Melissa Nicolini
Boschi e territorio nella Lombardia dell'Ottocento“Il viaggiatore che giunge in Lombardia ad alcuno dei passaggi delle Alpi, dopo avere incontrato i boschi di pezzo, di abete, di larice, di pino zimbro, fino all’altezza di seimila piedi sul livello del mare nel versante settentrionale di quegli alti gioghi, resta compreso da penosa meraviglia nello scorgere il nostro versante meridionale, dove pur regna un clima più temperato, quasi sguernito d’alberi; nel trovare le sommità dei monti, alti quattro o cinquemila piedi, e le loro chine, brulle o coperte solo da irregolari macchie, ultimi miseri avanzi di una magnifica vegetazione forestale di cui ci aveva fatto dono la natura”.
Così Stefano Jacini (1996, p. 101) descriveva il patrimonio forestale della regione montuosa della Lombardia intorno alla metà dell’Ottocento.
Il depauperamento dei boschi lombardi, iniziato nel corso del XVIII secolo
[1], assunse in quello successivo dimensioni del tutto inedite, tanto da imporsi all’attenzione di un pubblico sempre più vasto. Della “questione dei boschi” si occuparono non solo gli “addetti ai lavori”, ovvero selvicoltori e agenti dell’amministrazione forestale, ma anche medici, ingegneri, naturalisti, botanici, entomologi, scrittori di agraria ed in generale studiosi della realtà economica e sociale.
Nella prima metà dell’Ottocento, l’aumento della popolazione, lo sviluppo in senso capitalistico dell’economia della regione e la crescita delle attività manifatturiere determinarono una sempre maggiore domanda di legna sia come combustibile sia come materiale da costruzione, esercitando una forte pressione sui boschi, tanto da metterne in pericolo la loro stessa conservazione.
La distruzione del patrimonio forestale lombardo doveva aver assunto dimensioni notevoli se nel 1844 l’Istituto lombardo di scienze, lettere ed arti era giunto a bandire un premio per la migliore memoria presentata in risposta al quesito “Additare la migliore e più facile maniera per rimettere i boschi nelle montagne disboschite dell’Alta Lombardia, e per conservarli e profittarne”
[2].
In molti degli scritti dell’epoca attinenti la questione – tra i quali si distinguono per importanza quelli di Pietro Caimi, Stefano Jacini, Cesare Correnti e Angelo Bellani – colpisce la sensibilità con cui venne affrontato il problema forestale, tanto per la profondità delle riflessioni sulle diverse cause del disboscamento quanto per la modernità dei rimedi proposti.
Sono assai numerose le testimonianze volte a denunciare il notevole squilibrio tra consumo di legname e capacità produttiva dei boschi. La preoccupazione con cui gli studiosi guardavano al disboscamento in atto in Lombardia era dettata naturalmente dalle gravi conseguenze che da esso derivavano: danni di natura sia ambientale che economica. La distruzione del patrimonio forestale si ripercuoteva sulla stabilità del suolo e sul regime delle acque: gli autori correttamente imputavano all’improvvido disboscamento dei declivi dei monti il verificarsi di frane e valanghe, nonché l’irregolarità del corso dei fiumi, l’innalzamento del loro alveo e le conseguenti inondazioni
[3].
Il dissesto idrogeologico colpiva con maggior violenza i territori montani, dove, in alcuni casi, gli abitanti erano costretti ad abbandonare le zone maggiormente colpite. Tuttavia i danni erano ingenti anche nelle più ricche regioni della collina e della pianura, dove l’allargamento dei letti dei fiumi e le inondazioni erano causa della distruzione di raccolti e caseggiati.
Tra le conseguenze del depauperamento del patrimonio boschivo lombardo vi erano infine da annoverare la scarsità e l’elevato costo della legna.
“La scarsezza e l’incarimento del combustibile e del legname d’opera – scriveva Pietro Caimi (1847, pp. 21-22)
[4] in una delle Memorie partecipanti al concorso bandito dall’Istituto lombardo – è pure un’altra delle calamità procedenti dalle distruzioni boschive: questo genere di prima necessità è diminuito fuori di proporzione coi bisogni dell’agricoltura, delle arti e dei mestieri, a detrimento dei possidenti ed a patimento dei poveri. In alcune provincie di Lombardia la scarsità e la carezza del combustibile è sentita a segno da far cuocere il pessimo pane melgotto colle canne che lo producono, ed in alcune altre, già ricche di boschi secolari, non si trovano le travature per i grandi ponti, e quindi occorre farle venire dalla Svizzera o dal Tirolo, o costruire i ponti in vivo, ove si avrebbe potuto farli economicamente in legno”.
Ricordiamo qui, per sottolineare la questione, come, a tutti gli effetti, la società lombarda fosse ancora a metà Ottocento una “civiltà del legno”: il legno era infatti necessario pressoché per ogni attività umana, dall’agricoltura all’edilizia, e costituiva la principale fonte di energia, in quanto era utilizzato come combustibile tanto per usi domestici quanto nelle manifatture.
A un’analisi puntuale degli effetti prodotti dal disboscamento faceva seguito l’individuazione delle cause: la gran parte degli osservatori contemporanei denunciava una gestione inadeguata del patrimonio boschivo da parte dei comuni. I boschi lombardi infatti erano ancora a metà Ottocento per la maggior parte di proprietà comunale
[5] ed utilizzati generalmente secondo due differenti modalità: in parte venivano affittati a commercianti di legname in parte lasciati ad uso dei “comunisti”, che vi esercitavano gli antichi diritti civici di pascolo, legnatico e stramatico.
Tali metodi di sfruttamento erano considerati estremamente dannosi per la prosperità dei boschi.
Nel primo caso infatti il commerciante, cui veniva appaltato il taglio del bosco su un determinato appezzamento di terreno, non essendo interessato alla sua conservazione, ma unicamente a ricavarne il maggior guadagno, non si curava di rispettare quelle pratiche necessarie a garantire la futura capacità di riproduzione delle piante
[6].
I commercianti sfruttavano in modo speculativo i fondi loro assegnati, causando la distruzione di boschi anche secolari, il cui valore economico era assai elevato. Tuttavia, nonostante i danni che apportava, il sistema degli appalti era largamente diffuso, poiché assicurava ai comuni cospicue entrate, necessarie a rimpinguare le casse comunali in costante stato di indebitamento.
Così scriveva nel 1844 Francesco Visconti Venosta (pp. 139-140) riferendosi alla realtà valtellinese: “gran parte delle comuni essendo aggravate da debiti, vennero animate alla vendita de’ boschi. Sciami di speculatori e si suscitarono in paese, e vennero di fuori. L’autorità politica provvedeva all’indennità dei comuni con previdenti condizioni di vendita tendenti al doppio scopo d’evitare le frodi, e di conservare il bosco salvando le pianticelle allieve; condizioni delle quali gli intraprenditori non si spaventavano, sapendo bene che in parte sfuggivano alla pratica applicazione, in parte potevano essere facilmente deluse. L’enumerazione delle piante, la stima, la consegna, la sorveglianza già rese difficilissime per la difficoltà de’ luoghi, e pel folto di quelle estese antichissime foreste erano, dalle persone incaricate d’ufficio, affidate in fatto alle guardie boschive, gente di facile acquisto. So della vendita di un bosco comunale in cui fu sbagliata la consegna di diecimila piante. Clamorosi e sempre deplorandi processi criminali attestano quanta parte avesse la seduzione in quelle speculazioni. L’esperienza dimostrò che entrata una volta la fatal scure dell’intraprenditore in un bosco, quello è tanto più irreparabilmente distrutto in quanto che si compone di piante resinose che non ripullulano più”.
I boschi comunali non appaltati a terzi erano goduti promiscuamente dagli abitanti del comune, che vi accedevano non solo per ricavare legna (per usi domestici e agricoli), ma anche per condurvi a pascolare il bestiame e per raccogliervi foglie, erba e frasche ad uso di foraggio e strame: una modalità di sfruttamento del bosco assai diversa da quella indicata dalla moderna selvicoltura.
La scienza selvicolturale, nata nella seconda metà del Settecento in risposta all’aggravarsi del fenomeno del disboscamento, aveva tra le sue finalità, oltre naturalmente alla cura e alla conservazione dei boschi, quella di aumentare la produttività della risorsa forestale, in termini di produzione di legname
[7]. Essa pertanto condannava l’esercizio di quelle pratiche, quali il pascolo e lo stramatico, che, indebolendo la forza vegetativa del bosco, avrebbero potuto diminuire la capacità di produzione legnosa degli alberi. Secondo il parere dei selvicoltori le pratiche consuetudinarie esercitate nei boschi dovevano essere fortemente limitate, quando non addirittura vietate, contrapponendo in tal modo un uso specialistico della risorsa boschiva all’uso multiplo che ne facevano le popolazioni rurali (Moreno 1988; Sansa 2000).
Si considerino le riflessioni di Francesco Meguscher (1847, p. 237) a proposito della pratica di condurre gli animali al pascolo sui fondi boschivi: “a fronte delle più solerti cure usate nella riproduzione sia naturale, sia artificiale de’ boschi, non si giungerà giammai a conseguire un’arboratura completa, vigorosa e robusta, e di utile incremento, qualora le novelle produzioni non vengano guarentite e protette contro il morso e calpestio degli animali da pascolo. Fra i danni precipui che flagellano i boschi e cospirano al loro successivo detrimento – continuava l’autore – senza dubbio sono d’annoverarsi il morso e il calpestio degli animali domestici, i quali nel pascolare hanno la proprietà di mutilare co’ denti i vegetali e le tenere produzioni legnose”.
Ecco quindi, ricapitolando, i due mali che affliggevano i boschi lombardi: l’esercizio degli usi civici ed il sistema degli appalti.
Agli occhi dei contemporanei dunque il primo provvedimento da adottare consisteva nell’alienazione dei boschi ancora di proprietà comunale. In tal modo si sarebbero tutelati i boschi affidandoli alla “sorveglianza dell’interesse privato”: i nuovi acquirenti, spinti dal tornaconto economico, avrebbero infatti provveduto ad attuare una coltivazione più razionale dei loro fondi, seguendo i dettami della moderna scienza selvicolturale. La garanzia che i privati avrebbero promosso una migliore coltivazione dei boschi era fornita dalla possibilità di ricavare ingenti guadagni da una loro oculata gestione. L’alto prezzo del legname infatti assicurava la possibilità di ottenere una discreta rendita da un fondo boschivo ben coltivato, in particolare se il fondo si fosse trovato nella zona montuosa, dove per ragioni climatiche la coltura boschiva risultava senz’altro maggiormente redditizia rispetto alle produzioni agricole. Alienati i boschi ancora di proprietà comunale, la legge del mercato sarebbe stata dunque la migliore garanzia della loro conservazione.
Il favore con cui la maggior parte degli autori guardava alla privatizzazione dei fondi boschivi non si traduceva tuttavia in un’affermazione assoluta del principio di proprietà privata. Il bosco costituiva prima di tutto un patrimonio della collettività e in quanto tale doveva essere tutelato.
Gli stessi autori che guardavano con fiducia all’iniziativa privata riconoscevano infatti la necessità di definire i limiti entro i quali i singoli proprietari avrebbero potuto disporre liberamente dei loro boschi.
A tal fine allo Stato veniva affidato il compito di tutelare i boschi dai possibili abusi dei privati, vigilando affinché essi non venissero estirpati e imponendo ai proprietari di seguire modalità di coltivazione corrette, atte a garantirne la prosperità e la conservazione. Tale “intromissione” da parte delle autorità pubbliche rispetto all’autonomia d’azione dei privati era considerata affatto legittima, non ritenendosi ammissibile che in nome del principio della libera proprietà i possessori dei boschi sottraessero, per dolo o per incuria, alla collettività un bene tanto prezioso.
Era necessario, sosteneva l’Ispettore generale dei boschi Giuseppe Gautieri (1817, p. 92)
[8], che le selve “sian […] sotto l’egida dei Governi, nè si possan esse menomare e molto meno distruggere […] che col loro assenso, via sopra tutto coll’ingannevole prestigio e col vieto pretesto dell’inceppamento della libertà di usare de’ proprii fondi, onde autorizzare ciascuno ai tagli dei boschi, giacchè, come dei fiumi, così dei boschi i più rilevanti, non può l’individuo di uno Stato, qualunqu’ei siasi, averne che l’uso”
[9].
Erano questi i principi cui si ispirava la legislazione forestale vigente: si trattava del decreto 27 maggio 1811 promulgato dal Governo napoleonico per i territori del Regno d’Italia e rimasto successivamente in vigore in Lombardia e in Veneto per tutto il periodo della dominazione austriaca.
La legge forestale 1811 imponeva notevoli restrizioni alla possibilità dei privati di disporre liberamente dei propri fondi: essa infatti, oltre a vietare il dissodamento dei boschi situati sulle chine dei monti, lungo i fiumi e i torrenti, nei luoghi soggetti a frane e valanghe, regolava le modalità con cui i boschi, sia pubblici che privati, dovevano essere utilizzati. Così ad esempio l’articolo 42 imponeva ai privati un turno di taglio per i boschi cedui non inferiore ai sette anni e l’obbligo di lasciare ad ogni taglio, sia nei boschi ad alto fusto che cedui, un certo numero di piante novelle.
Tali prescrizioni volte a prevenire la distruzione dei boschi esistenti a causa di un loro improvvido sfruttamento, benché fortemente restrittive, non furono considerate dai contemporanei lesive della libertà dei privati. Le critiche semmai riguardarono il Governo austriaco per non esser riuscito ad impostare un’amministrazione forestale efficiente realmente capace di agire sul territorio
[10].
Il dissesto in cui versava il patrimonio boschivo lombardo imponeva tuttavia che, accanto alla conservazione dei boschi esistenti, venisse intrapresa anche un’opera di tutela del territorio, mediante la piantagione di estese selve d’alto fusto, capaci di esercitare un’efficace azione di rassodamento dei terreni lungo le pendici dei monti, impedendo così l’erosione e il dilavamento del suolo verso valle.
Delle costose operazioni di rimboschimento non avrebbero potuto certo farsi carico i privati, tanto più che per poter ricostruire il manto forestale sui terreni colpiti dal dissesto idrogeologico sarebbero stati necessari lavori di consolidamento del terreno e di sistemazione idraulica, ovvero opere ben al di sopra dei mezzi di un singolo proprietario.
“L’interesse privato non sarà mai in grado di ristabilire gli alberi sovra spazj, i quali, esposti per lunghi anni all’azione libera delle procelle, perdettero persino la suscettibilità di sostenere altra vegetazione che non sia quella dei cespugli o di erbe selvatiche. Or bene; la ristaurazione di tali selve implica la questione dell’imbrigliamento dei torrenti. Oltre a ciò, l’interesse privato procurerà di ristabilire bensì boschi cedui, che in breve tempo si lasciano utilizzare, ma non già boschi d’alto fusto, pei quali i tagli con turni regolari non potrebbero essere incominciati, e quindi utilizzati, se non dopo la seconda generazione”. Pertanto, concludeva Stefano Jacini (1858, pp. 59-60) in uno scritto in cui trattava in specifico della Valtellina, “è necessario [...] che si aggiunga l’intervento della mano possente dello Stato, il quale, partendo dal principio che la questione dei boschi è importante non solo per la nostra regione montuosa, ma per lo meno in modo mediato, anche per tutto il paese, pigli sotto alla propria diretta tutela questo grande interesse verso cui convergono le più importanti questioni d’avvenire economico delle nostre valli, ed inizii la gigantesca impresa, la quale, una volta bene avviata, forse non richiederà più la tutela governativa”.
I comuni non venivano generalmente indicati come possibili soggetti delle operazioni di rimboschimento; essi difatti (ed in particolare quelli della regione montuosa) non disponevano di mezzi sufficienti per intraprendere opere di tale entità.
L’unico soggetto in grado di finanziare un’opera tanto lunga e dispendiosa era dunque lo Stato, che avrebbe dovuto erogare i capitali necessari al rimboschimento delle montagne lombarde, mentre i comuni avrebbero tutt’al più potuto affiancare l’azione del Governo nella gestione dei lavori di rimboschimento, essendo le amministrazioni comunali certamente meglio informate dei problemi e delle esigenze delle realtà locali. L’opera di rimboschimento sarebbe inoltre dovuta rientrare nella categoria delle opere di pubblica utilità e di conseguenza le autorità statali avrebbero avuto il diritto di espropriare i privati di quei terreni che fosse stato necessario rimboschire
[11].
Gli autori dell’epoca dunque, riconosciuto al bosco un valore ambientale prima che economico, ritenevano che la gestione del settore forestale non potesse basarsi esclusivamente sulla logica del profitto individuale. La relazione esistente tra boschi e protezione del territorio richiedeva politiche di intervento specifiche.
Un’altra considerazione attesta la modernità delle riflessioni degli autori dell’epoca: la convinzione che il problema forestale avrebbe trovato un’effettiva risoluzione solo all’interno di un più generale miglioramento delle condizioni economiche dei territori montani.
Nella prima metà dell’Ottocento l’economia della regione montuosa attraversava un periodo di forte crisi. La sempre maggior interdipendenza raggiunta tra le diverse zone della Lombardia, grazie al perfezionamento delle vie di comunicazione, aveva posto, già sul finire del XVIII secolo, l’economia di questa zona in più stretto contatto con le più ricche realtà produttive della collina e della pianura, dove era in atto un ampio processo di sviluppo capitalistico dell’agricoltura.
Tale integrazione aveva determinato un’ulteriore penalizzazione della già povera e arretrata agricoltura di montagna, incapace di reggere la concorrenza dei prezzi dei prodotti agricoli (cerali e vino) coltivati a minor costo nelle più fertili regioni del piano.
La crescente richiesta di legname da ardere e da costruzione nel resto della Lombardia aveva dato origine a un fiorente commercio di legname su larga scala gestito da pochi grandi speculatori. Questi avevano saputo “organizzare una specie di monopolio pel commercio dei legnami” (Caimi 1847, pp. 38-39) che si era risolto, come già detto, in uno sfruttamento distruttivo dei boschi a danno della collettività.
Infine l’allevamento, ancora transumante, non aveva raggiunto quel grado di perfezionamento della vicina Svizzera, dalla quale gli allevatori della Bassa preferivano importare i capi di bestiame per rimpinguare le vaccherie delle loro aziende agricole.
La regione montuosa subiva pertanto lo sviluppo economico in atto nelle zone del piano, senza tuttavia essere in grado di rispondere positivamente alle sollecitazioni che le provenivano.
La risoluzione del problema forestale doveva partire da una più ampia riforma dell’economia montana. A questo proposito l’intervento più articolato fu senz’altro quello di Stefano Jacini.
Lo studioso, profondo conoscitore della realtà economica della regione montuosa, riteneva necessario, per lo sviluppo di questa zona, una riforma radicale del suo assetto produttivo, tale da portare la montagna ad abbandonare la sua vocazione agricola per privilegiare quelli che a parere dell’autore erano i due rami più importanti della sua economia: la pastorizia e la selvicoltura.
Sia il legname che i capi di bestiame bovino – come si è detto – erano assai richiesti nel resto della Lombardia, tanto che per provvedere alla domanda era necessario ricorrere ad importazioni dalla Svizzera e dal Tirolo. Convertiti invece i campi coltivati in pascoli e boschi, la montagna importatrice di prodotti agricoli sarebbe potuta divenire a sua volta esportatrice verso il resto della Lombardia di legname e bestiame, saldando in tal modo lo sviluppo della sua economia alle trasformazioni in atto nel resto della regione. Lo sfruttamento della risorsa boschiva da attività speculativa, gestita da pochi grandi commercianti di legname, sarebbe quindi divenuta un’attività produttiva, fattore di crescita per l’economia dell’intera regione montuosa.
Gli autori dell’epoca erano inoltre consapevoli del fatto che qualsiasi riforma, intesa a collocare al centro della economia montana lo sviluppo di una moderna selvicoltura, avrebbe dovuto innanzi tutto incontrare il favore della popolazione locale e rappresentare pertanto un’opportunità di miglioramento delle sue condizioni di esistenza.
Era necessario perciò che la zona montana non si limitasse ad esportare materia prima, ma che in essa si favorisse lo sviluppo, presso i luoghi di produzione o nei centri commerciali più vicini, di attività legate alle fasi del taglio, del trasporto e della lavorazione del legname: che si consolidasse insomma una vera e propria “industria selvicola”, in grado di costituire una fonte di lavoro e di reddito per le popolazioni delle montagne lombarde.
Solo all’interno di tali trasformazioni gli interventi statali volti ad una riqualificazione del territorio, nonché la privatizzazione dei beni comunali e l’auspicata applicazione della selvicoltura avrebbero potuto dare i risultati sperati.