Saverio Battente
Cultura economica e modernizzazione in Italia nel secondo dopoguerra:
un bilancio storiografico(PARTE II)Il periodo stesso intercorso tra la fine della guerra e gli anni del boom, passando per il piano Marshall, non era certo stato privo di un intenso dibattito.
Per certi versi, quindi, come ricordato, sembrava esistere una certa continuità di uomini ed istituzioni tra la passata esperienza del ventennio (ma forse anche precedente) in chiave tecnica, capace di orientare le politiche del regime in senso originale, parzialmente autonoma dall’ideologia fascista, ora riproposta a gestire il rilancio dell’economia italiana. Il ruolo dell’Iri dell’Imi della Banca d’Italia, infatti, come detto, figure come Menichella, ad esempio, sembravano indicare una consapevole volontà di continuità in chiave interventista, adattata a diversi contesti politici, come bussola verso la modernizzazione. Un tecnicismo formatosi al di fuori del percorso ufficiale delle università, in seno al particolarismo della pubblica amministrazione, in modo originale rispetto alla cultura dei ministeri. Allo stesso tempo, per certi versi, questa scelta di continuità fu parzialmente voluta, ma anche sembrò essere dettata dalla necessità, in assenza di valide alternative percorribili. La cultura liberista, infatti, era rimasta minoritaria, sebbene sensibile, comunque lontana dall’impostazione keynesiana divenuta nel frattempo dominante. Una parte stessa della cultura liberale in ambito economico si era durante gli anni trenta avvicinata in modo indiretto ma sensibile ai temi propri del corporativismo e dell’autarchia, salvo, in parte staccarsene verso la fine del conflitto. Il tecnicismo delle amministrazioni parallele, infine aveva sostenuto un interventismo, estraneo, sostanzialmente al pensiero di Keynes. In questo senso, quindi, la necessità della continuità rintracciata, nel secondo dopoguerra, con il filone interventista, poteva apparire anche come voluta, in ragione di una parte oggettiva di responsabilità nella chiusura al dibattito internazionale.
Vi era, poi, il problema dell’assenza, o per lo meno della debolezza di centri di formazione culturale, alternativi a quelli classici in ambito economico: di fronte al proliferare di soggetti politici e sociali, nell’immediato, non si era avuto una equivalente crescita di centri di elaborazione economica a livello teorico, proprio per l’impreparazione, in tal senso, di quest’ultimi. Accanto alle università, quindi, rimanevano i centri istituzionali creati tra le due guerre, in cui sensibile era l’impronta della vecchia cultura interventista in chiave produttivista. Più che verso un forte pluralismo teorico in sede di dibattito specchio di questa proliferazione di centri di formazione, peraltro comunque sensibile, si ebbe un diverso tipo di dualismo riconducibile alla crescita dei soggetti connessi, in sede di riflessione e di decisionale con l’economia. Alla vigilia del miracolo, infatti, si ebbe un sotterraneo dualismo tra la componente più politica, spesso di espressione partitica, e la componente tecnica, ambedue convinte dell’utilità della mano pubblica, ma divise circa il modo di concepirla, tra una visione più “istituzionale” ed una più autonoma. Per certi versi, la stagione del centro sinistra cercò, poi, di essere una sintesi non solo di diverse impostazioni teoriche e politiche, ma anche della fattiva loro applicazione, tentando di collegare alle trasformazioni dettate dalla modernizzazione in ambito economico e sociale, anche le istituzioni e la politica, riportando lo Stato, adesso diversamente concepito, ad essere il fulcro della vita nazionale, sebbene per il tramite dei partiti. Era il tentativo di passare dal warfare al welfare state, frutto di una diversa ideologia di riferimento, in antitesi tanto all’impostazione liberista che comunista. Il dibattito economico, tuttavia, e specialmente la sua fattiva e concreta applicazione contribuirono a mostrare lo iato esistente tra l’elaborazione teorica e la prassi. Il paradosso fu quello di una impostazione interventista in cui lo Stato finì per essere inadeguato ai compiti preposti. Le disfunzioni funzionali della politica e della sua classe dirigente, quindi, finirono per precludere la possibilità di una analisi sulle impostazioni teoriche selezionate.
In seno alla nuova classe dirigente, tuttavia, non mancò un sotterraneo dibattito circa le strategie teoriche da porre come cardini delle politiche economiche di governo, legate ai temi dello sviluppo.
Il dibattito storiografico circa i temi propri della cultura economica, per lungo tempo, infatti, era rimasto collegato proprio ad un più generale contesto, inserito nell'alveo degli studi sulla storia economica dell'Italia, a sua volta parte dell'ancora più vasto filone di studi sul nation and state building. Non che fossero mancati importanti contributi in tal senso. A mancare era stato, invece, il decollo di uno specifico ambito di ricerca collegato a queste tematiche, progressivamente andato colmandosi.
Già gli studi di Rosario Romeo, per altro, avevano evidenziato l’importanza delle categorie economiche per la comprensione della storia d’Italia. Il ruolo dello Stato, infatti, assumeva da subito, tanto in ambito politico e sociale, quanto in quello economico, una precisa valenza volta a recuperare il divario nei confronti del resto del continente, non necessariamente come percorso alternativo verso la modernità in termini di fini, quanto piuttosto come diversità dell’elemento strumentale, tramite cui raggiungere la stessa valenza, legata ai temi della modernizzazione. Rimanevano, comunque, diversificazioni con il modello anglosassone, anche se come avevano precisato Ciocca e Toniolo per comprendere il caso inglese non si poteva trascurare il ruolo di premessa svolto in età moderna dallo stato anche nel Regno unito. Ciò, tuttavia, non significava annullare le diversità esistenti tra i vari modelli, quand’anche l’intervento statale fosse stato concepito in chiave transitoria o strumentale.
Peraltro anche il filone interpretativo genericamente riconducibile alla visione gramsciano-marxista finiva per assegnare alla mano pubblica, indirettamente, un ruolo essenziale, allorché indicava nella mancata riforma agraria uno dei limiti essenziali della stagione risorgimentale e liberale. Era lo Stato, infatti, che avrebbe dovuto dettare i modi ed i tempi di una ridistribuzione della terra, al di là dei fini che, poi, se ne volevano far derivare. Anche in tal caso, emergeva la sensibile differenza con il modello inglese, in cui le recinzioni avevano accompagnato ed assecondato un fenomeno già maturo in seno alla società civile, cosa diversa dal compito demandato alla mano pubblica di creare tale cambiamento anche in Italia.
Indirettamente, per certi versi, dal dibattito storiografico, emergeva, forse, il riconoscimento della vera continuità, a livello di cultura economica applicata, al di là delle divisioni teoriche ed ideologiche, rintracciabile nell’influenza esercitata da una componente della così detta scuola italiana, sul cui impianto si era innestata la scuola storica, rappresentata dal pragmatismo e dal particolarismo come elemento essenziale, in contrasto con l’universalismo scientifico predittivo. Una impostazione di metodo, quindi, capace di far sentire la sua influenza su impostazioni culturali ed ideologiche lontane quando non antitetiche, non tanto in sede di dibattito culturale e politico quanto nella fattiva applicazione, senza voler così sminuire i tratti di differenziazione profonda, comunque esistenti, rintracciati in sede storiografica.
La storiografia, infatti, si è soffermata in modo importante sui temi dello sviluppo economico dell’Italia unitaria, come i lavori di monumentale importanza di Graziani, Mori, Castronovo e Zamagni testimoniavano, solo per citarne alcuni.
Allo stesso modo il tema della cultura economica, nell’alveo della storia economica dell’Italia, ha avuto una sua autonoma strutturazione, sebbene in parte successiva, inserita, come detto nel tema del processo unitario, ricostruendo in modo capillare ed esaustiva quello che fu il dibattito economico in età liberale e durante il ventennio fascista, come, tra gli altri, gli originali ed innovativi lavori di monumentale rilevanza di Cardini e Faucci testimoniavano.
Anche gli anni della ricostruzione del secondo dopoguerra, hanno avuto un iniziale elemento di riflessione critica a partire dai lavori di Barucci.
Il tema del dualismo tra stato e mercato, quindi, era tornato, in quel periodo, ad essere centrale, tanto in sede il dibattito teorico di economia politica, quanto nella prassi della politica economica di governo, sebbene con sensibili differenze. Anche in sede di analisi storiografica sul secondo dopoguerra, per tanto, in un’ottica di ampio respiro, la questione della mano pubblica e della iniziativa privata avevano finito per essere uno snodo essenziale, collegandosi all’intera storia unitaria, a sua volta in chiave comparata con il contesto internazionale.
L’Italia aveva vissuto, infatti, di nuovo secondo Ciocca e Toniolo, il ritardo importante della forma stato in età moderna. Il paradosso, stava nel fatto che proprio le teorie mercantilistiche avevano aiutato nel lungo periodo la genesi di una logica imprenditoriale di mercato nel resto d’Europa, come indicava Galasso e Cerroni, mentre, là come in Italia, dove tale spirito di intrapresa esisteva, secondo Fenoaltea e Malanima, l’impianto statale non aveva trovato terreno fertile, anche, in ragione di questo principio particolaristico. Le ragioni del ritardo italiano in ambito economico che si riproponevano nel secondo dopoguerra, quindi, secondo Bevilacqua, andavano ricercate non tanto, o almeno non solo, all’interno della precedente storia unitaria, con cui le condividevano, quanto piuttosto nei secoli passati.
Nel secondo dopoguerra, quindi, i nodi dell’economia e del relativo dibattito teorico ad essa collegato, rimanevano sostanzialmente irrisolti, non solo retaggio strutturale di un passato più o meno remoto, ma anche frutto delle impostazioni teoriche e pratiche con cui, in un passato prossimo, si era tentato di superare tali limiti di fondo. Anche in sede storiografica, talora in passato, il predominio culturale e metodologico della storia politica e delle idee, aveva influenzato nel metodo e nei risultati l’impianto economico. A questo si era aggiunto il peso sensibile del condizionamento ideologico, riemerso nel secondo dopoguerra in sede di dibattito culturale e politico circa le cose dell’economia, la cui eco si riverberava anche in ambito storiografico.
Di fronte al dispiegarsi del nuovo clima legato alla guerra fredda, prosecuzione di un dualismo ideologico già sensibile in Italia, quindi, la vecchia scuola di pensiero economico si fece carico di traghettare verso il boom economico l’Italia. Di fronte alla presenza di problematiche concrete oggettive di lungo periodo, il dibattito culturale economico, In Italia si spostava e si concentrava a partire dal periodo unitario, sui modi di trovarvi soluzione, tendenza riconfermata nel secondo dopoguerra.
L’assenza di una alternativa immediata valida in seno alla classe dirigente nazionale sui temi economici, per tanto, fece sì che vi fosse una sensibile continuità con il passato. Assenza di alternativa legata, in parte, alla volontà stessa della vecchia élite di preservarsi. Parimenti, però, vi erano elementi profondi di innovazione: su tutti la scelta decisa per una modernizzazione del paese, sebbene, guidata, le cui radici, comunque, come quelle della cultura di cui erano espressione affondavano nel passato.
Il piano Marshall sembrava, quindi, porre le premesse per una ripresa da gestire.
Ci volle un decennio perché si ponessero le premesse per il boom economico e a porle e a guidarne gli esiti furono, accanto alla nuova classe politica di estrazione partitica, una parte dei vecchi tecnici che avevano vissuto l’esperienza del ventennio, come ricordava Cardini. Non si trattò, però, forse, solo di una necessaria copertura di un vuoto, ma della precisa volontà di garantire verso quale direzione orientare la nuova compagine sociale e statale, relativamente all’economia, non necessariamente come consapevolezza di un progetto ma, magari, come ostracismo verso alcune tendenze teoriche di fondo alternative. Barucci, infatti, ricordava l’ampio dibattito culturale che in parallelo a quello politico e sociale aveva contraddistinto l’Italia alla fine della guerra, ponendo le premesse per il boom. La linea Einaudi fu in tal senso determinante come premessa, sebbene avesse al tempo limitato il dibattito culturale. Questo riprese con il “piano del lavoro”, sebbene senza raggiungere mai una vera strategia di medio lungo periodo. Alla vigilia del miracolo, infatti, una nuova generazione di studiosi sembrava pronta ad affiancare gli esponenti della vecchia economia nazionale, adattatasi di nuovo al cambiamento di regime, non per prenderne il testimone, ma per arricchire il dibattito economico, di cui il proliferare di centri di formazione e di produzione di cultura economica era indiretta testimonianza. A non cambiare, tuttavia, in modo significativo, come ricordavano Graziani e Mori, fu l’impianto di fondo prescelto per gestire lo sviluppo economico italiano, diviso tra logica di mercato e intervento pubblico, sebbene adattato al mutare dei tempi. Una logica che in parte aveva trovato in modo strumentale un suo precedente proprio in una parte dell’impalcatura teorico-economica che aveva sorretto e guidato il processo unitario fino al primo cinquantennio del Novecento, in una linea di immaginaria continuità tra scuola italiana, scuola storica, economia nazionale e corporativismo. Sempre secondo Graziani vi fu una configurazione dualistica tra mercato estero specializzato in beni di consumo durevoli e mercato interno basato su beni di prima necessità alla base del boom economico italiano, riconfermato anche dall’andamento dell’occupazione e dei salari, diviso tra bassi costi della mano d’opera e tecniche labour saving. Lo stesso dualismo che in definitiva emergeva dal dualismo tra intervento pubblico e privato, fino agli esiti di una economia mista, in cui lo stato si faceva imprenditore. Le vicende dell’Iri e dell’Eni su tutti erano in tal senso emblematiche, secondo Castronovo. Era il configurarsi di una situazione cui dietro, a monte, stava un ampio dibattito culturale interno all’economia, le cui radici erano sedimentate indietro nella storia unitaria. Questo a sua volta si inseriva in un più ampio contesto di controversia intellettuale politica profondamente marcata in termini ideologici. Le vicende poi legate al dualismo nord sud con l’intervento straordinario per il mezzogiorno aprivano ed amplificavano una nuova visione dell’intervento statale, facendo lievitare il debito dei conti pubblici, lasciando sullo sfondo la linea Einaudi. Era anche il prevalere di una nuova corrente interventista in cui adesso la cultura keynesiana aveva un peso. ma di fondo persisteva l’impatto di quella natura tecnica che aveva supportato e strutturato il ruolo dell’intervento dello stato, in chiave nazionale e nazionalista e adesso si espletava in senso alla partitizzazione della vita politica. Non casualmente con l’ambiguità del linguaggio di alcune formule politiche si parlò di “protezionismo liberista” centrato sul ruolo tecnico della Banca d’Italia, o di “solidarismo riformista” centrato sul parastato.
Come ricordava Cardini, infatti, Demaria, rappresentava un elemento di continuità tra l’età liberale, il fascismo e l’Italia repubblicana. Così come Einaudi si collegava a quel filone culturale, secondo Faucci, di impostazione anglosassone, riemerso nel secondo dopo guerra, sebbene mai scomparso in Italia, al di là della sua applicazione.
Dopo Einaudi, Jannacone, Demaria, Nitti, solo per fare alcuni nomi, comunque, al di là delle sensibili quando non profonde ed antitetiche differenze teoriche di impostazione e metodo, si ebbe un ricambio generazionale innovativo, le cui premesse erano proprio nello snodo del piano Marshall, come i nomi, tra gli altri, di Steve, Sraffa, Modigliani, e Saraceno, testimoniavano, di nuovo, sebbene nella loro diversità di fondo.
Come si vede un universo apparentemente ed anche nella sostanza in entrambi i casi eterogeneo. Tuttavia, il risultato finale, pur con enormi elementi di innovazione fu anche una sensibile continuità. Non sempre per volontà dei soggetti interessati. Ma testimonianza, comunque, della capacità di mantenere costante il bilanciamento tra stato e mercato, almeno nel medio periodo tra piano Marshall e miracolo. Era, in ambito economico, la riconferma della profonda frammentazione che a livello politico-ideologico ed identitario l’Italia aveva, dove il ruolo giocato dall’antifascismo come punto minimo di sintesi, finì per essere assunto, in nome di una scarsa fiducia circa il mercato, dal ruolo della mano pubblica, al di là della sua impostazione teorica e della relativa prassi.
In ambito storiografico, infatti, Barucci aveva sottolineato il tributo che nel secondo dopoguerra la cultura economica in Italia aveva nei confronti della passata tradizione. L’assenza di un consolidato filone in linea con l’impostazione neokeynesiana, infatti, in Italia, più che spingere verso un immediato recupero in tale direzione, aveva orientato verso un riadattamento al nuovo contesto di parti della vecchia tradizione nazionale. Non come volontà di continuità in chiave ideologica con il regime fascista, ma piuttosto come conferma della natura tecnica di gran parte di quelle scienze nazionali, capaci di improntare di sé il processo unitario. Allo stesso tempo era anche la conferma del ruolo minoritario di una pur originale e importante tradizione come quella liberale in ambito economico. Ad emergere era lo iato esistente tra prassi e teoria in seno al liberalismo nazionale, che non a caso aveva portato a distinguere tra liberalismo politico e liberismo economico, sulla scia di Croce. Tuttavia, il recupero di una cultura economica di tipo nazionale, non significava affatto, secondo Barucci, chiusura verso il nuovo e volontà di ritorno al passato, ma, paradossalmente era proprio dettata dalla volontà di aprirsi al nuovo, pur con cautela e moderazione. Per certi versi, quindi, quasi un momento di passaggio, di transizione capace di preparare il terreno per una nuova stagione contraddistinta, appunto, da un reiterato condominio tra mercato e ruolo attivo dello stato.
Gli anni tra la fine del secondo conflitto mondiale, quindi, significarono anche a livello di teoria economica un momento di passaggio e di preparazione, in cui, una certa continuità di fondo, in parte obbligata in parte voluta, finì per essere funzionale al rinnovamento teorico avvenuto a partire dal boom.
Secondo Zamagni, infatti, la linea Einaudi aveva prevalso sul momento per questioni di natura tecnica, legate alle esigenze oggettive del momento, anche in assenza di una guida politica ben delineata. Si trattava di sistemare alcuni punti essenziali della finanza nazionale, non di cambiarne necessariamente l’impostazione teorica in ambito economico. Questo almeno nelle intenzioni della nascente nuova classe dirigente, su posizioni sensibilmente diverse a quelle liberiste di Einaudi. Pur con le dovute cautele e distinguo, un parallelo era possibile con il primo orientamento della politica economica del fascismo con De Stefani, nell’immediatezza delle urgenze lasciate dall’altro grande conflitto mondiale. Ma mentre in quel caso si trattava di sgombrare il campo da ogni ambiguità per poi aprire ad una politica interventista e produttivista, nell’alveo dei principi dell’economia nazionale propri del nazionalismo economico espansionista, adesso il problema era quello di creare le premesse minime per poi aprire un dibattito circa il come allinearsi al trend internazionale della nascente golden age. Mentre cioè con De Stefani si era avuto un diverso modo, più privatistico, di concepire l’economia nazionale, con Einaudi vi era una profonda diversità di impostazione che divideva la sua “linea” dalle posizioni di una parte importante della classe dirigente dell’Italia repubblicana.
Lo stesso Daneo, infatti, concordava nel sostenere l’importanza accanto alla linea Einaudi, della presenza anche solo indiretta della mano pubblica a sostegno della ripresa. Anche De Cecco, in tal senso, aveva sollevato qualche perplessità circa la positività delle scelte del futuro presidente della repubblica. Toniolo e Migone, in modo autonomo, avevano invece messo in evidenza certi elementi di continuità tecnica con le scelte del 1926-27 per la stabilità monetaria, sebbene nel secondo dopoguerra fosse in discussione la svalutazione. In generale, comunque, la figura e l’azione di Einaudi ebbero un ruolo positivo ed importante, secondo Faucci, come ricordato, lungi dall’essere un “dittatore in economia”, al di là della possibilità di giungere a dettare un indirizzo anche per la politica industriale. L’ascesa alla presidenza, in questo senso, era da vedersi non come il riconoscimento di questo valore e non una pensione dorata, per far largo alla nuova classe dirigente partitica.
Del resto la partitizzazione dello Stato, anche in ambito economico, ebbe un peso sensibile anche nello strutturarsi della linea d’azione della Dc, come aveva notato Salvati. Solo che, diversamente dal passato, adesso vi era stata una inversione nei vettori di forza, tratto distintivo di quella che Scoppola aveva definito, non a caso, la repubblica dei partiti. Già a partire dai “piani di primo aiuto”, infatti, secondo Maione, si notava il forte intreccio in senso di continuità tecnica con il passato, capace di supportare un incontro tra mercato e dirigismo. Questo non significava disconoscere il peso essenziale e l’originalità autonoma rivestita dalla linea Einaudi, come avevano giustamente sottolineato De Cecco e Ruffolo con i suoi pregi e difetti.
In particolare De Cecco aveva evidenziato come l’azione della linea Einaudi guardasse ai ceti medi. In discussione era, invece, la natura della continuità tecnica con il passato e la sua consapevole volontarietà o meno. Il Piano Marshall, comunque, sembrava offrire un punto di appoggio per i sostenitori di un ruolo attivo per la mano pubblica a sostegno dell’economia, individuato nella necessità di presentare piani di sviluppo e la relativa concertazione tra diverse realtà nazionali, come aveva precisato Gualerni. Di fronte all’esaurirsi del compito “tecnico” di Einaudi, secondo una parte importante della classe dirigente, si trattava di ridare slancio alla produzione ed ai consumi. Manzocchi, infatti, imputava proprio al liberismo di Einaudi la parziale responsabilità della battuta d’arresto. Per altro, ormai l’economia italiana era inserita in un circuito altamente sensibile di carattere internazionale, con un ruolo di grande fragilità momentanea. Il 1947, comunque, con la Fim e l’Iri sanciva, come sottolineava la Zamagni, la fine dell’emergenza, in cui Einaudi era stato relegato, e l’avvio della rincorsa allo sviluppo. Secondo Faucci, tuttavia, a livello economico, il ruolo di Einaudi fu essenziale, non solo per le scelte momentanee di natura tecnica, ma anche come punto di riferimento ufficiale capace di indirizzare ed ancorare una prima embrionale fiducia nelle regole del mercato, da affiancare alla vecchia tradizione dell’economia nazionale. Questa impostazione liberale, infatti, al pari del tecnicismo del passato, fu un momento di passaggio importante, da cui prese slancio il recupero del dibattito culturale anche in ambito economico, ricollegando l’Italia ai circuiti di elaborazione teorica internazionale.
Sensibile era stato, infatti, il peso dell’isolamento della corrente liberista in Italia, incapace, come sottolineava Cardini, di dar “vita ad alcuna ideologia dell’industrializzazione”. Einaudi, tuttavia, si era da subito posto in modo concreto e fattivo il problema dell’industrializzazione del paese, arrivando, a sostenere una utilità del ruolo dello stato come “creatore di infrastrutture… favorevoli allo sviluppo oltre che del benessere mediante la spesa pubblica”, come precisava Faucci. Questo, tuttavia non significava una sua vicinanza alle posizioni keynesiane, ma, al contrario, proprio una ferma chiusura in tale direzione. Il richiamo al ruolo dello stato, infatti, affondava, forse in una sorta di orientamento etico, di giustizia sociale, condiviso, tra l’altro anche con la vecchia scuola italiana. Parimenti il tecnicismo interventista con l’esaltazione dell’autarchia corporativista aveva collegato quella spinta etica all’idea di nazione, isolando il paese. Tecnicismo e liberismo, in modo parallelo ed autonomo, quindi, forse, contribuirono entrambe a ricollegare l’Italia al contesto internazionale, in modo critico ed originale, epurati l’uno dai tratti ideologici del passato ventennio, l’altro dall’eccessiva chiusura dogmatica in nome del mercato.
A riemergere nel secondo dopoguerra, comunque, era, tra le altre cose, il problema di un dialogo intorno ai temi dello sviluppo capace di coinvolgere imprenditori, governo ed esponenti della cultura economica. O meglio, tale dialogo era esistito già in passato, sebbene adesso vi fosse una sua diversa strutturazione tra soggetti attivi e teorie proposte. In età liberale, infatti, diversamente da quanto avvenuto nelle scienze giuridiche, in ambito economico vi era stata una cesura tra mondo dei ministeri e mondo accademico, demandando ai primi l’esclusiva stesura ed applicazione di una politica economica. Le varie culture dell’industrializzazione, quindi, pur nelle loro sensibili diversità, finirono per essere il risultato di un dialogo tra cultura imprenditoriale e mondo dei ministeri, coinvolgendo solo in minima parte il mondo accademico, principale sede di elaborazione del dibattito teorico culturale, almeno fino all’avvento del fascismo. Sotto Mussolini, fino alla guerra mondiale si ebbe una parziale ricomposizione tra ambito teorico ed ambito accademico, secondo i principi propri del corporativismo. La cultura industriale in Italia, quindi, esisteva come avevano dimostrato Cardini, De Rosa, Webster o Zamagni. Solo che come precisava Lanaro, non poteva definirsi né avanzata né arretrata, né tanto meno assente, piuttosto variegata. Indirettamente riemergeva anche il richiamo fatto in tal senso da Salvatorelli prima e da Gaeta poi, sebbene riferendosi nello specifico al nazionalismo.
Allo stesso tempo era il dibattito circa la natura dello sviluppo italiano ad essere coinvolto, di cui appunto gli studi sulla cultura economica erano un passaggio essenziale. Gerschnkron, infatti, aveva parlato di uno stato non letargico fattosi sussidiario dei deficit del paese nella rincorsa allo sviluppo. Il ruolo attivo dello stato, del resto era ben presente anche ad Are. Bonelli, inoltre, aveva parlato di capitalismo di stato sin dalla prima ora. Viceversa come ricordato, Romeo aveva visto nel ruolo dello stato un utile e necessario elemento per creare le premesse per una rivoluzione liberale in ambito economico e politico. La cultura economica, quindi, finiva per essere uno snodo essenziale, al di là della sua visibilità, anche per il dibattito del secondo dopoguerra, interno ai temi della costruzione dello stato nazione e delle sfide della modernizzazione. Di fronte ai profondi elementi di continuità e cambiamento intercorsi, quindi si trattava di trovare un nuovo equilibrio, da cui poi, partì il miracolo alla fine degli anni Cinquanta, non solo come punto d’arrivo, ma contemporaneamente come punto di partenza, di cui gli aiuti americano erano stati un passaggio intermedio. Ellwood, infatti, aveva puntato l’attenzione proprio sul piano Marshall per contribuire a spiegare i termini della rinascita economica italiana, anche in termini di cultura economica.
Milward, in proposito, aveva chiarito, a suo parere, in antitesi a chi propendeva per un peso importante da attribuire al piano Marshall nella ripresa economica europea e del suo stesso processo di integrazione, come la ripresa sarebbe avvenuta comunque nel medio periodo per una serie di premesse strutturali.
In Italia, comunque, il piano americano sembrò offrire lo spunto per una ripresa di una cultura di sostegno economico, questa volta non statale ma internazionale, tuttavia in possibile continuità momentanea con l’impostazione teorica del passato. In questo senso, quindi, si poteva leggere la scelta proprio di una continuità culturale con il passato, non solo necessaria ma per certi versi funzionale. Zamagni, infatti, ricordava come a predisporre i termini di richiesta di adesione fosse stato preposto il Centro studi dell’Iri, diretto da Saraceno. Barucci, quindi, aveva precisato come il progetto prevedesse il ricorso ad investimenti infrastrutturali per basare la ripresa su esportazioni, comprimendo i costi, facendo così fronte alla montante liberalizzazione dei mercati, comprimendo inizialmente i consumi interni. Più che ad una cultura keynesiana, come si vede, ci si avvicinava ad una riedizione aggiustata e corretta del vecchio produttivismo, forse.
Lo stesso poteva dirsi per il piano Sinigallia, come indicavano Toniolo e Ranieri. Del resto Ellwood e Spagnolo, singolarmente, avevano fatto emergere i dissidi con il Country study proprio legati alla diversa impostazione culturale che gli americani avrebbero preferito per l’applicazione degli aiuti. Ma pur nella continuità vi erano profonde diversità con il passato che aprivano adesso quel tecnicismo ad essere una possibile chiave di lettura per il presente. De Cecco, infatti, ricordava come Papi avesse ritenuto che non un recupero dell’isolazionismo autarchico ma una apertura verso le esportazioni fosse la possibile chiave di lettura del futuro, in cui il produttivismo poteva giocare un rinnovato ruolo, e con esso lo stato. Solo successivamente, infatti, come ricordato da Barucci, si fece largo una visione di intervento diversa, anticipata dalla Svimez e dal nuovo meridionalismo, varato però con l’avallo essenziale di Menichella. Emergeva una nuova cultura di governo alla vigilia del miracolo che sarebbe poi stata essenziale per la Dc, fatta in gran parte di sviluppo capitalistico e solidarismo sociale in cui il ruolo della mano pubblica doveva essere centrale, in continuità ancora con il passato, secondo Mori, Roggi e Sanfilippo. Un passato che partiva con la scuola italiana e arrivava al corporativismo.
Secondo Faucci, inoltre, proprio il corporativismo aveva avuto un iniziale consenso di natura eterogenea anche in seno alla cultura economica italiana. La guerra, tuttavia, aveva posto le premesse per una inversione sensibile di tendenza, in cui più che dai principi corporativi si prendeva le distanze in senso critico dall’autarchia, riconsiderando il ruolo del mercato, non necessariamente libero, ma “aperto” alle esportazioni. Così al modello tedesco che aveva connotato il clima di una parte importante della cultura economica nazionale, si sostituì progressivamente un recupero del modello anglosassone, variamente interpretato e adattato alla realtà interna, in parallelo con l’incedere dell’influenza dei principi del comunismo sovietico. Questo, comunque, come detto, non significò l’abbandono di quella cultura economica che si era formata e strutturata tra università e ministeri prima e in seno alle amministrazione parallele poi, come aveva precisato Melis. Piuttosto vi fu, di fronte al crollo imminente del regime fascista, il tentativo di spostare quel filone culturale in chiave tecnica, supporto essenziale di un progetto di sviluppo, su di una diversa tradizione politico sociale, rintracciata nel filone cattolico, secondo Sapelli e Daneo.
Per il periodo post bellico, secondo Petri, quindi, il mito del disastro fu una sorta di esagerazione di una drammaticità, comunque effettiva, volta a riqualificare i dati del miracolo, come cesura netta con il passato. Si trattava, sempre secondo Petri, della volontà di circoscrivere i meriti del boom economico alla stagione repubblicana, condivisi invece, a suo parere, con il ventennio precedente, almeno come premesse necessarie, al di là dell’ideologia.
Secondo Graziani la scelta finanziaria e monetaria dell’imminenza fu una sorta di necessità. Successivamente al 1947, infatti, più che un ciclo liberista si avviava un periodo di interventismo, tanto che secondo Petri alla linea Einaudi si poteva contrapporre una non meno importante, sebbene meno visibile, linea Menichella. Il piano Marshall, infatti, ebbe un peso sensibile, per lo meno sul piano politico, secondo Spagnolo, riproponendo la questione della mano pubblica, creando così contrasti anche con le amministrazioni Usa. In linea con Salvati, infatti, il ruolo del dualismo stato partito nella ripresa era ben visibile, facendo emergere la posizione minoritaria di Einaudi, al di là della sua positività. Ad essere in discussione, infatti non fu la liceità dell’intervento pubblico ma la sua natura, se di stampo liberale per mezzo del protezionismo, o di natura più finanziaria ancorato agli aiuti sul momento americani, poi da reperire altrove, ad esempio la comunità europea o lo stato stesso. Ma non era adesso, quindi, solo la vecchia cultura tecnica ad essere la spina dorsale del reiterato progetto, ma il ruolo dello Stato mediato dalla Dc, sensibilmente dissimile.
Il miracolo, comunque, sempre secondo Petri, affondava le proprie radici nel tecnicismo creatosi durante il ventennio fascista, strutturandosi, quindi, in continuità con un certo dirigismo, adesso orientato alle esportazioni. Le scelte stesse del regime fascista, in termini economici, non erano necessariamente sbagliate, ma in linea con il trend internazionale del tempo, quasi obbligate entro certi termini, dalla crescenti interconnessioni internazionali. L’autarchia dopo il ’36 fu, secondo Petri, il tentativo di piegare l’economia alle logiche della politica di regime, in parte possibile per il ritardo italiano, comunque disastroso nel medio periodo, senza però contraddire le precedenti scelte di fondo. Toniolo, al contrario, vedeva nel ventennio fascista una serie di decisioni, in termini economici, sbagliate che avevano condannato al disastro il paese, in linea con l’ideologia di fondo.
Secondo Petri, invece il mercantilismo dell’economia nazionale aveva orientato e diretto le politiche economiche del paese prima del fascismo, durante e parzialmente anche dopo. I conti con il neo mercantilismo, comunque, secondo De Rosa, vennero con il passaggio di testimone alla guida della Banca d’Italia da parte di Menichella, quando l’Italia era ormai un paese industrializzato. Per Petri, quindi, il miracolo chiudeva più che aprire una stagione.
Lo stesso europeismo, infatti, come gli accordi usciti da Bretton Woods, secondo Ranieri fu la volontà dei tecnocrati che vedevano nell’Europa una risorsa in chiave neodirigista. Al contrario, secondo Castronovo, così come per Romeo, fu il risultato della volontà delle componenti liberiste che avevano contribuito a orientare la ripresa ed il miracolo. Einaudi, infatti, a loro parere, ebbe un ruolo essenziale nel rilanciare l’import export e nel sistemare i conti pubblici.
Il miracolo, comunque, introduceva dei cambiamenti profondi, ponendo fine all’Italia mille anni di Romeo. In ambito economico questo poneva le premesse per una ripresa di quel pluralismo di culture economiche a sostegno dell’industrializzazione del paese, come la terza Italia descritta da Bagnasco e Trigilia dimostravano. Era anche il riconoscimento della presenza di una diversa imprenditoria a vocazione medio piccola accanto alla grande impresa, e del suo ruolo essenziale in seno alla ripresa ed al miracolo, come precisato da Castagnoli. Era, quindi, anche a livello economico, il riemergere di una pluralità di Italie dietro l’unità, fatta di varie culture, spesso antitetiche.
Secondo Petri, comunque, vi fu una tendenza consapevole di medio lungo periodo identificabile in una impostazione neomercantilista di cui si fecero portatori i così detti “tecnocrati” formatisi a cavallo tra le due guerre in Italia. L’assenza di una chiara visibilità di elaborazione teorica era, secondo Petri, la conseguenza della natura pragmatica dei suoi sostenitori, inseriti nelle istituzioni pubbliche, piuttosto che nei centri di formazione culturale come le università. Secondo Ranieri, inoltre, questa linea direttrice poneva una sorta di lunga continuità in termini di strategia verso la modernità, avviatasi in tarda età liberale e giunta a compimento con il boom economico, come detto. Di fronte al predominio teorico di altre correnti di pensiero, quindi, in Italia, nella prassi, il vecchio produttivismo neomercantilista finì per assumere una veste nuova, adattandosi al mutato contesto, sempre però partendo dal concetto di interesse nazionale, sebbene ora definito in termini sensibilmente diversi dal passato, senza però mutare la sua essenza.
Tale continuità, per certi versi visibile, al contrario, secondo Castronovo, non fu il frutto di un disegno di lungo periodo, come l’assenza di una teorizzazione stava a testimoniare, bensì, piuttosto, una sorta di contingenza. In assenza di una diversa tradizione culturale, infatti, secondo Cardini, la vecchia scuola storica finì per riempire i vuoti necessari nel momento, sebbene non da sola, funzionando da ponte di collegamento tra il passato ed il futuro in seno al dibattito culturale economico, ricollegando l’Italia al trend internazionale. Una continuità, quindi, visibile e sensibile, ma non come chiusura e recupero del passato, quanto piuttosto come riconoscimento della peculiarità del caso italiano, sebbene di fronte alla ineludibilità di aprirsi alla modernità. Per certi versi, quindi, si trattava di una conferma anche in ambito economico del particolarismo del modello italiano, al di là di come lo si volesse intendere ed interpretare.
Lo stesso Spagnolo, del resto, aveva sottolineato il ruolo di continuità in chiave tecnica della Banca d’Italia, sebbene Carli fosse stato di contrario parere circa il vedere in questo tecnicismo un elemento di contatto con il periodo precedente. Il ruolo di continuità della Banca d’Italia come istituzione, tuttavia, non necessariamente significava una continuità come indirizzi selezionati. Mori aveva messo in luce la funzione della Banca d’Italia fino alla grande guerra. Il ruolo centrale in tal senso della Banca d’Italia fu descritto da Caracciolo. Durante il fascismo quella impostazione in parte si era riprodotto inalterata, in parte aveva avviato un processo di trasformazione, in cui la stessa natura tecnicistica, aveva finito per aprirsi a nuove impostazioni culturali nel secondo dopoguerra, facendone uno dei centri di formazione e di indirizzo più importanti, sebbene non necessariamente secondo le stesse linee di indirizzo. Nel dibattito si sentiva, inoltre, il peso della montante contrapposizione ideologica che grande impatto ebbe sull’analisi della costruzione dello stato nazione in Italia e indirettamente, secondo vettori di forza direzionali biunivoci, sulla politica.
Le esportazioni secondo Guarnieri avevano focalizzato il fine del vecchio mercantilismo tardo liberale e in parte fascista così come, ebbe a dire Carli, anche quello dell’Italia del boom. Il contesto e le motivazioni, parzialmente, erano sovrapponibili, parzialmente profondamente mutate, come mutato era il contesto internazionale. L’Italia, secondo il pragmatismo proprio della scuola italiana prima ancora che storica, era stata in grado di intercettare le opportunità di un sistema facendo convivere elementi della passata tradizione culturale con un rinnovato dibattito.
Secondo Marzano, tuttavia, fu Einaudi a dettare i termini che impressero una svolta durevole all’economia finanziaria nazionale, avviando le premesse del boom. Faucci, infatti, aveva, come detto, ricordato l’importanza della figura di Einaudi. Di fronte al dualismo tra l’ortodossia della scuola neoliberista e le tendenze neokeynesiane internazionali finì, comunque, per formarsi uno spazio di manovra per la vecchia tradizione dell’economia nazionale. Secondo Petri come scelta di fondo, come detto, e come egemonia cercata e difesa. Secondo Castronovo in modo casuale e non consapevole. Secondo Cardini come continuità per una sensibilità verso il ruolo della mano pubblica, nell’assenza momentanea di una diversa sua coniugazione, destinata a decollare a cavallo del miracolo.
Il concetto stesso di piano, infatti, fu per Petri più in linea con la tradizione neomercantile, in cui si parlava di orientamento, non di disegno preciso da realizzare. Lo stesso Pugliese aveva negato la natura di vero piano keynesiano alle formulazioni degli anni Cinquanta, dovendo aspettare in tal senso il Cipe del 1967. Al contrario, pur di fronte ad una tradizione di orientamento ben preciso passante per Pareto e Pantaleoni, questa era più in linea con le tendenze schumpeteriane e vicina, comunque, al pensiero di Hayek piuttosto che di Keynes, tanto che gli stessi neomercantilisti come Amoroso, poterono farla propria in una dimensione di medio lungo periodo.
Sulla scia del pensiero di Freeman in Italia si riprese il modello di crescita basato sul modello tayloristico di divisione del lavoro con aumento della produttività e diminuzione dei prezzi, in cui il peso della tecnologia era rilevante, senza tuttavia scordare l’impatto di una politica dei bassi salari. Così si avviò anche in Italia un mercato interno dei beni di consumo di massa favorendo, al tempo le aggregazioni aziendali organizzate in chiave piramidale, legate al principio di economia di scala. Ma a questo andava sommato il peso essenziale della crescita della domanda pubblica legata allo Stato sociale, come indicato da Toniolo. Al vecchio produttivismo si affiancava poi una visione keynesiana in funzione anticiclica da sommare alle politiche dei redditi, tradotte nel tempo in incrementi salariali a sostegno, in teoria, della domanda interna. Da un punto di vista teorico, quindi, il dibattito economico si faceva sempre più tecnico in linea con le tendenze internazionali della golden age, sebbene senza rinnegare alcune abitudini ereditate dalla passata tradizione, adesso svincolate dal contesto di riferimento, divenute anacronistiche. Nel mutato clima di liberalizzazione, infatti il binomio stato sociale e taylorismo sembravano spingere verso la barriera della piena occupazione anche in Italia, dai cui limiti, però, aveva ammonito Kalecky. In Italia queste questioni furono esacerbate dal ritardo di una parte della politica e dello Stato, accompagnato da una non completa maturazione della società, ancora frammentata da forti spinte ideologiche e sociali. Si faceva strada l’incubo dell’inflazione. Ma adesso le ricette economiche erano demandate ad una pattuglia di nuovi tecnici formatisi all’interno delle università e dei centri studi del parastato, la cui bussola guardava verso Washington piuttosto che Mosca e non più alla passata tradizione nazionale, di derivazione germanica. Ormai era il riconoscimento dell’inserimento dell’Italia nel novero delle potenze ancorate agli accordi usciti da Bretton Woods, la cui cultura economica era quella del modello liberale temperato in chiave neokeynesiana. Banca Mondiale per i problemi strutturali, Fmi per la macroeconomia e Gatt per il commercio dovevano essere i pilastri del nuovo sistema le cui linee guida teoriche erano universali e non demandate ai singoli stati, almeno nel medio periodo. Il liberalismo era divenuto in tutte le sue versioni critiche e ripensate il punto focale del nuovo sistema internazionale. A partire dal pensiero classico di Smith e Ricardo, passando per la revisione fattane da Marshall, Pigou e Keynes, fino al neoliberismo, più in linea con Say e Bastiat. Ma in Italia tale sensibilità non era decollata a livello teorico, a fronte di una simile presa di posizione politica. Fino all’esperienza del centro sinistra infatti Keynes era rimasto marginale e i temperamenti dati al mercato affondavano le proprie ragioni più nella vecchia economia produttivistica e nel solidarismo cattolico più che nella presa di coscienza del trend internazionale del dibattito.
Gli anni del miracolo, quindi, si aprivano in Italia ereditando una controversa situazione riguardo al dibattito culturale che aveva posto le premesse del boom in ambito economico, senza che vi fosse un chiaro orientamento prescelto per guidarne l’andamento. Questo, tuttavia, non voleva dire che una tendenza di fondo non finisse per emergere. Solo che di fronte allo scollamento della politica e delle istituzioni, ai problemi incontrati dal processo di nation and state building e dell’identità nazionale, nella repubblica dei partiti, la cultura economica finì per risentire essa stessa dei deficit della politica. In tale contesto il tecnicismo finì per assumere una valenza essenziale, non come prevalenza di un solo indirizzo ma come separatezza dal mondo della politica al di là degli indirizzi. Paradossalmente, di fronte, alla grande contrapposizione frontale di natura ideologica che investì inevitabilmente anche l’economia ed il dibattito economico, la teoria riuscì a trovare nel tecnicismo un ambito circoscritto in cui muoversi con un certo margine di autonomia, al di là degli indirizzi prescelti. Non necessariamente come disegno, ma pur tuttavia come un certo elemento di continuità, specialmente di fronte alla impreparazione momentanea a livello economico dei grandi partiti di massa. Quando questi superarono questi limiti partitizzando le istituzioni, dagli anni del miracolo in poi, alcune sedi istituzionali, fuori dai circuiti della politica ed alcuni centri trasformatisi in istituzioni, pur non necessariamente essendo di natura pubblica, finirono per orientare talora la cultura economica del paese, sebbene non sempre la sua politica economica e viceversa. In tale contesto, quindi il dibattito accesosi durante gli anni del boom tra i suoi protagonisti e in sede storiografica poi risulta una snodo essenziale. La cultura economica, in un’Italia che cambiava in parte volontariamente e consapevolmente in parte no, assunse toni ora di grande innovazione ora di grande continuità, arrivando ad avere un ruolo effettivo di indirizzo ed allo stesso tempo un certo grado di marginalità, finendo di conseguenza in parte per essere in linea con l’intero processo di costruzione dello stato nazione e di modernizzazzione in Italia, in parte per assumere tratti del tutto autonomi ed originali.
Peraltro, Bevilacqua indicava l’opportunità di uscire dallo schema di una visione della storia economica dell’Italia modellata sulla più o meno riuscita imitazione di impianti teorici predefiniti, per storicizzare il caso italiano nella sua specificità. Del resto lo stesso Ciocca aveva premesso l’importanza di guardare alla storia d’Italia nel suo insieme e nel suo divenire, recuperando il pensiero di Federico circa l’oggettività di una storia di successo del caso italiano, secondo la lezione di Romeo dell’importanza da attribuire alle cose fatte piuttosto che a quelle non fatte. Quindi dualismo interpretativo, ma anche riconoscimento della presenza, fuori schema, di aspetti, ad esempio di impianto manchesteriano nella tradizione italiana, non solo liberale, ma anche del boom, sebbene a suo modo e tutta da decifrare, in cui il ruolo dello Stato non necessariamente aveva una funzione diretta e costante nel tempo. Il miracolo, quindi, per Cafagna rappresentava una delle tante tappe di un lungo percorso italiano. Proprio su questo conveniva soffermare l’attenzione, per ricollegarlo al completo percorso, come precisava Maier, quando parlava di una nuova generazione di teorie economiche, frutto a loro volta di una nuova generazione di economisti, capaci di confrontarsi con lo studio del caso italiano, tra continuità ed innovazione rispetto alla passata tradizione. Maier citava i nomi, tra gli altri di Sraffa, Modigliani, Caffè, Saraceno. Quindi in definitiva, un percorso in cui l’analisi della cultura economica a sostegno degli anni del miracolo ed il relativo dibattito teorico, politico e storiografico rappresentano una visuale di grande interesse, in parte fatta, in parte da completare, per meglio dettagliare nel suo insieme quell’insieme di fenomeni che connotano la rincorsa italiana alle sfide della modernizzazione. p>