N. 21 - Novembre 2009

Indirizzo e-mail Password
Effettua la registrazione gratuita
[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Francesca Canale Cama

La guerra e la città
La guerra di Libia e l’opposizione de “La Propaganda” di Napoli









 




La guerra di Libia: una congiuntura sottovalutata



Nelle molteplici periodizzazioni storiche del primo Novecento, le guerre coloniali sono un elemento molto spesso sottovalutato, schiacciate forse troppo a ridosso della Grande Guerra e, d’altra parte, così subito dimenticate dall’Europa coeva ancora immersa nel clima di una pace duratura benché, ormai, armata. Così, la breve congiuntura tra il 1911 ed il 1913, che vedeva il susseguirsi di due crisi coloniali, quella marocchina per la Francia e quella libica per l’Italia, ha stentato ad imporsi all’attenzione degli storici come un momento di svolta per le nazioni europee che, in un clima di crescente militarismo, si avviavano a grandi passi verso il conflitto europeo e poi mondiale1.

Tuttavia, la spedizione di Libia – intrapresa proprio nel cinquantenario dell’Unità – rappresentò la prima importante guerra italiana e, sotto diversi profili, un vero e proprio banco di prova per la nazione e le sue dinamiche. Sul piano politico, essa voleva essere allo stesso tempo dimostrazione della stabilità del governo giolittiano e del suo largo consenso e segno di una presunta maturità del giovane Stato pronto ad inserirsi nelle “questioni calde” delle relazioni internazionali europee. Come è noto, però, il contesto che faceva da sfondo a questi due assunti era tutt’altro che pacifico ed omogeneo, risultato evidente di quel disgregamento del blocco di potere giolittiano iniziato con gli scioperi agrari del 1907-1908 e che poi era passato non certo indenne per l’opposizione al monopolio delle assicurazioni sulla vita proprio nel 1911-1912. Negli anni dell’impresa libica e della guerra italo-turca, per dirla con Degl’Innocenti, “fu tutto lo Stato liberale a mostrarsi inadeguato per i nuovi problemi che una incipiente società di massa poneva alle forze politiche ed economiche” (Degl’Innocenti 19762).

Di fronte alla guerra – per quanto lontana – si doveva infatti misurare il corretto funzionamento di un’opinione pubblica libera di esprimersi nel consenso come nel dissenso, l’aperta opposizione politica di quanti, come i socialisti, si dichiaravano nettamente contro l’impresa e, non ultima, la tenuta dell’informazione e della libertà di stampa di fronte ad una questione che con il tempo avrebbe mostrato più di un aspetto controverso.

Il 1911, con l’inizio in settembre della spedizione tripolina, fu, dunque, anche occasione di un confronto politico tra i più laceranti degli anni prebellici, quello tra Giolitti ed i socialisti e, poi, dei socialisti al loro interno. L’elemento catalizzatore della guerra coloniale, infatti, portava alla luce – dopo anni di reciproco venirsi incontro – l’inconciliabilità delle posizioni tra il più grande partito italiano, avversario di tutte le guerre, e il governo, mandatario di una spedizione di conquista. E per di più, il dissidio, prima ancora di entrare nel merito della valutazione di questa singola esperienza, si consumava sul piano teorico, con i socialisti ormai convinti anche a livello di coordinamento internazionale, della formula della “guerra alla guerra”. Anzi, si potrebbe dire che fu proprio la crisi coloniale a veicolare questa presa di posizione ponendo i socialisti di fronte alla prova dei fatti.

“La guerra – affermava su Critica Sociale in occasione del 1° maggio 1912 un Turati ormai costretto a schierarsi nonostante la fiducia in Giolitti – ha squarciato veli, ha denudato coscienze, ci ha, in qualche modo, rivelati meglio a noi stessi […]”, alludendo evidentemente al fatto che si stava consumando, oltre ad una confronto con l’esterno, anche una crisi interna, identitaria quasi, del partito, la quale, come è noto, avrebbe trovato la sua soluzione politica nel luglio dello stesso anno al Congresso nazionale del Psi a Reggio Emilia. Qui, quell’esigenza di “misurarci tutti, collocarci ognuno al suo posto” si tradusse non solo in una diffidenza sempre crescente verso la destra riformista e fautrice di una linea di appoggio al governo impegnato in Libia che decretò l’espulsione dei seguaci di Bissolati e Bonomi ma anche nella perdita della maggioranza da parte dei turatiani a favore del gruppo degli intransigenti.

La guerra aveva, insomma, rimodellato i termini del confronto sociale generando da una parte quel consenso nazionalista che avrebbe animato in seguito anche le giornate del maggio radioso, ma anche creando quel nemico interno contrario alle guerre e sempre più critico nei confronti delle scelte di governo.

Una situazione radicalmente diversa dal disorientamento politico che invece aveva colto i socialisti italiani allo scoppio della guerra coloniale appena un anno prima, nel settembre del 1911.

Al tempo, di fronte al nuovo clima politico-culturale che, all’insegna del militarismo, del colonialismo e del montante entusiasmo nazionalista, si preparava a sostenere l’impresa in Libia come conseguenza della crisi marocchina, il Psi guidato dai riformisti aveva opposto un ambiguo silenzio rotto solo a pochi giorni dalla dichiarazione di guerra perché “il chiasso sale ormai alle stelle” (Turati in “Critica Sociale”, 1/16 settembre 1911). Il partito, seguiva così la linea turatiana del ridimensionamento del problema coloniale ad una breve congiuntura che, dal punto di vista della campagna stampa, assimilava, seppur con diversi toni, la blanda protesta dell’“Avanti!” e di “Critica sociale” che, nella difficoltà di cogliere il punto della nuova realtà, mal si districavano in un linguaggio da pubblicistica d’assalto. L’impresa coloniale italiana, allora, era spesso definita “follia”, “ubriacatura”, “sbornia” o anche “montatura” quando con una certa approssimazione si cercava di definire un nesso tra colonialismo e nuova industria.

Proprio questa indeterminatezza della linea maggioritaria fece sì che si acuissero le reazioni più estremiste del sindacalismo rivoluzionario meglio disposto ad intendere, sia nel caso dell’appoggio che in quello opposto della critica, il potenziale di rottura che la guerra rappresentava. Così, contro il pacifismo socialista, un fautore dell’“imperialismo proletario” come Arturo Labriola poteva fare eco ai nazionalisti affermando che “la prima impresa collettiva italiana” era certo più feconda e rivoluzionaria che la pace e la rinuncia espresse dal pacifismo borghese e dal riformismo operaio “entrambi espressioni di quella democrazia che avrebbe finito per spingere il paese verso la quiete operosa e mediocre, verso uno stato di ingloriosa pigrizia e di ben ripartita miseria” (Labriola 1912). E allo stesso tempo fu sindacalista rivoluzionario l’antitripolismo più netto e intransigente che ad un insolito realismo – non tardò ad esempio a rendersi conto del grosso fallimento dello sciopero generale contro la guerra del 27 settembre 1911 – abbinava un’analisi critica a largo raggio che toccava i temi della crisi del riformismo, il crescente potere del militarismo e l’involuzione reazionaria della politica interna3.

Che un vuoto ideologico e politico ci fosse e andasse colmato, del resto, risulta evidente anche dal numero di saggi che la corrente sindacalista rivoluzionaria dedicò alla guerra di Libia contro la scarsezza degli interventi da parte (Degl’Innocenti 1976)4.

Fu in questo contesto che andò assumendo un discreto rilievo la voce del gruppo raccolto intorno al giornale napoletano “La Propaganda” che ai temi del sindacalismo rivoluzionario nazionale affiancava gli accenti tipici di una “questione meridionale” ancora tutta da discutere in una proposta originale di “protesta unitaria contro la reazione”.

Fondato nel 1899, nel pieno della travolgente ondata repressiva della crisi di fine secolo, il settimanale si pose subito come il baluardo di quell’impegno generale in difesa della libertà e punta avanzata della lotta contro i sistemi clientelari, privatistici e personalistici della gestione della cosa pubblica a Napoli socialista (Fasulo 1991; Aragno 1980). Accanto a questo, l’esplicita qualifica di “socialista” scolpita nel sottotitolo del giornale ma rapidamente annerita dalla censura, testimoniava la chiara volontà di raccordarsi ad un movimento nazionale che andava intraprendendo la ridiscussione radicale del ruolo delle classi popolari nelle dinamiche nel nuovo Stato parlamentare. Così il primo foglio – uscito il 1° maggio 1899 – fu subito sequestrato perché, a detta delle autorità, “nel numero odierno de ‘La Propaganda’ si insinua l’odio di classe in modo molto pericoloso per la pubblica tranquillità” (Fasulo 1991, 845 ).

Rinvigorito piuttosto che annientato da questa repressione, il giornale divenne il fulcro di una opposizione cittadina impegnata anche in un’opera di moralizzazione politica. Nel 1902, fu proprio il noto processo “Casale-Propaganda” a denunciare i corrotti meccanismi della politica napoletana di fronte al paese e ad ispirare la famosa inchiesta governativa, l’inchiesta Saredo che preludeva alla promulgazione della legge speciale per Napoli del 19046.

Sul piano ideale invece, l’ispirazione sindacalista rivoluzionaria veniva seguita con rigore e passione nel tentativo ripetuto di tradurla anche in proposta politica attraverso l’azione del deputato Ettore Ciccotti, eletto a più riprese dal 1902 nel collegio della Vicaria.

Il composito gruppo de “La Propaganda”7, dunque, rappresentava la maniera in cui il movimento socialista aveva assunto la sua identità al Sud e, proprio in virtù di questo, si andava a scontrare con la condizione tante volte descritta di debole struttura economica e forte disgregazione sociale che facevano di Napoli un caso unico nel panorama delle grandi realtà urbane della giovane Italia unita (Marmo 1978; Fatica 1971; Giulietti 2008).

Nell’analisi non priva di fondamento di Silvano Fasulo, direttore del giornale e conosciuto animatore della corrente sindacalista napoletana, il riformismo poteva trovare il suo radicamento solo nelle aree più avanzate del paese dove c’era la reale possibilità di una tregua sociale tra élites operaie e borghesia, mentre, per contro, questo non era in grado di sedurre alla causa né il sottoproletariato né i ceti rurali del Sud (Fasulo 1991, 18).

Proprio per rendere esplicita questa differenza, nel 1908 egli ritenne indispensabile, quasi una “questione morale”, partecipare al Congresso nazionale del Psi. È noto, tuttavia, come in senso opposto a queste intenzioni a Firenze si consumò l’espulsione dei sindacalisti dal partito che per il gruppo di Napoli si tradusse in una rottura, soprattutto teorica, con la maggioranza turatiana.

Da quel momento, complice anche la nuova situazione economico-sociale conseguente alla promulgazione della legge speciale per Napoli del 1904, “il socialismo napoletano spiccava il volo con ali sicure” (Fasulo 1991, 102). La guerra di Libia avrebbe permesso di sperimentare un percorso originale.




 



L’originalità dell’antitripolismo napoletano




La fruttuosa stagione di studi sul socialismo napoletano, sui problemi del proletariato urbano, sulle origini del fascismo a Napoli, ha più spesso insistito nella ricostruzione delle dinamiche interne al movimento e alla complessità della città piuttosto che su questioni per così dire “esterne”, dove semmai la particolarità del tessuto sociale e politico di Napoli erano elementi funzionali ad una lettura diversa degli avvenimenti (Marmo 1978; Fatica 1971; Aragno 1980; Musella 1989).

Si spiega così, forse, l’assenza quasi totale di ricerche e studi su particolari congiunture come la guerra di Libia, avvenimenti con cui la città era certamente venuta in contatto ma che non ne rappresentavano una peculiarità esclusiva.

Eppure, già solo una considerazione di ordine geografico basterebbe a suggerire l’eccezionalità del punto di vista partenopeo proprio nel caso dell’impresa coloniale di età liberale: assieme a Genova, infatti, Napoli era il principale porto militare italiano, se si considera per di più che solo durante il fascismo la flotta fu trasferita a Taranto. Il porto partenopeo era sia la base di partenza della flotta diretta verso Tripoli che il primo approdo di navi di ritorno cariche di feriti, soldati in congedo ed inviati delle maggiori testate giornalistiche nazionali ed internazionali.

Ancor prima del 1911, poi, l’apertura sul Mediterraneo aveva contribuito a rendere familiare ai ceti più colti della città le suggestioni esotiche che ora la propaganda nazionalista cercava di diffondere anche tra i ceti più popolari per suscitare un appoggio emotivo all’impresa. Nel 1910, ad esempio, dal cittadino Istituto Orientale partiva una rettifica diretta al più grande quotidiano nazionale, il “Corriere della sera”, circa le corrispondenze inesatte dell’inviato in Abissinia, colpevoli – a loro dire – di screditare come “barbara” una cultura differente8.

In questo clima decisamente animato, non meraviglia che il dissenso napoletano all’impresa avesse caratteri differenti da quello nazionale. E questo a maggior ragione se si considera che Napoli si trovava ad essere anche oggetto della propaganda nazionalistica che, come è noto, vedeva nella conquista coloniale proprio una via di risoluzione ai problemi di povertà endemica del Mezzogiorno d’Italia. Questo, se da un lato aveva contribuito a diffondere un certo entusiasmo popolare per l’impresa, aveva anche reso più esteso e variegato – proprio in virtù di un coinvolgimento viscerale – il fronte dell’opposizione.

L’antitripolismo di matrice socialista, che insisteva soprattutto sul tema dell’impossibilità di sostenere i costi di una guerra e sulle difficoltà militari che gli italiani avrebbero dovuto affrontare in un teatro di guerra come quello coloniale, conviveva ad esempio con quello dei meridionalisti che gravitavano intorno alla figura di Gaetano Salvemini, convinto assertore dell’inutilità della conquista del cosiddetto “scatolone di sabbia” per far fronte ai problemi legati alla questione meridionale.

La città, insomma, benché ingarbugliata nei ricorrenti problemi di una stentata sopravvivenza, reagiva alla questione coloniale come un crogiuolo di molteplici spunti e di istinti spesso contrari. In questo senso, fu anche teatro di una delle originali e composite forme di antitripolismo di cui fu protagonista la “La Propaganda”.

Il giornale, che, come abbiamo avuto modo di accennare, nel corso degli anni aveva cercato di non limitarsi alla funzione di semplice foglio politico contribuendo non poco alla moralizzazione della politica cittadina, era infatti pronto a spendere i risultati del suo originale percorso e la sua credibilità cittadina in una battaglia di strenuo antitripolismo.

Tuttavia, in maniera non troppo dissimile da quanto stava avvenendo nel Psi, anche i sindacalisti rivoluzionari iniziarono ad affrontare la questione della guerra coloniale solo una volta aperte l’ostilità. La differenza, più che altro, consisteva nell’approccio più aggressivo, meno mediato, che ‘assaliva’ più che affrontare la molteplicità dei temi sollevati dalla guerra.

Nel primo numero utile uscito a ridosso della partenza della spedizione, molti sono gli impliciti teorici che reggono un’invettiva altrimenti inspiegabile. Nell’immediatezza della reazione istintiva di ferma opposizione è difficile ritrovare a prima vista le linee di una piattaforma programmatica o un’analisi accurata della situazione.

Così, ad esempio, ad un Turati compassato che nel settembre del 1911 andava affermando la necessità di non far sì “che il silenzio possa interpretarsi come acquiescenza o indecisione”, dalle colonne del giornale sindacalista si affrontavano i nazionalisti senza mezzi termini:






A cosa applaudono? Ad un’affermazione d’italianità? Ad una guerra nazionale che sia? Anche Arturo Labriola dice che oggi l’Italia deve dare a sé medesima una lezione di dignità. E sia, ma non così, non così, perdio. La dignità e la forza della nazione non si affermano con l’acquisto di quella Tripolitania che nessuno stato ha voluto finora; con l’impresa contro Tripoli che, si sa, non sarà neppure difesa. La borghesia nostrana, se vuol fare una virile affermazione di dignità italiana, muova guerra alla nazione che con le persecuzioni ai triestini ed alla cultura italiana ha mille volte offesa la sua dignità nazionale; rompa con l’Austria la guerra, che violando i trattati, si impossessa dei paesi balcanici accostandosi al mare nostro! Ma i vigliacchi d’Italia son prudenti come serpenti quando odorano pericolo9.





Addentrandosi tra le pagine del giornale, tuttavia, è possibile cogliere più indizi dell’intenzione di definire un punto di vista originale e indipendente. Dopo i nazionalisti, infatti, era giunto il momento di prendere le distanze anche dal pacifismo e dal socialismo. Allora, le valutazioni sulla guerra come elemento di accelerazione della presa di coscienza del movimento che, pur auspicate da Turati, venivano tradotte dal foglio napoletano in una violenta requisitoria che individuava nel pacifismo una scelta rinunciataria, responsabile dell’immobilismo della dialettica tra le classi:








Una guerra potrebbe forse anche da noi, internazionalisti, esser salutata con gioia, poiché la viltà della nostra generazione e la inettitudine pecorile dei nostri giovani è frutto appunto di quella pace ad ogni costo degli adoratori invertebrati dello statu quo, tipo Teodoro Moneta. Le tele di ragno e gli strati di polvere su ogni cosa: ecco l’idea pacifista10.



Pericolosamente e, forse, inconsapevolmente la considerazione della guerra come elemento dinamico all’interno di una società divenuta molle e pavida piantava il seme destinato a germogliare di lì a poco nell’adesione praticamente compatta del sindacalismo rivoluzionario alle ragioni del primo conflitto mondiale. Tuttavia, al momento, la critica all’impostazione pacifista poteva assimilarsi a quella verso il socialismo, anche poco propenso all’azione. Nel suo editoriale, infatti, Fasulo non stenta ad accusare i socialisti di “bizantinismo, cioè di preferire all’azione la diatriba astratta” perché essi “discutono, ciangottano, distinguono e sottilizzano. Non agiscono mai”11.

Va sottolineato, però, che una volta definita, seppur in maniera “sanguigna”, la collocazione politica del gruppo, i redattori del giornale napoletano non tardarono ad affrontare il duro lavoro di informazione e propaganda che si presentava loro dinnanzi.


In una città sedotta dall’idea di un possibile miglioramento delle condizioni materiali derivato dall’impresa coloniale, infatti, era difficile far passare una contestazione unicamente retta dalle motivazioni dell’antimilitarismo un po’ concettuale e teorico ispirato ai grandi temi dell’opposizione teorica alla guerra che nello stesso momento tanto impegnavano il movimento socialista a livello internazionale12. Era necessario, piuttosto, ancorare la protesta a motivazioni pratiche, che rendevano poco conveniente portare avanti questa guerra.

Fu su tale piano, soprattutto, che le critiche ideologiche si unirono alla demolizione sistematica della “promessa nazionalista” al meridione d’Italia. Fin dallo stesso numero del giornale, allora, Fasulo si incaricò di declinare i differenti temi legati alla guerra in Tripolitania in un linguaggio comprensibile al lettore cittadino non solo militante.

“Economicamente – sentenziava approcciando l’importante tema degli interessi economici che reggevano l’impresa – la Tripolitania non vale nulla per ora. V’è solo l’attività del Banco di Roma; e poi, carestia cronica”. Un tema importante, quello del finanziamento della guerra coloniale e delle motivazioni politico – economiche che avevano fatto sì che la scelta cadesse sulla Libia. Tuttavia, il giornale era ben conscio che una requisitoria intera sull’argomento sarebbe ostica per il lettore cittadino e per questo ne mitigava la narrazione con osservazioni dirette a presentare sotto una diversa luce l’oggetto del contendere:







Ad occidente si ha la Tunisia, ora piena di colera; al sud, il Fezzan, patria della malaria, delle febbri intermittenti e di tutte le oftalmie. Ad oriente, colera asiatico e peste fanno ogni anno la loro apparizione. […] Per quanto proibita, vi si esercita la schiavitù apertamente, e il Piazza vuole che sia mantenuta per la gloria d’Italia. […] La degenerazione sessuale è ivi più diffusa che nell’esercito tedesco, e l’usura vi è più radicata che a Napoli13.



Di fronte ad un pubblico di lettori che andava presumibilmente dall’élites intellettuale e socialista cittadina al più semplice militante, “La Propaganda” si incaricava, dunque, anche di un compito pedagogico: ridare una forma alle suggestioni esotiche che circondavano la lontana Tripolitania. In questo senso, altro punto da sfatare per il lettore meridionale era l’idea che alla base della scelta della Libia come obiettivo di conquista ci fosse una ponderata valutazione militare e strategica:







Il più forte argomento dei Tripolini di oggi è quello strategico […] essendo la Tripolitania circondata da possedimenti di grandi potenze, la Tunisia, il Sudan, l’Egitto, le medesime precauzioni (munire bene le coste d’armi e d’armati) saranno necessarie ai confini tripolini, i quali sono sterminati, sguarniti, arciviolabili. […] Sicchè una occupazione militare vera e propria, che vorrà pretendere di assicurare stabilmente il possesso della regione alla madre patria, costerà quanto potrebbe costare il circondare tutta la Sicilia e la Calabria d’una muraglia cinese munita e corazzata. Per questo la Turchia si è sempre contentata di possedere Tripoli, lasciando alla setta dei senussi l’impero della Tripolitania14.



E via via che la guerra andava avanti, l’intervento del giornale sul tema diveniva sempre più diretto ed insistente. A circa un mese dalla partenza della spedizione si affermava fuor di metafora:








Economicamente né la Tripolitania né la Cirenaica potranno mai accogliere e sfamare le correnti migratorie, che oggi volgonsi alle due Americhe. Chi parla diversamente ha le traveggole. L’Italia, diceva Gius. Ferrari, è la terra dell’Ariosto, per dire che si lascia facilmente sedurre dai cantastorie fantasiosi. Ma io guardo alla realtà dolorosa e non dimentico i fatti dell’esperienza. Il valore geografico-economico delle coste tripoline è infinitamente inferiore a quello delle nostre coste calabresi o pugliesi; e la potenzialità produttiva del suolo e del sottosuolo della sola Calabria varrebbe dieci volte quello della Cirenaica se in questi cinquant’anni di unità regia il Governo si fosse mai preoccupato dei vari interessi della popolazione e delle felici risorse naturali delle nostre regioni15.



E ancora, i temi si incrociano nella requisitoria contro le abitazioni meridionali che addita i trulli pugliesi, abitazioni di uomini e di bestie, come massima prova del sottosviluppo locale. E poi, ancora la questione della scarsezza degli investimenti:







In Basilicata dopo preghiere e polemiche si era portato il materiale per una ferrovia secondaria che doveva avvicinare qualcuno di questi centri selvaggi alla civiltà, ma appena scoppiata la guerra, rotaie e traversine sono state prese e portate a Tripoli, per la ferrovia Tripoli – Ain Zara (Fasulo,Viviani 1912, 57).



Il parallelo tra la “quarta sponda” e le terre del Mezzogiorno, lasciate all’imbarbarimento dal disinteresse del governo nazionale che non ne pianificava uno sfruttamento diretto e ragionato, era certamente un tema ricorrente dell’antitripolismo de “La Propaganda”. Ma va sottolineato che, molto spesso, esso rappresentava anche quel necessario trait d’union attraverso il quale il giornale riusciva ad assolvere ad una doppia funzione: giornale di discussione cittadino e foglio politico del sindacalismo rivoluzionario su scala nazionale.

Come foglio politico della corrente, infatti, al pari dei giornali settentrionali esso doveva portare avanti una posizione critica unitaria e condivisibile. In linea con l’impostazione contestataria della corrente era ad esempio la polemica con i nazionalisti sul noto affare del coinvolgimento del Banco di Roma nel finanziamento dell’impresa. Qui, accanto alla ricorrente questione della collusione tra nazionalismo e Banco, si affrontava anche il tema del legame tra quest’ultimo e la Chiesa:








Ma il Banco di Roma, impegnando forti capitali in tutti i centri libici, aveva avuto per introduttori monaci e frati. Solo in Tripoli città, vi erano settemila cattolici, con undici chiese e tre cappelle, tre parrocchie di ordini religiosi maschili e femminili, tre opere pie, un collegio, ben sette scuole elementari, un asilo infantile e un migliaio di alunni. I cattolici avevano missioni, chiese, conventi in tutta la Libia e molte scuole, anche sussidiate dal governo italiano; il Banco aveva industrie e commerci in tutti i principali centri, in alcuni dei quali era anche in diretti rapporti con le confraternite dei Senussi. Perciò il Banco di Roma e Vaticano avevano il massimo interesse a bandire la guerra santa contro l’Islam.[…] Purtroppo la guerra è stata fatta nell’interesse della Chiesa e del Banco di Roma, né si è curato di mascherarlo. Il Banco di Roma ha avuto il monopolio delle principali forniture, appena cominciata la guerra; e la Chiesa ha alzata la croce contro la bandiera verde del Profeta. È stata una guerra santa, una crociata (La santa crociata, in Fasulo, Viviani 1912).



Quello del ruolo del Banco di Roma nell’impresa era un punto chiave della polemica contro la guerra di Libia. Anche al momento del processo per diffamazione a mezzo stampa subito dal giornale nel 1912, gli accusati riterranno probabile che il reale motivo dell’iniziativa giudiziaria fosse piuttosto politico. Accanto agli articoli incriminati, infatti, era stato pubblicato un trafiletto che preannunciava un’inchiesta sui rapporti tra Banco e Chiesa, in seguito poi mai svolta.

Sul piano invece della declinazione teorica dell’opposizione alla guerra di Libia, la fortuna del giornale la fece la collaborazione di Sylva Viviani, ex colonnello e dunque autorevole esperto di questioni militari16. Grazie alle opinioni e agli articoli di Viviani, il giornale riuscì ad inserire la polemica politica nella solida cornice teorica dell’antimilitarismo. I suoi interventi, infatti, muovevano dal presupposto dell’inutilità della guerra offensiva che impoveriva gli stati e rendeva la questione sociale subordinata a quella dell’imperialismo nazionalista. Un principio condiviso anche da Fasulo che come Viviani affermava:







Di fronte alle guerre, poiché queste non scompariranno che col regime borghese, i socialisti non debbono chiudersi, lavandosene le mani, in una pura pregiudiziale che diventa ridicola dopo che le guerre sono scoppiate, ma debbono distinguere le guerre aggressive e la politica offensiva di cui l’esercito permanente è organo, dalla politica difensiva (Fasulo 1918, 31).



Stava sostanzialmente in questo la differenza tra antipatriottismo e antimilitarismo che – a loro dire – non consentiva di accusare i socialisti contrari alla guerra di Libia di poco amore per la nazione. Per questo, Viviani sfruttava l’occasione del processo a “La Propaganda”, in cui era accusato di vilipendio all’esercito, per spiegare ad un opinione pubblica più larga i termini del suo antimilitarismo:





Le forze militari possono essere organizzate per la difesa soltanto come in Svizzera; oppure tanto per la difesa quanto per l’aggressione, oppure possono essere organizzate segnatamente in vista dell’aggressione. Di antimilitaristi se ne possono distinguere due specie. Una, poco numerosa forse, che non ammette la difesa militare. Non la esaminiamo. Un’altra numerosissima che ammette la difesa militare, ma rifiuta l’aggressione. Per questa seconda specie non esiste dunque militarismo quando le forze armate restringono teoricamente ed effettivamente la loro azione alla difesa, meglio: alla difensiva. Vi è invece militarismo allorché questo ha per sua teoria essenziale l’offensiva, ossia l’aggressione. È perciò contro lo spirito militare aggressivo che reagiscono i socialisti di tutto il mondo. Ed è perciò che tutti si dicono antimilitaristi ma non si oppongono allo spirito difensivo (Il militarismo, in Fasulo, Viviani 1912).



Su questa forte base concettuale, difficilmente condivisibile dal governo di una nazione impegnato in una impresa coloniale, si muovevano gli interventi di Viviani sul giornale che, nella polemica, quotidiana cercavano di delegittimare l’azione offensiva italiana nei confronti dell’Impero ottomano:






Non diremo nulla della spesa, la quale cresce sempre perché lo spirito aggressivo tende ad imitare negli armamenti le più potenti nazioni vicine e queste accrescono le forze sotto le armi per mantenere a proprio favore la preponderanza ed aprono così e fanno aprire altrui una maggior voragine di spese. Non ne parliamo perché ognuno ha sotto gli occhi le prove chiare e lampanti di questo fenomeno tutto moderno. L’Italia ha fin qui accresciuta la sua spesa militare di 240 milioni annui in sei anni. I bilanci presentati or ora pel 1912-1913 fanno ascendere le spese ordinarie a 670 milioni non compresi i dispendi della guerra in corso, che ormai è ragionevole prevedere in un miliardo e forse più di lire italiane (Il militarismo, in Fasulo, Viviani 1912).



Al servizio del giornale, la preparazione tecnica di Viviani era in grado anche di valutare le operazioni militari che l’esercito italiano stava portando avanti in Tripolitania. Si criticavano, allora, con una certa sicurezza l’impreparazione militare di uomini e mezzi, le scelte strategiche dello stato maggiore che aveva rinunciato alla penetrazione dell’interno del paese limitandosi ad occupare la fascia costiera, la violenza dello scontro con le tribù locali che opponevano un’incessante resistenza fatta di attacchi violenti e improvvisi e, con un certo sprezzo unito a sarcasmo, rinuncia alla missione civilizzatrice delle popolazioni indigene.






Non dirò per ora i dubbi sull’esito buono delle spedizioni dell’Interland. Osservo le difficoltà del clima e del terreno inclementi, le lunghe eterne distanze piene di desolazione, gli arabi ostili. Altri ostacoli sono la fragilità del nostro soldato, il suo cattivo e pesante equipaggiamento, le sue esigenze alimentari e igieniche, le ferme brevi, l’impazienza nevrastenica delle città italiane sottoposte ad accessi di mentale epilessia: cose più volte avvenute nel medio evo, che ora ribollono nell’indebolimento del sistema nervoso, tal come allora17.




Nello spazio breve di un mese, dunque, “La Propaganda” fu in grado di offrire alla città numerosi un panorama articolato di motivazioni per opporsi alla guerra di Libia. La sua azione, però, coincideva con il lancio di una campagna stampa e di opinione che agiva in senso contrario, alimentando l’entusiasmo nei confronti del nuovo ruolo dell’Italia colonizzatrice e alla ricerca di un posto tra le grandi potenze d’Europa. Ed è un fatto che anche Napoli non fosse immune dal fascino di questa lettura.



 



La guerra e la città



Che reazione ebbe, dunque, la città di fronte ad un fenomeno di contestazione così importante?

A giudicare dall’esito fallimentare dell’unica manifestazione importante organizzata, lo sciopero generale contro la guerra del 27 settembre 1911, si può dire che Napoli non fece eccezione rispetto agli altri grandi centri: il proletariato non sentiva la questione coloniale e preferì una posizione attendista. “Tristi giorni di incomprensione!”, avrebbe ricordato Silvano Fasulo alcuni anni dopo, “molti dei vecchi simpatizzanti ci avevano lasciati o erano titubanti e persino nel partito vi erano dissenzienti autorevoli. Io, che nel 1896, da ragazzo ancora, avevo avuto la prima condanna per le dimostrazioni contro la guerra eritrea, non sentii allora la solitudine che sentivo in questa campagna contro la guerra di Tripoli” (Fasulo 1991, 153). Si trattava di una solitudine avvertita all’interno del movimento ma anche all’esterno, nel tessuto della società cittadina che oscillava tra indifferenza e “sbornia” nazionalistica. Non stupisce, allora, che le notizie delle rappresaglie o degli scontri con i nazionalisti fossero commentati in toni esasperati, decisamente sopra le righe:





Una masnada di mariuoli, di ricottari e di straccioni corre pazzamente per le vie di Napoli gridando: Viva Tripoli italiana. Se si limitasse a ciò il fenomeno di pazzia non avremmo ragione di dolercene, ma i teppisti, sotto la garanzia dei birri, quotidianamente si recano a protestare sotto… la tabella de “La Propaganda”, pretendendo sinanco che sia esposta la bandiera al balcone in omaggio a l’atto brigantesco dei militaristi. Noi siamo disposti a rispondere come devesi ai pidocchiosi scugnizzi, che, senza idee e senza avvenire, urlano come le belve assetate di sangue. Chiediamo però due cose: che si attenda ancora qualche giorno per conoscere il dietroscena tripolino e che la teppa non venga a protestare quando noi siamo assenti dalla redazione (“La Propaganda”, 7-8 ottobre 1911).



Tra ottobre e dicembre, numerosi furono gli articoli su episodi simili, confronti verbali, sassaiole, azioni di disturbo, attentati ad personam, segno evidente di un clima che si andava arroventando e che, nell’interpretazione dei sindacalisti, non erano frutto di adunate spontanee ma di manovre politiche intimidatorie. Che gli episodi avessero una certa rilevanza per la politica cittadina è dimostrato dal fatto che sebbene in toni più moderati e cronachistici, le aggressioni contro “La Propaganda” furono riportati sia da “Il Mattino” che dal “Roma”. Il giorno successivo al commento riportato, ad esempio, il giornale ne pubblicava uno identico, dove per di più si accennava alla partecipazione di duemila persone. Certo, le cifre sembrano poco attendibili per delle manifestazioni di spontaneismo politico e questo darebbe ragione all’ipotesi di una rete organizzata. Ma al di là di questo punto, il dato interessante è forse il ripetersi di commenti in toni battaglieri anche se sempre uguali che sembrerebbero indicativi della sensazione del giornale di essere assediato. Del resto, anni dopo, anche nella memoria di Fasulo si manteneva vivido il ricordo di quei giorni concitati:






Per la guerra di Tripoli si fece a bastonate più volte, in quegli anni, e al largo della carità, sotto il balcone de “La Propaganda” ci fu più di una cruenta battaglia. Spettatrici, spesso, le giovani ultime compagne russe, che assistevano impassibili ai conflitti, da competenti (Fasulo 1991, 153).



Ma al di là della reazione di piazza, una parte considerevole del confronto tra le diverse posizioni si consumava al livello della piccola e media borghesia. Era infatti questa la fascia oscillante dell’opinione pubblica, era qui che l’opposizione netta tra nazionalisti ed antimilitaristi si stemperava in una zona grigia dalle molteplici sfumature. E ciò era a maggior ragione vero nella misura in cui la guerra che andava avanti suggeriva nuovi approcci interpretativi.

All’inizio di novembre, ad esempio, una “solenne manifestazione di plauso per i soldati combattenti in Tripolitania e C irenaica” organizzata da un’associazione piccolo borghese diede il segnale di come il tema del “gentil sangue latino” – cioè della necessità da parte dell’Italia di rivendicare i fasti imperiali della storia antica – così abusato dalla stampa filotripolina stesse penetrando anche nel tessuto cittadino. La conferenza introduttiva, infatti, magnificava le imprese che l’esercito italiano compiva “nella Tripoli nostra, che il predone musulmano, distruggendo la civiltà che Roma antica aveva col proprio sangue, col nostro sangue latino fecondato, ne rese una landa selvaggia e ne fomentò la barbarie, facendo degli arabi un esercito di assassini, di schiavi e di affamati” (Maione 1912).

Al tentativo evidente di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle rovinose imprese della guerra, “La Propaganda” opponeva un’opera continua di alfabetizzazione. Negli stessi giorni di novembre, ad esempio, pubblicava l’intervista ad un soldato ferito di ritorno dal fronte cercando di riequilibrare l’ottica interpretativa:







I nemici sono molti, e seguono una tattica esasperante. Se ne scorgeva un drappello ad ogni momento. È una molestia continua. Pare fatta per tenere sempre desti, sempre con le ansie, sempre col fucile al piede. Un drappello è interamente distrutto: la notte appresso, poche ore dopo, un altro ne spunta da un altro lato, striscia, si avvicina, mette a rumore le trincee, e fugge o muore dopo che ha scompigliato il campo. È una tattica infernale che può durare in eterno18.



La battaglia che si poteva combattere, per non lasciare la città completamente preda della grande campagna stampa favorevole all’impresa coloniale, era quella della continua controinformazione, giocata per altro su molteplici livelli: quello dell’impressione immediata, quello della convenienza strategica dell’impresa e quello più propriamente politico del ragionamento sui grandi ideali del socialismo come il principio della “guerra alla guerra”. Una strategia necessaria se si voleva andare oltre il ristretto cerchio del pubblico militante. Del resto, anche il quotidiano cittadino di più consistente tiratura, “Il Mattino”, sembrava a volte perdere il timone e avvicinarsi a posizioni contestatarie. Ad un mese dalla guerra, infatti, si annotava:






per chi è fatta questa impresa se agli italiani si vieta di metter piede nello scarso lembo di terra conquistata? La risposta verrebbe facile: per i frati e gli impiegati del Banco di Roma. Questi ultimi, benché notoriamente un gruppo di corrispondenti cointeressati di quattro giornali cattolici che servono l’impresa finanziaria del geniale istituto romano, hanno albergato finora sulle navi da guerra italiane, liberi di osservare quegli avvenimenti che al comando in capo premeva meglio di occultare19.



Come non mancò di far notare “La Propaganda”, le stesse considerazioni espresse sul foglio sindacalista erano state messe sotto accusa per antipatriottismo. Ma la preoccupazione de “Il Mattino” sembrava più per una difesa di interessi locali e per questo chiaramente indirizzata al tema dello sfruttamento delle colonie promesso al meridione d’Italia che non equivaleva, come nel caso dei sindacalisti, ad una protesta antimilitarista e antigovernativa.

È pur vero che a mano a mano che procedevano le operazioni belliche era sopraggiunta una sorta di censura informativa da parte del governo che limitava considerevolmente la libertà di espressione e di pensiero della stampa italiana. Così facendo, è noto, il governo riusciva a sottrarsi ad ogni serio controllo da parte delle forze politiche e a tenere occultate le inattese difficoltà delle battaglie – come quella di Sciara Sciat – in cui era incappato l’esercito italiano. Come era naturale, i più colpiti da queste misure furono quei giornali che si opponevano alla guerra di Libia in senso più spiccatamente antimilitarista e che tendevano a mettere sotto accusa le istituzioni statali.

Fu in questo contesto che l’inasprirsi del clima cittadino oltre che nazionale diede i suoi risultati. Sul numero del 4 novembre 1911 de “La Propaganda” apparvero due articoli – di cui in realtà uno era un semplice trafiletto – ben presto incriminati per vilipendio alle istituzioni ed incitamento alla diserzione. L’articolo a firma di Sylva Viviani, I massacri coloniali e la stampa basista, ripercorreva in toni più accesi del solito, tutti i temi dell’antitripolismo sindacalista concentrandosi in particolar modo su una requisitoria contro la stampa nazionale che aveva appoggiato la spedizione creando il consenso dell’opinione pubblica. Il trafiletto, invece, affrontava il problema della libera scelta del soldato di aderire o meno ad un progetto coloniale o ad una guerra offensiva, toccando un nodo centrale del rapporto tra socialismo e guerra,ossia lo scontro tra l’interesse nazionale e quello di classe. Il pezzo centrale della breve nota, però, era la citazione di una dichiarazione di un generale dell’esercito, Fortunato Marazzi, ai tempi della conquista dell’Eritrea che in sostanza sembrava molto vicina ai temi dell’antimilitarismo e, addirittura, venata di antipatriottismo20.

Ad alcune settimane di distanza, il mandato di comparizione spiccato contro Silvano Fasulo, direttore del giornale, Sylva Viviani, autore degli articoli e Vincenzo Autiero, gerente della testata, diedero inizio alla vicenda più animata dell’antitripolismo napoletano, il processo a “La Propaganda”.

L’esasperazione frutto dei precedenti mesi di tensione appariva con marcata evidenza nella risposta della redazione, consapevole dell’occasione di dare rilievo alla guerra coloniale attraverso il processo:






Siamo processati, va bene. Non c’era bisogno di questa prova per farci sapere che in Italia la verità non si può dire. Ma noi la diciamo ugualmente. Ormai, nel paese in cui ladri e camorristi sono ossequiati dai magistrati, ma non mai condannati, in questo paese in cui bancarottieri ed imbecilli siedono al governo, in cui banchieri usurai vedono aperte innanzi a sé non le porte della galera ma la via di tutti i trionfi, e sono applauditi sulla strada come i nuovi e grandi eroi della patria, non resta che un posto onorifico per noi, lo scanno dei rei. Il mondo civile il quale ha saputo da un pezzo che a Napoli i camorristi non pagano mai il fio delle estorsioni, sappia che questi magistrati hanno ripristinato invece il reato di pensiero. Giudici, non basta lo spauracchio della Corte d’Assise per tapparci la bocca. Noi gridiamo ugualmente: Abbasso la guerra! (“La Propaganda”, 25 novembre 1911).



Ma la reazione del gruppo non fu limitata alle sole pagine del giornale. A cavallo tra il 1911 ed il 1912 venne pubblicato un libretto di autodifesa – La Guerra di Tripoli avanti ai giurati e alla storia a firma di Fasulo e Viviani – che presto conquistò una certa notorietà anche a livello nazionale. Si trattava non solo di una raccolta di tutti gli articoli del foglio ricollegabili al processo ma anche di un’esauriente memoriale difensivo che associava la difesa politica o “in fatto” opera di Fasulo e Viviani e la difesa “in diritto” redatta dall’avvocato Alfredo Sandulli, ma anche di un manifesto dell’antitripolismo in cui gli autori si incaricavano di sviluppare in maniera più sistematica i temi affrontati più volte tra il 1911 ed il 1912.

Accanto a questo, non tardò a mettersi in moto la macchina difensiva socialista, fatta di solidarietà, appoggi e finanziamenti. A dicembre la questione di Napoli veniva ripresa dall’“Avanti!” che commenta: “Bisogna alzare la voce anche contro i tentativi reazionari della magistratura di Napoli, che vorrebbe mettere la museruola alla Propaganda e far tacere la voce critica e ammonitrice, voce autorevole per competenza e per dirittura, di Sylva Viviani, che al nostro partito ha dato una letteratura militante socialista” (“Avanti!”, 16 dicembre 1911).

Fu questa vicenda, insomma, che ricollegò il piano della contestazione locale con quella nazionale e lo inserì nel quadro più generale della crisi liberale che la guerra di Libia aveva ormai decretato. Con il processo a “La Propaganda”, il Sud si affrancava dall’immagine di oggetto pilotabile che aveva avuto nei mesi della guerra per gran parte della stampa nazionale filotripolina e dimostrava di essere capace di incarnare quel “nemico interno” contro cui il governo era impegnato come su un altro fronte di guerra.

Tuttavia, è interessante notare come i tempi di realizzazione del processo furono tutt’altro che rapidi. Sulla scorta della lezione della crisi di fine secolo, dove la repentinità della reazione era sinonimo di efficacia, lo Stato liberale era costretto ad affrontare i suoi nemici interni nel rispetto di un percorso burocratico consolidato e dei principi di diritto. Anche la realtà della guerra, insomma, non aveva potuto creare quello stato di eccezione che prelude alla sospensione delle regole di una vita politica ormai democraticizzata.

Nel caso in questione, dunque, nonostante il polverone sollevatosi a seguito dell’incriminazione, dell’autodifesa del giornale e del coinvolgimento del generale Marazzi chiamato in correità dagli imputati, dal febbraio del 1912 la questione scomparve dalle pagine dei giornali, al punto che non è riscontrabile neanche la data esatta del processo. Fu solo in luglio che il caso riprese spazio sulla stampa a seguito di una campagna diffamatoria del “Giornale d’Italia” contro Sylva Viviani che rimise in moto la macchina giudiziaria.

Benché l’impegno di contestazione da parte del giornale “La Propaganda” fosse stato costante nell’ultimo anno e numerosi avrebbero potuto essere i pretesti per agire contro il nemico interno, nel settembre del 1912, l’inizio del processo coincideva con le fasi conclusive della guerra che ormai aveva superato il suo momento critico. Tuttavia, il processo sembrava rievocare lo scontro frontale di due interpretazioni politiche opposte della guerra di Libia: da un lato, l’accusa rappresentava le posizioni e le ragioni del governo e, dall’altro, il collegio della difesa, incarnato da autorevoli personalità del socialismo italiano, Alceste della Seta, Ettore Cicciotti e Teresa Labriola, figlia del filosofo Antonio. Ma a dare la misura della carica ormai non più esplosiva di questo caso politico, basta il fatto che proprio la presenza della Labriola fu la prima questione affrontata dalla Corte, poiché per la prima volta una donna – cui generalmente non era permessa l’iscrizione all’albo anche se laureata – esercitava l’avvocatura in un processo penale. “Il caso dell’avvocatessa Labriola”, come titolava “Il Mattino”, fu anche il tema che maggiormente interessò il pubblico ed i cronisti del processo. E, del resto, il potere attualizzante della difesa di nuovi diritti sociali in una nazione che ritornava ad affrontare le problematiche dalla politica interna, non sfuggiva nemmeno a “La Propaganda” (14-15 settembre 1912) che commentava:






Pensammo subito che se si fosse potuto aggiungere, nel nostro processo, alla discussione sull’antimilitarismo quella del femminismo, sarebbe stato tanto di guadagnato. E così Teresa Labriola, pur non dividendo tutte le nostre idee, ma avendo comune con noi un temperamento di combattente ed una fede accesa nell’emancipazione da ogni avanzo di medio evo, e nella libertà, è venuta in nostra difesa. E così noi abbiamo affidata al nostro collegio difensivo anche la difesa del dritto […] di Teresa Labriola.





Nonostante le requisitorie della difesa, che “Il Mattino” non esitò a definire “pistolettate” al progetto della guerra di Libia e che quindi caricarono al seduta di temi specificatamente politici, la sentenza che chiuse il processo accertò che ormai i reati erano caduti in prescrizione estinguendo così l’azione penale nei confronti degli imputati.

L’esultanza degli ambienti socialisti non poteva però nascondere il fatto che non si trattasse di una vittoria né della difesa “di fatto” né di quella di “diritto” preparate per far valere le ragioni dell’antimilitarismo. Piuttosto, la battaglia contro il nemico interno era stata talmente procrastinata da risultare inattuale. Un paradosso individuato polemicamente da “Il Mattino” che, con il pretesto della cronaca del processo, si lasciava andare ad un attacco non tanto nei confronti degli accusati quanto del potere giudiziario. Il problema fondamentale, così come percepito dal quotidiano napoletano, era la scollatura evidente tra la necessità di garantire un controllo sulla circolazione delle idee e sull’informazione necessario ad orientare l’opinione pubblica in senso filogovernativo e l’effettivo esercizio di tale controllo da parte della Magistratura21.

La fine della guerra di Libia riportava l’Italia nel clima della quotidianità dell’età liberale apparentemente senza sconvolgimenti. In vista delle elezioni a suffragio universale maschile del 1913, la politica operava un grosso ripiegamento sulle questioni interne che lasciavano sullo sfondo gli effetti della politica coloniale, compresa la “persecuzione” nei confronti del nemico interno. Tuttavia, l’opposizione maturata e rafforzatasi con l’esperienza libica avrebbe continuato a farsi sentire sul tema del militarismo. Contro i progressivi e notevoli aumenti della spesa militare, comuni per altro a tutte le nazioni europee tra il 1913 ed il 1914, i protagonisti di quella storia continuarono ad esprimersi con decisione e proprio da Napoli provennero le principali figure e proposte che animarono l’opposizione di un socialismo rinvigorito dalla dirigenza degli intransigenti. Dopo il 1912, ad esempio, Sylva Viviani ricominciò a collaborare con l’“Avanti!” di Benito Mussolini e Silvano Fasulo lavorò incessantemente alle proposte socialiste di limitazione degli investimenti nazionali in campo militare.

Nel breve volgere di un anno, la riconquistata normalità era però destinata ad infrangersi sullo scoglio della prima guerra mondiale. Poteva essere l’occasione per riproporre, ormai maturi, gli argomenti della guerra del sindacalismo rivoluzionario ad un livello ancora più alto di contestazione. Tuttavia, l’adesione praticamente compatta del gruppo alle ragioni di una guerra democratica a fianco della Francia e, in termini di consenso italiano, al seguito della lettura mussoliniana contribuirono a riservare alla vicenda ben altro destino.

Proprio considerazioni come quelle portate avanti negli anni da Viviani e,in certa misura da Fasulo, infatti, avevano contribuito alla condanna esclusiva della guerra di aggressione come era stato il caso di quella libica e al progressivo sdoganamento di quella di difesa.

Ora, di fronte ad un conflitto in cui tutte le parti in causa potevano dichiararsi aggrediti, questo presupposto ideologico tornava ad essere determinante ma per una scelta completamente diversa: l’adesione alla guerra che altrimenti avrebbe avuto il sapore nostalgico del rimpianto risorgimentale.


Lascia un commento:
Voto (da 1 a 5)
    1 2 3 4 5
Opinione / Commento

Attenzione, il seguente articolo visualizzabile da tutti gli utenti.
In caso vogliate effetuare il download in pdf dell'articolo è necessario effettuare il login
Indirizzo e-mail Password
Effettua la registrazione gratuita



Scarica il testo del saggio in formato PDF
(necessaria registrazione)
Abstract
Leggi l'abstract di questo saggio.

Autore Canale Cama Francesca
Biografia dell`autore

Fonti
Bibliografia, risorse on e off-line





Carattere grandeCarattere piccolo





 

Privacy - Norme Redazionali - Contatti:
©2003-2014 Storia e Futuro - Una produzione Luxor srl