Tracciamo ora una prima ricostruzione delle vicende della comunità giuliana “approdata” a Fertilia, iniziando dalla breve storia della località sarda prima dell’arrivo degli esuli, per poi proseguire col periodo contraddistinto dall’esodo giuliano e cioè quello compreso tra il 1947 e il 1978.
Fertilia è dunque un “comune nuovo”, una città di fondazione, creata ex novo, quasi una sorta di miracolo, per far “germogliare” la vita tra le paludose terre della Sardegna e “donarla” agli industriosi contadini italiani. Dopo l’avvio del progetto esecutivo nel 1939, i lavori continuano, prima di bloccarsi nel 1942 per la situazione sempre più tragica della seconda guerra mondiale e vengono poi ripresi soltanto negli anni Cinquanta. La guerra lascia il segno tangibile della distruzione anche a Fertilia dove vengono scavate profonde trincee che rimangono aperte fino all’arrivo dei profughi.
Perlustrata la zona, la commissione redige una relazione con esito sufficientemente positivo: sebbene rimangano da sistemare la case che non sono ancora abitabili, da costruire le strade e le fognature e nessun podere sia coltivato, la presenza del mare particolarmente pescoso lascia intravvedere buone possibilità di riuscita dell’impresa.
Il giovane prete di Orsera da questo momento in poi diviene sostegno costante, guida morale e materiale della nuova comunità giuliana di Fertilia, in altre parole una speranza nell’orizzonte di un presente e di un futuro che appaiono incerti e precari.
La maggior parte dei nuovi abitanti della “città nuova” giunge a Fertilia principalmente tra il 1948 e il 1952, proveniente da cittadine e paesi della costa istriana: Orsera, Rovigno, Pola e Parenzo. Un esempio tipico dunque di quella che viene solitamente definita “prima ondata” dell’esodo. È una popolazione di agricoltori, assegnatari di terre, braccianti e pescatori che s’insedia abbastanza numerosa presso la nuova “casa” in terra sarda. Nel 1948 i cittadini fertiliani sono infatti 450, quasi il doppio a dieci anni distanza, cioè 783. Tenendo presente il fatto che si tratta di uno stanziamento ex novo di persone che emigrano in massa, possiamo considerare il caso di Fertilia uno stanziamento abbastanza consistente.
Lo scotto da pagare per i nuovi abitanti di Fertilia al fine di giungere a condizioni di vita almeno decenti si presenta pesante e talora insormontabile: il problema più ostico da affrontare è ovviamente l’occupazione e, più in generale, la ricerca di un’identità economica per il territorio.
L’investimento più massiccio, ovvero il progetto iniziale che prevedeva il sorgere a Fertilia di un importante centro economico giuliano incentrato sulle attività industriali connesse alla pesca, si rivelerà un totale insuccesso. Questa attività, infatti, è condizionata negativamente, in primis da travagliate vicende a livello di gestione e amministrazione, quindi da avverse condizioni territoriali, come, per esempio, i mari diversi – chiuso quello Adriatico, familiare ai giuliani, aperto quello Tirreno e meno facilmente domabile –, ma anche le carenze strutturali di banchine e moli, la scarsità di pescherecci e, non ultimo, le difficoltà rilevanti di approvvigionamento di nafta, senza la quale i battelli nemmeno possono intraprendere i loro viaggi. Consistenti pure gli sforzi messi in atto nel settore dell’agricoltura. I primi mesi del 1950, infatti, si delineano come cruciali per lo sviluppo economico di Fertilia in quanto, proprio in questo periodo, prende avvio il grande progetto della trasformazione agraria affidata ad un nuovo ente, l’Ente per la Trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna, meglio conosciuto come Etfas. Abbandonata quasi completamente l’iniziale vocazione marittima per i motivi di cui sopra, col tempo Fertilia si trasforma da centro peschereccio in centro agricolo, trovando finalmente una prima identità economica. Questa inversione di tendenza avviene sostanzialmente nell’ambito della grande riforma agraria degli anni Cinquanta, predisposta dal ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, Antonio Segni; essa prevede l’esproprio coatto e la successiva distribuzione delle terre ai braccianti agricoli, che diventano in questo modo piccoli imprenditori autonomi dal latifondista. La realizzazione della riforma agraria nel contesto fertiliano e quindi la nuova vocazione agricola della borgata giuliana, rappresenta una sorta di temporaneo ritorno a quella che avrebbe dovuto essere la sua funzione originaria elaborata durante il fascismo, di lì a qualche decennio scavalcata tuttavia dal turismo marittimo: un’inversione di tendenza irreversibile per il futuro socio-economico di Fertilia. Reale vocazione economica del territorio, l’attuale sviluppo turistico della cittadina sarda è legato alle bellezze naturali della zona di Alghero, come la baia di Porto Conte, la grotta di Nettuno e lo stesso mare con la sua costa. Le altre attività presenti a Fertilia oltre alla pesca e all’attività agricola, costituiscono un tentativo di far decollare una, seppur minima, attività industriale. Ciò nonostante questo tentativo di diversificazione produttiva si rivelerà un fallimento quasi sul nascere. Oltre ad una fabbrica per la lavorazione delle fibre ricavate dall’agave e all’apertura di alcune attività balneari, tramite l’intervento dell’Egas e appositi finanziamenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri sorgono due piccole attività industriali impegnate nella lavorazione del crine vegetale e del cotone, che però avranno vita breve e finiranno in maniera fallimentare; identica sorte anche per l’altro filone industriale tentato nel settore dell’industria estrattiva e della lavorazione del marmo, che aveva visto una potenziale ed interessante collaborazione tra imprenditori giuliani e sardi.
Oltre alle oggettive difficoltà pratiche e strutturali, del resto connaturate alla fase iniziale di un’iniziativa così complessa come quella di creare praticamente quasi ex novo un centro abitato ed avviare la vita della sua nuova comunità, intervengono altresì problematiche legate al delicato rapporto con il territorio circostante. Un contesto sociale, quello della provincia di Fertilia, piuttosto complesso, anche semplicemente per la diversità antropologica e sociologica delle quattro “anime” che, come già si è accennato all’inizio, storicamente si sono succedute e sovrapposte. Ci riferiamo in primis alla cultura e all’anima sarda della provincia di Sassari e, soprattutto, a quella algherese: Alghero, infatti, dista pochi km da Fertilia e a tutt’oggi i due centri sono collegati praticamente senza soluzione di continuità dagli stabilimenti balneari e dalle spiagge, ma Alghero, a sua volta, è una “enclave” culturale e linguistica, una realtà a parte rispetto al contesto prettamente sardo, anche dal punto di vista linguistico, con il suo dialetto algherese che è praticamente “catalano” delle origini preservatosi intatto proprio grazie all’isolamento geografico. A queste due autoctone culture delle origini, sarda e algherese, subentrano poi altre due culture esterne, prima quella ferrarese, che deriva dall’invio nelle zone bonificate negli anni Trenta di famiglie della provincia di Ferrara, in seguito, come stiamo avendo modo di constatare, l’anima e la cultura istriana. Elemento caratterizzante di Fertilia è stata, ed in parte è tuttora, la difficoltà nel trovare una propria precisa identità tra queste quattro “anime” soprattutto inizialmente, ma, in parte ancora oggi. Come abbiamo visto, la nuova vita dei fertiliani è dunque caratterizzata dalla cronica mancanza di un lavoro che garantisca la sussistenza alla famiglia, dalle enormi deficienze strutturali, dalla carenza di abitazioni e di servizi essenziali, ma, sopra ad ogni cosa, dal difficilissimo stress adattativo dell’integrazione, unitamente alla difficoltà di ricostruirsi ex novo un’esistenza. Proprio in risposta a questa difficoltà, aggravata oltremodo dalla mancanza quasi assoluta d’informazione da parte degli abitanti riguardo ai nuovi arrivati e al loro contesto di provenienza, la nuova vita degli esuli viene ricostruita all’insegna della continuità con il passato, attraverso la riproduzione della realtà d’origine in un microcosmo autoreferenziale incentrato sulla dinamica dell’autoesclusione.
Per mantenere saldo il dna originario viene quindi utilizzato il dialetto istroveneto, vengono non solo conservate, ma pure enfatizzate la cultura e le tradizioni d’origine, oltre che cementati i già stretti legami intercorrenti tra gli stessi profughi. Un caso di “transfert” d’identità collettiva che viene esternato anche architettonicamente e urbanisticamente con l’intitolazione delle vie e delle piazze a luoghi o personalità storiche del passato giuliano, come ci spiega ancora una volta Marisa Brugna (2002, 228):
Sul finire degli anni Cinquanta, ad un decennio dallo stanziamento iniziale, Fertilia è un centro abbastanza strutturato, sufficientemente autonomo, insomma una piccola città attrezzata per la vita di una comunità. Questo dunque un primo cauto bilancio dopo un lungo periodo di duri contrasti, talora addirittura insormontabili, insorti con difficoltà di ogni genere, ambientali, umane e sociali. La lunga parabola, l’odissea interminabile, alla fine lascia intravedere, lontano, sulla linea dell’orizzonte, un accenno di luce. È il momento dell’integrazione, favorita in primo luogo dal semplice ed imperturbabile scorrere del tempo. Un ruolo attivo nel processo d’inserimento è altresì rivestito dalla presenza della Chiesa, personificata nella figura di don Francesco Dapiran, “l’anima” e il punto di riferimento morale e psicologico degli esuli, per proseguire, poi, con la scuola e le colonie estive dove si trovano a contatto alunni sardi e giuliani e, ancora, con l’attività sportiva che porta a misurarsi e a relazionare con il contesto sardo. Sul rapporto con il territorio e sul divenire dell’integrazione nella nuova realtà, elementi cruciali per comprendere l’evoluzione storica e sociale della cittadina giuliana, ci illumina la storia di una profuga, nata ad Orsera, in Istria, cresciuta a Fertilia e stabilitasi definitivamente a Barcellona. La nostra testimone ci racconta di essersi sempre sentita senza radici: una condizione di “schizofrenia identitaria e culturale” a causa della quale il profugo sente di non far parte più completamente né della sua comunità d’origine né interamente nemmeno della società che lo accoglie. Una delle conseguenze più destabilizzanti dell’esodo, infatti, è il disagio psicologico e culturale. Tale situazione viene affrontata e risolta – se di soluzione si può parlare in questi casi – attraverso un processo, che possiamo definire di “acculturazione transculturale”, cioè di elaborazione di varie culture: la testimone, dopo molti anni, si è resa conto di avere al suo interno l’esperienza formativa di tre paesi, tre nazioni non già in contrasto tra loro come elementi di conflitto, bensì, piuttosto, come risorse positive di arricchimento culturale. Di tutto questo travaglio sintesi simbolica risultano le sua stesse parole:
Profughi oltreoceano. Una famiglia istriana tra Trieste e VancouverUnitamente alla ricostruzione storica della comunità giuliana di Fertilia presentiamo come sondaggio iniziale, quasi come campionatura, la “storia tipo” di una famiglia istriana che abbandona l’Istria per rifugiarsi a Trieste e in Canada13. Inizialmente essa alloggia nel capoluogo giuliano, presso il Campo profughi di San Sabba, ex Lager, unico vero e proprio luogo di sterminio in Italia, appena dismesso. (Alcuni esuli vengono indirizzati proprio nell’edificio della Risiera, altri in baracche di legno costruite nelle immediate adiacenze). La prospettiva di una vita migliore spinge quindi la famiglia istriana ad emigrare in Canada per poi ritornare nuovamente a Trieste in un altro Campo profughi, il Silos, ricavato nell’antico deposito di granaglie fatto costruire dagli Asburgo. Questa vicenda è stata inserita come confronto e quasi in antitesi al caso di Fertilia: se quest’ultima, infatti, è soprattutto collegata al primo esodo e si caratterizza per un insediamento fortemente collettivo e molto numeroso, un microcosmo autoreferenziale che nella maggior parte dei casi trasforma la destinazione del post esodo nella destinazione definitiva, la famiglia istriana oggetto della nostra particolare attenzione si pone in termini quasi antitetici rispetto alla cittadina sarda. Si tratta infatti di un nucleo familiare che fa parte della seconda ondata di partenze e che rappresenta simbolicamente il carattere di “mobilità” dell’esodo, ovvero le moltissime famiglie che, prima di trovare una sistemazione stabile, hanno affrontato diversi trasferimenti. Questa scelta, per certi versi innovativa, vuole mettere in luce l’estrema eterogeneità dei destini che hanno coinvolto e segnato migliaia di famiglie italiane, accomunate, tuttavia, dall’identico travaglio di un doloroso esilio. Soffermiamoci ora in particolare sull’esperienza della migrazione verso il Canada. Il motivo di fondo che porta la famiglia protagonista della nostra storia alla scelta della seconda dolorosa partenza oltre atlantico, è la volontà decisa e determinata del capofamiglia di rifarsi una vita, per sé e per i suoi familiari, dopo la perdita di tutto. Un tracollo vissuto come un fallimento a cui reagire riscattando con dignità il destino di tutta la famiglia. E quella scelta, aggiunge con soddisfazione e fierezza la moglie riferendosi al marito, fu premiata: “In America ha trovato subito lavoro!”. L’America, il paese dove tutto è possibile, ha consentito che questi, che possiamo effettivamente definire come dei fuggiaschi da un paese sconfitto, trovassero i mezzi per la sopravvivenza. Il capofamiglia, infatti, rimasto per diversi anni in America anche dopo il rientro dei congiunti, con il denaro frutto del suo lavoro ha garantito il mantenimento a moglie e figli piccoli in Italia. Ma torniamo alla partenza, anzi, ai preliminari della partenza, ovverosia a tutta quella serie di accertamenti necessari per l’espatrio: le scrupolose visite mediche, i raggi x ai denti, oltre ad una rigorosa verifica della buona educazione che consisteva in domande di vario genere, come, per esempio: “Se le viene da sputare per terra cosa fa?”. Infine, come corollario a tutta questa serie di debilitanti esami, l’umiliante certificazione della qualifica di profugo autorizzato, impressa sul petto con un apposito distintivo. Dopo una lunga traversata di 15 giorni sulla Saturnia, la nave simbolo dell’emigrazione giuliana oltreoceano e tre giorni di treno, una volta arrivati a Vancouver, insorgono subito le prime difficoltà: i profughi vengono spediti inizialmente in una località, poi in un’altra. Sembra proprio non esservi stata la benché minima collaborazione fra le due parti in causa, cioè lo Stato italiano che mandava i profughi e il Canada che li doveva accogliere. La nostra famiglia, comunque, giunge a destinazione e si sistema a Vancouver, ma immediatamente si affacciano i problemi materiali dell’integrazione. In primis, c’è la difficoltà nel cercare una sistemazione in subaffitto, soprattutto per la presenza in famiglia dei due bambini e di un terzo in arrivo, tanto che le prime parole che la figlia impara in inglese all’età di 5 anni, sono: “No children, no children” e anche la madre rivive quei momenti rammentando il laconico: “No boy, no boy” pronunciato dalle persone a cui si rivolgevano per trovare alloggio e che non volevano bambini in casa perché sporcavano e disturbavano. Un prete canadese che parla italiano s’interessa al problema e trova loro una sistemazione nel quartiere degli italiani; una stanza in subaffitto presso una famiglia di compatrioti emigrati dal SudItalia. Nonostante questo primo essenziale progresso rispetto alla situazione iniziale, nella rievocazione “canadiana” ricorre come nota dolente e costante la difficoltà di dover pagare sempre tutto, finanche l’istruzione e l’assistenza sanitaria e c’è poi l’enorme problema della lingua, del tutto sconosciuta ai nuovi arrivati. A Vancouver, infatti, ricetto di immigrati da tutte le parti del mondo, si trovano anche i quartieri cinese, spagnolo e nero. Ancora oggi la città canadese è fortemente caratterizzata da un alto tasso di immigrazione e dall’integrazione tra le comunità etniche ivi residenti da molto tempo e provenienti soprattutto dal sud-est asiatico. La popolazione di origine asiatica, infatti, è talmente numerosa che la città viene spesso soprannominata "Hong Kouver", in riferimento al fatto che qui si sono stabiliti molti cinesi fuggiti da Hong Kong prima che questa fosse restituita alla Cina nel 1997. Un appellativo che si sarebbe rivelato calzante anche nella seconda metà degli anni Cinquanta, cioè all’arrivo della nostra famiglia di testimoni. Anche allora, infatti, il quartiere più popolato in assoluto, neanche a dirlo, risultava quello cinese, una zona caratterizzata da residenti ostili a chiunque altro non fosse della loro nazionalità, fino ad inseguire e a cacciare a forza gli italiani che entravano in tale area dai cinesi considerata “blindata”. Se il marito viene assunto immediatamente nelle Ferrovie canadesi, impegnate allora nella costruzione della Transcanadiana, la moglie troverà lavoro come sarta, proprio in una fabbrica cinese all’interno, ovviamente, del quartiere asiatico. Essa prova stupore e nutre ammirazione nei confronti delle colleghe cinesi, lavoratrici velocissime, bravissime e – allora come oggi, aggiungiamo noi – instancabili: emerge limpidissimo il ricordo delle operaie orientali che approfittavano della pause per sbrigare il lavoro portato da casa. La figlia più piccola viene sistemata presso un asilo gratuito sito nel quartiere cinese, mentre il più grande viene iscritto ad una scuola a pagamento. L’esperienza scolastica, unitamente all’assoluta ignoranza della lingua inglese, ci rivelano eloquentemente la durezza della vita dell’emigrante, soprattutto se si riferiscono alla fascia più esposta, cioè, i figli e i giovani. La bambina frequenta infatti la nuova scuola nella totale ignoranza della lingua, restando letteralmente e comprensibilmente incollata ad una coetanea italiana che, padrona dell’inglese, le traduce via via quanto detto dalla suora. Un giorno capita poi però che l’amica sia assente e la piccola bambina istriana rimane ferma immobile nel proprio posto per sei ore, senza uscire, nemmeno per andare al bagno: immaginiamo del resto, l’imbarazzo e la reale difficoltà di una bambina di cinque anni, inserita in un contesto per lei freddo e anonimo, che cerca di capire come fare a chiedere il permesso di alzarsi per andare al gabinetto in una lingua sconosciuta. L’unica soluzione è quindi farsela addosso. Un episodio da “Odissea degli emigranti”, che sembra quasi ricordare le atmosfere del libro Cuore di De Amicis e che non fu, del resto, un caso isolato. Un giorno, infatti, un signore canadese dall’aria distinta e senza recondite intenzioni, avvicina i due fratelli scambiandoli per mendicanti e offrendo loro con paterno sorriso, la non esigua somma per quei tempi, di un dollaro – mezzo per ciascuno – senza che nessuno dei due si fosse nemmeno lontanamente sognato di esprimere una qualche richiesta del genere. Suscitano, poi, un’attenta riflessione anche in riferimento alla realtà attuale, le considerazioni che, nel vortice delle domande e risposte dell’intervista, sfuggono dalla bocca della madre, sempre incline ad una critica impietosa dello Stato canadese e del periodo ivi trascorso (tre mesi). Essa notava, allora, con particolare sconcerto, la vera e propria segregazione vigente nei singoli quartieri: il cinese per conto proprio, quello spagnolo altrettanto e così via. Questo condurre vita separata gli uni dagli altri le riesce inspiegabile, soprattutto alla luce del vero e proprio stile di vita comunitario cui essa era abituata in Istria, dove, almeno fino all’avvento del fascismo, avevano vissuto tutti insieme, italiani, croati, serbi, senza distinzione nella vita di tutti i giorni e nelle innumerevoli occasioni di reciproci incontri. Infine la decisione irrevocabile del padre di fare ritorno in Italia per preservare i figli, soprattutto la figlia piccola che soffre di cattiva salute; è denutrita, mangia poco e male, ha febbre pressoché continua e vomito intermittente. “Qua perdiamo la figlia, è meglio che tu vada via”: con queste poche e lapidarie parole il padre – che, come abbiamo visto, lavorava lontano e solo saltuariamente tornava a Vancouver, ma non era per questo meno presente – decide di rimandare in patria i congiunti nel timore che le precarie condizioni economiche possano danneggiare l’intero nucleo familiare, anche considerando la moglie incinta e il piccolo in arrivo. Ma la nostra famiglia pagherà un prezzo molto alto per questa scelta. Al fine di poterle garantire la sussistenza economica, il padre infatti rimarrà in Canada per altri cinque anni, senza mai fare ritorno in Italia e senza essere presente alla nascita del terzo figlio. Come per tante famiglie di emigranti del primo Novecento, saranno le lettere a mantenere i contatti tra le parti e le buste paga inviate oltreatlantico a garantire loro la sopravvivenza materiale. L’esperienza canadese, questo è il commento finale della madre, di tutta l’ampia parabola percorsa nell’esodo è stato il momento peggiore perché, afferma: “Noi, come profughi, l’abbiamo avuta doppia!”.
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