Danilo Breschi
Camillo Pelizzi: una storia della cultura politica italiana Redigendo il proprio saggio sul “lungo viaggio” di Delio Cantimori dentro e attraverso il fascismo, Roberto Pertici faceva notare nel 1997 (p. 67n) il fatto che “su Pellizzi si deve lamentare l’assenza di uno studio complessivo”. Nel 1997 erano già circa vent’anni che Emilio Gentile nei suoi studi sull’ideologia fascista aveva avviato una lunga frequentazione con gli scritti di Camillo Pellizzi, definito appunto “uno dei più interessanti ideologi del fascismo”
[1] nonché un “rappresentativo intellettuale fascista” (Gentile 1999, p. 182), in quanto “uno dei più sensibili interpreti dei miti fascisti” (Gentile 2001, p. 105). Insomma, appare curioso il fatto che ancora nel 2003 non risulti esservi nella sterminata, persino eccessiva, letteratura storiografica sul ventennio fascista una biografia organica sul teorico dell’“aristocrazia fascista”. Da circa un decennio era depositato presso la Fondazione Ugo Spirito di Roma l’archivio di Pellizzi, riprodotto in copia grazie alla disponibilità e generosità della vedova Raffaella e all’iniziativa di Renzo De Felice, Giuseppe Parlato e Gisella Longo. Nel 1992 l’Archivio era già stato dichiarato di notevole interesse storico da parte della Sovrintendenza Artistica per il Lazio. Nell’anno 2000 un progetto di ricerca promosso dalla Fondazione ha ottenuto un finanziamento dal ministero per i Beni e le attività culturali. Tale progetto prevedeva il riordinamento e l’inventariazione delle carte Pellizzi nonché la stesura di una biografia. Concepita come un lavoro a quattro mani (autori: Gisella Longo e il sottoscritto), la biografia (in uscita in autunno per i tipi della Rubbettino con il titolo Camillo Pellizzi. La ricerca delle élites tra politica e sociologia) costituisce un primo tentativo di dare forma e continuità all’avventura intellettuale di un autore finora conosciuto solo a metà, una metà – quella relativa al periodo fascista – su cui, peraltro, grava quella lacuna storiografica che abbiamo ricordato poco sopra.
Pellizzi nacque a Collegno, in provincia di Torino, il 24 agosto 1896. Studiò a Pisa dove il padre, illustre psichiatra, fu per un periodo rettore dell’Università. Mobilitato in anticipo rispetto alla leva, fu combattente nella prima guerra mondiale, prima con il grado di sottotenente e poi con quello di tenente d’artiglieria. Visse in prima persona la disfatta di Caporetto. Si laureò a Pisa in Giurisprudenza nel gennaio del 1917, durante una licenza invernale, con una tesi su I poteri di inchiesta del Parlamento, discussa con Santi Romano. Nel 1919 conobbe a Milano, in casa di Margherita Sarfatti, Benito Mussolini e rimase profondamente colpito dalla personalità del fondatore del neonato movimento dei Fasci di combattimento, a cui si iscrisse due anni dopo. Rimase colpito in modo altrettanto profondo dalle conseguenze politiche e sociali dei primi mesi di quel periodo poi passato alla storia come “biennio rosso”. La delusione e l’amarezza provate per una certa diffusa ostilità mostrata nei confronti dei combattenti al loro ritorno dal fronte furono tra i motivi che spinsero Pellizzi a trasferirsi in Inghilterra per proseguire studi a lui più congeniali di quelli giuridici. Nel 1920 divenne così assistente presso la cattedra di “Italian Studies” all’University College di Londra, di cui era titolare Antonio Cippico. Nel 1925 divenne lettore e poi, nel 1931, reader. In quello stesso anno conseguì la libera docenza. Nel frattempo era diventato uno dei principali esponenti del Fascio di Londra, alla cui fondazione aveva partecipato nella primavera del 1921. L’anno successivo Mussolini lo aveva incaricato di assumere la corrispondenza da Londra del “Popolo d’Italia”, che tenne fino al 1929, quando passò al “Corriere della Sera”. Nel 1934 fu nominato titolare della cattedra presso la medesima Università, succedendo così a Edmund G. Gardner, con cui aveva collaborato sin dal 1925. Tenne nominalmente quel posto fino al 1943, ma di fatto lo occupò fino al luglio 1939, dopo di che rientrò in Italia in quanto vincitore del concorso per la cattedra di Storia e dottrina del fascismo dell’Università di Messina. Grazie all’intervento di Bottai, Pellizzi ottenne il trasferimento alla Facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” di Firenze.
Numerose sono le collaborazioni pellizziane a riviste dell’intelligencija fascista, da “L’Italiano” di Leo Longanesi al “Selvaggio” di Mino Maccari a “Critica Fascista” di Giuseppe Bottai, solo per citarne alcune. Da questo contributo particolarmente intenso si può già dedurre l’idea pellizziana di una cultura “interventista” sul piano politico e sociale (Mangoni 1974). Tra il 1922 e il 1925 ricoprì in Inghilterra l’incarico di delegato statale per i Fasci di Gran Bretagna e Irlanda, e contribuì alla fondazione dei Fasci di Glasgow, Edimburgo, Newcastle, Cardiff, Liverpool e Dublino. Dal 1926 fu nel comitato promotore per la fondazione del Comitato di Londra della Società Dante Alighieri, di cui divenne presidente il 16 giugno 1930. Tutti questi incarichi testimoniano, oltre ai fruttuosi rapporti intellettuali e di amicizia con i maggiori protagonisti della cultura politica di quegli anni, un fermento di idee e di azione politica concreta, seppure esercitata da un punto di vista “esterno” ma privilegiato, quale poteva essere quello di un italiano residente a Londra.
Da quanto detto si ricava immediatamente la figura di un intellettuale engagé, sia pure a destra, sempre che sia possibile inserire completamente ed esaurire il fascismo entro le coordinate politico-ideologiche della destra. Come ha di recente osservato Gianpasquale Santomassimo (2002, p. 316), “nell’arco del secolo è esistita in realtà una robusta e diffusa cultura ‘impegnata’ di destra, che, nella prima metà del Novecento, è stata probabilmente anche in termini quantitativi più cospicua di quella che si contrapponeva a essa. L’interventismo della cultura ha avuto nei primi decenni del Novecento una connotazione prevalentemente di destra, e a volta di destra estrema”. In un’ottica di questo genere, la figura di Pellizzi acquista un interesse particolare e un rilievo sicuramente paradigmatico se ne prendiamo in esame l’intero percorso politico e culturale, andando oltre il periodo dell’impegno fascista.
A tale proposito, va detto che il 25 luglio del 1943 rappresenta per Pellizzi una cesura biografica e intellettuale decisiva. La seconda metà della sua vita sarà infatti segnata dalla intima convinzione di essere uscito dal laboratorio della politica, totale e totalitaria, senza avere compiuto quella rivoluzione nella leadership e nella coscienza politica e sociale del popolo italiano tanto auspicata dalla sua personale idea di fascismo
[2]. La convinzione di aver fallito una cruciale operazione di chirurgia politica renderà Pellizzi alquanto refrattario all’impegno politico-partitico. Subentrato un certo pudore e perfino un certo scetticismo nei confronti di una cultura concepita come consigliere, se non ancella, della politica, Pellizzi però non dismetterà mai nella sostanza i panni dell’“intellettuale militante”. Reintegrato nell’insegnamento dopo quasi sette anni di una doppia epurazione (da parte della Rsi prima, della nascente Repubblica democratica poi), egli diventa il titolare della prima cattedra universitaria di sociologia in Italia. Vero e proprio pioniere delle scienze sociali nella nostra penisola, Pellizzi inizia una nuova fase della sua vita fatta di impegno scientifico che non disdegna il commento sull’attualità politica e sociale. La collaborazione alle iniziative editoriali di Leo Longanesi, in particolare “Il Borghese”, e soprattutto ad alcuni quotidiani nel corso degli anni Sessanta, in particolare “Il Giornale d’Italia” e il “Corriere della Sera”, testimoniano di un’idea di “militanza” culturale che costituisce un forte elemento di continuità nell’itinerario intellettuale pellizziano. La stessa attività di sociologo, particolarmente sensibile e attento alle tematiche dei rapporti umani (human relations) nel lavoro e della formazione della classe industriale e del management, è svolta all’insegna di quelle preoccupazioni e di quelle esigenze che già animavano il Pellizzi teorico delle élites fasciste. Dal 1954 al 1957 ricopre l’incarico di direttore della Divisione fattori umani dell’Agenzia europea della produttività (Aep), organo dell’Oece.
Ecco così che la seconda metà della vita e dell’opera di Camillo Pellizzi, quella metà a tutt’oggi sostanzialmente ignorata tanto dalla storiografia quanto dalla sociologia italiane, riveste un’importanza che va oltre il peso specifico della produzione saggistica di questo letterato prestato alle scienze sociali. Pur nei limiti di un pensiero che non produrrà mai niente di organico e di sistematico nella storia delle idee politiche come in quella della sociologia, l’opera e l’attività culturale del Pellizzi del dopoguerra si rivelano una fucina di spunti e di iniziative accademiche ed extra-accademiche non di rado anticipatrici di studi e settori di ricerca sviluppatisi solo qualche decennio dopo. Egli è stato talvolta il maestro, talvolta l’amico, senz’altro il punto di riferimento per alcuni tra i più importanti scienziati sociali (sociologi, scienziati della politica, semiologi) dell’Italia degli ultimi quarant’anni, da Giovanni Sartori a Franco Ferrarotti, solo per citare i più noti
[3]. L’essere stato il primo professore ordinario titolare di una cattedra di Sociologia in Italia ha senz’altro costituito per Pellizzi una risorsa politico-accademica fondamentale, a cui non si è fino ad oggi prestata la dovuta attenzione. Nelle storie della sociologia italiana finora prodotte egli è, nel migliore dei casi, appena menzionato nelle note a margine. Si pensi poi ad una rivista come la “Rassegna italiana di sociologia”, fondata da Pellizzi nel 1960 e da lui diretta fino alla morte, avvenuta nel 1979. Essa è stata sia il catalizzatore sia il centro di irradiazione di numerosi studi sociologici e politologici nonché il trampolino di lancio di molti cultori italiani di tali studi.
Per questi motivi il volume in uscita per l’editore Rubbettino intende offrire la possibilità di allargare un poco lo sguardo oltre la vita e l’opera del protagonista, cioè di oltrepassare in parte i limiti tradizionali di una biografia. Ripercorrere le principali tappe dell’attività intellettuale di Pellizzi consente infatti allo studioso di ricostruire spezzoni importanti della vita politica e sociale dell’Italia fascista, nonché individuare alcuni rapporti – finora trascurati – tra la cultura italiana e quella inglese negli anni compresi tra le due guerre mondiali. Allo stesso modo, affrontare in dettaglio l’attività scientifica e didattica del Pellizzi sociologo offre la possibilità di abbozzare una storia della sociologia e della sua istituzionalizzazione nel nostro Paese
[4].
La molteplicità ed eterogeneità degli interessi e delle discipline coltivate da Pellizzi, nonché la sua longevità intellettualmente prolifica, hanno reso consigliabile una divisione e specializzazione del lavoro che si sono tradotte in questo libro a quattro mani. Unendo formazioni e competenze diverse, entrambi gli autori hanno cercato di adottare un approccio multidisciplinare, pronto ad accogliere il contributo di diverse discipline innestate su un impianto rigorosamente cronologico, ovverosia su una base di tipo storiografico. È parso il modo migliore, se non l’unico, per affrontare in modo efficace quasi settant’anni di una produzione culturale che annovera saggi sul teatro inglese e pamphlets sull’ideologia fascista, studi sul simbolo e sul rito, sulla comunicazione e la sociolinguistica. Strutturato essenzialmente come una biografia politico-intellettuale, il libro mette in secondo piano la produzione più strettamente letteraria che comunque fa da sfondo alla trattazione di alcuni aspetti.
Molte sono le biografie dedicate alla vita e all’opera di intellettuali fascisti. Poche sono quelle che hanno affrontato l’intero percorso biografico di quegli italiani i quali dal periodo fascista, in cui erano magari esponenti di spicco dell’intelligencija del regime mussoliniano, si sono poi ritrovati catapultati nella vita della repubblica democratica, dove con alterna fortuna hanno proseguito nella loro professione di studiosi e intellettuali, oltre che nella loro vita di cittadini. L’Archivio di Camillo Pellizzi, dotato di un carteggio ricchissimo, ha consentito agli autori del libro di fare della vita e dell’opera di questa complessa figura di intellettuale, a suo modo éngagé, una postazione privilegiata da cui osservare la storia della politica e della cultura italiana del Novecento.