N. 21 - Novembre 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Agata V. D?Addato

L’Albania e le donne tra passato, presente e sfide future




 







 



Premessa



I grandi mutamenti politici, economici e sociali in atto nella terra delle Aquile dall’inizio degli anni ’90 fanno dell’Albania un paese in transizione, oggi partecipe del più vasto e tormentato processo di riassetto della penisola balcanica. Nonostante la crescita economica – si legge nel Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano (Undp) del 2005 – ben il 25-30% della popolazione albanese vive al di sotto della soglia di povertà ed uno smisurato numero di poveri è costituito da donne.

Secondo le Nazioni Unite, l’ineguaglianza di genere è evidente soprattutto se si considerano i seguenti aspetti della vita socio-economica e politica del paese: presenza nella leadership sociale e nei processi di decision-making, partecipazione al mercato del lavoro e livello dei salari, impatto del fenomeno del trafficking, copertura di servizi di base (istruzione e salute innanzitutto), accesso alla proprietà, all’iniziativa privata e al credito e, infine, diffusione della violenza domestica.

La violenza di genere costituisce un fenomeno che viene segnalato con un certo allarme. L’Albania si caratterizza, infatti, nel contesto europeo, per essere uno dei paesi con il più alto indice di diffusione del maltrattamento domestico; forse il paese più ampiamente e profondamente attraversato dalla suddetta problematica.

Appare difficile, ovviamente, stabilirne l’esatta incidenza, ma le Organizzazioni non governative (Ong) e gli organismi internazionali impegnati sul campo dei diritti umani concordano nel ritenere che la violenza di genere rappresenti un serio ostacolo all’affermazione di una democrazia sostanziale nel paese delle Aquile.

Sulla base di tali considerazioni, in questo articolo ci si propone, in primo luogo, di tracciare un quadro generale della situazione politica, economica e demografica che caratterizza la popolazione albanese, facendo ricorso, nonostante le difficoltà derivanti dalla loro frammentarietà, alle principali informazioni prodotte tanto in loco quanto a livello internazionale. Più precisamente, partendo da una sintetica ricostruzione dei principali eventi politici succedutisi a partire dalla conquista dell’indipendenza del paese, si passerà ad una breve disamina dei trends demografici registrati approssimativamente nel corso degli ultimi cinquant’anni.

L’analisi della dinamica demografica in Albania è stata condotta utilizzando le statistiche demografiche periodicamente pubblicate dall’Istituto nazionale di statistica albanese (Instat) e da fonti internazionali (Consiglio d’Europa, Nazioni Unite). In base a tali dati è stato possibile raccogliere informazioni relative alla fecondità ed alla mortalità, nonché ricostruire i cambiamenti della struttura demografica della popolazione albanese dal 1950 al giorno d’oggi.

Successivamente verranno approfondite alcune tematiche relative allo status femminile, alle discriminazioni ed ineguaglianze di genere in Albania, rivolgendo un’attenzione particolare alle varie forme di violenza esercitate sulle donne, soprattutto nell’ambito domestico, tematica estremamente importante eppure ancora relativamente poco analizzata e discussa.





 



Il quadro politico-economico di sfondo



Al fine di inquadrare l’analisi della condizione femminile nel più generale contesto politico e socio-economico della popolazione albanese, appare opportuno ricostruire per grandi linee i principali eventi politici che si sono verificati all’incirca durante l’ultimo cinquantennio in Albania, soffermandoci in particolare sugli anni ’90.

Dopo la morte di Enver Hoxha, che sin dal 1945 aveva rigidamente governato la Repubblica albanese, nel 1985 Ramiz Alia divenne il nuovo capo del governo. Durante i suoi cinque anni al potere, malgrado sul piano economico Alia avesse avviato un apparente e lento processo di apertura internazionale, egli non si rivelò in grado di prevedere ciò che sarebbe accaduto in seguito nel paese e non seppe impedire il disastro economico, politico e sociale della decade successiva.

Proprio in quel periodo, infatti, l’Albania stava vivendo un ennesimo peggioramento della situazione politica, sociale ed economica, che causò una notevole penuria di beni e di generi alimentari. Ciò degenerò, all’inizio del 1992, in episodi di saccheggio ed atti di violenza che provocarono l’indizione di nuove elezioni libere nel mese di marzo, le seconde dopo quelle svoltesi nel 1991 e vinte dal Partito comunista. Queste ultime consultazioni condussero ad un esito completamente opposto rispetto alle precedenti e videro come vincitore il Partito democratico capeggiato da Sali Berisha. Il tentativo del primo ministro di passare da un regime autarchico ed isolazionista ad un governo democratico di stampo occidentale, pur portando alcuni segni di miglioramento, non si rivelò sufficiente a risolvere i grossi problemi del paese.

Infatti, i rapidi (ed apparenti) miglioramenti degli indicatori economici e del livello di vita registrati in quegli anni erano, invero, determinati quasi totalmente da fonti artificiose, quali gli aiuti internazionali e le rimesse inviate in patria dai lavoratori emigrati all’estero, oltre che da attività criminali, dalla diffusa pratica del contrabbando e del riciclaggio di denaro sporco, nonché dagli illusori profitti a breve termine dei piani di investimento delle “piramidi”. All’inizio del 1997 il paese effettivamente precipitò in una crisi senza precedenti, originata dal collasso delle cosiddette “piramidi finanziarie” in cui migliaia di cittadini avevano investito tutti i loro risparmi.

Dopo sei anni di transizione gli albanesi furono travolti, pertanto, da una situazione simile a quella del 1991; anzi, per certi versi la situazione del 1997 fu anche peggiore, dal momento che molta gente si trovò senza soldi, senza lavoro, senza una casa, ma soprattutto senza prospettive per il futuro e priva di fiducia nelle istituzioni politiche. Tenendo conto di tali premesse, si comprende come la ribellione esplosa nel paese fosse, in un certo senso, inevitabile.

Si può ritenere, dunque, che con la crisi finanziaria si apra in Albania una nuova fase transitoria, questa volta ancora più difficile e tumultuosa perché il senso di smarrimento e di sfiducia della popolazione erano ormai molto forti. Senza considerare che la fuoriuscita di forze produttive in quegli anni ha assunto dimensioni allarmanti e che molti emigrati, dopo lo shock finanziario, non hanno più investito i loro risparmi in Albania aggravando ulteriormente la situazione economico-finanziaria del paese.

Tutto sommato, però, il 1997 è stato comunque l’anno della svolta e, nonostante la tragicità del momento, ha paradossalmente rappresentato per il paese l’opportunità di risollevarsi ridefinendo gli assetti economico-istituzionali e di avviarsi finalmente verso una ripresa reale e sostanziale che coniugasse lo sviluppo economico con quello sociale e politico, oltre che con un’effettiva democratizzazione del sistema (Ancona, Patimo 2002).

Benché gli indicatori macroeconomici siano considerevolmente migliorati dopo di allora ed emergano alcuni segnali positivi e confortanti come quello di uno straordinario contenimento dello spinte inflazionistiche e una considerevole riduzione del disavanzo pubblico, l’Albania rimane tuttora uno dei paesi più poveri ed arretrati dell’intera Europa, l’unica economia in transizione fondata prevalentemente sul settore agrario (King, Vullnetari 2003). Le istituzioni del mercato non hanno ancora compiutamente sostituito il sistema basato sulle imprese di Stato, il reddito pro-capite resta tra i più bassi in Europa (pari a 6.300$ nel 2007, secondo la stima fornita dalla Central Intelligence Agency) e la disoccupazione – o la sottoccupazione – segnano tuttora livelli molto elevati1. Inoltre, la mancanza di finanziamenti e le carenze di gestione sembrano ostacolare i tentativi da parte del governo di affrontare i problemi nei settori delle infrastrutture, del sistema sanitario, dell’istruzione e della pubblica sicurezza. Infine, l’assenza di un moderno sistema normativo e l’arretratezza del settore finanziario nazionale tendono a scoraggiare nuovi investimenti (Piperno 2003).





 



La dinamica demografica: una visione d’insieme



La storia politica vissuta dal popolo albanese ha profondamente influenzato la dinamica evolutiva e la struttura della sua popolazione, nonché del suo sistema economico e sociale. Ci si interroga, in particolare, sulle implicazioni esercitate dalla presenza del regime totalitario ed isolazionista che fino agli inizi degli anni ’90 ha governato il paese2 e sulle possibili conseguenze sfavorevoli della crisi economica e politica sulla componente negativa della dinamica naturale, sulle modalità di rinnovo demografico, sui ritmi di accrescimento o decremento della popolazione (Di Comite, Pellicani 2002).

Durante il passato regime, i tassi medi annui di variazione della popolazione sono sempre stati piuttosto elevati, con valori compresi tra il 20,8‰ ed il 29,4‰, tipici di paesi che non hanno completato il processo di transizione demografica, anche a causa della politica di sostegno della fecondità e della rigida chiusura delle frontiere attuate, come già evidenziato, dai precedenti governi3 (Paterno et al. 2006).

Dall’insediamento del regime democratico nel 1992, i cambiamenti socio-economici sono stati molti rapidi e la popolazione – il cui ammontare totale è passato da 3,3 milioni nel 1992 a 3,1 milioni nel 2008 – è apparsa caratterizzata, sino all’inizio del nuovo millennio, da tassi medi annui di variazione negativi e, successivamente, da valori decisamente minori rispetto a quelli registrati precedentemente (Di Comite, Andria 2008). Tale circostanza, tipica del raggiungimento di fasi più avanzate del processo transizionale, è connessa da un lato alla dinamica naturale, caratterizzata soprattutto dalla sostenuta diminuzione della fecondità e dall’altro dall’esodo verificatosi in corrispondenza degli eventi politici del 1991-1992, che ha coinvolto in massa la popolazione e soprattutto le fasce di età più giovani di essa. Sulla base degli studi forniti dall’Instat, l’ammontare della popolazione albanese emigrata tra il 1989 ed il 2001 è di oltre 600mila persone4.

Come si è precedentemente accennato, in una società in cui il tasso di fecondità totale (Tft) si è mantenuto tra i più elevati d’Europa, il fenomeno che ha maggiormente caratterizzato la dinamica della popolazione, a partire dagli anni ’60, è stato proprio il rapido e progressivo detrimento della fecondità che ha prodotto un passaggio del Tft da un valore di 6,9 figli per donna registrato nel 1960 a 2,2 nel 2005 (figura 1). Nell’arco di circa quarant’anni l’Albania ha così registrato una riduzione di oltre 4 figli per donna, lasciando presagire l’avvio di una fase di sostanziale convergenza dei suoi comportamenti verso gli ormai noti (e bassi) standard europei.


FIGURA 1: Evoluzione del Tft in Albania, 1950-2005.

grafico 1

Fonte: Elaborazioni dell’autrice su dati Instat, vari anni.


Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto in altri contesti similari, in cui difficoltà di natura economica e sociale legate a tumulti politici ed economici sono state parallelamente accompagnate da un mutamento sostanziale dei modelli riproduttivi e nuziali – sintetizzabili in una considerevole diminuzione della nuzialità, nella diffusione delle unioni di fatto, in un rapido innalzamento dell’età media al matrimonio e in uno spettacolare aumento delle nascite fuori dall’unione matrimoniale –, probabile espressione di un allargamento delle possibilità di scelta della coppia (e della donna in particolare), in Albania la contrazione dei livelli di fecondità non ha condotto alla diffusione generalizzata di comportamenti sociali innovatori. Una sorta di resistenza ai cambiamenti è, infatti, riscontrabile in molteplici aspetti: le generazioni giovani – soprattutto femminili – continuano a sposarsi in età piuttosto precoce ed in maniera pressoché universale, il ruolo centrale occupato dall’istituzione matrimoniale rende in Albania assolutamente marginale la possibilità che si possa mettere su famiglia al di fuori dei legami per così dire “legali”, la differenza di età tra i coniugi resta piuttosto elevata, la sessualità e la contraccezione continuano ad evidenziare la pratica di comportamenti ancora tradizionali (Danaj, Festy 2006).

Passando ad esaminare le principali caratteristiche della mortalità, è opportuno premettere che, come sottolineato da alcuni autori (Meksi, Iaquinta 1991; Meksi 1994; Di Comite, Pellicani 2002), anche la dinamica di tale fenomeno nel lungo periodo, pur mostrando un trend complessivamente positivo, risulta fortemente condizionata dalle vicende che hanno caratterizzato il panorama socio-politico dell’ultimo cinquantennio. Tra il 1950 ed il 2005 la transizione della mortalità ha, in effetti, conosciuto dei progressi straordinari, pur subendo alcune fluttuazioni (Gionça et al. 1997; Parant, Sardon 2006).

Per analizzare il suddetto fenomeno si è ritenuto opportuno ricorrere ad un indicatore indiretto della mortalità, cioè la speranza di vita alla nascita, il cui trend conferma quanto esposto precedentemente (figura 2). In effetti, quest’ultima è passata da 54,4 anni per gli uomini e 56,1 anni per le donne nel periodo 1950-1955 a, rispettivamente, 72,6 e 79,0 anni per il quinquennio 2000-2005.

Per concludere il quadro di sintesi sin qui tracciato, relativo alla dinamica demografica in Albania, appare opportuno segnalare che, secondo le più recenti stime (al 2008) della Central Intelligence Agency, il paese presenta attualmente caratteristiche demografiche intermedie, con un Tft pari a 2,02, una mortalità infantile del 19,31‰ ed una speranza di vita alla nascita pari a 77,78 anni (75,12 anni per gli uomini e 80,71 anni per le donne). Inoltre, per ciò che concerne l’emigrazione, il governo albanese ha pubblicato delle recenti stime circa il numero di albanesi all’estero, secondo le quali tale ammontare sarebbe stato pari a circa un milione di persone nel 2005 (Albanian Government/Iom 2005).

L’evoluzione pregressa della fecondità e della mortalità sin qui analizzata, insieme all’azione dei flussi migratori, hanno contribuito a determinare in Albania, ed in generale nella quasi totalità dei paesi balcanici, con poche circoscritte eccezioni, un progressivo invecchiamento della popolazione, con le ripercussioni socio-economiche che questo fenomeno implica (Kotzmanis, Parant 2002; Mrdjen, Penev 2003). Nel caso dell’Albania, la portata dei cambiamenti intervenuti nella sua demografia lasciano presupporre che i ritmi di avanzamento di tale processo – che si trova ancora in una fase iniziale – saranno piuttosto rapidi (Instat 2004).


FIGURA 2: Evoluzione della speranza di vita alla nascita in Albania, 1950-2005.

grafico 2

Fonte: Elaborazioni dell’autrice su dati del Consiglio d’Europa, vari anni.




 



Status femminile, discriminazioni ed ineguaglianze di genere



Interessanti studi ed indagini condotti tanto in loco quanto provenienti da autorevoli fonti internazionali convergono tutti nel sottolineare la grave portata ed il preoccupante andamento delle discriminazioni e della violenza di genere in Albania.

Nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993, si riconosce che la violenza domestica è la manifestazione di una relazione di potere ineguale tra i generi. Il fenomeno dell’ineguaglianza di genere e della violenza contro le donne deve essere analizzato, dunque, nel contesto della transizione e delle forti tradizioni politiche, culturali e sociali che influenzano la vita in Albania, nonché nell’ambito del costrutto patriarcale che sorregge la cultura albanese nel suo complesso.

La violenza domestica appare un fenomeno assai diffuso in tale paese, poco conosciuto dall’opinione pubblica e pressoché ignorato dal governo. Come altrove, è un fenomeno lasciato prevalentemente nell’ombra: rappresenta un tabù, non se ne parla e si ha difficoltà a portarlo allo scoperto. Eppure, negli ultimi anni, il tema comincia ad essere affrontato con serietà e coraggio, soprattutto da parte della società civile delle donne.

Alcune Ong femminili, infatti, il cui scopo comune è in generale quello di raggiungere una reale parità tra i sessi, di combattere il patriarcato e di eliminare le discriminazioni nei confronti della donna a livello politico-legislativo, economico e sociale all’interno della nuova società democratica, stanno cercando di sollevare il problema, da un lato informando e sensibilizzando l’opinione pubblica, dall’altro allestendo centri di ascolto e assistenza per le vittime di abusi.

Tuttavia, nonostante i tentativi fatti nel passato, la società albanese appare ancora oggi impregnata di forti tradizioni patriarcali – che nell’ultimo quindicennio sono tornate prepotentemente alla ribalta – e la subordinazione di genere sembra essere ancora radicata nelle coscienze tanto degli uomini quanto delle donne (National Equity Commitee 2002).

Appare plausibile pensare che, all’origine della violenza, ci sia il tentativo da parte degli uomini albanesi di conservare le tradizionali gerarchie di genere, in una delicata fase storica che ha eroso il ruolo degli uomini come guida e protezione della famiglia.

Al contempo, numerose donne sembrano avere un livello molto basso di consapevolezza circa i propri diritti all’interno della famiglia e l’idea che le violenze fisiche e psicologiche facciano in qualche modo parte della vita coniugale sembra essere ancora pressoché dominante (Undp 2005).

Inoltre, appare opportuno precisare che il patriarcalismo e la discriminazione di genere non riguardano soltanto alcune aree geografiche del paese ma sono presenti ovunque sul territorio nazionale, sebbene con caratteristiche e incidenza alquanto diverse (Reproductive Health Survey 2005).





 



Considerazioni conclusive



Come si è precedentemente accennato, la legge albanese non protegge adeguatamente le donne vittime di maltrattamento in famiglia, le quali ricevono i pochi servizi sociali di assistenza da organizzazioni non governative che, sebbene abbiano raggiunto risultati importanti, restano ancora dei movimenti in trasformazione che, come tutto il resto della società albanese, stanno affrontando le numerose difficoltà e le sfide attualmente in atto nel paese.

Con riferimento alle norme, nelle scorse legislature si è assistito alla presentazione delle prime proposte di legge. Un passo importante è stato compiuto all’inizio del 2006, quando il movimento delle donne e dei difensori dei diritti umani ha fatto giungere in parlamento un disegno di legge frutto dell’iniziativa popolare: sono state raccolte 20mila firme in tutto il paese, per dare massima forza alle istanze delle donne.

L’iniziativa – coordinata dall’Ufficio per la difesa civile – ha coinvolto decine di Ong che si occupano di diritti umani. L’arrivo della legge in Parlamento (il 23 gennaio 2006) è stato vissuto come un evento di grande significato. Ciononostante, a tutt’oggi l’unico avanzamento in sede legislativa è costituito dal nuovo Codice di famiglia (2003), che stabilisce alcuni provvedimenti per la protezione delle vittime, oltre a misure volte ad assicurare l’equità e la non discriminazione nelle cause di divorzio riguardo alla proprietà ed alla custodia e mantenimento dei figli.

La violenza sulle donne in generale e, nello specifico, la violenza domestica, costituiscono una palese violazione dei diritti umani universali. La violenza di genere rappresenta probabilmente la forma di violazione dei diritti umani più generalizzata e socialmente tollerata (Unfpa 2005). Pertanto, continuare a considerarla come un “affare privato” non è più accettabile, poiché ciò significa non solo non riconoscere carattere di reato ad una forma persistente e generalizzata di violazione dei diritti umani, ma anche perché i costi sociali ed economici che ne derivano sono troppo elevati.

Il fatto che questo drammatico stato di cose abbia delle radici storico-culturali profonde non vuol dire che la violenza sia oggi per le donne albanesi un destino dal quale non è possibile sottrarsi. In Albania come altrove, intervenire in questo stato di cose è possibile e necessario, e chi viene chiamato in causa è principalmente lo Stato, che ha l’obbligo di definire strumenti di contrasto in grado di consentire a tante donne e ai loro figli di vivere “liberi dalla violenza”. E si tratta di un’opera che va intrapresa subito.




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Autore D?Addato Agata V.
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