. L'esempio di maggior fortuna di tali "cimiteri-giardino" è sicuramente il Père Lachaise a Parigi. Aperto nel 1804 - ad alcuni anni di distanza dalla chiusura del sovraffollato cimitero pubblico parigino dei Santi Innocenti, dove i cadaveri traboccavano dalle tombe, e che coloro che vivevano nelle vicinanze avevano finito per utilizzare come deposito dei rifiuti - il cimitero-giardino del Père Lachaise divenne, in breve, il paradigma della rinnovata architettura cimiteriale di tutta Europa. Parco e giardino al tempo stesso, la nuova area cimiteriale era stata scelta per ospitare dopo la morte tutti i parigini e non per essere un privilegio di pochi: alberi, prati, collinette dovevano contribuire a rafforzare il senso della morte come riposo proprio dell'Illuminismo. Nel tempo il Père Lachaise si è trasformato in un grandioso museo all'aperto, pur non perdendo la sua dimensione "sacra" e la sua funzione civile. Ancora oggi i parigini ci vanno per camminare in un parco, a fianco dei numerosi turisti che lo affollano alla ricerca delle tombe degli uomini e delle donne "illustri" che vi sono sepolti. Ricordarne alcuni è fare torto ai tanti che riposano nel più famoso cimitero-giardino europeo, ma forse non è fuori luogo dire che qui sono stati sepolti tanti parigini e non: Chopin, De Musset, Delacroix, Proust, Molière, Balzac, Apollinaire, Colette, molti dei marescialli di Napoleone, la contessa di Castiglione, Oscar Wilde e, in tempi più vicini a noi, Jim Morrison, Edith Piaf, Ives Montand. A Parigi, poi, vi sono altri due cimiteri-giardino che ospitano tombe illustri: quello di Montmartre e quello di Montparnasse, esempi entrambi straordinari di architetture cimiteriali. In quel primo Ottocento in cui prendeva vita il Père Lachaise, anche al di fuori della Francia si diffondeva il modello del cimitero-giardino. Così nella città di Mannheim in Germania il nuovo cimitero, costruito nel 1807 fuori dal centro abitato, venne arricchito di viali alberati per allontanare dai visitatori l'idea ripugnante della morte; e quando nel 1832 venne costruito il cimitero londinese di Kendal Rise lo si volle pieno di alberi e "viali verdeggianti" dove fosse possibile passeggiare. Contemporaneamente sull'altra sponda dell'oceano, negli Stati Uniti, prese vita l'uso dei cimiteri parchi dove venivano rifiutati gli aspetti artificiali dei cimiteri-giardini europei, e dove tutto doveva restare naturale, non alterato dalla mano dell'uomo. "L'idea era che i cimiteri-parchi - in quanto luoghi in cui l'integrità di un paesaggio non mutilato avrebbe messo gli uomini in grado di cogliere il potente sistema della natura, con il suo ciclo di creazione e di distruzione - avessero una funzione morale. Essi avrebbero inoltre innalzato e rafforzato il patriottismo, perché l'incanto del paesaggio in cui i propri cari erano sepolti e il suo appello alle emozioni avrebbero condotto gli uomini ad amare la terra stessa" (Mosse, 1990, p. 45). L'esempio più famoso di questa tipologia di cimiteri americani è quello di Mount Auborn a Boston, edificato nel 1831, che divenne il punto di riferimento, da quel momento in avanti, di tutta l'architettura cimiteriale inglese e, nella seconda metà del secolo, anche di quella tedesca dove presero il nome di "parchi della rimembranza". Qui la dominanza della natura era totale. Così Mosse (1990, p. 47) descrive il cimitero di Monaco dove non furono piantati alberi, ma rimase semplicemente il bosco: "dai serpeggianti sentieri della foresta non si scorge nessun sepolcro, ma soltanto gli alti alberi che celano le tombe disperse. Con la sua naturale bellezza, la foresta dava a uomini e donne un senso di quiete, e insieme di ordine. In forma di parco o di foresta, questi cimiteri miravano a sostituire al pensiero della morte la contemplazione della natura". La Certosa di Bologna: cimitero-giardino monumentale "Il Cimitero comunale di Bologna è distante un miglio dalla città. Il passeggero che vi si trasferisce uscendo per la Porta Pia, e seguitando la strada di s. Isaia, oltrepassata la Chiesa di s. Paolo di Ravone, incontra una croce, a cui è sovrapposta una mano che accenna alla dritta una strada campestre, la quale, per un ponticello di pietra sul canale di Reno, volge alla sinistra e conduce al Cimitero. Nell'andare per le indicate strade gli si presenta allo sguardo la veduta di amena campagna, e di lieti colli, che in poca distanza alla sinistra s'alzano sparsi di venerandi edifici, e di villerecci casamenti. E questa grandiosa veduta lo segue sino alla cinta di mura, che circondano il Cimitero. Le mura furono costrutte interamente l'anno 1603, da' Monaci Certosini: nel 1802 vi fu aperto un cancello di ferro dal lato che costeggia la pubblica strada. Il detto cancello è in tre parti diviso, e sostenuto da quattro pilastri, alla sommità de' quali posano altrettante statue di terra cotta. Le due prime più grandiose e belle, di Giovanni Putti, figurano donne avvolte di ampio manto, che le copre dal capo sino ai piedi, le quali inclinate in atteggiamento di dolore spargono lagrime su le urne cinerarie, che strettamente abbracciano. Sotto ad esse si leggono le inscrizioni della fondazione, e della consacrazione del Cimitero. Le altre due statue, scolpite recentemente dal medesimo Putti, rappresentano di geni nelle forme di giovanetti: uno appoggiantesi col destro gomito ad una lapide sorregge con la mano la sua lapide in atto di mestizia; l'altro abbandona il mesto volto su le mani, che posa parimenti ad una lapide. In queste lapidi avvi in basso rilievo l'arme del Comune di Bologna. Per la suindicata apertura del cancello si ha il principale ingresso al Cimitero".

"Prospetto del Cimitero", 1829.

"Chiostro de' Monumenti e Cappella", 1829.
Con queste parole si apriva la Descrizione del Cimitero di Bologna, data alle stampe nel 1829 da un tipografo cittadino. Ad un primo apparire il Cimitero di Bologna, o meglio come tutti i bolognesi sono da sempre abituati a dire la Certosa, parrebbe difficilmente collocabile all'interno di quella realtà dei cimiteri-giardino di cui abbiamo fin qui parlato. In realtà, se ci stacchiamo dalla retorica di quell'opuscolo, fortemente impregnata della cultura cattolica che accomuna la morte alla celebrazione del dolore, e entriamo tra i viali - dove restano i cipressi, ma dove non mancano altre piante - e i chiostri antichi troviamo molti di quei valori di pace, serenità, che i cimiteri-giardino volevano trasmettere ai visitatori. Del resto la Certosa di Bologna è stata uno dei luoghi che i viaggiatori illustri che hanno soggiornato in città non hanno mancato di visitare, ed è, oggi, per i bolognesi oltre che un luogo di culto degli affetti, un luogo della memoria cittadina. Fu nel 1784 che il Senato di Bologna decise la costruzione di quattro cimiteri fuori della città in corrispondenza dei quattro quartieri in cui essa era divisa. In realtà ne venne progettato solamente uno, fuori porta Saragozza, presso l'arco del Meloncello, ma si trattò di un progetto mai realizzato (Bastelli 1934; Raule 1961). Quando nel 1800 la Commissione dipartimentale di Sanità presieduta da Luigi Pistolini, pubblicati i nuovi regolamenti sanitari, si trovò nella necessità di definire lo spazio urbano del cimitero cittadino, stabilì di servirsi del soppresso monastero della Certosa. La Certosa deve le sue origini ad una donazione fatta dal giureconsulto Giovanni d'Andrea detto da S. Girolamo, che nel 1333 volle che il già esteso ordine dei Certosini fosse introdotto anche a Bologna. Il 7 aprile 1334 iniziarono i lavori per la costruzione del monastero, che continuarono per alcuni anni finché, nel 1350, esso si poté dire in gran parte realizzato, anche se solo all'inizio del XVII secolo raggiunse il suo compimento definitivo, acquistando una rinomanza tale da essere considerato uno dei più celebri luoghi di preghiera per la grandiosità delle costruzioni, per l'amenità del luogo e per le tante opere d'arte che l'adornavano. "Venne poi la soppressione dell'ordine dei Certosini; era allora priore il P.D. Idelfonso Iobb, bolognese. Dopo che i monaci se ne erano andati la Certosa rimase quasi abbandonata, passata in gran parte ad uso militare. Molto probabilmente sarebbe andata perduta, se non fosse stata scelta come Cimitero Comunale, ciò ha giovato alla sua conservazione. L'arte è passata qui lungo i secoli e, nel nostalgico ricordo di affetti che non si spegneranno mai ha lasciato qui l'omaggio delle sue opere" (Raule 1961, p. 15). Dal momento (1801) in cui iniziarono le inumazioni dei morti le autorità preposte alla gestione del cimitero cercarono di eliminare il più possibile il ricordo del vecchio monastero demolendo la totalità delle strutture di servizio e parte dei quartieri dei monaci, ad eccezione di alcuni muri perimetrali. Pesantemente manomesso e alterato il vecchio Chiostro delle celle divenne quello che oggi conosciamo come Chiostro III; l'attuale sala della Pietà la si ottenne dalla demolizione dell'antico refettorio. Occorreva poi definire un campo molto vasto per le sepolture, tale da bastare per lungo tempo per una città che contava circa sessantacinquemila abitanti e che conosceva un'elevata mortalità.

"Piccolo chiostro d'ingresso al Cimitero", 1829.

"Loggia verso una cella delle antichità", 1829.

"Portico che mostra il campo comune mortuario", 1829.
Per superare le critiche della classe senatoria, e soprattutto per farle accettare l'idea di una sepoltura accanto a cittadini comuni, venne aperto un ingresso imponente: al Cimitero si entrava attraverso un grande viale, per la cui realizzazione non si esitò ad abbattere il chiostro quattrocentesco. In pochi anni furono costruiti numerosissimi monumenti, e ben presto vennero pubblicate piccole guide illustrate del Cimitero. La Certosa divenne una delle meraviglie della città, e i viaggiatori di passaggio non mancarono di visitarla e ricordarla nelle loro memorie. Così scriveva Jules Jenin nel 1839 nel suo libro Voyage en Italie: "Giunsi senza accorgermene, al cimitero di Bologna; ed all'aspetto di quelle grandi pietre biancastre con sopra cattivissime statue, provai di farmi un raziocinio sul monumento singolare che mi stava innanzi, allorché il custode del campo funebre venne da me con cera così allegra come se fossi stato un morto. Dopo il Papa, questo custode, del riposo di Bologna, è per fermo uno degli esseri più straordinari cui m'abbia incontrati in vita mia. Vide sorgere la prima tomba di questo sito del quale egli è il padrone visibile; vide scavare la prima fossa, vide innalzarsi, l'uno dopo l'altro, quei muri, quei volti, epperò egli si è innamorato della sua città in modo da non credersi. Signore, disse egli, sappiate che il nostro cimitero è anche meglio posto di quello di Torino, e che ha maggiori prospettive. Ciò dicendo mi faceva osservare come in vero quelle lunghe vie piene di morti riescano tutte ad un giardino, ad una montagnola, ad un laghetto, ad un'aiuola; in mezzo a quei filari di sepolcri, la vista si perde in lontananza nella campagna, ed è questo senza dubbio un effetto pittoresco" (Sorbelli 1973, p. 380). Qualche anno dopo, nel 1844, Charles Dickens trovò ad accompagnarlo nella visita un ben diverso compagno. "Comunque sia è un fatto che la domenica mattina successiva mi trovavo, insieme con una folla di contadini, a passeggiare nel bel cimitero di Bologna, fra le tombe di marmo e i maestosi loggiati, accompagnato da un piccolo cicerone di quella città, il quale, avendo molto a cuore la reputazione del luogo, procurava con grande sollecitudine di distogliere la mia attenzione dalle tombe più modeste, non stancandosi mai di lodare quelle belle. Vedendo che questo omino (era piccolo di statura e allegro di carattere e aveva una faccia in cui pareva che non ci fossero altro che denti e occhi brillanti) guardava pensosamente una certa aiuola erbosa, gli domandai chi c'era sepolto. La povera gente, signore - rispose con una stretta di spalle ed un sorriso, fermandosi e rivolgendosi verso di me, giacché egli camminava sempre qualche passo avanti, e si levava il cappello per indicarmi ogni nuovo monumento. Solamente i poveri, signore. È un luogo assai ridente e gaio. Come è verde e fresco! Sembra un prato! Ci sono cinque, - e distese tutte le cinque dita della mano destra per indicare più chiaramente il numero, come son soliti a fare i contadini italiani, quando esso non oltrepassa il dieci; - ci son cinque dei miei bambini seppelliti lì, signore; proprio in quel punto; un po' a destra. Bene! Sia ringraziato il Signore! È un luogo assai ridente. Come è verde e come è fresco! Sembra proprio un prato!" (Sorbelli 1973, p. 385).

"Viale e portico d'uscita del Cimitero", 1829.
Dunque, come si è detto e come appare anche da queste parole, la Certosa era, ed è ancora, luogo degli affetti e della memoria, ma anche, in considerazione delle opere d'arte che vi si trovano, un cimitero monumentale. Del resto va detto che nel corso dell'Ottocento tutti i cimiteri, anche i famosi e ricordati cimiteri-giardino, divennero dei veri e propri musei all'aperto per la sontuosità e la ricchezza ornamentale delle sepolture: le statue, i monumenti individuali o collettivi furono lo strumento per rendere visibile, agli occhi dei vivi, i morti celebri o anonimi che si voleva sottrarre all'oblio (Vovelle 1986). In alcuni casi nei cimiteri si edificarono dei piccoli pantheon - è il caso del Famedio del cimitero di Milano dove riposa Manzoni - o spazi speciali riservati ai grandi uomini, come nel caso del cenotafio di Mazzini a Genova, che spicca isolato nel paesaggio funerario. Proprio la ricchezza degli arredi delle tombe ha fatto sì che la Certosa di Bologna sia stata studiata quasi esclusivamente dagli storici dell'arte; in realtà percorrendo i suoi viali e soffermandosi lungo i suoi chiostri vi si può leggere gran parte della storia cittadina a partire da quel 1801 quando, durante la stagione della Repubblica Cisalpina, fu aperta come cimitero comunale. Affidata inizialmente alle cure dei Padri dell'Ordine dell'Annunziata, quando questi ritornarono alla vita conventuale e furono sostituiti da sacerdoti secolari, la direzione amministrativa passò direttamente alla Municipalità. Nel 1813 vennero emanate disposizioni riguardanti l'esenzione della Chiesa di S. Girolamo della Certosa e dell'annesso cimitero da ogni dipendenza dalla parrocchia di S. Paolo di Ravone e nel 1816 il cardinale di Bologna Carlo Opizzoni riconobbe al cimitero la qualità di luogo sacro, prescrivendo nella sua notificazione le discipline da tenersi e un'amministrazione ecclesiastica per la vigilanza degli ordinamenti stabiliti. Importanti convenzioni furono nel tempo stipulate tra l'autorità ecclesiastica e quella civile per la gestione del cimitero. "Dal 13 aprile 1801, giorno della sua istituzione, il cimitero comunale della Certosa non ha mai cessato la sua espansione, fino a giungere nel 1935 a coprire una superficie di circa 15 ettari. Nel successivo dopoguerra altri 10 ettari furono aggiunti nel settore occidentale, arrivando all'attuale consistenza di oltre 25 ettari, che, nel corso degli anni Settanta e Ottanta, è stata saturata a tal punto da indurre l'Amministrazione comunale a sviluppare come secondo cimitero cittadino, il più periferico cimitero di Borgo Panigale. […] In questo contesto gli avanzi di quella che fu la Certosa di San Girolamo di Casara appaiono come un luogo privilegiato, dove lo spazio, naturalmente costruito per l'uomo, si configura come spazio per il ricordo" (Zaniboni 1998a, p. 141). Un ricordo che può essere collettivo attraverso i grandi monumenti per i caduti per l'indipendenza italiana, per i morti della Grande guerra e per i partigiani, memoria civile di tutti i bolognesi, come privato. Ma se il visitatore guarda con occhi attenti le numerose tombe dei chiostri vi può leggere la memoria e la storia della città. Così è per la tomba di Letizia Murat Pepoli, dominata dall'alta statua del padre Gioacchino Murat, maresciallo di Francia, re di Napoli e tra i primi interpreti delle aspirazioni nazionali degli italiani, che a Bologna fu sempre amato e accolto con grande affetto. Traboccante, nei particolari della divisa, dei trofei d'armi e nella posa enfatica del generale, il monumento conferma il carattere prevalentemente laico della struttura cimiteriale della seconda metà dell'Ottocento.

Vincenzo Vela, "Statua di Gioacchino Murat. Particolare della tomba di Letizia Murat Pepoli".
E ancora per la tomba Caprara, dove nel 1816 fu traslata, per volere della figlia, la salma del padre, morto a Milano. In questo caso era volontà precisa di lasciare alla città la memoria di Carlo Caprara, ministro del Regno d'Italia e ospite di Napoleone durante le visite in città dell'Imperatore francese. Il monumento, ricco di elementi simbolici, comprende anche una raffigurazione dell'Eternità, battezzata "velata" che, ammiratissima, costituirà un modello per molti sepolcri ottocenteschi.

Giacomo Dè Maria, "Tomba di Carlo Caprara".
Una statua che lo ritrae in panni classici ricorda la figura di Giuseppe Grabinski, celebre ufficiale polacco amico di Napoleone, che si guadagnò l'affetto dei bolognesi guidando l'esercito insurrezionale nel 1831.

Carlo Chelli, "Monumento funebre di Giuseppe Grabinski".
Una stele verticale, su cui fu adagiata la corona in ferro battuto donata alla sua morte dalla Camera dei deputati, segnala la tomba di Marco Minghetti, protagonista di primo piano nella costruzione dello stato unitario. Dai Pepoli ai Malvezzi, dagli Hercolani agli Aria, ai Zambeccari, ai Silvani, ai Bolognini Amorini, agli Isolani, ai Sampieri (e l'elenco è incompleto), tutte le grandi e illustri famiglie bolognesi hanno alla Certosa le loro celle monumentali. Ma non è solo il volto della Bologna politica quello che si può leggere nelle celle e nei monumenti dei chiostri. Nicola Zanichelli, fondatore dell'omonima casa editrice, è ricordato nei suoi caratteri di borghese impegnato nello sviluppo culturale della città, attraverso lo stemma della sua casa editrice appoggiato su dei libri e accompagnato dalla scritta "laboravi fidenter". I libri ammucchiati sul sepolcro tra foglie e rami, vogliono ricordare l'attenzione dedicata dall'editore alle scienze naturali oltre che alla letteratura.

Alessandro Massarenti, "Particolare del monumento funebre di Nicola Zanichelli".
Non lontano dalla tomba Zanichelli è il sepolcro di Angelo Minghetti, fondatore dell'omonima manifattura ceramica bolognese. Molto scenografica è la tomba di Alfredo Testoni; il rilievo sepolcrale raffigura, secondo il modo degli antichi dottori dello Studio cittadino, il noto commediografo seduto in cattedra con il libro delle sue opere aperte. Sullo sfondo della città di Bologna su cui aleggia la musa ispiratrice della commedia.

Alfonso Borghesani, "Tomba di Alfredo Testoni".
Il percorso potrebbe essere costellato da numerosi altri nomi di uomini e donne legati alla storia della città degli ultimi due secoli. Ci fermiamo qui, ripercorrendo quello che tutti i bolognesi conoscono come il campo Carducci, una vasta area che si apre di fronte all'Ossario dei Caduti della Grande guerra, chiusa a sud dal cenotafio del poeta. Qui si trovano le tombe del glottologo Alfredo Trombetti, del pediatra Maurizio Pincherle, del letterato Francesco Flora, successore di Carducci e Pascoli sulla cattedra di Letteratura italiana all'Ateneo cittadino. Di fianco al cenotafio di Carducci, in uno spazio di ricca vegetazione, si trova la tomba di Ottorino Respighi, che fa parte di un gruppo di sepolcri edificati alla maniera romana. Poco oltre il campo Carducci, lungo il percorso che costeggia l'antico muro di cinta, vi è la sepoltura di Giorgio Morandi. Altri percorsi: l'ara crematoria e il cinerario Nel 1889 l'amministrazione comunale bolognese approvò, tra le prime città in Italia, un moderno Piano regolatore, strumento attraverso cui si voleva dare risposta ai molti problemi di natura igienico-sanitaria che attanagliavano la città: scarsità di acque potabili, strade sporche e veicolo di tante infezioni, abitazioni al limite, se non sotto, il livello di abitabilità. Era quello il primo risultato politico di un'amministrazione che si presentava con un volto nuovo: da un lato stavano tutte le correnti liberali che erano confluite in un grande partito filocrispino e continuavano a reggere il governo della città, dall'altro le forze democratiche che si raccoglievano, pur non sempre compatte, in una lista di opposizione con un programma amministrativo indipendente e soprattutto si mostravano impegnate nelle grandi battaglie politiche e civili, tra cui possiamo bene includere anche la questione cremazionista. Le motivazioni che spinsero i promotori della campagna cremazionista in città non si distinsero da quelle più ampiamente dibattute a livello nazionale: la cremazione era presentata come elemento civilizzatore all'interno del tessuto sociale cittadino e muoveva da presupposti igienico-sanitario, ma anche da affermazioni di dichiarato laicismo. A sostenerla erano medici, scienziati, avvocati, politici di tendenza radicale e socialista, comuni cittadini raccolti dal 1884 nella Società per la cremazione (Gavelli-Tarozzi 1988) Tra i primi atti societari vi fu l'avvio delle pratiche necessarie per ottenere l'autorizzazione all'edificazione del tempio crematorio e del cinerario all'interno della Certosa. L'iniziativa non ebbe rapida soluzione, a intralciarla vi furono lentezze burocratiche, tutto sommato normali, e qualche seria opposizione portata avanti attraverso lo strumento della petizione popolare. Nel dicembre del 1885, dopo che una sottoscrizione fra i soci si era rivelata insufficiente a far partire il progetto, il presidente della Società si rivolse all'amministrazione comunale, nella persona del sindaco, chiedendo che anche il Municipio bolognese, come altri già avevano fatto in Italia, partecipasse alla realizzazione dell'iniziativa. La giunta, chiamata a deliberare nel febbraio successivo, espresse parere favorevole sia all'erezione dell'ara, sia all'erogazione di un contributo. Alla Società era chiesto di impegnarsi a dotare il Tempio di un forno crematorio, mentre i controlli sui lavori vennero affidati all'ufficio di Edilità e Arte, preposto al rilascio delle licenze di costruzione, con l'obiettivo principale di contenere le spese di edificazione muraria; il medesimo ufficio aveva anche il compito di esprimere pareri circa il luogo scelto ove costruire il Tempio. Con una lunga e dettagliata relazione, nell'aprile del 1886, l'ufficio di Edilità presentava al Sindaco i risultati dei lavori preparatori: l'Ara doveva sorgere all'interno del Cimitero, il Municipio avrebbe costruito i fabbricati e la Società di cremazione li avrebbe dotati degli impianti. L'area sarebbe stata data in gestione, per un periodo iniziale di dieci anni, alla Società, che si impegnava a pagare al Comune un contributo per ogni cremazione avvenuta. Trascorso quel primo periodo sperimentale il Municipio avrebbe potuto, a sua discrezione, acquisire il Tempio e gestirlo in proprio, oppure rinnovare l'incarico alla Società. Dunque al Comune spettava l'onere della costruzione del cinerario per la cui esecuzione vennero stanziati fondi sul bilancio preventivo dell'anno 1887. Una piccola clausola inserita tra quelle disposizioni, ci mostra comunque tutti i timori di un Municipio moderato di quei tempi; vi si legge, infatti, che il Municipio declinava ogni responsabilità nel caso in cui "il Governo non avesse più a tollerare le cremazioni". Ricordiamo che la legge Crispi era ancora da venire. A non tollerare le cremazioni fu invece la parte più conservatrice dell'opinione pubblica cittadina che cercò di bloccare l'iniziativa fin dal suo nascere presentando in Consiglio, attraverso l'ing. Giuseppe Ceri, una petizione contro quella che ritenevano una "profanazione" del cimitero. La petizione Ceri non ottenne il successo sperato, e il 24 agosto dello stesso 1886 il Comune deliberava l'approvazione di quanto stabilito dall'ufficio di Edilità. Ma qualche effetto la petizione Ceri l'aveva provocato sia pure di riflesso, in quanto più lunga e complessa del previsto si mostrò la scelta del luogo ove costruire Tempio e cinerario. Della questione venne interessata anche la prefettura che espresse il parere che l'area andava individuata fuori dal recinto del Cimitero. Solo nel 1888 si riuscì a stabilire che il Tempio doveva essere edificato in un appezzamento fuori del muro di cinta del Cimitero, a sud del campo d'inumazione israelitico e accanto al cimitero protestante. La Società di cremazione acconsentì a tale scelta e avviò i lavori necessari che, secondo gli impegni assunti, dovevano essere terminati entro l'autunno dello stesso anno. Il 5 luglio 1889 l'Ara crematoria bolognese veniva solennemente inaugurata: era costata 7 mila lire al Comune per l'edificio e 6 mila lire alla Società per le spese del forno. Più inadempiente si mostrò invece il Comune rispetto all'impegno assunto di costruire il cinerario. Ancora nel 1894 le urne dei cremati venivano stipate all'interno del Tempio, in quanto con eccessiva lungaggine si trascinavano i lavori di sistemazione della Sala della Pietà, all'interno della Certosa, scelta come sede ultima delle urne. Anche in ciò si può cogliere una scelta di compromesso: la cremazione, come atto, doveva avvenire fuori dal Cimitero (luogo sacro), mentre ai resti dei defunti era concesso riposo in esso (per rispetto alla sacralità della morte). Il cinerario venne inaugurato il 10 novembre 1895: fu una manifestazione solenne svolta alla presenza delle maggiori autorità cittadine, e resa commovente dalla sfilata dei parenti che dal tempio, in corteo, portarono le urne nella loro sede definitiva (Tarozzi 1998). L'Ara crematoria presenta, dal punto di vista architettonico, una struttura molto semplice, con una totale rinuncia alle decorazioni e agli ornamenti. Diverso il Cinerario dove vengono ripresi tutti i criteri che avevano definito il cimitero monumentale ottocentesco. "La lunga aula internamente ripartita da lesene a capitello corinzio è coperta da una volta ellittica che richiama la Sala delle Tombe e quella delle Catacombe. Due importanti e severe statue a tuttotondo, collocate in asse, ne animano fortemente lo spazio. […] Rare la simbologia cristiana, quella massonica ed ugualmente i ritratti, sostanzialmente estranei allo spirito del Cinerario (Rocchetta-Zaniboni 2001, p. 129). Visitando il settore cinerario si percepiscono caratteri di diversità e forme di omologazione rispetto al cimitero tradizionale. La diversità è ben visibile nella forma di deposito adottato per le ceneri: l'urna a grolla o la più elegante anfora spesso sormontata da una lampada fiammeggiante. In altri casi le tombe sono più vicine ai sepolcri ad inumazione, anche se meno ricche. È il caso del deposito della famiglia Ducati, costituito da un parallelepipedo, simbolo di saggezza e di perfezione; o l'urna di Attilio Momigliano sigillata da una semplice lastra in travertino; dolenti cariatidi in bronzo sostengono le urne della famiglia Dall'Osso, mentre un'eccezione all'andamento formale della sala è data dalla tomba Bolaffio "dove la molteplicità degli inserti figurativi in marmo o in bronzo sono come avviluppati dalle fronde del melograno. Motivo orientalizzante frequentemente utilizzato nell'ornamentazione di inizio secolo, il melograno sembra recuperare in questo contesto i significati della sua antica simbologia mediterranea di albero sacro e bivalente il cui frutto, madre dolcissima e feconda, inesorabilmente lega senza ritorno agli inferi" (Zaniboni 1998b, pp. 115-116). Quella dell'incinerazione fu, all'inizio, una scelta difficile e di pochi; oggi è una scelta normale per tanti. Va poi aggiunto che recentemente, accogliendo le sollecitazioni venute da alcune associazioni cittadine, l'amministrazione comunale ha definito uno spazio, all'interno della Certosa, dove poter svolgere quello che nei paesi anglosassoni è definito come "rito laico" dell'addio (Tarozzi 2001). Nel 1999, a ridosso del giorno della celebrazione dei defunti, così si leggeva sulla cronaca bolognese del quotidiano "La Repubblica": "Sia il Cimitero di Borgo Panigale che quello delle Certosa non vivono solo il giorno dei morti. I lavori in corso, per migliorare la funzionalità e la sicurezza dei due campi santi, sono numerosi: dal superamento delle barriere architettoniche, all'impianto di illuminazione, dalle telecamere ai cancelli per l'orientamento. Alla manutenzione ordinaria e straordinaria, poi, si aggiungono due progetti più corposi: il bicentenario della Certosa (2001) e la trasformazione dell'ex Pantheon in una sala per cerimonie laiche o di religioni diverse da quella cattolica. Il Pantheon da una ventina d'anni era stato abbandonato e degradato a magazzino, ora, invece, è stato attrezzato in modo che gli agnostici o i non cattolici potranno svolgere liberamente i propri riti funebri. I lavori di ristrutturazione sono già conclusi e il nuovo Pantheon si potrà visitare dalla settimana prossima, e, stabilite le concessioni e le tariffe per affittarlo, sarà operativo entro gennaio del 2000" (27 ottobre 1999). Da quella data i bolognesi hanno nella Certosa uno spazio per accompagnare "laicamente" alla sepoltura i propri morti; non molti lo sanno, ma negli ultimi anni si sono già celebrati non pochi "riti laici" dell'addio. Vicini, ma fuori dalla Certosa Il visitatore che per entrare alla Certosa prende il viale che porta all'ingresso settecentesco del Monastero trova sulla sua destra un piccolo chiostro porticato su tre lati con annesso campo: è il cimitero evangelico edificato in nome di quello spirito laico che aveva portato alla realizzazione del Cimitero comunale. Le piccole comunità straniere non cattoliche, escluse dalla vita delle città per tutta la stagione del governo pontificio, potevano usufruire di questo piccolo spazio pubblico separato per le sepolture. È una parte del Cimitero molto interessante perché ci offre testimonianza della presenza in città di non piccole comunità straniere (tra le più importanti era quella svizzera) - vi troviamo, tra le altre, le tombe della famiglia Loup, molto presente nella vita politica e culturale bolognese nel corso dell'Ottocento - ed è oggi considerato un luogo della memoria che va riqualificato e tutelato come ricordo storico, anche, di una discriminazione che è stata fortunatamente superata. Al rabbino Marco Momigliano, che ricoprì la cattedra rabbinica a Bologna dal 1866 al 1896, si deve la costruzione del nuovo cimitero ebraico, anch'esso fuori dalla cinta muraria della Certosa. Il campo ebraico, situato lungo il viale d'ingresso che porta alla chiesa, ha due entrate: una lo collega al cortile dell'Ara crematoria, l'altra, con cancellata in ferro, si apre direttamente su via della Certosa. Percorrere i suoi viali significa rivivere uno spaccato della vita della comunità ebraica dalla sua ricostituzione ai primi quarant'anni del XX secolo. Qui vi sono sepolti il rabbino Momigliano e quelli che gli sono succeduti, Leonello Modona, orientalista e bibliotecario della Regia Università, Maurizio Padoa, professore e scienziato, i Zabban e i Finzi, tra le famiglie ebree più attive nel tessuto economico e culturale cittadino. Alcune tombe, specie tra quelle novecentesche, hanno un carattere monumentale e rispecchiano gli stili e le mode architettoniche dell'epoca spesso in contrasto con le normative delle consuetudini ebraiche, riscontrabili invece nella sezione antica dove sono ancora presenti piccole stele lineari con incisa solamente la stella di David e sigle ebraiche. Si chiude qui, questo nostro percorso. Oggi la Certosa è, molto meno di un tempo, un luogo attraversato da visitatori occasionali; del resto lo stato di abbandono delle tombe monumentali - a cui ultimamente si sta cercando di porre riparo - ha fatto perdere al Cimitero storico di Bologna quel carattere di cimitero-giardino celebrato nelle pagine degli illustri viaggiatori del XIX secolo.



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Autore Tarozzi Fiorenza
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