Maria Giulia Silvagni
La crescita russa?
Una ricerca econometrica sulle regioni post-sovietiche (1991-2009)
La Federazione Russa, più nota semplicemente come Russia, è oggi l’entità statale più vasta del pianeta, e come tale rappresenta un elemento cruciale sullo scacchiere mondiale. La sua storia recente è legata al tramonto del comunismo nei paesi dell’Est europeo e al collasso dell’Unione Sovietica, dalla quale ha ereditato una fortissima influenza politica, ma anche un tessuto economico-produttivo in aperta crisi. Per tutte queste ragioni, lo studio dei trend che hanno caratterizzato gli ultimi due decenni di storia russa sono oggi un tema molto dibattuto e di assoluto interesse, e con questo articolo si vuole offrire un contributo euristico fondato su un approccio econometrico.
La transizione da un’economia pianificata ad un’economia di mercato nell’Europa centro orientale e nella ex Unione Sovietica ha avuto inizio nei primi anni Novanta. Da allora, il percorso di recupero non è stato omogeneo nei numerosi paesi coinvolti e le stesse politiche economiche hanno portato risultati differenti.
Il paese al quale le istituzioni internazionali hanno guardato come modello per attuare le riforme necessarie alla ripresa dell’economia russa è stato la Polonia. La strategia polacca, basata su liberalizzazione dei prezzi, privatizzazioni e complementarietà tra le riforme, è stata usata come paradigma e ampiamente applicata anche in paesi – come la Russia – profondamente diversi sia a livello economico che sociale dalla realtà polacca. Un trapianto legale che non ha dato, in Russia, i risultati ottenuti in Polonia. La Polonia aveva introdotto attraverso una shock therapy riforme economiche già a partire dagli anni Ottanta, primo nell’area dell’Europa centro-orientale, ed il settore privato era già affermato quando entrarono in vigore le prime radicali riforme, come la tutela costituzionale della proprietà privata nel 1989. Inoltre, Solidarnosc e la chiesa cattolica erano molto attivi nella società civile. All’inizio degli anni Novanta la Polonia adottò il Piano Balcerowicz, che agiva nello stesso momento sia sul piano economico sia su quello istituzionale: attraverso l’eliminazione dei controlli sui prezzi, una stretta al credito senza adeguate garanzie, eliminazione delle sovvenzioni non garantite alle imprese di proprietà statale (via via privatizzate) e l’introduzione dell’imposta sul valore aggiunto sul modello europeo, il paese ha dato avvio ad un grande recupero economico. Esito atteso della dissoluzione del sistema di proprietà statale delle imprese nell’immediato, tutti i paesi dell’ex blocco sovietico subirono un calo della produzione e un aumento della disoccupazione, che era stata artificialmente mantenuta ad un tasso pari a zero durante l’era sovietica.
La velocità di recupero è variata molto tra paesi: il processo è stato relativamente rapido in Polonia e nelle repubbliche baltiche, più lento in Russia. Il calo della produzione raggiunse quota 35% nel 1994-1995 e anche disoccupazione e diminuzione dei consumi sono state molto più elevate e durature del previsto.
La letteratura ha studiato a fondo le cause interne della crisi russa, identificate nelle condizioni socio-economiche del paese, che non aveva mai avuto una piena economia di mercato, ed errata o incompleta attuazione delle proposte a partire dal 1992 per riformare lo Stato.
L’influenza dominante dell’autorità centrale nell’economia si manifestava nel cosiddetto vincolo di bilancio morbido (“soft budget constraint” – Kornai 1986). L’autore osserva il fenomeno in primis in Ungheria negli anni Settanta durante i tentativi di introdurre riforme per l’apertura dell’economia e il termine è stato poi utilizzato genericamente per descrivere l’inefficienza nei rapporti tra autorità centrale e industrie nelle economie pianificate derivante dalla pianificazione stessa. Lo Stato agiva come prestatore di risorse finanziarie sia attraverso la copertura delle spese delle imprese sia attraverso imposte e linee di credito ad hoc, sussidi e prezzi amministrati, ammorbidendo in questo modo gli incentivi delle imprese a formare aspettative corrette sulla base della domanda. Il trade-off di questa politica di salvataggi era l’essere sotto il totale controllo del governo centrale, senza possibilità di coprire l’effettiva domanda dei consumatori e senza alcun incentivo ad una gestione efficiente delle risorse da parte delle imprese. L’idea di attività economiche guidate da logiche di profitto e di domanda e offerta definite in base agli incentivi offerti dal mercato era assente; il salvataggio di imprese in perdita era prassi e il sistema bancario non era strutturato come nei paesi occidentali con la concessione di prestiti a fronte di adeguate garanzie
Il nuovo dibattito sul socialismo di mercato e sulla possibilità di conciliare pianificazione ed efficienza partiva dai lavori di Oskar Lange (1936; 1937) negli anni Trenta. Il ruolo della democrazia fu ritenuto essenziale per quanto riguarda le questioni di efficienza e di redistribuzione.
Alcuni autori (Shleifer, Vishny 1994; Kornai 1986; 2008) hanno evidenziato una debolezza intrinseca della democrazia che verrebbe esaltata da un sistema socialista più che da uno capitalista. Un’autorità centrale di stampo socialista sarebbe molto più coinvolta nell’economia di un paese attraverso il controllo sulla gestione delle imprese e l’allocazione delle risorse. Il vincolo di bilancio morbido è infatti tanto più forte quanto più lo è il pianificatore centrale. Sotto un sistema capitalista invece, il governo sarebbe solo uno degli operatori economici del paese e non potrebbe controllare il flusso totale delle risorse.
Il punto fondamentale del dibattito fu la definizione del socialismo e in particolare la distinzione, che deve essere sempre presa in considerazione quando si affrontano questioni di transizione, tra socialismo e socialismo di Stato. La principale preoccupazione della letteratura (Bardhan, Roemer 1992; 1994) su questo punto nasceva dalla stretta definizione di socialismo usato dagli autori, definizione che non prendeva in considerazione i casi più leggeri di intervento nell’economia né la copertura egualitaria garantita generalmente oggi dai governi di stampo socialista nel welfare.
Si è detto della congiuntura economica e sociale particolarmente negativa da cui fu colpita la Russia nei primi anni della transizione. Secondo Stiglitz (1999), un motivo del forte calo della produzione fu l’attuazione cieca delle politiche suggerite dalle istituzioni internazionali coinvolte nel processo, quali la Banca mondiale e il Fondo monetario, che di fatto miravano a trapiantare il modello polacco in Russia. L’idea di poter applicare le stesse politiche a paesi molto eterogenei per giungere al medesimo risultato si è rivelata quantomeno miope.
In Russia per esempio le misure in materia di offerta di moneta erano incentrate solo sul breve termine, una visione limitata che rese impossibile il controllo dei prezzi e del tasso di inflazione. Allo stesso tempo, il sistema bancario non era pronto per operare a causa della mancanza di linee di credito per le nuove imprese e di un settore privato appena nascente e non già attivo come quello polacco.
Per la privatizzazione delle imprese fu predisposto un sistema di voucher progettato per consentire ai lavoratori e alla popolazione nel suo complesso di acquisire partecipazioni, ma la combinazione di regole non trasparenti, corruzione e la debolezza delle istituzioni hanno portato alla creazione del noto gruppo di oligarchi. Il governo centrale debole non aveva né il potere né l’interesse di evitare questa strategia di privatizzazione e, infine, il paese divenne meno attraente anche a capitali stranieri. La “grabbing hand” (Shleifer 1997) dello Stato era stata sostituita da una visione miope del mercato come istituzione in grado di assicurare lo sviluppo economico e il miglioramento delle condizioni di vita indipendentemente da qualsiasi problema di agenzia, tradizione imprenditoriale e altre funzioni sociali.
Questa combinazione di calo della produzione, disoccupazione, instabilità dell’offerta di moneta e dei prezzi rese chiaro già nel 1995 che non era in atto alcuna ripresa. Il crollo definitivo si ebbe con la crisi finanziaria del 1998, che segnò la svolta nella progettazione delle politiche macroeconomiche. La ripresa per la Russia è iniziata dopo la crisi del 1998 ed è stata trainata principalmente dall’aumento dei prezzi delle risorse naturali, dalla svalutazione del rublo che ha favorito le esportazioni e dalle riforme del sistema fiscale, pensionistico, trasporti ferroviari e altre liberalizzazioni messe in atto dal 2000.
Gli studi sulle cause del declino nei primi anni sono numerosi e non vi è un giudizio unanime sulla shock therapy. Stiglitz (1999) ha criticato la cecità nell’applicazione delle riforme proposte dalle istituzioni internazionali. Ahrend e Tompson (2005) si concentrano sulle liberalizzazioni dei prezzi e mostrano che queste furono in realtà lente e non applicate agli alimenti di base né a settori strategici come l’energia e i trasporti perché il governo temeva reazioni negative da parte della popolazione e degli operatori del settore. Åslund (1999) analizza il collasso dell’Unione Sovietica come fallimento politico ed economico a seguito del quale non vi era spazio per un approccio graduale sullo stampo di quanto stava facendo la Cina. Data l’instabilità politica e la disoccupazione, il rischio di una rinascita dal vecchio partito comunista appariva troppo alto per cercare un percorso graduale di riforma. Egli trova quindi le cause del fallimento in riforme e privatizzazioni scarse ed interventi errati sulla moneta, che avevano intrappolato il paese in una spirale di iperinflazione e debito pubblico in costante aumento.
Il confronto tra Russia e Cina è frequente nella letteratura, anche se lo sviluppo economico e sociale dei due paesi è stato agli antipodi per caratteristiche essenziali come, ad esempio, la proprietà privata e la condizione del mercato del lavoro. Quasi il 90% del territorio cinese era di proprietà privata prima della nazionalizzazione. Per quanto riguardo la storia del mercato del lavoro invece, la numerosità della popolazione, della forza lavoro cinese e le generali convenzioni sociali non consentono un paragone tra la servitù della gleba russa e la condizione dei lavoratori in Cina. In Russia non vi era proprietà privata e anche molto tempo dopo l’abolizione formale della servitù della gleba nel 1861 non è stato permesso alla popolazione di svolgere liberamente attività economiche né di trasferirsi in altre aree del paese. Anche la divisione federale dei due paesi è differente: in Cina la struttura provinciale dei villaggi e delle imprese ha consentito un rigoroso controllo sulle attività economiche locali; il blocco sovietico invece era formato da un numero elevato di paesi occupati, molti gruppi etnici e un controllo organizzato più sulla base dei settori economici che delle regioni.
Infine, la transizione cinese verso un’economia di mercato ha potuto seguire un percorso graduale perché la componente istituzionale era stabile, mentre l’Unione Sovietica stava affrontando un crollo in Russia e nell’Europa orientale. Dopo il primo decennio di transizione, l’interesse della letteratura si è trasferito dalla Russia nel suo complesso alle sue suddivisioni interne ed in particolare alle disparità tra le regioni russe. Sono stati necessari alcuni anni dopo il 1992 per implementare un nuovo sistema di contabilità nazionale conforme agli standard internazionali e questo ha inizialmente limitato l’ampiezza degli studi regionali.
Secondo quanto stabilito dalla Costituzione del 1993, il paese è diviso in 89 unità federali – divenute 83 nel 2008 a seguito di alcune fusioni – con diversi gradi di autonomia dal governo centrale per quanto riguarda le elezioni locali e la possibilità di promulgare leggi.
Il recupero si è concentrato nelle zone intorno a Mosca e San Pietroburgo, che sono state le regioni più industrializzate e sviluppate anche nei decenni precedenti, e in quelle con abbondanza di risorse naturali. Il ruolo delle risorse naturali è stato fondamentale e questo aspetto del recupero ha contribuito alle disparità nella crescita economica e delle condizioni di vita della popolazione (Fedorov 2002).
I fattori determinanti della crescita economica a livello regionale ed in particolar modo le loro dinamiche sono complesse e tuttora oggetto di studio. A livello generale, si possono ricondurre a tre elementi: le condizioni iniziali, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’efficacia delle istituzioni. Berkowitz e Dejong (2003) trovano un effetto positivo delle liberalizzazione dei prezzi e delle privatizzazioni sulla formazione di nuove imprese utilizzando un sottoinsieme di 40 regioni. Gli stessi autori (2005) rilevano un rapporto positivo tra crescita delle libere attività imprenditoriale e ripresa economica, condizionatamente alle condizioni iniziali e alle riforme. Ledyaeva e Linden (2008) utilizzando i dati per il periodo 1996-2004 indicano le condizioni iniziali, gli investimenti interni e le esportazioni come fattori determinanti per la crescita. Un recente studio di Ahrend (2008) analizza le determinanti della crescita economica prima e dopo la crisi finanziaria del 1998. Prima di questa soglia, condizioni iniziali, esportazioni e disponibilità di risorse naturali hanno giocato un ruolo essenziale nel recupero, mentre le riforme politiche sembrano aver avuto un impatto significativo solo dopo il 1998.
La suddivisione amministrativa della Russia è stata caratterizzata da modifiche sostanziali nell’ultimo decennio. Un primo livello di suddivisione è quello dei Distretti federali, istituiti dal presidente Putin nel 2000 per facilitare il controllo amministrativo da parte delle autorità federali e centrali. I distretti sono: centrale, meridionale, nord occidentale, estremo orientale, siberiano, degli Urali, del Volga. Nel gennaio del 2010 il distretto meridionale è stato suddiviso in due parti: il distretto meridionale e il distretto del nord del Caucaso. Ogni distretto ha un governatore designato dall’autorità centrale e approvato dal consiglio locale. I distretti non sono elementi costituenti della Russia. Secondo la Costituzione del 1993, le unità costituenti sono i Soggetti della federazione, 89 regioni – diventate 83 nel 2008 a seguito di alcune fusioni – che possono assumere quattro forme: repubblica, territorio (kray), regione (oblast) e provincia autonoma (autonomous okrug). Nel 2009 vi erano 21 repubbliche, 9 territori, 46 regioni, 2 città federali (Mosca e San Pietroburgo, che contano come regioni), 4 province autonome ed 1 distretto autonomo (il distretto autonomo ebraico, che vale come regione). Alcune fusioni sono in programma da alcuni anni, per esempio la regione di Tyumen con i due distretti autonomi di sua competenza e Mosca e San Pieteroburgo con le rispettive regioni, ma dal 2008 i processi sono fermi.
Ognuno di questi soggetti ha due delegati nel Consiglio federale, la Camera alta del parlamento, ma ogni area gode di diversi gradi di autonomia a seconda dello status. Le repubbliche hanno il diritto di istituire una propria lingua nazionale, di avere una propria costituzione, un presidente ed un parlamento. L’assegnazione dello status di repubblica per la maggior parte delle regioni risale al momento della conquista di queste aree: si trattava principalmente di aree largamente popolate da gruppi etnici non russi ai quali venne quindi garantita maggiore indipendenza. Oggi, a seguito dell’istituzione dei distretti federali, l’autonomia di queste aree si va via via riducendo.
Territori e regioni hanno un governatore ed elezioni locali. Le province autonome sono sotto la giurisdizione di una regione di riferimento o direttamente del governo centrale. L’assetto istituzionale si compone di un livello federale e di un livello di auto governo (in quest’ultimo rientrano le province e le municipalità che compongono le unità costituenti). Il livello federale si compone di: presidente, assemblea federale suddivisa in due camere (consiglio federale e Duma), governo, sistema giudiziario federale suddiviso in quattro corti ed infine il consiglio di sicurezza. Il secondo livello è quello che disciplina le differenze a seconda dello status regionale, per esempio l’art. 68 capitolo 3 della Costituzione stabilisce il diritto per le repubbliche di adottare una propria lingua nazionale.
Il capitolo 3 della Costituzione elenca le materie di esclusiva competenza federale, quali per esempio la modifica della costituzione, la struttura federale del paese, la tutela dei diritti civili, la determinazione dei principi e delle politiche per l’economia, l’ambiente e lo sviluppo del paese, la regolazione dei mercati e della moneta, i budget federali, politica estera e sicurezza. L’articolo 72 indica le materie di competenza congiunta Stato-regioni.
Durante gli anni della presidenza Putin, la giurisdizione del primo livello è stata estesa in modo da portare al livello centrale alcune materie quali gestione delle risorse idriche, minerarie e altre risorse naturali, uso del territorio. Altre modifiche rilevanti hanno riguardato la legge elettorale, modificata nel 2006. Rispetto all’assetto precedente, le modifiche coinvolgono soprattutto i partiti politici nuovi e di piccole dimensioni. Il sistema è passato da misto proporzionale-maggioritario a proporzionale secco con liste federali bloccate. La soglia di sbarramento elettorale è stata innalzata dal 5 al 7% e il meccanismo di registrazione per i nuovi gruppi alla Duma prevede il deposito di 200.000 firme o di 60 milioni di rubli contro i 30 milioni della legge elettorale del 2003. I nuovi partiti devono infine avere almeno 50.000 iscritti, contro i 10.000 del 2003.
Molte delle attuali differenze economico-sociali a livello regionale erano già presenti al momento del crollo dell’Unione Sovietica perché dipendenti da fattori quali il clima, la religione della popolazione, la vocazione industriale o agricola ed il livello di industrializzazione raggiunto. Alcune si sono però acuite durante gli anni della transizione anche a causa della shock therapy.
Un primo fattore di squilibrio rispetto agli anni dell’Unione Sovietica si rileva nella demografia, sia a livello aggregato che regionale. Il primo ed unico censimento comprensivo dell’impero russo risale al 1897: rileva una popolazione di 128 milioni di individui, con una divisione di pari numero tra uomini e donne; un quarto risiedeva nella città, in particolare Mosca e San Pietroburgo. Considerando i confini odierni della Russia, la popolazione era di 68 milioni di abitanti.
Il censimento previsto per il 1915 fu inizialmente rimandato e in seguito mai effettuato. Stime per il 1914 si possono trarre dal censimento del 1926: nel 1914 l’impero contava 166 milioni di individui, di cui 90 milioni residenti nell’odierna Russia.
Come risulta dal grafico 1, che riporta la dinamica della popolazione per gli anni 1897, 1914, 1917, 1926, 1939, 1959, 1970, 1979, 1989, 1991, 1996, 2001-2008, il picco è stato raggiunto nel 1991 con 148 milioni di persone, valore che si è mantenuto stabile fino al 1996 per poi cominciare a diminuire.
Stime del ministero della Salute e dello sviluppo sociale nel mese di novembre 2009 rilevano una popolazione complessiva di 142 milioni di abitanti con una lieve tendenza all’aumento grazie all’immigrazione.
Grafico 1. Dinamica della popolazione, anni 1897-2008

Fonte: Statistiche nazionali su dati forniti dal Federal State Statistics Service.
Il fattore principale del declino è la combinazione tra diminuzione del tasso di fertilità ed un elevato tasso di mortalità. Il primo mostra un trend in diminuzione a partire dalla fine degli anni Ottanta, tra il 1987 ed il 1992 è infatti diminuito da 2.2 a 1.4 figli per donna. La ragione di questa diminuzione è generalmente riconosciuta in un adeguamento dello stile di vita russo a quello occidentale: l’età dei genitori alla nascita del primo figlio è aumentata e di conseguenza è diminuito il numero di figli per donna. Il saldo naturale è negativo dal 1992 e mentre il tasso di natalità è in linea con quello europeo, particolarmente elevato è invece il tasso di mortalità. Le cause sono molteplici e colpiscono in modo rilevante la popolazione maschile, soprattutto la dipendenza da alcolici e la carenza di norme per la sicurezza sul lavoro. Il confronto con l’aspettativa di vita in Italia mostra un quadro drammatico: l’aspettativa di vita per le donne russe nel 2008 era di 73 anni, dieci in meno rispetto alle italiane; per gli uomini la differenza sale a 20 anni, 59 anni per i russi contro i 79 degli italiani.
Uno sguardo ai tassi di crescita dei sette distretti federali (grafico 2) mostra come nel 1990 tutti i distretti avessero un tasso di crescita non negativo, ma con ampie differenze interne. All’interno del distretto federale centrale, per esempio, la città di Mosca segnava un +1.5, ma in metà delle regioni la popolazione era già in diminuzione. Il distretto meridionale registra i tassi di crescita più elevati, in particolare grazie alla Cecenia (+6.5 nel 1990) e al Dagestan (+3).
A distanza di vent’anni, nel 2009, 18 delle 83 regioni in cui è suddiviso il paese avevano un tasso di crescita della popolazione positivo.
I flussi migratori sono stati discontinui dopo il 1991. All’inizio della transizione, nel 1994, fu registrato un flusso migratorio netto di +700.000 persone che si trasferirono dai paesi limitrofi in Russia: circa sei milioni di persone si trasferirono nel paese tra il 1989 e il 2003. Questo flusso positivo si riflette anche nella suddivisione della popolazione in classi di età, che mostra un incremento naturale negativo insieme ad un aumento di circa 4 punti percentuali della popolazione attiva tra il 1996 e il 2003. In seguito, i flussi migratori si sono mantenuti complessivamente stabili ma con una tendenza all’emigrazione fin verso il 2008, con un nuovo aumento.
Grafico 2. Tassi di crescita della popolazione nei distretti federali, 1990-2007

Fonte: Elaborazioni dell’autrice su dati del Federal State Statistics Service, 2008.
Un importante strumento a disposizione per lo studio dei divari regionali è il budget regionale. La scomposizione del prodotto interno lordo è riassunto di seguito in due macro-aree: servizi alla popolazione e vocazione industriale. L’anno di riferimento è il 2006.
In media, la quota del pil regionale nel capitolo “Amministrazione pubblica, settore militare e previdenza obbligatoria” è il 6%. Sopra la media troviamo il distretto meridionale, con il 7%, il distretto siberiano 6.5% e l’estremo orientale con l’8%. Tutte insieme, queste aree coprono circa 1/3 della popolazione russa.
Il pil pro capite non pone queste aree tra le più ricche all’interno del paese e un importante fattore da tenere presente è che dal 2000 le politiche per i trasferimenti regionali prevedono la destinazione di maggiori risorse alle aree arretrate, ed è verosimile che queste siano state impiegate per migliorare i servizi scolastici e sanitari.
Per l’industria si utilizzano quattro settori principali: agricoltura, settore estrattivo, manifatturiero (industria leggera e pesante) e costruzioni. La quota media del pil prodotta dal settore agricolo a livello nazionale è il 10%. Il distretto nord occidentale è 4 punti sotto la media ed è uno dei più ricchi in carbone, ferro ed altre materie prime. Lo stesso vale per il distretto estremo orientale. La zona del Caucaso e i distretti centrale, del Volga e della Siberia sono di converso quelli a vocazione agricola.
Per quanto riguarda il settore manifatturiero, nelle regioni con valori sotto la media nazionale è prevalente l’industria leggera con settore tessile, alimentare, cartario. Infine, manifattura e settore estrattivo appaiono complementari, eccezion fatta per il settore petrolifero e del gas: nelle aree in cui questo è prevalente, come gli Urali, la quota del manifatturiero è quasi nulla. La quota nazionale del pil derivante dal manifatturiero è il 20%, mentre nelle regioni ricche di petrolio come Tyumen, Magadan e Sakhalin non raggiunge il 3%.
Il periodo della transizione si può suddividere in due intervalli temporali: il primo decennio, fino al 1999-2000, è stato caratterizzato da una forte contrazione della produzione e dei salari, aumento della disoccupazione e politiche monetarie focalizzate sul breve periodo che hanno portato al fenomeno della iperinflazione. Il secondo decennio appare quello della ripresa, trainata dall’aumento dei prezzi delle materie prime, dalla svalutazione del rublo che ha favorito le esportazioni e da importanti riforme. Il grafico 3 mostra l’andamento del pil pro capite dal 1989 al 2004.
Grafico 3. Andamento del pil pro capite, 1989-2004

Fonte: Dati tratti da“World Development Indicators – Banca mondiale e Federal State Statistics Service”.
La concentrazione di gas e petrolio in alcune aree, la principale delle quali è la regione di Tyumen, negli Urali, che fornisce il 60% del petrolio nazionale, ha portato ad una concentrazione degli investimenti in queste zone, con la creazione di gravi squilibri. I principali indici di dispersione, l’indice di Gini e il coefficiente di variazione, mostrano che dopo un iniziale aumento tra il 1994 ed il 1996, le disparità nel pil pro capite si erano assestate. Dal 2000 in poi, con la crescita del settore estrattivo e manifatturiero, molte regioni prive di reti di connessione con Mosca o altre aree strategiche hanno avuto un nuovo incremento.
Figura 1. Deviazione standard del tasso di crescita annuale del pil pro capite
Nota: Elaborazione con software Geoda.
L’analisi empirica su dati compresi tra il 1994 ed il 2006 non mostra evidenza di convergenza assoluta nel pil pro capite tra le regioni russe, mentre i risultati per la convergenza condizionata risentono delle diverse specificazioni e di possibili problematiche quali endogeneità o variabili omesse, ma mostrano generalmente segnali di convergenza. Hanno un impatto positivo sul tasso di crescita annuale le disponibilità di petrolio e gas naturale, che fanno da traino agli investimenti in capitale fisso e agli investimenti in ricerca e sviluppo. Non hanno invece un effetto significativo né le privatizzazioni effettuate né il numero di dipendenti nella pubblica amministrazione. L’analisi è svolta per il momento solo in una dimensione cross-section, controllando cioè per i soli valori iniziali delle variabili. Passo successivo della ricerca attualmente in corso è estendere l’analisi alla dimensione panel, in cui ogni variabile è seguita anno per anno, e raccogliere dati per un periodo più esteso (indicativamente fino al 2008).
V.dipendente: tasso annuo medio di crescita del pil pro capite 1994-2006 |
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(1) |
(2) |
(3) |
(4) |
(5) |
Pil. p.c. |
-.005 (.009) |
.003 (.014) |
-.038 (.009)*** |
-.036 (.012)*** |
-.037 (.01)*** |
P.a. |
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-.00002 (.00004) |
-.00002 (.00004) |
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Rd |
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.0001
(.00003)*** |
.0001 (.00003)*** |
.00013 (.00003)*** |
Priv |
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.00003 (.00004) |
.0000155 (.00005) |
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Pmi |
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.00007 (.0001) |
.00006 (.0001) |
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Impr |
|
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|
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-.0002
(.0003) |
L.fix |
|
|
.022 (.007)*** |
.024 (.007)*** |
.023 (.007)*** |
Oil&gas |
|
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.0003 (.00006)*** |
.0003 (.00007)*** |
.0003 (.00005)*** |
Rep |
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.164 (.134) ° |
|
.062
(.103) |
|
R.gdp |
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-.021 (.016) ° |
|
-.008
(.013) |
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costante |
sì |
sì |
sì |
sì |
sì |
Errori standard robust in parentesi
° sign 20% * sign 10% ** sign 5% *** sign 1%
Legenda
p.a.: impiegati nella pubblica amministrazione sul totale degli occupati
rd: impiegati in ricerca&sviluppo sul totale degli occupati
priv: grandi aziende privatizzate sul totale delle grandi imprese
pmi: piccole medie imprese sul totale delle imprese
impr: grandi imprese sul totale delle imprese
lfix: logaritmo degli investimenti fissi pro capite
oil&gas: produzione di petrolio e gas
rep: variabile binaria = 1 per le repubbliche
rgdp: interazione tra le variabili rep e pil pro capite
L’analisi spaziale rivela la presenza di correlazione spaziale positiva tra le regioni: la statistica Moran’s I ha un valore di 0.23 in un intervallo da 0 a 1, ossia il tasso di crescita di ogni regione tende ad essere simile a quello delle regioni limitrofe.
Un esame più approfondito mostra che le regioni che contribuiscono alla correlazione spaziale sono poche e in particolare non vi sono connessioni significative nelle aree più ricche della Russia europea: Mosca e San Pietroburgo, le due città federali, hanno avuto un tasso di crescita del pil, del numero di imprese ed un aumento della popolazione che nessuna altra area ha avuto nello stesso periodo, ma non hanno una influenza significativa sulle zone circostanti. Segno che, prendendo in esame l’intero periodo della transizione fino ad oggi, nel paese manca una solida rete sia infrastrutturale che tra le diverse istituzioni locali capace di sostenere le regioni più povere.
In figura 2 è riportata una “LISA Cluster Map”, ovvero una mappa che identifica quali regioni contribuiscono alla correlazione spaziale e in quale direzione. Le aree rosse indicano agglomerati di regioni con elevati tassi di crescita; le aree blu sono regioni con tassi di crescita bassi che hanno intorno a sé regioni con tassi di crescita bassi. Le aree viola e rosa sono invece quelle che identificano aggregazioni tra regioni con tassi di crescita del pil discordanti: regioni povere intorno a regioni ricche per le aree viola, regioni ricche in zone generalmente povere per le aree rosa.
Figura 2: Cluster map che identifica le regioni responsabili della correlazione spaziale


Nota: Elaborazione con software Geoda
Le riforme degli ultimi anni sono volte a ridurre i divari attuali attraverso maggiori controlli sulle autorità locali, sviluppo delle infrastrutture e sostegno alle aree più povere attraverso trasferimenti di risorse. Gli obiettivi principali per il futuro sono di aumentare la trasparenza, controllare la corruzione a livello centrale e locale e favorire l’attività imprenditoriale sostenendo non solo i settori strategici, ma anche il commercio, le piccole medie imprese e l’industria leggera così da ridurre la dipendenza dalle esportazioni e avere un percorso di recupero sostenibile nel lungo periodo.