N. 3 - Dicembre 2003


ISSN 1720-190X





Stefano Bucciarelli

Seminario di studi su "L'epoca giovane. Generazioni, fascismo e antifascismo", Urbino, aprile 2003

Si è tenuto all'Università di Urbino, il 15 aprile 2003, promosso dalla Facoltà di Scienze della formazione e dall'Istituto di storia, un seminario di studi in occasione della pubblicazione del volume di Maurizio Degl'Innocenti, L'epoca giovane. Generazioni, fascismo e antifascismo, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2002. Al seminario, presieduto dalla direttrice dell'Istituto di storia, Marinella Bonvini Mazzanti, che ha coordinato i lavori, hanno partecipato Massimo Baldacci (Università di Urbino), Dino Mengozzi (Università di Urbino), Paolo Sorcinelli (Università di Bologna) e Maurizio Degl'Innocenti (Università di Siena).
Pubblichiamo di seguito un sunto delle relazioni.

Massimo Baldacci, Appunti sulla problematica giovanile

La condizione giovanile prende oggi forma in una pluralità diversificata di modi d'essere del giovane, difficilmente riconducibili ad un'unica matrice interpretativa. Infatti, a parte la molteplicità e le differenze delle traiettorie esistenziali individuali, sono numerose le variabili che contribuiscono a sfaccettare l'universo giovanile: la condizione sociale, quella culturale, quella territoriale, quella antropologica e via dicendo. Di fronte a questa eterogeneità, sarebbe errato cercare di imprigionare l'identità del giovane in una sorta d'essenza astorica; si tratta piuttosto di svolgere una fenomenologia delle possibilità storicamente situate dei suoi modi d'essere, allo scopo di pervenire ad una comprensione complessiva ma non riduttiva della problematica giovanile. A questo scopo, si possono individuare sommariamente tre paradigmi interpretativi che, a titolo puramente di comodo, chiameremo: biologico, socio-sistemico, storico-sociale. Per il paradigma biologico, l'adolescenza-giovinezza è una fase naturale e universale dello sviluppato umano innescata dai cambiamenti fisiologici pubertari e dal loro riverberarsi sul piano psichico. Tuttavia, questa interpretazione non tiene conto del fatto che pur essendo la pubertà un fenomeno universale, i modi di elaborarne i significati sono variabili dal punto di vista storico e socio-culturale. Per il paradigma socio-sistemico, la gioventù è un'invenzione sociale dovuta al prolungamento della formazione, necessario in rapporto alla complessità delle società avanzate. Tuttavia, questa interpretazione non tiene conto del fatto che nell'epoca della società conoscitiva la formazione tende a diventare permanente anche per l'adulto e quindi questo criterio distintivo s'indebolisce. Infine, per il paradigma storico-sociale, la gioventù va vista nel contesto della stratificazione sociale (che è anche per età, oltre che per ceto, per sesso ecc.) e da questa angolazione appare come un periodo di emarginazione e di subordinazione derivante dalle strutture socioeconomiche. Anche se una pedagogia di marca moralistica e normativa ha spesso fornito una copertura ideologica a questo stato di cose, non è per niente provato che il prolungamento della formazione richieda anche quello della subordinazione di persone che posseggono le risorse psico-fisiche per essere autonome. Secondo noi, è a partire dal quadro interpretativo fornito da quest'ultimo paradigma che si possono riarticolare e integrare anche le letture fornite dagli altri due e si può approfondire la riflessione sulla condizione giovanile nell'attuale latitudine storico-sociale. Una latitudine che, oltre al persistere della citata condizione di subordinazione del giovane, vede insistere su di lui anche fenomeni come quello dell'insicurezza del futuro (causata dal livello della disoccupazione nelle società neoliberiste), della mercificazione della propria identità (il giovane esiste socialmente in quanto consumatore) ed altri ancora, che nel loro complesso tendono a creare una situazione densa di contraddizioni. Per esempio, la subordinazione richiesta ai giovani come preparazione alla vita adulta è giustificata in base ai vantaggi socioeconomici propri di questa, ma tale promessa è contraddetta dal fenomeno della disoccupazione che vieta o ritarda ai giovani l'accesso all'autonomia adulta. A ciò si deve aggiungere che spesso i valori propri dei giovani esibiscono una natura postmaterialista che li porta a non riconoscersi nei "premi" materiali (il successo economico, per esempio) associati alla condizione adulta. Gli esiti di questa ed altre contraddizioni (la lacerazione tra cultura scolastica e cultura giovanile, per esempio) mettono capo alle mutevoli forme del disagio esistenziale giovanile; disagio che talvolta può assumere la forma del ripiegamento intimista, della fuga nell'immaginazione, del disimpegno e della passività, e talvolta può invece tradursi in comportamenti di protesta, di contestazione e financo di aperta ribellione al mondo degli adulti. Fenomeni questi ultimi che spesso sono considerati come il sintomo di un fallimento del processo educativo e che invece devono essere letti con un'attenzione e una finezza interpretativa molto più elevata, come segni di difficoltà, certo, della dinamica formativa, ma anche come momenti in cui questa si slega da un mero meccanismo di riproduzione sociale per partecipare ai processi del cambiamento sociale ed esistenziale. Fenomeni verso i quali una pedagogia moralista e normativa è perciò del tutto inefficace e controproducente e che reclamano, al contrario, una pedagogia in grado di scommettere sul valore formativo dei fermenti e delle utopie dei giovani, saldando le proprie elaborazioni teoriche e metodologiche con un rinnovato impegno delle istituzioni sul versante delle politiche giovanili, che sono ancora complessivamente deboli nel nostro Paese.

Dino Mengozzi, Retorica biopolitica e giovanilismo

Senz'altro uno dei meriti principali del libro di Degl'Innocenti è di mettere in opera una pluralità di approcci storiografici all'"epoca giovane", da quello dei contenuti della politica verso i giovani - ripercorrendo sullo spazio di mezzo secolo le principali linee ideologiche di gruppi e partiti, dal giovanilismo delle avanguardie al totalitarismo fascista, all'antifascismo - a quello dei linguaggi, delle metafore, delle strutture dell'immaginario politico. E su quest'ultimo piano - che qui vorrei privilegiare - definisce con originalità e vasta documentazione, la continuità di certe formule che, al di là dei contenuti, si riproducono sorprendentemente dall'uno all'altro schieramento, dal fascismo all'antifascismo, a partire da quella "svolta" linguistica che ruota intorno alla Grande guerra. A partire dall'immane conflitto, infatti, si aveva l'introduzione, nei consueti indirizzi politici, del biopolitico, cioè del generazionale come elemento qualificante. Tale rivoluzione linguistica aveva un aspetto distruttivo, in primo luogo verso le eredità dell'Italia liberale, giolittiana e turatiana, e per l'altro un momento costruttivo sfociante nel totalitarismo fascista, il quale si innestava, proclamandosene erede, su quella "questione giovane", che si era formata a cavallo del secolo, in seguito all'evoluzione demografica, alla diffusione dell'istruzione e al fenomeno delle avanguardie artistiche del primo decennio del '900. Come si sa, la metafora è una forma narrativa della storia e un modo di conoscere la realtà. La politica, non di meno, si serve della metafora per dare una forma sensibile alle idee, designare "eroi" e "traditori". L'"epoca giovane", come ricostruisce Degl'Innocenti, s'incentra su di una serie di simboli contrapposti, usati per marcare uno stacco, una dicotomia piuttosto che una transizione. Non è difficile estrarre una serie di coppie simboliche, con i relativi e sottesi giudizi morali e politici: giovane / vecchio; velocità / lentezza; creazione / conservazione; vigoria / debolezza. Si tratta, per lo più, di metafore del corpo, allusive alle sue funzioni fisiche e al processo naturale d'invecchiamento, alla salute e alle malattie. Naturalmente la polarità insita in ogni coppia di termini suggerisce, per via biopolitica, un principio di legittimità politica: come consegnare il potere ai sorpassati, se non a dei morenti? Va da sé che ciò mira a rovesciare, nella mentalità consueta, l'idea del "vecchio" come sinonimo di saggezza, esperienza, prudenza: le qualità che assicuravano un vantaggio agli anziani nelle culture comunitarie e "passatiste". La Grande guerra rinforzava l'accentazione giovanilista a motivo di un ulteriore fattore simbolico della massima importanza, e cioè l' esproprio della morte ai "vecchi". È questo, forse, il passaggio più originale del libro, almeno per me, e mi ci soffermerò. La metafora del corpo è centrale nella politica di massa "inventata" dalla Rivoluzione francese. Sappiamo dagli studi di Antoine de Baecque che l'antica rappresentazione monarchica, fondata sulla metafora del corpo del re, cedeva il posto, sotto i colpi dei democratici, a un'altra rappresentazione politica: quella del corpo del cittadino, ercole vigoroso, garante di una nuova sovranità. Si parla naturalmente del corpo e non dell'anima e questo attesta un ulteriore aspetto della messa da parte del "vecchio" mondo, connessa con la rappresentazione religiosa tradizionale. La liturgia del Milite ignoto, alla fine della Grande guerra, confermava l'irruzione della biopolitica nell'orizzonte culturale del dopoguerra europeo. In Italia, toccherà poi al corpo del duce divenire strumento di una politica biologica, come ha raccontato Sergio Luzzatto. La Grande guerra, dunque, introduce il biopolitico nell'arena simbolica, ma con una novità sconvolgente, perché interrompe il transito ereditario "naturale" fra le generazioni. La guerra toglie la morte dal suo posto normale di segnatempo, nel meccanismo evolutivo, rovesciando il succedersi delle generazioni. Sicché da allora il giovanilismo non sarà più allusivo a una naturale transizione per eredità, perché la guerra rimuove la morte dal campo degli adulti/vecchi. Le conseguenze saranno, a un tempo, linguistiche e sociali. Le metafore non faranno così che registrare questa nuova realtà, il cui contenuto aveva rimandi etici complessi, in gran parte perduti in seguito, come ad esempio la vergogna degli adulti/vecchi per il fatto di essere sopravvissuti alla morte dei giovani. Non a caso si avrà l'interruzione del "culto dei morti" (definito da P. Ariès e M. Vovelle) così com'era stato praticato prima della guerra: troppi giovani erano morti per poter ancora erigere, senza offendere il pudore, tombe imponenti per i loro genitori (S. Audoin-Razou - A. Becker, La violenza, la crociata, il lutto, Torino, Einaudi, 2002, p. 196 ss.). Ma ciò che più importa qui è che la guerra segnava una discontinuità nella "morte pubblica", quella che celebrava i valori dei grandi uomini, quella religione civile rappresentata, in Francia, dal Panthéon. Ebbene, il Milite ignoto imponeva la discontinuità: la sua sepoltura evitava la compagnia dei grandi uomini della tradizione, figure dell'autorità paternalistica tradizionale, scegliendo l'Arco di trionfo o l'italiano Altare della patria, nel segno di una nuova unanimità religiosa e civile. In questo modo la guerra, pur non essendo un evento strettamente generazionale, introduceva di fatto un fattore generazionale, perché erano i giovani, appunto, a morire. Davvero la biopolitica, allora, destrutturava i paradigmi linguistici della politica tradizionale. È qui la maggiore originalità del libro. La guerra riscrive - come osserva Degl'Innocenti (p. 72) - i codici di comportamento sociale e le gerarchie. E il quadro concettuale determinato dalla guerra diventa insuperabile per tutti, fascisti e antifascisti, con la sola eccezione di Turati e della tradizione socialista riformista, che scartava il biopolitico puntando piuttosto sulla difesa della democrazia, prima di essere sopraffatta dalla violenza del primo dopoguerra. Tutti gli altri protagonisti della scena politica, invece, finiranno per usare la biopolitica, le cui conseguenze saranno condizionanti e infine limitative. Perfino chi, come i comunisti, aveva una dogmatica piuttosto definita, resterà irretito nella "questione giovanile", per non dire di tutto l'antifascismo giellista e liberal-socialista, e dell'Italia repubblicana poi. Solo a partire dal '68, probabilmente, nel linguaggio politico i giovani passavano da categoria biopolitica a categoria sociale.

Paolo Sorcinelli, Fattore generazionale e mutamento storico

Nel titolo del libro di Degl'Innocenti figurano due termini: "epoca giovane" e "generazione" e su questo, credo, si debba soffermare l'analisi, anche perché il tema delle "rivolte giovanili" è molto ambiguo, sia da un punto di vista concettuale che storiografico. Spesso, infatti, la "rivolta" non viene analizzata alla luce delle fasce d'età dei protagonisti che la animano, lo stesso si dica per il genere dei protagonisti. Inoltre solo dagli anni '60 il termine "giovanile" viene accostato al sostantivo in maniera netta. Per la prima volta, pur non essendo certo questa l'unica rivolta giovanile della storia, il problema era oggetto di una indagine sociologica, storica e psicologica e la gioventù, da categoria biologica, era considerata come categoria sociale. A ben pensare, infatti, tutta la storia era modellata sugli adulti, scritta da adulti e per gli adulti. Lo stesso passato era ricostruito sulle categorie mentali degli adulti, mentre l'angolo visuale dei giovani, al pari di quello delle donne e dei bambini, finiva per essere trattato come elemento accessorio. Spesso, nel linguaggio comune, con generazione si indica un insieme di coetanei, che si trovano a vivere problemi simili affrontandoli - il più delle volte - con la stessa mentalità. Così si è parlato nel corso del '900 di generazione della "Grande guerra", di generazione della "Resistenza", di generazione del "Sessantotto", del "tango", del "rock" e così via. In ogni caso, il susseguirsi delle generazioni è uno scontro tra fasce d'età diverse che da un lato tendono a difendere uno stile di vita e dall'altro tendono a rinnovare il bagaglio mentale ereditato. Se la giovinezza è una condizione di passaggio, è anche una sovrapposizione, un composto alchemico di sogni e sollecitazioni emulative. Per questo la relazione con il mondo adulto si traduce in un rapporto non univoco, ma non per questo sarebbe corretto cristallizzare l'identità del giovane nella figura del ribelle. I giovani si mostrano contemporaneamente con il volto del ribelle e con il volto del guardiano rispetto ai valori degli adulti, che vengono loro propinati. Quello che Gramsci - citato da Degl'Innocenti a p. VII - definiva il "rimprovero del passato" sarà, perciò, più consistente in dipendenza di due elementi: quando la società attraversa una fase di rapido mutamento (l'integrazione sarà più difficile nel periodo 1919-25); quando i membri della generazione più giovane crescono in condizioni notevolmente differenti da quelle delle generazioni precedenti, perché in questo caso si accentua il disagio verso la società tradizionale (vedi il periodo 1954-70). In questa ottica ogni generazione darebbe vita a una "rivolta giovanile", anche se poi si tratta di definire di quale tipo di rivolta si tratta e da quale strato giovanile è alimentata, perché "non esiste una sola gioventù - scrive Degl'Innocenti a p. 433 - ne esistono diverse". E tutte le gioventù - come notava J.R. Gillis, I giovani e la storia, Milano, Mondadori, 1981 - sono connotate da "una condizione di dipendenza parziale", in cui non solo i confini, ma anche le rappresentazioni "vengono disegnati dall'esterno secondo l'azione del sistema sociale" e secondo l'incidenza ideologica del momento. In questo caso la ricerca di cui stiamo parlando, poderosa e compatta sotto il profilo dell'apparato documentario e interpretativo, si muove proprio all'interno di questo secondo assunto: cioè come l'ideologia fascista modelli ai suoi fini politici i contenuti ideali del concetto di "gioventù". Come premette l'autore, il volume "è dedicato all'esame del fattore generazionale in rapporto ai processi di mutamento politico" e si snoda dai primi del '900, quando la "rivolta dei figli" sembrò acquisire rilevanza in sé e nell'opinione pubblica, al fascismo e all'antifascismo, in ispecie all'analisi che Carlo Rosselli dedicò al rapporto tra la Grande guerra e la generazione dei giovani che vissero quell'esperienza, sia al fronte sia nel mito dei fratelli maggiori. Protagonisti della "guerra civile" tra il 1910 e il 1922, quei giovani erano anche oggetto di un linguaggio politico di cui furono elaboratori il partito fascista, ma anche gruppi e partiti antifascisti (Gobetti, Rosselli). In particolare il fascismo, conquistando il potere, aveva modo di avviare una politica di inquadramento militare dei giovani (dall'Opera nazionale Balilla alla Gioventù del Littorio) fornendo loro schemi culturali e comportamentali sintetizzati in un'identità passiva. In questo senso, si potrebbe dire che quell'epoca fu giovane strumentalmente. Degl'Innocenti del resto ricorda (a p. 430) un'analisi di Togliatti del 1944 secondo cui addirittura uno dei più gravi errori del fascismo era stato di "aver trascurato, ignorato, il problema dei giovani", riconfermando nel contempo la sua fiducia "nella forza autonoma" dei giovani, la sola in grado di abbattere "i vecchi idoli della politica e della cultura". Era questa, probabilmente, la prima apertura verso "tutti" i giovani, in quanto fino a quel momento i giovani ai quali veniva data voce sul fronte antifascista rappresentavano solo una parte dell'élite culturale-politica giovanile di allora, tutta, come nota Degl'Innocenti, "rappresentata nell'alveo studentesco e borghese-urbano" e dunque scarsamente rappresentativa delle gioventù italiane di quegli anni. Sarà soltanto l'espansione del mercato dagli anni '50 in poi a costituirsi come il primo elemento di disgregazione di ambiti politici e culturali fra loro incomunicabili e sarà il '68, definito da Alain Touraine "l'ultima giornata rivoluzionaria dell'Ottocento", a segnare la "rivolta" di tutti i mondi giovanili nei confronti della società adulta.




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