N. 23 - Giugno 2010

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Marialuisa Molinari

L’emigrazione dei profughi giuliani in Sardegna e Oltreoceano




 








Sigle

Ame: Archivio della memoria degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia – Sassari.

Anvgd: Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Asils: Archivio storico Istituto Luigi Sturzo, Roma.



 



Premessa



Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta la quasi totalità degli italiani residenti a Zara, a Fiume, nelle isole di Cherso e Lussino e nella penisola istriana – più di 250.000 persone – abbandonano tutto, la casa, il lavoro, gli affetti e scelgono la via dell’esilio, spinti dalla progressiva perdita delle proprie terre cedute alla Iugoslavia di Tito appena costituitasi. Nella loro nuova condizione di “profughi giuliano-dalmati” si disperdono in tutto il mondo: Australia, Argentina, Stati Uniti, Brasile, Canada e Venezuela, ma, soprattutto, scelgono il proprio paese, l’Italia.

Due, in particolare, le mete giuliane oggetto del nostro studio – Fertilia (Sardegna) e Vancouver (Canada) – che in questa sede presentiamo sotto forma di semplice accenno, vista la sinteticità connaturata alla forma dell’articolo e la complessità delle tematiche connesse al dramma vissuto dai profughi giuliano-dalmati alla fine del secondo conflitto mondiale, soprattutto in relazione al loro difficoltoso, talora contrastato, inserimento sociale nei nuovi contesti abitativi.

L’esodo giuliano dalmata è una questione ancora poco indagata, sia in ambito storico che storiografico e a tutt’oggi non si è ancora pervenuti ad una mappatura completa ed esaustiva delle dislocazioni dei profughi giuliani che affronti la problematica nel suo complesso. Le pagine che seguono, dunque, non vogliono e non possono certamente rappresentare il punto di arrivo, quanto, piuttosto, una partenza per un futuro ulteriore approfondimento e proprio in tal senso auspico uno sviluppo di alcuni aspetti della ricerca che in questa sede sono stati solo presentati.

Sarebbe ad esempio interessante approfondire il rapporto tra la vicenda particolare di Fertilia e il contesto politico ed ecclesiastico sardo per analizzare complessivamente la linea dello Stato e della Chiesa nei confronti dei profughi istriani, evidenziando le possibili continuità eo discontinuità tra le iniziative del governo fascista a confronto di quelli democristiani in un clima ovviamente differente.

Anche l’accenno al caso del Canada meriterebbe un’indagine a parte. Se infatti l’emigrazione giuliana oltreoceano materialmente scaturisce dalle difficoltà degli esuli di trovare accoglienza in Italia, dal punto di vista storico essa s’inserisce nella più ampia tematica dell’emigrazione: basti pensare che nel 1950 gli Stati Uniti, con l’emendamento al “Displaced Persons Act” del 1948, riaprirono le porte agli emigranti riservando duemila posti ai citizens of Venezia-Giulia, che ripercorrono così le tradizionali destinazioni dell’emigrazione italiana.





 



Fertilia dei Giuliani, “La città incompiuta al secondo capitolo della sua storia”1


Incontro tra passato e futuro: questa l’essenza della storia di Fertilia, eloquentemente sintetizzata nel titolo di un servizio pubblicato il 27 giugno 1948 sul quotidianosassarese “La Nuova Sardegna”.

Fertilia è infatti, in origine, una città di fondazione d’epoca fascista rimasta incompiuta, che alla fine del secondo conflitto mondiale si volge verso il “secondo capitolo della sua storia”, divenendo una “città nuova”2, ovvero un “importante centro economico e demografico giuliano”3, come recitano i documenti ufficiali.

Crogiuolo di popolazioni di diverse culture, costumi e tradizioni, Fertilia (provincia di Sassari) è oggi una frazione di circa 1.700 abitanti, compresa nel comune di Alghero, da cui dista 6 km. In qualunque modo si cerchi di definirla, essa è certamente una realtà unica, sia per il suo passato che vede episodi e momenti storici importanti della storia italiana avvicendarsi e depositarsi quasi come le fasi stratigrafiche di uno scavo archeologico, sia per l’interesse antropologico e sociologico delle quattro culture – sarda, algherese, ferrarese e giuliano-dalmata – che storicamente si sono succedute e sovrapposte. Ma la peculiarità di Fertilia che in questa sede a noi interessa è in primo luogo il suo essere stata centro di accoglienza di profughi giuliani. E in questo senso la cittadina sarda è una realtà unica rispetto agli altri casi in Italia, che vedono come luoghi deputati all’accoglienza ex caserme, ex campi di prigionia e di concentramento, scuole, conventi, abitazioni di privati ecc. Non a caso, infatti, viene definita “Fertilia dei Giuliani”, in quanto, proprio con l’arrivo dei profughi, la “città incompiuta” viene progressivamente portata a termine, “inaugurata”e popolata per la prima volta: “Mi sempre digo che mi son cresuda con Fertilia, Fertilia sé cresuda con mi” (Io dico sempre che son cresciuta con Fertilia, ma Fertilia è cresciuta con me), ci racconta infatti una testimone, quasi come se lei e la “città nuova” fossero due protagoniste di una stessa storia che, piano piano, danno forma alla loro vita4.


 









Francobollo commemorativo


Foto 1. Famiglia di profughi in partenza e, sullo sfondo sovrapposti, il profilo della Regione Sardegna con indicata la città di Alghero, una cartolina d’epoca che raffigura la località di Fertilia e una cartina stilizzata della penisola d’Istria, Anna Maria Maresca, francobollo celebrativo del 60° anniversario della Borgata Giuliana di Fertilia in Alghero, emesso il 10 Febbraio 2007, Stampa: Officina Carte Valori dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A., in rotocalcografia, in http://www.istrianet.org/istria/philately/stamps/2007.htm


Tracciamo ora una prima ricostruzione delle vicende della comunità giuliana “approdata” a Fertilia, iniziando dalla breve storia della località sarda prima dell’arrivo degli esuli, per poi proseguire col periodo contraddistinto dall’esodo giuliano e cioè quello compreso tra il 1947 e il 1978.

L’inizio della storia della nuova borgata di Fertilia è tutto racchiuso nel suo stesso nome augurale: “terra ricca e feconda”. Tuttavia Fertilia non nasce fertile e il nome è piuttosto un auspicio, appunto benaugurante, formulato dal regime fascista che si prefigge di portare ad una trionfale bonifica quella zona della Sardegna, nel più ampio e ambizioso progetto di risanamento nazionale dei territori depressi. La “città nuova” è, insomma, una creatura del fascismo. La misura dell’importanza di Fertilia si percepisce leggendo il disegno fascista dichiarato ufficialmente nell’ottobre 1936 ne L’Economia Nazionale, rivista di regime diretta dal senatore Elvio Tovini, con l’ausilio di un Comitato Direttivo che raccoglie il fior fiore di senatori e ministri d’epoca fascista, tra i quali ricordiamo il Ministro per la Stampa e la Propaganda Dino Alfieri, il Maresciallo dell’Aria e governatore Generale della Libia, Italo Balbo e Giuseppe Bottai, Governatore di Roma, deputato al Parlamento, già Ministro delle Corporazioni. Ecco, dunque, direttamente dalle pagine della rivista la genesi di Fertilia:





Nella regione della Nurra, un tempo fertilissima e ricca di commerci e di traffici, sorgerà Fertilia nuovo centro rurale della grande opera di bonifica intrapresa dall’Ente Ferrarese di Colonizzazione. La bonifica della Nurra si inquadra nel piano di valorizzazione agricola, sociale ed economica promosso dal Regime per la valorizzazione della Sardegna fedelissima e rientra nelle grandi direttive della bonifica integrale voluta dal Capo5.




Fertilia è dunque un “comune nuovo”, una città di fondazione, creata ex novo, quasi una sorta di miracolo, per far “germogliare” la vita tra le paludose terre della Sardegna e “donarla” agli industriosi contadini italiani. Dopo l’avvio del progetto esecutivo nel 1939, i lavori continuano, prima di bloccarsi nel 1942 per la situazione sempre più tragica della seconda guerra mondiale e vengono poi ripresi soltanto negli anni Cinquanta. La guerra lascia il segno tangibile della distruzione anche a Fertilia dove vengono scavate profonde trincee che rimangono aperte fino all’arrivo dei profughi.

Nell’inverno a cavallo tra la fine del 1946 e i primi mesi del 1947 la situazione al confine orientale si aggrava fino a degenerare nell’esodo da Pola. Le proporzioni allarmanti dall’esodo impongono allo Stato di trovare una soluzione. All’epoca della Costituente i socialisti Angelo Corsi e Antonio De Berti prospettano la possibilità di assegnare agli esuli giuliani le terre sarde della bonifica integrale fascista; nello specifico, poi, Corsi segnala l’esistenza di una borgata incompiuta e disabitata sulle coste nord occidentali della Sardegna, perfetta per indirizzarvi i profughi giuliani che di mestiere avevano esercitato l’attività della pesca. Una commissione governativa composta, tra gli altri, dal prete, anch’egli profugo, don Francesco Dapiran, compie dunque un sopralluogo a Fertilia nei primi giorni di febbraio 1947. “Si arrivò ad Alghero di buon mattino” – ci racconta il sacerdote istriano nei suoi ricordi:





e ci recammo al porto per osservare le barche dei pescatori. Volevamo verificare la possibilità che i pescatori dell’Istria potessero praticare le loro attività anche in questo mare di Sardegna. A Fertilia andammo nel pomeriggio con l’unica vettura pubblica esistente ad Alghero, quella del signor Salaris. Le condizioni della borgata erano spaventose: nessuna strada, solo una stradina sassosa dove ora è la via Cherso. Tredici edifici: la casa del comune con torre, la caserma dei carabinieri e il palazzo della Finanza quasi ultimate, la casa del Fascio con la torre interrotta. Gli altri più o meno con le sole fondamenta. Le quattro palazzine di via Pola, le ultime quasi al tetto. Nella chiesa non si poteva entrare perché le porte laterali erano murate e quella centrale chiusa con grossi tavoloni. La chiesa era stata utilizzata anche come deposito e ricovero per gli animali6.




Perlustrata la zona, la commissione redige una relazione con esito sufficientemente positivo: sebbene rimangano da sistemare la case che non sono ancora abitabili, da costruire le strade e le fognature e nessun podere sia coltivato, la presenza del mare particolarmente pescoso lascia intravvedere buone possibilità di riuscita dell’impresa.

Don Francesco Dapiran è dunque uno tra i primi “nuovi” abitanti fertiliani. Ecco l’arrivo a Fertilia nei suoi ricordi:





Così iniziò la nostra avventura. Venni definitivamente in Sardegna dopo la metà del febbraio 1947 con una cassetta di indumenti che mia sorella in tutta fretta era riuscita a racimolare. Arrivai ad Alghero alle cinque della sera e fortunatamente trovai un carro di quelli che trasportavano la palma nana dalla Nurra. Arrivai a Fertilia quando era già buio pesto e scaricai la mia cassetta davanti alla chiesa senza vedere assolutamente niente e nessuno. Dopo un bel po’ mi misi a gridare e finalmente intravidi una candela alla finestra di Piras Salvatore. Mi venne incontro la moglie, di Rovigno, la quale mi disse che aveva già un ospite che dormiva in cucina, e mi accompagnò dalla signora Emilia Raunich, il cui figlio era momentaneamente assente. Così, su un letto fatto da due cavalletti di ferro e tre tavole con materasso di crine vegetale passai felice la mia prima notte a Fertilia. Era il 18 febbraio 19477.




Il giovane prete di Orsera da questo momento in poi diviene sostegno costante, guida morale e materiale della nuova comunità giuliana di Fertilia, in altre parole una speranza nell’orizzonte di un presente e di un futuro che appaiono incerti e precari.

Più o meno nello stesso periodo in cui il sacerdote istriano arriva a Fertilia, cioè nei primi mesi del 1947, giungono nella “Città incompiuta” i primi 60 esuli che vengono alloggiati presso gli edifici ancora non ultimati dell’Ente Ferrarese di Colonizzazione, Casa Doria, nella scuola elementare e nella canonica. Conosciamo ora da vicino la cittadina sarda attraverso gli occhi di chi ha vissuto realmente ciò che noi stiamo ricostruendo come un evento storico. Così appariva l’ex borgata fascista nei ricordi di alcuni profughi:





Fertilia era “terribile”, non c’era niente, solo la casa Doria, tutto sassi e palma nana, ma rappresentava la vita. Per noi in Dalmazia non ci sarebbe stato futuro: bombardamenti dei Tedeschi prima, degli Alleati poi, infine i Titini: quando mai ne saremmo venuti fuori?8 .

Madonna Santa! Gò visto solo erba alta e busi! Me pareva el Texas!9.

Quando arrivammo a Fertilia: una totale desolazione, non c’era niente, c’erano solo buche, palma nana, non c’erano strade, non c’erano case…niente! Mia madre disperata voleva andarsene via10.











Giovani profughi


Foto 2. Due giovanissime profughe appena giunte a Fertilia nel 1949 (sullo sfondo si noti la desolazione dell’abitato), in Ame.


La maggior parte dei nuovi abitanti della “città nuova” giunge a Fertilia principalmente tra il 1948 e il 1952, proveniente da cittadine e paesi della costa istriana: Orsera, Rovigno, Pola e Parenzo. Un esempio tipico dunque di quella che viene solitamente definita “prima ondata” dell’esodo. È una popolazione di agricoltori, assegnatari di terre, braccianti e pescatori che s’insedia abbastanza numerosa presso la nuova “casa” in terra sarda. Nel 1948 i cittadini fertiliani sono infatti 450, quasi il doppio a dieci anni distanza, cioè 783. Tenendo presente il fatto che si tratta di uno stanziamento ex novo di persone che emigrano in massa, possiamo considerare il caso di Fertilia uno stanziamento abbastanza consistente.

L’inserimento nella nuova realtà si presenta subito irto di difficoltà. I primi contrasti tra cittadini algheresi e i giuliani nascono per motivi economici: questi ultimi sono visti come una minaccia per la già problematica sopravvivenza degli autoctoni, tuttavia i profughi si danno da fare nei più svariati modi per diventare indipendenti e non pesare sulla comunità locale. A livello nazionale, poi, viene costituito l’Egas, (Ente giuliano autonomo di Sardegna) con il compito di assistere i profughi in tutti i loro problemi economico-organizzativi e di favorire, altresì, il trasferimento a Fertilia di altri profughi giuliani. L’Egas: “Alfa e Omega” di Fertilia, costituisce una vera e propria cerniera di collegamento fra la situazione dei profughi bisognosi d’ogni assistenza e l’opera di sussidio prestata dallo Stato per alleviarne le drammatiche necessità. Un’istituzione cruciale che, nel bene e nel male, per trent’anni – l’Ente, infatti, è stato soppresso come ente inutile nel 1978 – ha gestito la vita degli esuli a Fertilia. Caratterizzato da un funzionamento e da un’organizzazione interna piuttosto complessi, l’Egas ha rivestito un “peso specifico” importante e anche molto contrastato nella gestione e nell’evoluzione della borgata. Questo monumentale Ente, attraverso la gestione di un Commissario governativo, ha infatti realizzato lo sviluppo urbano e sociale di Fertilia, operando in modo capillare in tutti i settori della vita pubblica: dal completamento edilizio della borgata, quindi con la costruzione di case e servizi, proseguendo nella gestione dell’assistenza, fino alla difficile ricerca della vocazione economica della borgata, attuata mediante la promozione e l’organizzazione, il più delle volte rivelatasi fallimentare, di attività produttive che fornissero un impiego ai profughi giuliani. Una realtà, dunque, quella dell’Egas, non solo prevalente nella vita di Fertilia, ma addirittura totalizzante e che, se non proprio sovrapponibile tout court a quella di un’amministrazione comunale, appare certamente a quest’ultima raffrontabile.










De Gasperi a Fertilia


Foto 3. Alcide De Gasperi in visita a Fertilia nel 1949, accompagnato da don Francesco Dapiran e dal Commissario governativo dell’Egas, Enzo Bartoli, in Ame.


Lo scotto da pagare per i nuovi abitanti di Fertilia al fine di giungere a condizioni di vita almeno decenti si presenta pesante e talora insormontabile: il problema più ostico da affrontare è ovviamente l’occupazione e, più in generale, la ricerca di un’identità economica per il territorio.








La Nuova Sardegna



Foto 4. “La Nuova Sardegna”, 22 maggio 1951


 

La Nuova Sardegna



Foto 5: “La Nuova Sardegna”, 24 maggio 1951.



 





L’investimento più massiccio, ovvero il progetto iniziale che prevedeva il sorgere a Fertilia di un importante centro economico giuliano incentrato sulle attività industriali connesse alla pesca, si rivelerà un totale insuccesso. Questa attività, infatti, è condizionata negativamente, in primis da travagliate vicende a livello di gestione e amministrazione, quindi da avverse condizioni territoriali, come, per esempio, i mari diversi – chiuso quello Adriatico, familiare ai giuliani, aperto quello Tirreno e meno facilmente domabile –, ma anche le carenze strutturali di banchine e moli, la scarsità di pescherecci e, non ultimo, le difficoltà rilevanti di approvvigionamento di nafta, senza la quale i battelli nemmeno possono intraprendere i loro viaggi. Consistenti pure gli sforzi messi in atto nel settore dell’agricoltura. I primi mesi del 1950, infatti, si delineano come cruciali per lo sviluppo economico di Fertilia in quanto, proprio in questo periodo, prende avvio il grande progetto della trasformazione agraria affidata ad un nuovo ente, l’Ente per la Trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna, meglio conosciuto come Etfas. Abbandonata quasi completamente l’iniziale vocazione marittima per i motivi di cui sopra, col tempo Fertilia si trasforma da centro peschereccio in centro agricolo, trovando finalmente una prima identità economica. Questa inversione di tendenza avviene sostanzialmente nell’ambito della grande riforma agraria degli anni Cinquanta, predisposta dal ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, Antonio Segni; essa prevede l’esproprio coatto e la successiva distribuzione delle terre ai braccianti agricoli, che diventano in questo modo piccoli imprenditori autonomi dal latifondista. La realizzazione della riforma agraria nel contesto fertiliano e quindi la nuova vocazione agricola della borgata giuliana, rappresenta una sorta di temporaneo ritorno a quella che avrebbe dovuto essere la sua funzione originaria elaborata durante il fascismo, di lì a qualche decennio scavalcata tuttavia dal turismo marittimo: un’inversione di tendenza irreversibile per il futuro socio-economico di Fertilia. Reale vocazione economica del territorio, l’attuale sviluppo turistico della cittadina sarda è legato alle bellezze naturali della zona di Alghero, come la baia di Porto Conte, la grotta di Nettuno e lo stesso mare con la sua costa. Le altre attività presenti a Fertilia oltre alla pesca e all’attività agricola, costituiscono un tentativo di far decollare una, seppur minima, attività industriale. Ciò nonostante questo tentativo di diversificazione produttiva si rivelerà un fallimento quasi sul nascere. Oltre ad una fabbrica per la lavorazione delle fibre ricavate dall’agave e all’apertura di alcune attività balneari, tramite l’intervento dell’Egas e appositi finanziamenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri sorgono due piccole attività industriali impegnate nella lavorazione del crine vegetale e del cotone, che però avranno vita breve e finiranno in maniera fallimentare; identica sorte anche per l’altro filone industriale tentato nel settore dell’industria estrattiva e della lavorazione del marmo, che aveva visto una potenziale ed interessante collaborazione tra imprenditori giuliani e sardi.

Esistono pure attività nel campo dell’artigianato: l’officina meccanica, la falegnameria e carpenteria meccanica, entrambe di proprietà dell’Egas e affidate in gestione a profughi. Date le continue commissioni di barche e motobarche anche di discreto tonnellaggio, viene inoltre potenziata la Carpenteria navale. Con lo sviluppo della borgata, l’Egas favorisce poi il sorgere di attività commerciali, mettendo a disposizione i locali ed appoggiando presso i vari Enti le domande dei profughi volte ad ottenere finanziamenti per il ripristino delle loro attività: un Bar-Caffè, una rivendita Tabacchi, tre negozi di generi alimentari e uno di frutta e verdura, un negozio di parrucchiera; poi, ancora, un panificio, un negozio di merceria, infine una rivendita di vini tipici. Solo nel corso degli anni, gradualmente, a queste attività di base, si aggiungono altri esercizi commerciali, come l’attività alberghiera gestita da un profugo e quella di un ristorante o l’attività di una ditta orafa.

A questa difficile situazione economica si aggiunge il problema cruciale di un’edilizia ancora tutta da sviluppare insieme ai suoi correlati servizi e trasporti, per non parlare poi degli alloggi, la cui rarità contribuisce a condurre al limite della sopportazione lo stato d’animo, già compromesso dagli eventi, degli sfortunati profughi.









Antonio Segni


Foto 6. Antonio Segni all’inaugurazione delle case Unrra: alla sua destra il vescovo e don Dapiran, in Ame.


Oltre alle oggettive difficoltà pratiche e strutturali, del resto connaturate alla fase iniziale di un’iniziativa così complessa come quella di creare praticamente quasi ex novo un centro abitato ed avviare la vita della sua nuova comunità, intervengono altresì problematiche legate al delicato rapporto con il territorio circostante. Un contesto sociale, quello della provincia di Fertilia, piuttosto complesso, anche semplicemente per la diversità antropologica e sociologica delle quattro “anime” che, come già si è accennato all’inizio, storicamente si sono succedute e sovrapposte. Ci riferiamo in primis alla cultura e all’anima sarda della provincia di Sassari e, soprattutto, a quella algherese: Alghero, infatti, dista pochi km da Fertilia e a tutt’oggi i due centri sono collegati praticamente senza soluzione di continuità dagli stabilimenti balneari e dalle spiagge, ma Alghero, a sua volta, è una “enclave” culturale e linguistica, una realtà a parte rispetto al contesto prettamente sardo, anche dal punto di vista linguistico, con il suo dialetto algherese che è praticamente “catalano” delle origini preservatosi intatto proprio grazie all’isolamento geografico. A queste due autoctone culture delle origini, sarda e algherese, subentrano poi altre due culture esterne, prima quella ferrarese, che deriva dall’invio nelle zone bonificate negli anni Trenta di famiglie della provincia di Ferrara, in seguito, come stiamo avendo modo di constatare, l’anima e la cultura istriana. Elemento caratterizzante di Fertilia è stata, ed in parte è tuttora, la difficoltà nel trovare una propria precisa identità tra queste quattro “anime” soprattutto inizialmente, ma, in parte ancora oggi.


Come abbiamo visto, la nuova vita dei fertiliani è dunque caratterizzata dalla cronica mancanza di un lavoro che garantisca la sussistenza alla famiglia, dalle enormi deficienze strutturali, dalla carenza di abitazioni e di servizi essenziali, ma, sopra ad ogni cosa, dal difficilissimo stress adattativo dell’integrazione, unitamente alla difficoltà di ricostruirsi ex novo un’esistenza. Proprio in risposta a questa difficoltà, aggravata oltremodo dalla mancanza quasi assoluta d’informazione da parte degli abitanti riguardo ai nuovi arrivati e al loro contesto di provenienza, la nuova vita degli esuli viene ricostruita all’insegna della continuità con il passato, attraverso la riproduzione della realtà d’origine in un microcosmo autoreferenziale incentrato sulla dinamica dell’autoesclusione.

È in primo luogo la presenza del mare a rievocare confortevolmente l’ambiente originario. Una testimone, proveniente da Rovigno, ci racconta che, giungendo a Fertilia nel dicembre 1948, lei e la sua famiglia arrivarono prima ad Alghero, che – ricorda – le piacque subito perché: “Me sembrava de veder Rovigno”11, mentre Marisa Brugna nel suo libro di memorie scrive (Brugna 2002, 228):





Gli esuli, a Fertilia, se guardavano avanti a sé, vedevano il mare; scorgevano Alghero, la cui misteriosità veniva ben custodita dentro solide mura e bastioni; e la vista del bel campanile, eretto, tra le case del paese lambito da acque limpide e dai colori stupendi, con alle spalle le colline verdi, li riportava subito in terre giuliane. E lontane. Anche il tramonto, la sera, infondeva forti emozioni. […] Struggente lo spettacolo di quella palla infuocata, che ancora giocava sull’acqua con grazia e leggerezza sperdendo mille riflessi, per quegli animi lontani per sempre da un altro sole, da un altro mare. E ad ognuno, in quell’attimo di poesia, era consentito tornare al luogo natio.




Per mantenere saldo il dna originario viene quindi utilizzato il dialetto istroveneto, vengono non solo conservate, ma pure enfatizzate la cultura e le tradizioni d’origine, oltre che cementati i già stretti legami intercorrenti tra gli stessi profughi. Un caso di “transfert” d’identità collettiva che viene esternato anche architettonicamente e urbanisticamente con l’intitolazione delle vie e delle piazze a luoghi o personalità storiche del passato giuliano, come ci spiega ancora una volta Marisa Brugna (2002, 228):





Fu bello giungere e vivere a Fertilia. I giuliani apparvero subito quali erano: gente particolarmente espansiva e cordiale. In dimensioni ridottissime quella borgata era un pezzetto della tua terra e lì ti sentivi subito a casa. Le vie erano state battezzate con i nomi dei paesi e delle città che gli esuli anni addietro avevano svuotato: Pola, Rovigno, Orsera, Parenzo, Zara, Fiume, Cherso e in queste strade o nella rotonda potevi ancora fare do ciacole. Ed era la musica, la dolce melodia del tuo dialetto che aleggiava tutt’intorno.





Sul finire degli anni Cinquanta, ad un decennio dallo stanziamento iniziale, Fertilia è un centro abbastanza strutturato, sufficientemente autonomo, insomma una piccola città attrezzata per la vita di una comunità. Questo dunque un primo cauto bilancio dopo un lungo periodo di duri contrasti, talora addirittura insormontabili, insorti con difficoltà di ogni genere, ambientali, umane e sociali. La lunga parabola, l’odissea interminabile, alla fine lascia intravedere, lontano, sulla linea dell’orizzonte, un accenno di luce. È il momento dell’integrazione, favorita in primo luogo dal semplice ed imperturbabile scorrere del tempo. Un ruolo attivo nel processo d’inserimento è altresì rivestito dalla presenza della Chiesa, personificata nella figura di don Francesco Dapiran, “l’anima” e il punto di riferimento morale e psicologico degli esuli, per proseguire, poi, con la scuola e le colonie estive dove si trovano a contatto alunni sardi e giuliani e, ancora, con l’attività sportiva che porta a misurarsi e a relazionare con il contesto sardo. Sul rapporto con il territorio e sul divenire dell’integrazione nella nuova realtà, elementi cruciali per comprendere l’evoluzione storica e sociale della cittadina giuliana, ci illumina la storia di una profuga, nata ad Orsera, in Istria, cresciuta a Fertilia e stabilitasi definitivamente a Barcellona. La nostra testimone ci racconta di essersi sempre sentita senza radici: una condizione di “schizofrenia identitaria e culturale” a causa della quale il profugo sente di non far parte più completamente né della sua comunità d’origine né interamente nemmeno della società che lo accoglie. Una delle conseguenze più destabilizzanti dell’esodo, infatti, è il disagio psicologico e culturale. Tale situazione viene affrontata e risolta – se di soluzione si può parlare in questi casi – attraverso un processo, che possiamo definire di “acculturazione transculturale”, cioè di elaborazione di varie culture: la testimone, dopo molti anni, si è resa conto di avere al suo interno l’esperienza formativa di tre paesi, tre nazioni non già in contrasto tra loro come elementi di conflitto, bensì, piuttosto, come risorse positive di arricchimento culturale. Di tutto questo travaglio sintesi simbolica risultano le sua stesse parole:





Ecco mi son questo… non posso dire che sono solo istriana… la Sardegna fa parte di me… vi sono cresciuta, ho i primi ricordi; in Catalogna ho messo radici... ho accettato molto volentieri le feste popolari, ho imparato il catalano, ho assorbito completamente la cultura catalana…12.




 



Profughi oltreoceano. Una famiglia istriana tra Trieste e Vancouver



Unitamente alla ricostruzione storica della comunità giuliana di Fertilia presentiamo come sondaggio iniziale, quasi come campionatura, la “storia tipo” di una famiglia istriana che abbandona l’Istria per rifugiarsi a Trieste e in Canada13. Inizialmente essa alloggia nel capoluogo giuliano, presso il Campo profughi di San Sabba, ex Lager, unico vero e proprio luogo di sterminio in Italia, appena dismesso. (Alcuni esuli vengono indirizzati proprio nell’edificio della Risiera, altri in baracche di legno costruite nelle immediate adiacenze). La prospettiva di una vita migliore spinge quindi la famiglia istriana ad emigrare in Canada per poi ritornare nuovamente a Trieste in un altro Campo profughi, il Silos, ricavato nell’antico deposito di granaglie fatto costruire dagli Asburgo.

Questa vicenda è stata inserita come confronto e quasi in antitesi al caso di Fertilia: se quest’ultima, infatti, è soprattutto collegata al primo esodo e si caratterizza per un insediamento fortemente collettivo e molto numeroso, un microcosmo autoreferenziale che nella maggior parte dei casi trasforma la destinazione del post esodo nella destinazione definitiva, la famiglia istriana oggetto della nostra particolare attenzione si pone in termini quasi antitetici rispetto alla cittadina sarda. Si tratta infatti di un nucleo familiare che fa parte della seconda ondata di partenze e che rappresenta simbolicamente il carattere di “mobilità” dell’esodo, ovvero le moltissime famiglie che, prima di trovare una sistemazione stabile, hanno affrontato diversi trasferimenti. Questa scelta, per certi versi innovativa, vuole mettere in luce l’estrema eterogeneità dei destini che hanno coinvolto e segnato migliaia di famiglie italiane, accomunate, tuttavia, dall’identico travaglio di un doloroso esilio.

Soffermiamoci ora in particolare sull’esperienza della migrazione verso il Canada. Il motivo di fondo che porta la famiglia protagonista della nostra storia alla scelta della seconda dolorosa partenza oltre atlantico, è la volontà decisa e determinata del capofamiglia di rifarsi una vita, per sé e per i suoi familiari, dopo la perdita di tutto. Un tracollo vissuto come un fallimento a cui reagire riscattando con dignità il destino di tutta la famiglia. E quella scelta, aggiunge con soddisfazione e fierezza la moglie riferendosi al marito, fu premiata: “In America ha trovato subito lavoro!”. L’America, il paese dove tutto è possibile, ha consentito che questi, che possiamo effettivamente definire come dei fuggiaschi da un paese sconfitto, trovassero i mezzi per la sopravvivenza. Il capofamiglia, infatti, rimasto per diversi anni in America anche dopo il rientro dei congiunti, con il denaro frutto del suo lavoro ha garantito il mantenimento a moglie e figli piccoli in Italia. Ma torniamo alla partenza, anzi, ai preliminari della partenza, ovverosia a tutta quella serie di accertamenti necessari per l’espatrio: le scrupolose visite mediche, i raggi x ai denti, oltre ad una rigorosa verifica della buona educazione che consisteva in domande di vario genere, come, per esempio: “Se le viene da sputare per terra cosa fa?”. Infine, come corollario a tutta questa serie di debilitanti esami, l’umiliante certificazione della qualifica di profugo autorizzato, impressa sul petto con un apposito distintivo. Dopo una lunga traversata di 15 giorni sulla Saturnia, la nave simbolo dell’emigrazione giuliana oltreoceano e tre giorni di treno, una volta arrivati a Vancouver, insorgono subito le prime difficoltà: i profughi vengono spediti inizialmente in una località, poi in un’altra. Sembra proprio non esservi stata la benché minima collaborazione fra le due parti in causa, cioè lo Stato italiano che mandava i profughi e il Canada che li doveva accogliere. La nostra famiglia, comunque, giunge a destinazione e si sistema a Vancouver, ma immediatamente si affacciano i problemi materiali dell’integrazione. In primis, c’è la difficoltà nel cercare una sistemazione in subaffitto, soprattutto per la presenza in famiglia dei due bambini e di un terzo in arrivo, tanto che le prime parole che la figlia impara in inglese all’età di 5 anni, sono: “No children, no children” e anche la madre rivive quei momenti rammentando il laconico: “No boy, no boy” pronunciato dalle persone a cui si rivolgevano per trovare alloggio e che non volevano bambini in casa perché sporcavano e disturbavano. Un prete canadese che parla italiano s’interessa al problema e trova loro una sistemazione nel quartiere degli italiani; una stanza in subaffitto presso una famiglia di compatrioti emigrati dal SudItalia. Nonostante questo primo essenziale progresso rispetto alla situazione iniziale, nella rievocazione “canadiana” ricorre come nota dolente e costante la difficoltà di dover pagare sempre tutto, finanche l’istruzione e l’assistenza sanitaria e c’è poi l’enorme problema della lingua, del tutto sconosciuta ai nuovi arrivati. A Vancouver, infatti, ricetto di immigrati da tutte le parti del mondo, si trovano anche i quartieri cinese, spagnolo e nero. Ancora oggi la città canadese è fortemente caratterizzata da un alto tasso di immigrazione e dall’integrazione tra le comunità etniche ivi residenti da molto tempo e provenienti soprattutto dal sud-est asiatico. La popolazione di origine asiatica, infatti, è talmente numerosa che la città viene spesso soprannominata "Hong Kouver", in riferimento al fatto che qui si sono stabiliti molti cinesi fuggiti da Hong Kong prima che questa fosse restituita alla Cina nel 1997. Un appellativo che si sarebbe rivelato calzante anche nella seconda metà degli anni Cinquanta, cioè all’arrivo della nostra famiglia di testimoni. Anche allora, infatti, il quartiere più popolato in assoluto, neanche a dirlo, risultava quello cinese, una zona caratterizzata da residenti ostili a chiunque altro non fosse della loro nazionalità, fino ad inseguire e a cacciare a forza gli italiani che entravano in tale area dai cinesi considerata “blindata”.

Se il marito viene assunto immediatamente nelle Ferrovie canadesi, impegnate allora nella costruzione della Transcanadiana, la moglie troverà lavoro come sarta, proprio in una fabbrica cinese all’interno, ovviamente, del quartiere asiatico. Essa prova stupore e nutre ammirazione nei confronti delle colleghe cinesi, lavoratrici velocissime, bravissime e – allora come oggi, aggiungiamo noi – instancabili: emerge limpidissimo il ricordo delle operaie orientali che approfittavano della pause per sbrigare il lavoro portato da casa. La figlia più piccola viene sistemata presso un asilo gratuito sito nel quartiere cinese, mentre il più grande viene iscritto ad una scuola a pagamento. L’esperienza scolastica, unitamente all’assoluta ignoranza della lingua inglese, ci rivelano eloquentemente la durezza della vita dell’emigrante, soprattutto se si riferiscono alla fascia più esposta, cioè, i figli e i giovani. La bambina frequenta infatti la nuova scuola nella totale ignoranza della lingua, restando letteralmente e comprensibilmente incollata ad una coetanea italiana che, padrona dell’inglese, le traduce via via quanto detto dalla suora. Un giorno capita poi però che l’amica sia assente e la piccola bambina istriana rimane ferma immobile nel proprio posto per sei ore, senza uscire, nemmeno per andare al bagno: immaginiamo del resto, l’imbarazzo e la reale difficoltà di una bambina di cinque anni, inserita in un contesto per lei freddo e anonimo, che cerca di capire come fare a chiedere il permesso di alzarsi per andare al gabinetto in una lingua sconosciuta. L’unica soluzione è quindi farsela addosso. Un episodio da “Odissea degli emigranti”, che sembra quasi ricordare le atmosfere del libro Cuore di De Amicis e che non fu, del resto, un caso isolato. Un giorno, infatti, un signore canadese dall’aria distinta e senza recondite intenzioni, avvicina i due fratelli scambiandoli per mendicanti e offrendo loro con paterno sorriso, la non esigua somma per quei tempi, di un dollaro – mezzo per ciascuno – senza che nessuno dei due si fosse nemmeno lontanamente sognato di esprimere una qualche richiesta del genere.

Suscitano, poi, un’attenta riflessione anche in riferimento alla realtà attuale, le considerazioni che, nel vortice delle domande e risposte dell’intervista, sfuggono dalla bocca della madre, sempre incline ad una critica impietosa dello Stato canadese e del periodo ivi trascorso (tre mesi). Essa notava, allora, con particolare sconcerto, la vera e propria segregazione vigente nei singoli quartieri: il cinese per conto proprio, quello spagnolo altrettanto e così via. Questo condurre vita separata gli uni dagli altri le riesce inspiegabile, soprattutto alla luce del vero e proprio stile di vita comunitario cui essa era abituata in Istria, dove, almeno fino all’avvento del fascismo, avevano vissuto tutti insieme, italiani, croati, serbi, senza distinzione nella vita di tutti i giorni e nelle innumerevoli occasioni di reciproci incontri.

Infine la decisione irrevocabile del padre di fare ritorno in Italia per preservare i figli, soprattutto la figlia piccola che soffre di cattiva salute; è denutrita, mangia poco e male, ha febbre pressoché continua e vomito intermittente. “Qua perdiamo la figlia, è meglio che tu vada via”: con queste poche e lapidarie parole il padre – che, come abbiamo visto, lavorava lontano e solo saltuariamente tornava a Vancouver, ma non era per questo meno presente – decide di rimandare in patria i congiunti nel timore che le precarie condizioni economiche possano danneggiare l’intero nucleo familiare, anche considerando la moglie incinta e il piccolo in arrivo. Ma la nostra famiglia pagherà un prezzo molto alto per questa scelta. Al fine di poterle garantire la sussistenza economica, il padre infatti rimarrà in Canada per altri cinque anni, senza mai fare ritorno in Italia e senza essere presente alla nascita del terzo figlio. Come per tante famiglie di emigranti del primo Novecento, saranno le lettere a mantenere i contatti tra le parti e le buste paga inviate oltreatlantico a garantire loro la sopravvivenza materiale. L’esperienza canadese, questo è il commento finale della madre, di tutta l’ampia parabola percorsa nell’esodo è stato il momento peggiore perché, afferma: “Noi, come profughi, l’abbiamo avuta doppia!”.












 


Comunicazioni agli emigranti

Comunicazioni agli emigranti



Foto 8/9. Delbello P., C.R.P. Centro Raccolta Profughi. Per una storia dei campi profughi istriani, fiumani e dalmati in Italia (1945-1970), Catalogo della mostra patrocinata dall’Irci e dal Gruppo giovani dell’Unione degli istriani, Artigrafiche Riva, Trieste 2004.


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Autore Molinari Marialuisa
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