N. 24 - Novembre 2010

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Nicola Guerra

L’azione controrisorgimentale dei volontari apuani e lunigianesi nella Brigata estense




 








 



La tematica dell’identità nazionale: cenni storiografici tra Risorgimento e controrisorgimento





Esistono eventi e fenomeni che la storiografia ufficiale trascura perché difficilmente integrabili in una verità storica data per assodata. Atteggiamento che si manifesta con forza riguardo a tematiche che possono essere viste come compromettenti per l’identità nazionale o come messa in discussione dello Stato. Lo studio di questi eventi costituisce, però, opera imprescindibile di ricerca e analisi storica, nonché mezzo di ricostruzione di una memoria che possa divenire condivisa.

L’interesse per la formazione dell’identità nazionale prende forte impeto, all’interno della storiografia italiana, dalla considerazione provocatoria, avanzata da De Felice e Galli della Loggia, che la sconfitta del fascismo e la resa agli anglo-americani dell’8 settembre 1943 debbano essere considerati come eventi che rappresentano la morte della nazione (De Felice 1996; Galli della Loggia 2003). Renzo De Felice, nell’identificare il fascismo con la nazione, respinge la tesi avanzata dai partiti nati dalla Resistenza di essere i rappresentanti della vera Italia e ci pone, in questo modo, un chiaro interrogativo: chi può definire la vera Italia?

La controversia prosegue con la pubblicazione di Claudio Pavone, Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella Resistenza, che sostiene come la seconda guerra mondiale diventi in Italia, dopo il 1943, un conflitto tra italiani: una guerra civile.

A partire da queste considerazioni prende forza un dibattito storiografico sull’identità nazionale che riconsidera come le rappresentazioni del Risorgimento abbiano influenzato la formazione di tale identità (Bouchard 2005, 42-43). In precedenza, nel tentativo di spiegare il fallimento dell’Italia liberale senza intaccare la mitologia dell’unificazione nazionale (Riall 1997, 35-37), erano emerse due visioni storiografiche contrapposte: l’una del filosofo idealista Benedetto Croce e l’altra dell’intellettuale marxista Antonio Gramsci (Croce 1928; Gramsci 1975). Interessante è, adesso, liberare la ricerca storica dalla mitologia dell’unificazione nazionale e arricchirla con lo studio degli accadimenti verificatisi nel periodo di trasformazione dagli Stati pre-unitari alla nascita dello Stato nazionale. Certamente, così facendo, il Risorgimento potrebbe vedere indebolita la sua unità tematica, ma ciò sarebbe più che compensato dalla varietà di storie emergenti da una rilettura libera del processo di unificazione nazionale (Bouchard 2005, 47).

Lo scopo di questo scritto è, in un quadro smitizzato del processo unitario, quello di far luce su un fenomeno finora poco trattato a livello storiografico: quello dei volontari nelle truppe estensi che, a partire dalla primavera del 1859, si arruolano per opporsi al processo di unificazione nazionale nel territorio rispondente alla attuale provincia di Massa Carrara. Mentre quello dei volontari che lasciano la terra natale per arruolarsi e combattere in nome dell’unità d’Italia è un fenomeno ampiamente studiato (Brentari 1908; De Fusco 1913; Mautino 1981; Brignoli 1981; Bernini 1983; Balzani 2003), quello di coloro che scelgono la parte estense, fedeli al duca Francesco V d’Asburgo-Este, è troppo spesso taciuto.




 



Il territorio della provincia di Massa Carrara durante la Seconda guerra di indipendenza



Il territorio rispondente all’attuale provincia di Massa Carrara riveste un ruolo determinante alla luce degli eventi della Seconda guerra d’indipendenza; è infatti la zona geografica nella quale Cavour, tra il gennaio e l’aprile del 1859, mira a dar fuoco alle polveri della guerra contro l’Austria, con tentate insurrezioni e con la mobilitazione dell’esercito piemontese1. Altro aspetto che rende rilevante lo studio di questa area geografica è il fatto che essa, pur essendo coinvolta nei grandi accadimenti europei, sia stata a lungo caratterizzata da una configurazione politico-amministrativa piuttosto autonoma (Guerra 2009, 13-18). L’area aveva, inoltre, una importante valenza strategica a livello militare, rappresentando un canale di accesso alla Pianura Padana e ai domini austriaci ed essendo stretta nella morsa delle truppe filounitarie schierate nella vicina Sarzana (Sforzosi 1864).

La popolazione apuana e lunigianese, che aveva strenuamente resistito nel 1796 alla calata di Napoleone con insorgenze represse con numerose esecuzioni capitali (Viglione 1999, 138), avrebbe dovuto accogliere le truppe filounitarie senza eccessiva ostilità? Il Cavour era probabilmente consapevole che la dipartita strategica delle truppe estensi davanti alle soverchianti forze filounitarie non avrebbe consentito, comunque, una facile gestione del territorio apuano e lunigianese. Pertanto, i commissari Giusti e Brizzolari, una volta instaurata la dittatura filosabauda, emanarono atti restrittivi delle libertà di espressione, manifestazione e stampa, istaurando un clima di dura repressione nei confronti dei simpatizzanti per il precedente stato di cose (Guerra 2003, 2009).

È interessante riportare di seguito uno dei bandi affissi nelle strade cittadine dalle nuove autorità per comprendere il subitaneo clima di controllo e repressione instaurato, che, pur esulando dagli obiettivi primari del presente studio sul volontariato nella Brigata estense, è utile per chiarire il contesto sociale in cui le scelte di volontariato maturarono.







I COMMISSARI PROVVISORII PER LA PROVINCIA DI MASSA CARRARA E LUNIGIANA NOTIFICANO

Che in virtù dei poteri dittatoriali assunti dal Governo del Re VITTORIO EMANUELE II.

I. È proibito adunarsi con armi.

II. È proibita la fondazione dei circoli, e dei giornali politici.

III. È istituito un Consiglio di Guerra permanente sotto la Presidenza del Comandante Signor Luigi di MERZLYAK per giudicare e punire entro 24 ore tutti gli attentati contro la Causa Nazionale, e contro la vita e le proprietà dei pacifici Cittadini.

IV. Il Consiglio di Guerra procederà a tenore delle Leggi militari contro i colpevoli senza distinzione di rango e ceto.

Massa 28 Aprile 1859

V. GIUSTI E. BRIZZOLARI2




Senza dimenticare le manifestazioni filounitarie in quel “febbrile agitarsi dei patrioti in tutta Toscana, iscritti o no che fossero alla Società Nazionale”, ricordando la “onda di volontari accorrenti là dove sventola la bandiera d’Italia” (Cecconi 1909, 13-14) e senza trascurare che nel giorno 20 novembre 1859 alle ore 14,30 si tenne a Massa una tombola pubblica con lo scopo di raccogliere offerte per l’acquisto “di un milione” di fucili per Garibaldi3; la situazione, come emerge dai dati di archivio rintracciati, si presenta assai complessa e denota, oltre ai sopraccitati sentimenti filounitari, anche una forte opposizione da parte dei filoestensi con atti di sabotaggio alle linee telegrafiche4, manifestazioni popolari in nome della Casa d’Este5 e vere e proprie rivolte armate come quella di Antona, paese montano sopra Massa6. Questi eventi, assieme ai reati di opinione e alle ingiurie rivolte da cittadini alle Guardie nazionali7, portano ad un affollamento delle carceri cittadine che richiede l’incremento di secondini per il mantenimento dell’ordine interno8.

È difficile stabilire quale delle due componenti, la filounitaria o la filoestense, fosse maggioritaria nel comprensorio apuo-lunense, ma si può con certezza affermare che il fenomeno oggetto del presente studio, la ricostruzione del volontariato militare nella Regia Brigata Estense, avvenga in un quadro sociale di forti tensioni se non di vero e proprio conflitto.



 



I volontari apuani e lunigianesi nella Regia Brigata Estense dal 1859 al suo scioglimento




Quando, il 27 aprile 1859, le truppe estensi agli ordini del colonnello Casoni lasciano, per motivi strategici, le città di Massa e Carrara per riparare a Fivizzano, si verificano numerose partenze di uomini che, lasciandosi alle spalle le proprie dimore ed i propri averi, si arruolano nelle armate di Francesco V d’Asburgo-Este. Anche successivamente, quando sarà ormai chiaro che il territorio apuano e lunigianese è soggetto alle nuove autorità di Vittorio Emanuele II, le partenze clandestine dei volontari per il Veneto continuano (Guerra 2009). Le nuove autorità sabaude, non appena preso possesso del territorio apuo-lunense, redigono atti sia inerenti i singoli volontari nelle truppe estensi sia il fenomeno nella sua interezza, evidenziando preoccupazione per la consistenza di tali esodi di volontariato militare.

L’atto n. 55, del 9 maggio 1859, redatto dal regio delegato di Pubblica sicurezza (Ps) della città di Massa ed indirizzato al regio commissario straordinario ha per oggetto: “Emigrazione di contadini”. Nell’atto si legge: “Dietro la Notificazione pubblicata per l’arruolamento alla Guardia Nazionale, interpretata malamente da alcuni di questi campagnoli, cioè obbligatoria per dover andare alla guerra, corre voce che un buon numero sonosi portati, dicesi, in Lombardia, o sotto Casoni, scegliendo piuttosto militare sotto quest’ultimo, che per l’attuale Governo”9. Da questa nota si evidenzia come sin dai primi giorni della ritirata estense da Massa e Carrara sia presente un forte canale migratorio tra le città apuane e due destinazioni: le ancora vicine truppe estensi del colonnello Casoni ed i territori soggetti alla sovranità austriaca. Vi è un numero consistente di giovani che percorrono le strade dell’emigrazione politica per arruolarsi volontari nelle truppe estensi e talvolta questa scelta viene anche dichiarata apertamente dalle madri durante gli interrogatori effettuati dai nuovi funzionari di polizia. È il caso di Giacinta Caccialuini e di Angela Gazzoli che, esasperate dai ripetuti interrogatori, non nascondono che i rispettivi figli si siano uniti clandestinamente alle truppe estensi10.

Il 5 luglio 1859, con atto n. 498, il regio commissario straordinario di Massa richiede all’intendente generale di Reggio di agire al fine di arrestare Domenico Guerra di Massa che, “persona sempre avversissima all’idea nazionale e costantemente ligia e devota all’assolutismo, allorquando le truppe Estensi nel 27 aprile, abbandonarono questa città egli le seguitò colla propria famiglia”11. Questo è un caso esemplare di emigrazione di un intero nucleo famigliare che avviene il giorno stesso della dipartita delle truppe estensi e nel quale la figura maschile assume il ruolo di volontario di guerra. La maggior parte di coloro che partono in questo primo momento è costituita da uomini abili a combattere che seguono la ritirata estense in Fivizzano. A riguardo, ad esempio, il sottocommissario straordinario di Massa, in una nota, richiede al regio delegato cittadino di Pubblica sicurezza informazioni su un certo Antonio Mannucci. In risposta gli viene riferito che l’individuo in questione, appropriandosi di alcuni strumenti, si è messo a disposizione delle truppe estensi, ed in particolare del Maggiore Messori, in qualità di telegrafista lungo la ritirata estense12.

Anche nel 1860 negli atti redatti dalle autorità sabaude vengono segnalati frequentemente casi di espatri nel mantovano ed in data 5 maggio l’intendente generale di Massa e Carrara incarica il regio delegato di Pubblica sicurezza di Massa di fare approfondite indagini perché “alcuni emisarj ed agenti segreti promuovono la diserzione dalle Regie Truppe” e l’arruolamento nelle armate di Francesco V13. In data 8 agosto i Carabinieri reali della luogotenenza di Massa redigono il verbale di arresto di alcuni individui sospettati di essere in procinto di arruolarsi nelle truppe del duca Francesco V e nel rapporto inviato all’intendente generale scrivono: “verso le ore 10 ½ poi, nel Borgo del Ponte altra folla di cittadini, fra cui diversi militi della Guardia Nazionale, arrestarono altri sette individui citati qui contro, e li condusse direttamente in carcere per sospetto che volessero emigrare in Austria, quantunque essi dichiarassero essere assolutamente falso”14. Sempre nel 1860, l’intendente generale della provincia di Massa Carrara, di fronte ad una situazione che perdura tanto da essere divenuta nota a livello ministeriale, raccomanda una migliore sorveglianza perché “costa al R. Ministero […] che varj reclutati siano già diretti a Mantova ed ivi arruolati”15.

In novembre vengono arrestati a Castelnuovo ne’ Monti tali Vincenzo Zeni, Gio Antonio Piccioli, Ermenegildo Borselli e Giulio Baldassini che si stanno dirigendo nell’Oltrepò. Secondo la delegazione mandamentale di Pubblica sicurezza di Castelnuovo ne’ Monti il Baldassini “era il condottiero delli Biselli, Zeni, e Piccioli per farli passare oltre Po’, onde arruolarsi sotto le bandiere dell’ex Duca Francesco” e “consegnarli nell’oltre Po’ a certo Tenente Rapetti di Gragnana che trovasi al servizio delle truppe estensi”. Secondo la medesima delegazione “complici istigatori di loro emigrazione sono per primo e sembra il capo certo Donati Raffaello di Pallerone (?), il secondo certo Angelo di cui s’ignora il cognome / ma garzone di certi Felliccioni di Gragnana / terzo certa Maria Rosa Bernucci di Gragnana e per ultimo / finora / certo Massimiliano Frediani di Gragnana”16. Nel 1860 si verificano diversi casi di arresto e segnalazione di persone che fungono da arruolatori e guide per i volontari che devono recarsi nell’Oltrepò e tra essi figura anche un certo Pietro Gaboardi di Fontanelle (Parma), che serve ad Aulla come mozzo di stalla per l’albergatore Pietro Gavani ed è sospettato di aver condotto in Veneto Don Odoardo Grilli, divenuto poi cappellano militare nelle truppe del Duca di Modena17.

Alla base del desiderio di arruolarsi nella Brigata Estense dei cittadini apuani e lunigianesi vi è la fedeltà alla Casa d’Asburgo-Este ed al suo duca Francesco V unita alla decisione di fuggire da un clima sociale avverso a coloro che parteggiano per il passato ordine di cose. La situazione di sorveglianza con grande ingerenza nella sfera privata, la discriminazione in ambito occupazionale ed il fatto che basti essere sospettati di aver pronunziato frasi di simpatia per la Casa d’Asburgo-Este per essere tradotti in carcere sono certamente cause che contribuiscono a rafforzare la decisione di fuggire per arruolarsi nelle truppe estensi (Guerra 2009, 21-55).

Il 17 maggio 1860 il regio delegato di Ps di Massa impartisce istruzioni affinché si trasmettano all’intendente generale i connotati di Pier Angelo Gemelli, quarantaseienne di Montagnoso, “ex cursore politico, il quale giorni sono varcò il confine per recarsi a Mantova”18. Nel giugno dello stesso anno fugge nel mantovano un gruppo di persone composto da Domenico Rognoni del Colle di Massa, Ernesto Giusti, Domenico Corazzini, entrambi di Massa, ed un certo Ribolini di Carrara19. Spesso i volontari filoestensi si muovono in gruppo ma altre volte tentano la fuga in solitario come avviene nel caso del massese Domenico Giusti, riguardo al quale la regia delegazione di Ps del circondario di Guastalla, in data 24 agosto 1860, comunica al regio delegato di Ps in Massa l’avvenuto arresto mentre “tentava di varcare il confine ed era sprovvisto di carte”20.

Il 3 luglio Ferdinando Massa espone alle autorità sabaude che per motivi famigliari deve recarsi dal fratello Gaetano che si trova a Mantova e non ha possibilità di sostentamento dopo la morte del padre. Un giorno dopo l’intendente generale rifiuta il rilascio del nulla osta ed il regio delegato di Ps ipotizza che “anziché interessi col fratello, che non vengono giustificati in alcuna guisa, voglia il petente Massa recarsi a Bassano per servire la causa dello ex Duca, cui è assai devoto”21. Per tutto il 1860 il fenomeno dei volontari apuani e lunigianesi nelle truppe estensi continua, dunque, ad allarmare le nuove autorità sabaude.

Il 1861 si apre con una relazione dell’intendente generale, datata primo gennaio, nella quale si legge: “È a notifica di questo General Uffizio che diversi giovani di questa città e dintorni appartenenti alla leva, vannosi assentandosi dalle loro case e dirigendosi nel Mantovano per arruolarsi nelle truppe dell’ex Duca assicurati che non sarebbero condotti a combattere. Li medesimi sono tutti sprovvisti di passaporti”22. Il 10 gennaio dello stesso anno la sezione di Pubblica sicurezza della prefettura di Reggio rende noto l’avvenuto arresto di alcuni massesi: Luigi Massa, Sante Scufietti, Batta Borghini, Vincenzo Borzoni, Sante Gozzani, Pietro Tongiani e Pietro Nari. L’accusa mossa loro è quella di “tentata evasione dallo Stato onde sottrarsi alla leva”23. Dopo i primi interrogatori e le prime indagini risulta che il gruppo era diretto nell’Oltrepò sotto la guida di Giacomo Manini di Pariana (Massa) e che i giovani sono stati istigati da Pietro Lombardini e da certo abate Franciò, che risulterà essere la persona di Giovanni Manfredi, abitante alla Rocca. Questi è accusato, inoltre, di aver condotto nel mantovano altri dieci giovani alcuni giorni prima. Altri giovani vengono fermati nello stesso anno mentre vengono condotti in Veneto da certo Luigi Mantovani, accusato anche di aver fatto espatriare Giovanni Manfredi della Rocca. Risultano essere volontari anche Giacomo Fazzi di Pariana, Luigi Bugliani, Gio Cantarelli e Franco Curtopassi, tutti e tre del Ponte, arrestati mentre tentano di raggiungere l’Oltrepò24. Anche le donne partecipano ad organizzare l’espatrio dei volontari filoestensi ed il 20 agosto 1861 un informatore delle autorità piemontesi riferisce di aver incontrato, vicino a Casola, tre giovani di circa venticinque anni, certamente volontari di guerra, guidati verso il mantovano da un’anziana donna che avrebbe confidato essere diretta dal figlio milite estense25.

Dai documenti d’archivio emerge una fitta corrispondenza telegrafica tra le autorità locali e quelle poste nelle aree di confine con i territori austriaci per la richiesta di informazioni su persone che figurano assenti dal territorio. Nell’anno 1862 risulta ancora presente, in modo continuativo, un canale migratorio tra Massa, Carrara e la Lunigiana e l’Oltrepò ed il 24 dicembre la sottoprefettura di Casalmaggiore, rispondendo ad una precedente nota del prefetto di Massa Carrara, comunica di aver attuato tutte le misure per impedire che renitenti e fuggiaschi passino all’estero per la vicina frontiera mantovana. Precedentemente il prefetto di Massa Carrara aveva indirizzato una nota al prefetto del circondario di Mirandola, Guastalla e Casalmaggiore per “far raddoppiare la vigilanza nell’intento d’impedire che i medesimi [i coscritti] abbiano ad evadere Oltre Po’”26. Nel 1862, dunque, ancora molti giovani preferiscono emigrare, pronti a combattere in nome di Francesco V d’Asburgo-Este, piuttosto che assoggettarsi alle nuove autorità sabaude.

Questi dati reperiti presso l’Archivio di Stato di Massa dimostrano come si verifichi, dal territorio rispondente alla attuale provincia di Massa Carrara, una persistente affluenza di giovani volontari nelle armate di Francesco V e come questi scelgano di servire il loro duca per combattere una battaglia di indipendenza dei loro territori piuttosto che divenire italiani per forza ed essere coscritti in quello che evidentemente ritengono un esercito usurpatore.

È importante tenere presente, come precedentemente accennato, che il territorio apuano è caratterizzato per lungo tempo, dal lontano 1452 al 1859, da una configurazione politico amministrativa che, pur vedendolo coinvolto nei grandi accadimenti europei, è piuttosto autonoma (Guerra 2009, 13-18). L’azione amministrativa del duca Francesco V, proseguendo quella del padre, si traduce nei territori di Massa e Carrara in una intensa opera di bonifica e canalizzazione in virtù della quale si moltiplicano le piantagioni di gelsi ed aumentano le aree dedicate ai vigneti con conseguente miglioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione. Molti sostenitori della causa estense ripetono un detto che racchiude in sé i motivi dell’avversione per i Savoia e della fedeltà agli Asburgo-Este: “Principini, palazzi e giardini; Principoni, fortezze e cannoni” (Difesa del Duca di Modena MDCCCLXII, 71-73).

Le vicende della Brigata Estense, considerate nel periodo che va dall’inizio della Seconda guerra di indipendenza (1859) al settembre 1863, quando viene congedata dall’ormai ex duca di Modena, non possono dunque prescindere dalle storie personali dei massesi, carraresi e lunigianesi che in essa si arruolano come volontari. Se quando giunge a Mantova, infatti, la Brigata Estense è costituita da un effettivo di 3.623 uomini essa cresce, grazie ai molti volontari, fino ad essere composta di circa 5.000 uomini (Giornale storico della r.d. Brigata estense 1866, 79). Il fenomeno dei volontari nelle truppe estensi viene commentato dallo stesso Francesco V che si pone un interrogativo piuttosto chiaro: “se il mio governo fosse stato così arbitrario […] perché le mie truppe [… avrebbero abbandonato] il loro paese e le loro famiglie per un tempo indefinito, resistendo a seduzioni di ogni sorta e minacce di vendetta rivoluzionaria, perché in fine, truppe tenute lontane dal proprio paese dovrebbero continuare a rinforzare i loro ranghi persino molto meglio di quando io teneva il potere nelle mie mani”? (Difesa del Duca di Modena MDCCCLXII, 25).

Questa fedeltà alla casa d’Asburgo-Este viene confermata al momento dello scioglimento della Brigata Estense, decretato il 14 agosto ed effettuato il 24 settembre 1863, quando gran parte degli ufficiali, dei graduati e dei soldati che ancora la compongono passano al servizio dell’Austria accettando di militare nell’Armata imperiale e restando sul suolo dell’Impero (Giornale storico della r.d. Brigata estense 1866, 305-306; Cinquantadue mesi d’esilio delle ducali truppe estensi MDCCCLXIII:,36).

L’ammirazione degli austriaci per la lealtà dei militari estensi a Francesco V è grande e per questo ad essi viene proposto di entrare a far parte dell’esercito austriaco a parità di grado e funzione, senza essere penalizzati dalla non conoscenza della lingua tedesca (Cinquantadue mesi d’esilio delle ducali truppe estensi MDCCCLXIII, 31-33).



 



Conclusioni: “Principini, palazzi e giardini; Principoni, fortezze e cannoni”



Il fenomeno del volontariato militare attraversa la storia sin dai tempi dell’Impero Romano, in nome del quale combatterono cavalieri stranieri (Maxfield 1981, 127; Southern 2007) e di Giulio Cesare, che anche per la scorta personale adoperava piccoli corpi di cavalleria germanica (Cinquini 2009, XV-XIX), ma nonostante ciò ha ricevuto poca attenzione da parte dei ricercatori (Krueger e Levsen 2010). Questo scritto ricostruisce, attraverso lo studio di fonti di archivio, un fenomeno di volontariato militare avvenuto in un periodo cruciale della storia italiana, quello della costituzione stessa della nazione, e su un fronte opposto a quello filounitario: un volontariato filoestense e filoaustriaco. La documentazione esposta consente di affermare con certezza che il ruolo dei massesi, carraresi e lunigianesi tra i volontari in nome di Francesco V è certamente rilevante e testimonia come il processo di unificazione nazionale nel territorio apuo-lunense non sia plebiscitario e veda una consistente opposizione composta anche di volontari che decidono di mettere a repentaglio la propria vita nelle armate estensi. I sentimenti di fedeltà alla Casa d’Asburgo-Este si contrappongono, dunque, ai sentimenti filounitari, non solo con un movimento di resistenza in loco (Guerra 2009, 58-71), ma anche con un importante fenomeno di volontariato militare che rende ancora più rilevante l’opposizione al processo di unificazione nazionale.

Riprendendo lo spunto provocatorio di De Felice e Galli della Loggia sulla morte della nazione come caduta del fascismo e resa dell’8 settembre 1943 possiamo chiederci se, nel territorio rispondente all’attuale provincia di Massa Carrara, il processo di unificazione rappresentò veramente la nascita della nazione. Perché, ancor prima di interrogarci sulla morte della nazione, la sfida storiografica potrebbe essere quella di rispondere alla domanda se col Risorgimento la nazione sia veramente nata (Guerra 2009).

L’unità è la qualità di uno Stato non diviso da confini politici interni e di un popolo che forma un tutt’unico dal punto di vista delle sue istituzioni; mentre l’unificazione esprime l’azione che porta uno Stato a non essere diviso da confini politici interni e l’effetto che determina, nei suoi cittadini, la concordia nelle idee e nei sentimenti essenziali alla vita dello Stato stesso (Servidio 2002, 14-15).

Il rilevante fenomeno dei volontari filoestensi apuani e lunigianesi, insieme al moto di resistenza antisabauda sorto sul territorio, consente di affermare che, nei territori considerati, manchi una volontà popolare coesa da sentimenti e idee comuni essenziali alla creazione e vita dello Stato e si assista piuttosto ad un processo costitutivo dello Stato nazionale come affermazione dei vincitori sui vinti che sarebbe inappropriato qualificare come unificazione. Anche volendo considerare gli “italiani”, in questo caso gli apuani ed i lunigianesi, come entità di popolo27, si può affermare che questi eventi siano più tipici di una guerra civile che di un moto unitario di liberazione (Guerra 2009, 125).

Senza indugiare in riferimenti alla storia antica, che vide la nazione ligure-apuana opporre una strenua resistenza all’espansionismo di Roma e infliggere una dolorosa sconfitta militare alle truppe romane nella battaglia di Saltus Marcius (Marcuccetti 2008), appare chiaro che parte della popolazione apuana e lunigianese è animata da sempre da una forte identità locale che rifiuta di diluirsi in sovrastrutture, nel caso preso in esame lo stato nazionale, viste come lontane dalla popolazione ed anche pericolose. Testimonianza di ciò si ritrova anche nel già citato detto, “Principini, palazzi e giardini; Principoni, fortezze e cannoni”, che può rappresentare una spiegazione popolare di tanta fedeltà al duca Francesco V d’Asburgo-Este.



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Autore Guerra Nicola
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