Saverio Battente
F. Grassi Orsini e G. Nicolosi (cur.)
I liberali dall’antifascismo alla RepubblicaCatanzaro, Rubbettino, 2008Il liberalismo italiano rappresenta uno snodo essenziale per la storiografia dell’Italia contemporanea, ampiamente affrontato e dibattuto. Tuttavia, per lungo tempo l’attenzione si era concentrata più sulle vicende risorgimentali e post unitarie, arrestandosi alla genesi del ventennio fascista, lasciando parzialmente eluse le vicende successive, ricondotte talora dietro imprecisi giudizi stereotipati.
I curatori del presente volume, al contrario, precisano l’importanza del tema trattato, mettendo in evidenza come le vicende del liberalismo italiano tra le due guerre e nei primi decenni della Repubblica non siano più quel “buco nero” della storiografia come in passato. L’appello a “riaprire il cantiere” lanciato da Grassi Orsini nel 2005, quindi, relativamente al liberalismo italiano, sembra esser stato raccolto con successo da un numero importante e prestigioso di studiosi. Questo si inserisce in una rinnovata, ma mai sopita sensibilità per l’Italia liberale nel suo insieme. Nello specifico, tuttavia, il percorso verso un approfondimento per il liberalismo tra le due guerre e la rinascita repubblicana, trova un suo precedente in un convegno preliminare svoltosi nel 2004 a Siena, da cui sorse l’idea di un più ampio progetto di ricerca, capace di coinvolgere ben cinque università italiane. Proprio dei convegni successivi, il presente volume, intende dare resoconto, come sintesi di una ricerca ancora da ultimare, ma allo stesso tempo, capillare nel narrare ed interpretare le vicende del liberalismo italiano, uscendo da quell’ottica di “storiografia di partito”, volta a privilegiare le organizzazioni di massa, per recuperare una prospettiva più ampia legata a uomini, istituzioni e valori, essenziali per contribuire a comprendere il filo conduttore della storia d’Italia.
Il movimento liberale, infatti, ebbe un ruolo importante nell’antifascismo, nella Resistenza e nella rinascita della Repubblica.
Sin dal delitto Matteotti, infatti, in seno ad una parte importante della vecchia classe dirigente liberale si fece ferma la convinzione che il fascismo non fosse tollerabile, né controllabile, senza rinunciare alla propria ispirazione e vocazione originaria, in nome di ordine e stabilità, come invece una parte della classe dirigente ritenne possibile quando non auspicabile. Zani, infatti, basandosi sugli interventi al Senato di importanti esponenti liberali come Croce, Sforza, Ruffini o Albertini, sottolinea il peso di una ferma opposizione antifascista giocata in seno alle istituzioni. Proprio Albertini ed il Corriere tentarono una possibile linea di argine al fascismo, rimasta sul momento sterile, ma destinata ad essere ripresa. Il Senato, dunque, ebbe una sua fisionomia variegata, che esulava dalla duplice impostazione dicotomica tra chi vi rintracciava una acquiescente abitudine ad ubbidire, e chi, invece, ne esaltava le capacità di indipendenza dal regime e di fedeltà alla Corona, sintetizzate da Croce e Federzoni. Il liberalismo, quindi, era variegato e legato a posizioni soggettive come i nomi di Nitti, Orlando, Sforza, Croce, Einaudi o Sonnino, testimoniavano. Esistevano, pertanto, divisioni al suo interno anche profonde, come la linea di Albertini verso Giolitti ricordava. L’opposizione antifascista del liberalismo, comunque, non significava necessariamente l’adesione in blocco ad un preciso progetto politico come quello di Amendola, ad esempio, di cui ha parlato E. D’Auria, quanto piuttosto una condivisa avversione per il totalitarismo, a cui si associavano progetti fattivi sensibilmente diversi, quando non antitetici, riconducibili a singole personalità, come sintesi..
Una opposizione di fede e di lotta in nome della libertà, infatti, doveva essere, secondo Amendola, non solo la cifra dell’antifascismo, ma anche la base di una ripresa del liberalismo nazionale, da ripulire da ogni incrostazione eccessivamente conservatrice del passato. Amendola aveva intuito l’importanza di un rinnovamento liberale in chiave democratica che doveva accompagnarsi con processo analogo in seno al socialismo riformista turatiano. La sua natura “irregolare”, per paradosso, lo aveva messo in ombra in seno al liberalismo. Eppure, sebbene l’ostilità a Giolitti ed il dissidio culturale e politico con Croce, era proprio ad Amendola che si doveva guardare per la genesi di un “antifascismo legale”, piuttosto che liquidarlo tra le fila di un generico spirito democratico. Del resto, su base locale, l’importanza della formula di opposizione al fascismo nella legalità, è stata ricordata da Jannuzzo, per le amministrative di Palermo del 1925. Vi era un richiamo a Spaventa, che serviva come base per un liberalismo che doveva essere democratico, coniugando il concetto di democrazia altrimenti incompleto, in chiave riformatrice e non trasformista.
L’antifascismo, quindi, poteva essere un banco di prova per applicare un processo di nation and state building teoricamente in linea con le origini del Risorgimento, ma disatteso dagli esiti del suo dipanarsi. Piffer, infatti, ricorda come il liberalismo ebbe un ruolo essenziale nella Resistenza, specialmente nel rapporto con gli alleati, disconosciuto, in seguito, in nome di principi di classe, nel secondo dopoguerra, come conseguenza del peso limitato assunto nell’Italia repubblicana, in termini numerici. I nomi di Cadorna, Sogno, Pizzoni o Casati erano emblematici in tal senso. Del resto, come ha precisato Varvaro, il ruolo di Marzagora nella Resistenza era stato essenziale nel coordinare l’azione di una parte importante degli industriali a sostegno della Resistenza in termini logistici e di rifornimento armi. Lo stesso Marzagora, inoltre, era figura importante anche per contribuire a comprendere il dipanarsi del tema della cultura economica ed, al suo interno, il peso del liberalismo economico nel secondo dopoguerra, come guida della ricostruzione prima e del miracolo poi, lasciando intravedere un passaggio di testimone all’interno della nuova classe dirigente, nella gestione delle questioni economiche.
Anche la questione dell’apporto dell’ebraismo alla tradizione liberale e per il suo tramite allo stato nazione in Italia ebbe una rilevanza profonda che passava dalle radici del Risorgimento fino all’antifascismo ed alla rinascita democratica. In tal senso, infatti, emblematica risultava la figura di Eugenio Artom, tratteggiata da Capuzzo.
Accanto a questa vi è una galleria di altre figure centrali del liberalismo italiano, sebbene non sempre, portatrici di una medesima visione del liberalismo: Cardini, infatti, ha ricostruito un profilo illuminante di Pannunzio e del Mondo. Era la genesi di un progetto per una terza forza alternativa tanto alla Dc quanto al Pci che affondava le proprie radici nella tradizione dello Stato liberale, in chiave democratica e riformatrice e quindi antifascista, in urto anche con una visione troppo conservatrice dello stesso liberalismo.
Proprio su tale versante, come ha precisato Ungari, Bergamini riassumeva, invece, la linea di quel liberalismo più conservatore vicino alle posizioni ed alle ragioni della monarchia, tanto prima dell’avvento del fascismo che durante il regime. Mussolini, infatti, era stato visto fino al caso Matteotti come un elemento di ordine non in grado di alterare la realtà di un liberalismo conservatore. Dopo, la critica fu per Bergamini netta. Allo stesso modo tentò di tenere uniti intorno all’idea monarchica le ragioni di un liberalismo moderato come punto di partenza per il secondo dopoguerra. Di segno diverso, invece, la storia di Anton Dante Coda che si segnalò per la fedeltà alla linea politica di Croce ed Einaudi, per una visione centrista del liberalismo ed unitaria nel partito, di collaborazione con il governo, come si evince dal saggio di Bonsi. Il rapporto con i cattolici, invece, emerge dal ritratto di Novello Papafava stilato da Berti. Questi, infatti, era stato un liberale elitario prima della marcia su Roma, oppostosi con ritardo al fascismo sperando di vedervi il modo di utilizzarlo in chiave moderata. Nel secondo dopoguerra aveva fatto sua la causa di un pluralismo politico per i cattolici di contro al partito unico che li rappresentasse sperando in un passaggio da un liberalismo cattolico ad un cattolicesimo liberale. A questa galleria si aggiungono, poi, le figure di Gaetano Martino, delineata da Battaglia, da cui emerge un ferma vena liberale e democratica, quella di Guido Calogero, redatta da Zappoli, fautore con Capitini, invece di una sorta di liberalsocialismo, fino a Giovanni Malagodi, scritta da Orsina, in cui risulta la linea politica del Pli tra ortodossia economica ed appoggio al governo, in posizione sensibilmente diversa da quella dell’ala sinistra del liberalismo nazionale. Proprio da questa galleria di eminenti personalità scaturisce la realtà di un liberalismo ancora fermo ad una visione elitaria della politica, lontano dalla masse e anche dai ceti medi, però capace di grandi elaborazioni teoriche e politiche, non sempre condivise e coerenti, talora conflittuali anche al suo interno, ma pur tuttavia essenziali per la rinascita della vita del paese nel secondo dopoguerra. Proprio il tema del nuovo liberalismo e di questo di fronte alle altre forze politiche ha avuto una parte essenziale nel volume.
Vadovar, infatti, ha messo in luce i rapporti tra liberali e socialisti, a partire dalla percezione che quest’ultimi ebbero del liberalismo italiano. Pur nella medesima condivisione di un sentimento antifascista e nello stesso proposito di ricostruire il paese, infatti, le differenze strategiche ed ideologiche di fondo rimasero abissali, fino al punto di far perdere di vista ogni possibile contatto pragmatico, trasformando la loro relazione in impossibile. A questo contribuì senza dubbio il ridimensionamento dei liberali in termini numerici, e la progressiva perdita di unità interna al socialismo, con il prevalere di una linea più ortodossa di classe. Donno, invece, si è soffermato su quella parte del socialismo democratico, partendo dalla figura di Saragat, che avrebbe potuto avere maggiore facilità nel dialogare con il liberalismo italiano. Vi fu un profondo tentativo di trovare un dialogo, che tuttavia, al di là dell’ampio dibattito a cui dette vita sia in termini di personalità che di organismi coinvolti, sui principali temi politici ed economici, finì per naufragare di fronte alle logiche della radicalizzarsi dello scontro all’interno del sistema politico nazionale. Il Pli, infatti, era numericamente in crisi e diviso al suo interno tra una componente più conservatrice ed una più riformista, che non necessariamente ricalcava la spaccatura tra ortodossia e innovazione teorico dottrinaria del liberalismo. Parimenti i socialisti riformisti, percentualmente minoritari all’interno della sinistra, sebbene autonomi ed indipendenti, risentirono, pesantemente del clima montante di lotta di classe, accresciuto dalla guerra fredda.
A destra, invece, come ricordato da Ungari, si apriva una diversa ipotesi nei confronti dei monarchici per i liberali. Monarchici e destra conservatrice, insieme con l’Uomo Qualunque, infatti, appartenevano, secondo l’Autore, a pieno titolo al movimento liberale, per cui, scriverne la storia delle relazioni sarebbe una sorta di storia tout court del liberalismo dall’interno. La prima vera grande pregiudiziale che impedì una vera ripresa del dialogo per una fattiva unità fu quella monarchica, in relazione all’azione da svolgere nel Cln e poi in vista del referendum. Ma anche successivamente l’ipotesi di una alleanza conservatrice a destra, come collocazione del liberalismo fu ritenuta inadeguata da Croce, tra gli altri, finendo per optare per un collocamento al centro, ponendo fine ad ogni dialogo in tal senso. Capozzi, in merito, si è soffermato sulla figura e l’azione politica di Lucifero in seno al movimento liberale. La segreteria Lucifero, infatti, non avrebbe significato il semplice tentativo di collocare il partito su posizioni ultraconservatrici, risultate fallimentari, né la fisiologica presa di difesa degli interessi degli agrari e degli industriali, al di là del collocamento successivo del partito, come suo vero dna. Il problema, al contrario, semmai era, secondo l’Autore, da imputare ad una mancata chiarezza interna al movimento che ne impedì un vero dialogo fattivo, spingendo il Pli su posizioni minoritarie, prive di una sua identità, almeno fino alla segreteria Malagodi. Non era la linea scelta da Lucifero, quindi, né la natura elitaria del partito, quanto piuttosto l’incapacità di adattare una strategia comunicativa vincente.
Il liberalismo, infatti, secondo Pallini, aveva una diffusione territoriale che esulava dalla visione notabiliare del passato, pur partendo da padri nobili come Croce. La sua diffusione territoriale e la mentalità con cui si strutturava in ordine anche a nuove tipologie come la questione femminile o il mondo del lavoro, quindi, restituivano una visione diversa del liberalismo notabiliare come chiave del suo insuccesso.
Del resto, la stampa liberale, nel secondo dopoguerra, o meglio a partire dal crollo del fascismo, aveva avuto un impatto sensibile a livello territoriale su tutta la penisola, sebbene divisa tra una vocazione nazionale e locale, come precisato da Stagno.
Questa diffusione ed il tentativo di radicarsi emergono su base locale ad esempio dai casi della Basilicata e della Sicilia analizzati, rispettivamente da Sacco e Sammarco. Tuttavia, per la Basilicata è di nuovo la figura di Nitti ad imporsi nella ripresa del liberalismo, sebbene poi per essere accantonata sul piano nazionale. A livello teorico rimaneva la possibile lungimiranza dello statista lucano ed il peso della sua influenza su tronconi della politica nazionale prima e dopo il fascismo, ma a livello di organizzazione interna del liberalismo, perdurava un modo di vedere la politica lontano dalla nuova formula del partito di massa.
In Sicilia, invece, si vedeva una sorta di frattura generazionale intorno a cosa dovesse essere il liberalismo, pronto a superare le posizioni di Orlando, specialmente su questioni tecniche in economia.
Un nuovo liberalismo, infatti, secondo Nicolosi, era ormai pronto nel secondo dopoguerra. I temi delle masse e della questione sociale, quindi, dovevano entrare nella rinnovata agenda del partito da ricostruire. Amendola, Gobetti, e per le questioni economiche De Viti De Marco ed Einaudi finirono per essere un punto di partenza per una parte della nuova generazione. Era un modo diverso anche di leggere il ventennio precedente, non in termini necessariamente di fascismo antifascismo ma democrazia totalitarismo. Vi era la volontà, insomma, di una frattura con la vecchia guardia ad eccezione dei maestri del passato come Croce. Tuttavia, nella scelta di una strategia effettiva da seguire le correnti interne al partito portarono ad un empasse del neoliberalismo, diviso sul percorso da seguire e sulle basi teoriche da far proprie, nelle alleanze e nel suo posizionamento.
Secondo Blasberg, in merito, i liberali indipendenti e le loro vicende, sulla scia dell’esperienza giornalistica del Mondo, appaiono illuminanti. A sinistra, inoltre, si stava avviando una ripresa del tentativo di dare un volto al liberalismo in chiave sociale e riformista a partire dalle esperienze socialiste riformatrici e radicali, come ricordato da D’Angelo relativamente al Partito democratico del lavoro.
Su di un piano più istituzionale, inoltre, il liberismo italiano è stato analizzato dai saggi di Capperucci e Ghisalberti. Il costituzionalismo liberale prefascista ebbe un ruolo importante dell’orientare parte della nuova vita del paese, a livello di principi ispiratori del nuovo assetto istituzionale. A livello politico, al contrario, vi fu un fallimento verso la politica di massa e la realizzazione di un partito in tal senso, al di là del suo posizionamento. Questo emergeva dallo iato tra il peso del liberalismo nella fase consultiva e nella fase costituente ed immediatamente successiva alla costituente. Un peso, inoltre, più legato alle personalità che al partito. Per Ghisalberti, inoltre, vi era una continuità sostanziale con il vecchio costituzionalismo ottocentesco liberale, ed il merito, in gran parte, era proprio dell’influenza della matrice liberale in sede costituente.
L’esperienza di governo dei liberali, secondo Ricci, metteva in luce la volontà di normalizzare il paese a difesa della libertà, minacciata a loro parere, proprio dall’eccezionalità dell’emergenza. Nel periodo che andava fino al ‘48, quindi, al di là dei risultati di parte, ruolo del liberalismo fu quello di contribuire al recupero dei principi della legalità e della libertà, influendo in questo anche negli esiti interni alla Dc, sebbene con le sue logiche, nell’impossibilità di farlo in prima persona.
In chiave tecnica, relativamente alla pubblica istruzione, Ciampi si è soffermata sul ruolo e l’idea dei liberali in merito, evidenziando come il tema della libertà e della sua difesa fosse centrale almeno a partire dalle posizioni di De Ruggiero, di fronte ad un più forte accento posto sul tema della democraticità e dell’educazione del popolo da Omodeo, mentre sullo sfondo rimaneva la posizione dell’unico iscritto ufficialmente al partito liberale Arangio Ruiz ed il peso del pensiero di Croce.
Anche le posizioni liberali di fronte alla riforma agraria, secondo Bernardi, mostravano un liberalismo non necessariamente a difesa di interessi di parte, in chiave conservatrice ma, piuttosto una scelta giudicata necessaria per il mantenimento dell’ordine e della legalità di fronte alle spinte centrifughe delle sinistre. La stessa dialettica intorno ai temi della grande e piccola proprietà fondiaria sullo sfondo del piano Marshall con la figura di Einaudi stavano a testimoniarlo, secondo l’Autore.
Il ruolo a partire dalla Resistenza fino ad arrivare al rapporto con Confindustria, del resto, restituiva, secondo Varvaro e Craveri, un liberalismo non necessariamente fedele custode di interessi di parte. I liberali contribuirono molto alla Resistenza ed alla guerra di liberazione, ma era difficile accettare il peso del capitale in tale senso, per cui parte di quella storia era rimasta nascosta, dimenticata, come il caso di Marzagora, già ricordato, indicava. Questi non aveva mancato di stigmatizzare le responsabilità degli industriali con il fascismo. Lo stesso impatto del liberalismo poteva dirsi, oltre che per l’antifascismo anche per la ricostruzione, in cui il ruolo liberale era stato visibile, ma non necessariamente a difesa in modo aprioristico del grande capitale, che anzi si era spostato poi verso la Dc.
Anche nei confronti della questione cattolica i liberali, pur senza rinunciare alle proprie idee di fede religiosa, continuarono ad avere una visione di ferma divisione tra stato e chiesa, in cui il concordato non poteva essere un approdo, ma un punto da sviluppare, per recuperare quella divisione netta in nome della libertà religiosa, ferma restando la forte ispirazione etica soggettiva, secondo Raponi.
Il fallimento politico del liberalismo, infatti, secondo Compagna, stava nella grandezza delle sue personalità, vincolo e risorsa al tempo, nelle polemiche sterili al loro interno, e nella incapacità di avere una strategia che non fosse il fare il contrario di quanto ereditato dalla tradizione nazionale ossia, per l’Autore, dal fascismo.
L’ordine pubblico ed il ritorno alla legalità era una priorità per i liberali, come indicato da Donno e Grassi Orsini, nella consapevolezza che le rese dei conti sottolineate, ad esempio, da Pansa non riguardavano solo ex fascisti ma anche “preti e padroni” in una sorta di guerra di classe, secondo gli Autori.
Il liberalismo, quindi, ebbe un ruolo centrale, al pari di altre componenti, nella storia dell’antifascismo e della ripresa del secondo dopoguerra. Un liberalismo che non necessariamente era un monolite vecchio, retaggio del passato, ma capace di intuitive innovazioni, teoriche e strategico pragmatiche, abbinate al senso della continuità e della tradizione. In tal senso contribuì profondamente ad influenzare ed orientare il dibattito culturale e politico e le scelte effettive di politica ed istituzionali, al di là del peso elettorale raggiunto. Un liberalismo, tuttavia, che, al di là di tutto, continuava a risentire delle sue divisioni interne, legate a uomini ed idee, come mancato superamento di una visione politica condivisa che facesse i conti con le sfide della modernizzazione, non come loro mancata consapevolezza acquisita, ma come incapacità di trasformarle in scelte effettive e strategiche concrete.
Il volume in modo capillare ed illuminante affronta gran parte di queste problematiche in chiave critica, non in senso definitivo ed ultimativo, ma per ammissione degli stessi autori, come lavoro in progress, ponendosi come una voce nel più ampio dibattito relativo ai temi del processo di costruzione dello stato nazione in Italia e delle sfide della modernizzazione, fornendone una voce essenziale, per un giudizio altrimenti incompleto.