Michelangela Di Giacomo
Migrazioni, industrializzazione e trasformazioni sociali nella Torino del “miracolo”.
Uno stato degli studi
Per impostare una rassegna degli studi che hanno scelto Torino come un punto di vista privilegiato per la ricostruzione delle trasformazioni che interessarono l’Italia dal “miracolo economico” all’“autunno caldo”, e in particolare industrializzazione, migrazioni interne, urbanizzazione e movimenti di massa, sembra opportuno citare alcune osservazioni di Aldo Agosti. Egli ha descritto il capoluogo piemontese come “la città italiana in cui i processi di trasformazione si manifestano con i contorni più netti e spesso con un segno anticipatore delle tendenze più generali di sviluppo del nostro paese” (Agosti 1987, 7), come il luogo in cui fu vissuta “in modo più visibile, emblematico e anche traumatico la caratteristica prevalente del cosiddetto ‘miracolo economico’ italiano, quella cioè di uno sviluppo economico e industriale attuato al di fuori di ogni regola programmatoria che ne attenuasse gli aspetti più negativi”. E notava dunque come non vi fosse nulla di “sorprendente” nel fatto “che questa città ‘laboratorio’ e ‘di frontiera’” avesse costituito “un punto di osservazione privilegiato per la ricostruzione delle direttrici principali della storia economica e sociale dell’Italia repubblicana”1
Per quanto riguarda in particolare gli studi sulle migrazioni, la loro ripresa nell’ultimo decennio ha dedicato uno spazio molto minore alle tematiche “tipiche” dell’ex-contadino entrato nella classe operaia del Nord, per volgersi ad altre età e ad altre forme di mobilità (Arru, Ehmer, Ramella 2001; Arru, Caglioti, Ramella 2008; Arru, Ramella 2003; Corti, Sanfilippo 2009). Tuttavia, benché si affermi che l’attenzione sia stata concentrata troppo sugli anni del boom, sembra essere stato sopravvalutato il peso di quegli stessi studi sui movimenti di popolazione negli anni del dopoguerra e dell’industrializzazione, che non sono né numericamente né qualitativamente adeguati all’importanza di un fenomeno (Ginsborg 1989; Signorelli 1995; Bonomo 2004), che pure ha trovato ampio spazio nelle opere generali sulla storia d’Italia. Tra queste le più accurate sono le ricostruzioni di Paul Ginsborg (1989), Silvio Lanaro (1992) e Guido Crainz (1995). Ginsborg evidenzia sia i temi connessi allo spopolamento nelle zone di esodo che allo stabilimento dei nuovi arrivati nei territori di arrivo, con una decisa attenzione alle questioni sociali e alle trasformazioni della struttura di classe, lasciando comunque uno spazio agli aspetti culturali – nuovi consumi, nuovi modelli personali, relazionali e familiari. Lanaro con un ampio riferimento alla letteratura dei contemporanei, adotta un taglio “classico” che, all’analisi dei dati quantitativi, associa il modello migratorio di un’avanguardia di maschi giovani e celibi, evidenziando al tempo stesso la crisi dei valori della religione, l’evoluzione linguistica, il sorgere di una mentalità volta alla produzione e all’arricchimento, fino all’analisi della gestualità, delle canzoni e dei modi dell’apparire. Crainz descrive, con molti dati e con notevole chiarezza, la struttura delle zone di partenza e di insediamento, le migrazioni industriali e rurali, il breve e lungo raggio, l’esperienza soggettiva del migrante, le risposte istituzionali, statali e politiche fino alle trasformazioni della struttura del sistema industriale e del mercato del lavoro. Nella Storia dell’Italia Repubblicana Einaudi è stato poi pubblicato nel 1995 un saggio di Amalia Signorelli centrale, per agilità e completezza, per un primo approccio allo studio delle migrazioni italiane. Integrando lo studio di tutte le tipologie di spostamento, esso è una mirabile sintesi delle questioni nodali del tema: l’importanza delle reti sociali; l’impatto con le disagiate condizioni nelle città; lo scarto tra progetti e risultati; la scelta o l’ambizione del ritorno e il contatto mantenuto con le zone di esodo; il ruolo della conflittualità sociale, delle scelte familiari, delle donne, della scuola, del welfare state, dei modelli di consumo nei processi di integrazione e dei pregiudizi reciproci tra immigrati e nativi nell’impostare i propri rapporti e determinare comportamenti di quotidiana esclusione reciproca.
Gli studi sulle migrazioni interne sono un filone recente, ma già sedimentato, che ha preso avvio dagli anni Sessanta nell’esigenza, espressa in primo luogo dalla sociologia – e solo in un secondo tempo condivisa dalla storiografia –, di comprendere le cause degli spostamenti e di descrivere un profilo di coloro che si spostavano. Gli studi dell’epoca sembrano essere stati rivolti alla ricerca di “soluzioni” che, attraverso il paradigma dell’“integrazione”, consentissero di mettere in salvo la coesione sociale e le sue strutture. A fronte dello sconcerto degli osservatori per un fenomeno per la cui analisi non erano in grado di trovare riferimenti, essi hanno prodotto alcuni risultati innovativi, ma hanno anche mantenuto alcuni limiti, che l’odierna impostazione degli studi sulle migrazioni ha tentato di superare. Così ad esempio ci si è recentemente rivolti alla verifica dell’idealtipo del “forestiero” quale soggetto sotto o affatto integrato, affannato nel tentativo di colmare una presunta distanza culturale, di cui invece la comunità autoctona ricercava l’esclusione. L’incorporazione-integrazione come un compito del migrante, che implicava l’opposta dicotomia “mancata assimilazione-fallimento individuale”, è stata soppiantata da una lettura che vuole l’inserimento come un processo interattivo in cui le culture dei migranti influiscono sulle situazioni delle zone di accoglienza, portando allo sviluppo di società nuove e più pienamente “nazionali”2
Anche all’interno della stessa classe operaia della Fiat, gli ostacoli che quei pochi immigrati che riuscirono ad esservi assunti dovettero affrontare per integrarvisi non furono esigui. L’arrivo di una massa di nuovi operai mai prima socializzati al lavoro industriale – portatori di un bagaglio culturale, di un’etica del lavoro e di prassi valoriali diversissime da quelle radicate in loco – trasformò le fattezze della manodopera dell’industria automobilistica, e al tempo stesso provocò al suo interno lacerazioni che tardarono a ricomporsi. I lavori di Stefano Musso (1997) sono i più interessanti e completi sulla composizione della manodopera alla Fiat, in particolare Gli operai di Mirafiori tra ricostruzione e miracolo economico, che ha goduto meritatamente di un diffuso credito. A partire da una quantità di dati su assunzioni, licenziamenti, dimissioni, turn over interno ed esterno, malattie, leve militari, e sulla composizione demografica, egli vi ricostruiva minuziosamente come doveva apparire la classe operaia di Mirafiori: il 90% era entrato in Fiat dopo il 1945, privo della memoria storica intergenerazionale degli eventi bellici e del commissariamento postbellico, la presenza femminile era in continua diminuzione, giovanissimi e anziani venivano espulsi verso il settore “periferico” della forza lavoro. Egli stesso, due anni dopo (1999), mise in evidenza come giovani ed immigrati erano accomunati nella percezione degli anziani e dei militanti come scarsamente inclini al lavoro, se non al minimo necessario, a causa anzitutto di una mentalità differente, vuoi per ragione geografica vuoi perché non avvezzi alle privazioni della guerra. Con esigenze differenti, essi non erano propensi a scioperi frequenti ed esacerbati, né alla gestione oculata dei tempi di lavoro, ragioni d’orgoglio dei vecchi operai. Gian Primo Cella già nel 1972, da parte Cisl, osservava che tra le ragioni della decadenza del consenso che la Fiom otteneva in Fiat vi erano gli “steccati” che gli stessi lavoratori dell’organizzazione ergevano tra loro e in nuovi arrivati, poiché, non inclini a trarre le conseguenze del processo di trasformazione del sistema produttivo che poneva in primo piano i dequalificati, essi continuavano a difendere le carriere operaie. Nella stessa direzione Berta 81981, 134) attribuiva all’immissione in fabbrica di “falangi fresche di forza-lavoro”, dall’identità sociale incerta, e all’azione padronale la perdita per i militanti del loro ruolo di avanguardia, erodendone i legami con la massa dei lavoratori. E aggiungeva che fu solo per la sconfitta e per il rischio corso per la propria stessa esistenza in fabbrica che la Fiom affrontò il compito di ricostruire la propria base operaia dal basso. Con ciò si descriveva il contraltare della situazione già notata da Luisa Passerini (1997, 134) per cui dai racconti dei giovani sull’esperienza di fabbrica erano espulsi “retorica e compiacimento”, “visione eroica” e “grandi ideali di riferimento, veri e propri archetipi che avevano caratterizzato le narrazioni delle generazioni precedenti”, sintomo ora di una concezione del lavoro che non esauriva più la definizione della propria identità. La fabbrica segnava ora anzitutto un profondo shock, come emerge dalle testimonianze orali raccolte da Laura Derossi (1989), che accosta la violenza della migrazione e la violenza del lavoro industriale come i momenti chiave dei percorsi di vita dei suoi intervistati. Essi, infatti, testimoniavano che la fabbrica inizialmente “divorava” i neo-arrivati, il cui corpo e psiche reagivano con pianto, vomito, malattia e esaurimenti (Libertini 1973) .
Tuttavia, a fronte dell’impossibilità di trovare intermediazioni e forme di integrazione sul territorio e nei luoghi d’incontro sociali, la fabbrica diventava da un lato l’unico riferimento, quasi una “patria”, per i nuovi arrivati (Revelli 1989, 31) e, dall’altro il luogo dell’integrazione attraverso la trasformazione delle masse di immigrati in classe operaia, sul terreno del conflitto industriale (Martinotti 1982a, 11). Ugo Ascoli (1979), in un volume dedicato all’analisi demografica e sociale delle migrazioni, condivise un giudizio analogo. Egli considerava che il processo di omogeneizzazione di popolazione immigrata e autoctona avveniva anzitutto a livello di classe, in nome dello “scontro antipadronale”, per cui emergeva una nuova classe operaia in cui erano progressivamente caduti i pregiudizi etnici. E così anche secondo Moretti (1970, 159) era possibile rintracciare due “tipi” di immigrati: uno, di coloro che erano arrivati nel ’57-‘58, disposti ad accettare tutta una serie di sacrifici, ed un secondo di “nuovi migranti” che non sembravano più disposti ad avallare carenze politiche e di programmazione economica. Ciò induceva l’autore a considerare che “i più diseredati” avevano preso coscienza delle condizioni di vita e di lavoro e che dunque “il povero del Sud, appena viene a contatto con l’organizzazione produttiva industriale, si trasforma in proletario”.
Se non tutti coloro che arrivarono a Torino in quegli anni entrarono effettivamente nelle catene di montaggio della Fiat, tuttavia è quasi unanime il giudizio degli studiosi al momento di segnalare un nesso forte tra lo sviluppo dell’industria, le vicende migratorie e le trasformazioni disordinate del sistema demografico e urbano. Già nel 1960 Accornero annotava, in un suo lavoro di edizione di testimonianze sulla resistenza sindacale in Fiat, che “la Fiat è oggi a Torino un mostruoso immane meccanismo che vive sulla città, avvalendosi di essa per gonfiare la propria potenza invece di servire la città nella sua espansione. Torino vive oggi nell’ambito della Fiat, e non viceversa”. Adriana Castagnola (1995, 57), analizzando le politiche dell’amministrazione provinciale, e in particolare il travagliato e fallimentare tentativo di costituire un piano urbanistico tra il capoluogo e i comuni della cintura, dimostrò la tesi per cui l’assetto del territorio era stato il “terreno reale di scontro politico sul quale si era giocata la partita” tra rendita e investimenti, tra conservazione e riforme e che aveva portato ad alla crescita della città secondo moduli insediativi “socialmente deleteri” e riscontrò che “lo sviluppo industriale trainato dal settore automobilistico sembrava inarrestabile. La strategia aziendale delle economie di scala spingeva infatti i dirigenti della Fiat ad accentrare nell’area torinese tutte le fasi di lavorazione dell’auto, con conseguenze dirompenti sul tessuto sociale e con costi assai pesanti per le amministrazioni locali, che si trovarono impreparate a rispondere alla domanda industriale e sociale di servizi. […] Ma proprio la cultura e la prassi di governo degli enti locali vennero meno di fronte a un potere economico che, ulteriormente rafforzatosi negli ultimi anni, finiva ormai con il determinare unilateralmente, in base alle proprie strategie aziendali, il destino della città” (Castagnoli 1995, 53). Tutto ciò dava luogo ad una vera e propria caoticità del territorio, come osservava Renato Calamida (1970, 238), ponendo l’accento sulla rilevanza di un territorio “leggibile” da parte dei fruitori, protagonisti di un’accresciuta mobilità territoriale che poneva l’individuo in rapporto non occasionale con una miriade di punti e percorsi e non più con un unico luogo, sede di lavoro e di residenza. L’esigenza di poter interpretare la spazialità era tanto più evidente per l’immigrato, proveniente da territori con caratteristiche morfologiche e significatività semplice, per cui “il caos e l’indifferenziazione funzionale delle nostre periferie deve porsi come un messaggio informativo veramente dirompente e sconcertante nei confronti di tipi di percezioni cui è abituato”. L’immigrato trovava estreme difficoltà al contatto con gli assetti spaziali, dominate da forze che non poteva controllare e che erano espressione di una logica del consumismo e della produzione che produceva forme periferiche mai a misura di uomo, che anzi lo riportavano rapidamente “in una situazione di sottosviluppo che illusoriamente aveva pensato di poter lasciare alle spalle” (Calamida 1970, 261).
La rivolta di Piazza Statuto di Dario Lanzardo (1979) che, all’epoca ferroviere vicino al gruppo di “Quaderni Rossi”, raccolse testimonianze orali, rassegna stampa e bibliografia per smontare le accuse di aver scatenato gli scontri con dei provocatori appositamente richiamati da fuori che si rivolgevano vicendevolmente partiti di sinistra e forze dell’ordine e padronali. Viceversa, egli giungeva a concludere che gli scontri altro non erano se non l’ovvia conseguenza di un decennio di repressione, tra disciplina di fabbrica e disagio nella città, e analizzava le trasformazioni della classe operaia prodotte dall’immigrazione come la chiave di lettura dell’esplosione del conflitto, attribuendo alle giovani generazioni il ruolo trainante negli scontri. Nella stessa direzione Dora Marucco (1978, 229) sottolineava che l’entusiasmo dei nuovi arrivati sfatava i pregiudizi sui meridionali “venuti a spezzare la solidarietà degli operai piemontesi, a sconvolgere e rallentare l’esperienza di lotta dei lavoratori locali”. Renzo Giannotti (1979), ex-operaio poi dirigente della Federazione torinese del Pci scrisse poi un lavoro meticoloso su tutti i temi nodali degli studi sul movimento operaio in cui studiava la composizione e le caratteristiche della classe per capire i limiti delle stesse rivendicazioni sindacali ed individuarne delle direttrici di sviluppo. In esso sottolineava che le forme di lotta fin dall’inizio delle agitazioni ricordavano molto quelle per la terra e che in ciò si rivelava il peso che la nuova classe operaia immigrata dal Mezzogiorno aveva assunto nella determinazione e nella conduzione degli scioperi. Per cui ad astenersi dal lavoro non erano più le avanguardie isolate ma migliaia di lavoratori, giovani non collegati alle organizzazioni sindacali e di più recente immigrazione, riunitisi in forme spontanee. Ugo Ascoli (1979) collocava “l’enorme carica di lotta” dimostrata dagli immigrati, la cui rabbia si era ben presto “posta come avanguardia nei movimenti di lotta”, tra i fattori per la positiva valutazione del fenomeno stesso come fattore della modernizzazione. Benenati nel 1999 tornava a segnalare come “il fatto nuovo, che anche i sindacati accolsero con una certa sorpresa” la ripresa dell’iniziativa nelle fabbriche ad opera di nuovi soggetti operai “giovani immigrati dal sud, alle prime esperienze di lavoro nell’industria, a bassa qualificazione professionale, estranea ai linguaggi e alle culture della vecchia classe operaia torinese, solo in parte disposti ad incanalare la propria rabbia in un’azione sindacale organizzata”. Berta (1998) aggiungeva infine che dalla constatazione che ad aver agitato i disordini fossero stati i giovani immigrati era nata negli anni Settanta una sorta di leggenda politica che vi individuava una sorta di embrionale ribellione sociale e i prodromi delle lotte dell’autunno caldo, innalzando ad eroi “una generazione operaia che tradi[va] un’insofferenza acuta per la vita di fabbrica e prendeva alla lettera le parole d’ordine militanti lanciate dalla sinistra”.
In conclusione dunque si può osservare che, a dispetto delle partizioni usuali degli studi storiografici che sono stati applicati anche all’analisi dei fenomeni suddetti, migrazioni interne, industrializzazione, trasformazioni urbanistiche, demografiche e socio-culturali, rivendicazioni e trasformazioni delle culture sindacali e partitiche sembrano invece assumere a Torino e nella Fiat una dimensione integrata, per descrivere la cui evoluzione occorre fare appello ad una molteplicità di studi provenienti da differenti discipline e da molteplici branche della storiografia. Per compiere un ulteriore passo in direzione di una descrizione esauriente delle trasformazioni sociali, rivendicative e produttive della città piemontese negli anni Sessanta, potrebbe chissà risultare opportuno combinare i vari piani, raccontando i mutamenti nella cultura delle organizzazioni di massa avvenuti attraverso l’integrazione di una manodopera immigrata dai tratti innovativi nelle file della più grande industria automobilistica d’Italia, insediata nel capoluogo propulsivo dello sviluppo del Paese, concependo tutto ciò come un fenomeno omogeneo, ben oltre la storia politica, economica, delle relazioni industriali e dei sindacati, a storia orale, locale e sociale. Ciò non perché si ritenga possibile generalizzare in modelli ampi le caratteristiche di uno scenario locale micro o meso-scopico, ma piuttosto, perché per tale via si tenterebbe di rispondere all’esigenza di identificare i fattori realmente trainanti dei processi nazionali, attraverso lo studio di realtà, quantitativamente minoritarie, ma che sembrano invece aver rivestito un ruolo qualitativamente sostanziale nella modernizzazione dell’Italia repubblicana.