N. 20 - Giugno 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X






Paolo Pelizzari

La stabilità democratica italiana
Gli anni Settanta e le carte americane



La storia di un Paese può essere meglio compresa attraverso l’analisi delle relazioni intrattenute con altri stati. Il punto di vista di questi ultimi può infatti offrire nuove prospettive interpretative rispetto ai mutamenti politico-sociali intercorsi in una realtà nazionale. Questo è ancora più vero per il rapporto Italia-Usa durante i decenni di guerra fredda, visto che, in quella lunga fase, il nostro Paese – che, com’è noto, aveva uno dei più consistenti partiti comunisti occidentali – era per forza di cose un osservato speciale delle amministrazioni d’oltreoceano. In tal senso, lo studio della storia repubblicana italiana può trovare un forte sostegno nelle fonti statunitensi. L’organizzazione e la gestione del patrimonio documentario americano sono infatti di tale qualità e liberalità da permettere approfondimenti anche su periodi storici relativamente recenti, contrariamente a quanto è possibile fare in Italia. Contando sulla maggiore fruibilità delle carte prodotte dagli apparati statunitensi, la seguente ricognizione – così come il saggio pubblicato sullo stesso numero di questa rivista – vuole semplicemente proporre una prima analisi, uno spaccato su un anno di passaggio particolarmente delicato per il nostro Paese. I documenti raccolti descrivono le preoccupazioni di una nazione scossa dall’attentato di piazza della Loggia – e da quello dell’Italicus –, dipingono una realtà attraversata da tensioni prodotte da eventi traumatici, come le azioni delle Brigate Rosse, e da rotture socioculturali, come il risultato del referendum sul divorzio. Ed evidenziano la costante attenzione statunitense nei confronti di una scena che doveva essere mantenuta stabile e che, soprattutto, non doveva concedere troppo spazio a nuovi protagonismi comunisti1.

 

Dopo la bomba di piazza Loggia

Nei giorni seguenti alla strage di Brescia, l’ambasciata statunitense a Roma informò il Dipartimento di Stato di una conversazione intercorsa tra John A. Volpe e il primo ministro Mariano Rumor, presso l’abitazione di quest’ultimo. Volpe aveva incoraggiato il politico democristiano a risolvere la situazione difficile di quel momento affrontando il governo, spingendolo ad agire velocemente in modo tale da dare alla popolazione la sensazione che il governo fosse deciso a neutralizzare la violenza diffusa in Italia. Per quanto riguarda la situazione politica, Rumor aveva riportato che Fanfani aveva superato l’amarezza per il risultato del referendum sul divorzio e stava guardando alle battaglie future. Al centro della sua attenzione, e di tutta la Dc, c’erano le elezioni regionali in Sardegna del 16 giugno, considerate come momento in cui il partito doveva assolutamente limitare le perdite di voti2. “Per la Dc – si legge infatti nel documento – le elezioni sarde sono una significativa scommessa perché un grossa perdita […] scuoterebbe la fiducia del partito e potrebbe avere effetti estremamente sconvolgenti. Rumor ha assicurato all’ambasciatore che dopo le elezioni sarde il governo sarà preparato a prendere misure energiche per cercare di stabilizzare il paese”3.
Un altro messaggio diretto al Segretario di Stato si concentrò sull’allora presidente della Repubblica italiana, dipinto come “una voce di buon senso in una fase problematica”4. Il funzionario dell’ambasciata americana descrisse Giovanni Leone come una figura che sin dall’assunzione del suo ruolo presidenziale aveva mantenuto lo stile di un saggio consigliere che, affrontando problematiche politiche decisive per il suo Paese, si esprimeva a favore del raziocinio e del senso della proporzione. A dimostrazione di tale impostazione, furono citati un’intervista del 23 dicembre precedente ed il suo messaggio di fine anno, in cui si sollecitavano riforme costituzionali e cambiamenti procedurali per razionalizzare e rafforzare il funzionamento del governo e del parlamento. Continuando a lodare la misura del presidente italiano, l’impiegato dell’ambasciata romana sottolineò il suo tentativo di ridare fiducia alle forze dell’ordine, soprattutto laddove indicava le qualità delle forze armate e si schierava contro un’interpretazione dei fatti troppo propensa ad indicare nei settori della destra i principali pericoli per la democrazia italiana.

Nell’atmosfera politica frenetica seguita al referendum sul divorzio, alla bomba di Brescia e agli importanti incontri tra governo e sindacati – notò poi la relazione –, Leone recentemente si è dedicato ai problemi relativi alla legalità e all’ordine e alla questione dei diritti e delle responsabilità dei sindacati cercando di riequilibrare i giudizi sbilanciati e di favorire un approccio responsabile a questi problemi difficili. Nel suo messaggio alle forze armate nel giorno della Repubblica italiana (2 luglio) Leone, nel mezzo della protesta nazionale che condannava la violenza fascista, produsse una nota bilanciata reclamando unità in difesa dei principi democratici in contrapposizione alle gesta criminali di “squallide minoranze terroristiche”. Il messaggio di Leone evidenziò anche il ruolo “essenziale” delle forze armate italiane nella difesa dei valori di libertà e giustizia ed affermò la sua fede nella capacità della popolazione italiana di muoversi responsabilmente nei momenti di difficoltà. Leone così immetteva una necessaria espressione d’ottimismo e una condanna di ogni forma di violenza politica in un momento in cui la sinistra in particolare sta dipingendo un fosco quadro di una strategia inquietante e di matrice esclusivamente destrorsa contro la democrazia italiana5.

In un’altra interessante nota, redatta il 5 giugno, Volpe riferì al Dipartimento di Stato di un pranzo a cui aveva partecipato, il giorno precedente, con il direttore della Rai Ettore Bernabei e con il capo gruppo della Dc al Senato Giuseppe Bartolomei. Il documento mostra bene il timore che albergava in alcuni settori politici-economici italiani rispetto alla possibilità di un ingresso nel governo del Partito comunista italiano. Dopo aver sottolineato che entrambi i suoi interlocutori erano confidenti di Fanfani, l’ambasciatore americano segnalò che questi, parlando della situazione politica ed economica italiana, gli avevano descritto uno scenario fosco. Bernabei e Bartolomei avevano previsto la possibilità di una pericolosa crisi di governo nella circostanza in cui i sindacati e i socialisti non avessero accettato le misure di austerità sostenute dalla Dc. E avevano dipinto un quadro preoccupante in cui, nel caso in cui la situazione economica si fosse deteriorata ulteriormente, alcuni importanti industriali si sarebbero uniti ai leader dei partiti politici laici – capitanati dal Psi – nel supportare l’ingresso del Pci nel governo.
Volpe sostenne allora che, anche se quelle indicazioni potevano essere state volontariamente esagerate, le opinioni dei suoi commensali erano indicative della preoccupazione di molti leader della Dc e di altri partiti democratici nei confronti dello stato dell’economia italiana e dell’aumento degli sforzi dei comunisti per accrescere la loro influenza nel processo decisionale del governo. Il capo gruppo della Dc al Senato aveva inoltre espresso le sue paure in riferimento alla possibile opposizione dei sindacati del Psi rispetto ai progetti economici della Dc orientati ad una vigorosa lotta all’inflazione e al deficit della bilancia dei pagamenti.

Bartolomei – continuò la nota diplomatica – valutò che una posizione “irresponsabile” del Psi unita alla pressione dei sindacati largamente controllati dai comunisti potrebbe condurre a una pericolosa crisi di governo e che ci sono forze che vedrebbero una collaborazione con i comunisti come l’unica via d’uscita. Sia Bartolomei sia Bernabei dipinsero un fosco quadro relativo agli sforzi dei partiti comunisti sovietico e italiano per portare l’Italia a un punto di crisi che permetterebbe al Pci di entrare nel governo. Il direttore della Rai descrisse l’Italia come un vaso [pot] d’argilla tra recipienti [vessels] d’acciaio nella Comunità europea e disse che i comunisti stanno facendo lo sforzo massimo per impedire che l’Italia soddisfi efficientemente le richieste della Comunità europea6.

Proseguendo su questa linea, Volpe evidenziò come Bernabei considerasse tutti gli avvenimenti di crisi e di rottura susseguitesi in Italia in quei mesi soprattutto alla stregua di fatti potenzialmente in grado di dare maggiore potere contrattuale al Pci:

[Bernabei] sostenne che i recenti casi di terrorismo in Italia giocavano direttamente a favore dei comunisti. Le pressioni combinate della sconfitta referendaria, dell’attività terroristica attribuita ai neofascisti, e la pressione dei sindacati stanno tutte lavorando insieme per spingere alcuni leader economici (e.g., Agnelli e altri industriali del Nord) ed alcuni (non specificati) leader dei partiti repubblicano e liberale così come molti del Psi a concludere che un governo di “Salvezza nazionale” a sei partiti sia l’unica via d’uscita. Comunque, entrambi i collaboratori di Fanfani esitarono nell’indicare importanti democristiani che potrebbero favorire una soluzione di questo tipo. Essi notarono anche che leader della sinistra democristiana come Donat-Cattin comprendono che in un governo con i comunisti la Dc rischia la distruzione7.

Parlando delle elezioni in Sardegna, Bartolomei aveva poi sostenuto che la Dc avrebbe probabilmente perso consensi mentre il Psi avrebbe presumibilmente guadagnato. Diversamente dagli altri leader della Dc contattati dagli impiegati dell’ambasciata americana, egli aveva però sottostimato l’importanza di quelle elezioni, pur ammettendo che una significativa sconfitta della Dc avrebbe indebolito ulteriormente il partito.

Le indicazioni di Bartolomei e di Bernabei – notò infine Volpe – devono essere viste in prospettiva del loro desiderio di ottenere il supporto politico e possibilmente economico degli Stati Uniti all’Italia. Inoltre, essendo molto vicini a Fanfani, prendiamo i loro commenti come un riflesso della visione dello stesso Fanfani. Questa considerazione può avere incupito i toni delle loro tetre previsioni. Per esempio, ci sono ben pochi segnali che importati figure del Pli o del Pri possano favorire una coalizione a sei partiti che includa il Pci. Comunque, è innegabile che molti leader politici, in particolare nella Dc, siano giustamente preoccupati dalla critica situazione economica e dalla prospettiva che i sindacati e il partito socialista possano non essere disposti ad accettare le misure di austerità che la Dc considera essenziali per mantenere a galla l’economia italiana. In aggiunta, questi leader sono preoccupati dall’aumentata, aperta pressione del Pci per una sistematica partecipazione nella formulazione delle maggiori politiche governative, un tipo di partecipazione che alcuni temono [i comunisti] stiano cominciando ad ottenere8.

 

“Governo di sicurezza nazionale” e fermezza politica

Anche se nel caso appena segnalato Volpe aveva cercato di ridimensionare il pessimismo riportato dai propri interlocutori, è indubbio che egli stesso era costantemente all’erta rispetto alla temuta possibilità che si instaurasse in Italia un governo a partecipazione comunista. In un documento segreto di qualche giorno prima, per esempio, l’ambasciatore americano espresse chiaramente le sue preoccupazioni nei confronti di un possibile “governo di sicurezza nazionale” formato da 6 partiti che sostituisse la coalizione di centrosinistra9. Volpe rilevò allora la pericolosità di un progetto che – seppur contrastato da diversi soggetti politici – sembrava riscuotere anche il consenso del primo ministro Rumor e del ministro degli Interni Taviani. Progetto che, a suo avviso, avrebbe dovuto essere monitorato con attenzione nonostante fosse ancora ad uno stadio di assoluta incertezza.

L’idea di una coalizione operativa di partiti con tali diversi obiettivi e ideologie – notò il diplomatico – potrebbe essere basata solo sulla valutazione che l’Italia si trova in una situazione difensiva da “ultima trincea”, di fronte alla catastrofe. L’idea di per sé pone quasi la domanda se si tratti di un’idea politica seria o concepita per provocare – o giustificare – una reazione. Nondimeno, noi seguiamo questi sviluppi molto seriamente non solo perché vengono seriamente considerati e valutati dal partito comunista, ma anche perché vengono valutati seriamente da alcuni leader politici di questo paese. Le valutazioni sulle possibilità di una coalizione di 6 partiti tendono ad essere scettiche anche se la Dc, il Psdi e il Pri sono interessati, ad eccezione del leader del Pri Ugo La Malfa10.

Il problema era stato discusso anche con Andreotti, lodato per il suo buon senso e la sua fermezza.

Come prevedevo – riportò Volpe –, egli ha minimizzato la possibilità [della nascita di una coalizione a sei], sottolineando le anomalie di tale raggruppamento politico. Andreotti non è stato pessimista riguardo all’unità della DC e alla sua attuale capacità di far fronte alle necessità del paese. In questo momento non esiste all’interno del partito alcun forte movimento che metta in discussione la leadership di Fanfani e tra i big del partito solo Moro e Donat Cattin sono stati apertamente critici e la loro posizione è stata efficacemente neutralizzata, almeno per il momento, dalla franca osservazione di Fanfani che i risultati del referendum sarebbero stati diversi se Fanfani avesse avuto il pieno sostegno di tutte le componenti del partito11.

Il diplomatico statunitense aveva interrogato Andreotti anche relativamente alle elezioni regionali sarde del successivo 16 giugno e questi si era dimostrato fiducioso rispetto alla forza della Dc: non erano previsti spostamenti sostanziali nell’elettorato; la Dc poteva anche perdere voti ma entro limiti ristretti. Volpe riferì poi di una sua conversazione con il leader del Pri:

La Malfa ritiene che i democratici cristiani non saranno in grado di sostenere psicologicamente la disfatta del referendum e la sconfitta delle elezioni sarde così ravvicinate, e che la Dc può essere spinta a prendere in considerazione l’idea di un “governo di sicurezza nazionale” che, egli dice, inizia ad essere discusso attivamente nei circoli parlamentari. La Malfa dichiara che il Pci sta portando avanti attivamente l’idea, e che la resistenza ad un governo dei 6 partiti sta diminuendo di fronte alle perdite attuali ed incombenti del partito leader della attuale coalizione12.

Le opinioni di La Malfa – definito una “Cassandra inveterata” – furono però considerate tendenzialmente esagerate. Per questo, Volpe fece riferimento ad altri pareri politici maggiormente in sintonia con il proprio punto di vista più misurato:

Le opinioni degli altri politici della coalizione come Bartolomei, Cariglia e Andreotti, tra gli altri, insieme con le anomalie interne di qualsiasi raggruppamento di 6 partiti, rafforzano il mio personale punto di vista che noi abbiamo a che fare qui con l’impatto sensazionale di atti drammatici di violenza […] sullo sfondo di incombenti difficoltà economiche in Italia, piuttosto che una seria convinzione in Parlamento che il passaggio ad una coalizione priva di coesione possa portare ad un miglioramento della situazione italiana. Io non ritengo che tale coalizione di 6 partiti sia molto probabile13.

Tale convinzione fu corroborata inoltre da una conversazione avuta col Presidente del Consiglio della Montedison, Eugenio Cefis.

Cefis – notò Volpe – sembra essere fortemente preoccupato per l’inserimento del Pci nell’area di governo, e mi ha detto che è stato deciso nel consigliare a Rumor che una coalizione di 6 partiti potrebbe non essere la strada giusta. Riferendosi al possibile insuccesso di Rumor nel risolvere questo problema, Cefis dichiara che se i leader italiani mostreranno fermezza, l’Italia troverà in qualche modo la sua strada per uscire dalla sua precaria situazione attuale14.

 

Le “pretese democratiche” del Pci e la fedeltà atlantica italiana

Un’altra nota dell’ambasciata statunitense a Roma si concentrò sulle posizioni espresse da Berlinguer nel suo discorso al Comitato Centrale del Pci, svoltosi dal 3 al 5 giugno. Il documento sottolineò che Berlinguer aveva riproposto il “compromesso storico” come principale obiettivo di lungo periodo del suo partito, pur escludendo la possibilità di raggiungere nell’immediato qualunque accordo rilevante con la Dc o di costituire un fronte di partiti laici per condurre il Pci nel governo. Berlinguer aveva però richiesto una maggiore partecipazione comunista nel processo di decision-making tramite consultazioni allargate, e possibilmente “formali”, in Parlamento, tra i partiti governativi e il Pci. Richiesta che, secondo l’ambasciata americana di Roma, rischiava di essere accolta, rivestendo il Pci di un pericoloso peso politico.

La richiesta di Berlinguer – si legge infatti nella nota – di una più ampia consultazione tra i partiti di governo e il Pci è probabile che ottenga supporto nel Psi e nella sinistra democristiana e porti con sé il pericolo che l’appoggio comunista in parlamento possa diventare determinante su questioni concernenti divergenze interne alla coalizione di centro-sinistra15.

Il leader comunista aveva inoltre affermato che il nuovo tipo di confronto parlamentare non avrebbe dovuto essere limitato, come in passato, a singole questioni, ma avrebbe dovuto estendersi alle problematiche di politica generale, segnando la fine di ogni “esclusione predefinita” e delle discriminazioni contro il Pci all’interno dell’arco costituzionale dei partiti.

Il discorso di Berlinguer – sentenziò il documento diplomatico – rappresenta il cauto ed intelligente tentativo del Pci di trarre vantaggio dalle pressioni a cui era sottoposto il governo a causa del risultato del referendum, del terrorismo attribuito ai gruppi neofascisti e delle attuali difficoltà economiche. Berlinguer sta proseguendo i suoi sforzi per costruire un’immagine che “legittimi” ulteriormente le pretese democratiche del Pci ed aumenti il suo ruolo di policy-making. In questi sforzi riceverà senza dubbio la simpatia e il supporto della maggioranza del Psi e di molti della sinistra democristiana. Queste tenderebbero a temere di essere oscurate dal Pci nel governo ma vedono un vantaggio nel dare ai comunisti una maggiore influenza per fornire un supporto esterno alle proposte favorevoli ad un più rapido cambiamento sociale ed economico che sono ora contrastate con successo dalle forze conservatrici della Dc e dalla maggioranza dei partiti socialdemocratico e repubblicano. Il rischio di questa opzione deriva non solo dal fatto che il Pci senza dubbio esigerebbe un quid pro quo per il suo appoggio ma anche dalla considerazione che la divergenza interna alla coalizione di centro-sinistra su particolari questioni tenterebbe più facilmente la parte sinistra della coalizione ad accettare il peso decisivo del Pci nelle votazioni dall’esito incerto in Parlamento16.

In una conversazione del 6 giugno, Volpe descrisse invece a Nixon un’Italia fedele all’America, anche in quel periodo segnato dalle vicende relative allo scandalo del Watergate. L’ambasciatore riferì che Leone aveva ribadito la propria ammirazione nei confronti degli Usa e aveva sostenuto che anche in Italia c’erano scandali come il Watergate, ma che, mentre negli Stati Uniti questi conducevano alla rimozione dei responsabili, in Italia venivano coperti o, al massimo, un paio di “pesci piccoli” finivano in prigione come capri espiatori17. Volpe riportò che anche il Papa gli aveva confermato la sua vicinanza agli Stati Uniti affermando di soffrire col presidente americano e di pregare per lui nella speranza che quel periodo difficile passasse velocemente. Volpe e Nixon notarono poi che mentre la posizione di Leone dava tranquillità, quella di Rumor non sembrava essere sufficientemente stabile18. Parlando di Andreotti, il presidente americano espresse la sua ammirazione affermando che era un peccato che l’allora ministro della Difesa non avesse un supporto più esteso19.
Volpe espresse inoltre un giudizio in base al quale il governo non stava subendo le ripercussioni che ci si sarebbe potuti aspettare dall’esito del referendum. Tuttavia, secondo il diplomatico americano, se la Dc avesse perso più del 10 per cento alle elezioni locali di giugno, la coalizione, con tutta probabilità, non avrebbe retto. Nel complesso, la descrizione di Volpe dipinse una situazione politica italiana problematica senza eccedere però nel pessimismo. Gli italiani furono ad esempio descritti come un popolo particolarmente elastico, capace di reagire alle situazioni difficili. Tuttavia, le parole dell’ambasciatore non esclusero una risposta di tipo reazionario. “Un golpe militare – scrisse infatti Volpe – è possibile ma non credo che possa realmente concretizzarsi”20. Secondo lo stesso Nixon, inoltre, era necessario che Roma sapesse che gli Usa, ed il mondo intero, stavano monitorando la situazione italiana e che ogni presa di posizione del Paese avrebbe avuto delle conseguenze sulla fascia dei paesi latini. Infine, partendo dalla considerazione che la Francia era riuscita a risolvere i propri problemi con successo, il presidente degli Stati Uniti giunse alla conclusione che anche l’Italia avrebbe dovuto affrontare in modo deciso le proprie difficoltà di leadership politica. “Forse – dichiarò Nixon – [gli italiani] hanno bisogno di un cambiamento nella loro costituzione come la Francia”21.

 

L’atteggiamento socialista e il “supporto psicologico” statunitense

In occasione del Comitato Centrale del Psi tenuto dal 5 al 7 giugno, l’ambasciata americana di Roma evidenziò come, in tale circostanza, il dibattito si fosse focalizzato sulle relazioni socialiste con i democristiani ed i comunisti, sull’antifascismo e sulle proposte per affrontare la difficile situazione economica, portando alla stesura di un documento finale che indicava la volontà di aumentare la pressione socialista sulla Dc per garantire al Psi un maggior peso nella coalizione di centro-sinistra e al Pci un più significativo ruolo d’opposizione nel processo decisionale.

Il dibattito del Comitato Centrale e il documento finale – segnalò la nota per il Dipartimento di Stato – mostravano un ampio consenso nel Psi affinché si usasse il prestigio della vittoria referendaria per spostare l’asse politico della coalizione a sinistra e sviluppare “nuove relazioni” col Pci. Il documento di maggioranza chiedeva la fine dell’“egemonia” della Dc ma confermava la validità della cooperazione Dc-Psi. Rifiutando l’alternativa di un fronte di partiti laici con o senza il Pci, o un’alleanza “alternativa di sinistra” col Pci, il documento enfatizzava che il governo e la maggioranza dovessero coinvolgere il Pci nella “responsabilità comune” della difesa dell’ordine democratico e della ricerca di una via d’uscita dalle pesanti difficoltà economiche del paese22.

Preoccupandosi della stabilità degli equilibri governativi del nostro Paese, oltre a riservare molto spazio al punto di vista socialista rispetto al Pci, il documento dell’ambasciata statunitense a Roma sottolineò la delicatezza e la rilevanza delle contrattazioni in corso tra governo e sindacato. Lo stesso documento di maggioranza del CC, si notò, aveva dato centralità a quel punto. E, nonostante, il segretario del Psi avesse chiarito che il suo partito non voleva una crisi di governo, il resoconto diplomatico non poté non rilevare che il vicesegretario socialista Mosca aveva affermato chiaramente durante il dibattito che “la continuazione della partecipazione del Psi al governo dipende[va] dai risultati favorevoli dei negoziati in corso tra governo e sindacati”23.
In un altro documento prodotto, il 12 giugno, dall’ambasciata statunitense a Roma fu delineata la difficile situazione politica ed economica che stava allora attraversando il nostro Paese. In particolare, si sostenne che gli italiani sembravano essere sempre più coscienti di trovarsi di fronte ad una crisi più seria di quelle che ciclicamente capitavano e che facevano solitamente cambiare i governi. E fu notato che la stampa e la popolazione tendevano a schierarsi contro gli accordi e le divisioni continue di ministeri e patronati tra le solite figure dei cinque partiti che avevano monopolizzato il governo italiano per oltre un ventennio. Gli stessi protagonisti politici furono dipinti come avvolti da una pesante coltre di insoddisfazione24.
I redattori del documento riconobbero l’esigenza di un incoraggiamento ufficiale americano, visto come necessario da molti politici italiani. La nota ammise infatti che la situazione era divenuta particolarmente urgente e che si profilava la necessità di un “supporto psicologico” da parte statunitense. Per questo fu indicato un incontro che si sarebbe tenuto in quei giorni a Washington tra i rappresentanti di vari paesi occidentali come un contesto particolarmente adatto in cui gli Usa e le altre nazioni, senza drammatizzare la situazione e senza dare l’impressione di voler interferire con la politica interna italiana, avrebbero potuto esprimere la loro preoccupazione rispetto alla crisi economica e politica del nostro Paese, dando la loro disponibilità ad aiutare dall’esterno un eventuale piano di risanamento, cercando così di infondere nuova fiducia nel governo di Roma. Disponibilità che gli Stati Uniti dovevano tenersi pronti a fornire onde evitare il precipitare di una crisi che, nel medio periodo, rischiava di mettere in discussione anche l’assetto democratico della Repubblica italiana.

Non pensiamo – si legge nel documento – che la situazione debba essere esagerata nell’immediato, ma è seria e crediamo che un’iniziativa di questo tipo durante gli incontri di questo periodo sarebbe molto d’aiuto. Sollecitiamo una rapida valutazione di questa possibilità. Questa giungerebbe nel momento più adatto per stimolare i cambiamenti necessari a ristrutturare il governo italiano nel più breve tempo possibile, e noi siamo persuasi che il morale dei nostri amici italiani sarebbe veramente sollevato da questo appoggio. Inoltre, crediamo che questa iniziativa sia nell’interesse dell’economia globale in generale e negli interessi politici ed economici degli Stati Uniti in particolare. L’alternativa ad un programma di stabilizzazione è probabilmente un serio deprezzamento della lira e una recessione, ed entrambe [queste soluzioni] prenderebbero forma in un momento in cui le nazioni industrializzate stanno cercando di evitare in tutti i modi tali metodi. Siamo anche consapevoli del fatto che le conseguenze politiche di una brusca recessione potrebbero essere talmente drastiche da danneggiare il ruolo dell’Italia nell’alleanza, e forse da scuotere la struttura democratica dell’Italia25.

 

La tensione non cala

L’ambasciata americana continuò ad osservare con attenzione anche l’evoluzione della violenza politica nel nostro Paese. L’omicidio di due militanti del Movimento sociale italiano, il 17 giugno, presso una sezione del partito a Padova, venne indicato da Volpe come un evento che stava facendo nuovamente crescere la tensione nel Paese. L’ambasciatore statunitense a Roma diede notizia al Segretario di Stato del discorso durante il quale Almirante aveva condannato fermamente il crimine, accusando al tempo stesso la “campagna di odio civile” lanciata – a dire del leader del Msi – dopo la strage di Brescia dal governo, dalle radio e dalle televisioni controllate dallo stato, e da altri partiti politici contro il suo partito. E durante il quale aveva definito il massacro dei due militanti missini come la dimostrazione che l’Italia stava vivendo in una situazione di guerra civile. L’ambasciatore americano rassicurò però il suo interlocutore notando che Almirante aveva invitato membri e simpatizzanti del Msi a non lasciarsi andare a desideri di vendetta e a lavorare invece “attraverso canali appropriati” per spezzare la “spirale di guerra civile” prima che fosse troppo tardi. Allo stesso tempo, Volpe non nascose la sua preoccupazione rispetto ad una situazione di dilagante violenza politica che prestava il fianco a strumentalizzazioni e rendeva ancora più instabile il difficile periodo di tensione apertosi con la strage di piazza Loggia.

Giungendo a ridosso dell’attentato di Brescia e della cattura di terroristi neofascisti vicino a Rieti – registrò il suo commento di fine nota –, quest’ultimo episodio di violenza politica sarà senza dubbio usato dal Msi per cercare di contrastare la campagna antifascista in corso contro il partito. Gli omicidi di Padova sfortunatamente tenderanno ad aumentare la tensione in una fase difficile caratterizzata da incertezza politica e preoccupazione economica26.

Le analisi dell’ambasciata americana a Roma di questo periodo continuarono a rilevare la situazione di instabilità politica ed economica che contraddistingueva l’allora contesto italiano. In una nota del 26 giugno, per esempio, Volpe rilevò che gli accomodamenti appianati per evitare il collasso economico non erano riusciti a ristabilire la fiducia necessaria a far riprendere la crescita del Paese. La stessa speranza di vita del governo fu stimata ai minimi termini: l’esecutivo sarebbe restato in carica, con una piccola dose di fortuna, sino alla fine dell’estate27. La nota si concentrò però principalmente sul valore di rottura del referendum del 12 maggio, ma anche su quello delle elezioni sarde del 16 giugno, considerati eventi spia di un mutamento più profondo che coinvolgeva la stessa conformazione dell’elettorato e dell’intera società italiana.

Sia il referendum – notò Volpe – sia il caso molto limitato dell’elettorato coinvolto nelle elezioni regionali sarde segnalarono un trend in Italia ancora più importante che gli effetti immediati sulla Dc, il Psi, e la loro cooperazione nella attuale coalizione. Il risultato del referendum, e la sua conferma in Sardegna, indicarono con chiarezza che il trend di lungo periodo in Italia è andato oltre le tradizionali lealtà di partito e verso dei giudizi politici basati sui meriti degli argomenti sostenuti. Le congetture comuni hanno generalmente sostenuto che il popolo italiano nutriva ambizioni crescenti di diventare una nazione pienamente moderna del ventesimo secolo, ma queste congetture furono mantenute in dubbio prima del referendum dalla tenacia con cui l’elettorato ha aderito ai suoi partiti tradizionali e risposto agli appelli tradizionali. C’è una sensazione che tutto questo sia cambiato, e che la classe politica dovrà accettare l’elettorato come un corpo politico progressivo e sveglio che sosterrà i leader politici in accordo con quello che fanno piuttosto che in accordo con la fedeltà di partito o alla chiesa28.

Volpe segnalò inoltre che nell’immediato la situazione italiana sembrava dare garanzie sufficienti agli Stati Uniti, ma consigliò di prestare comunque attenzione alla combinazione di alcune circostanze, come le pressioni economiche relative al bilancio della Difesa, che sembrano portare l’Italia in una direzione compatibile con le ambizioni della sinistra per un Paese meno coinvolto con le dinamiche internazionali della Nato – ma anche con quelle della Comunità europea29. Le difficoltà della situazione economica e politica italiana furono considerate anche da Rumor, in un incontro del 26 giugno con Nixon. Il presidente del Consiglio italiano avvertì che pesanti sacrifici avrebbero dovuto essere imposti alla cittadinanza italiana, sacrifici che a suo avviso avrebbero potuto essere sopportati solo col sostegno dei paesi alleati all’Italia e, in particolare, degli Usa30. Secondo lo statista democristiano, la distensione rendeva quel momento ancora più pericoloso perché rischiava di rivestire il movimento comunista di una maggiore rispettabilità. Per questo, gli Stati Uniti avrebbero dovuto offrire il loro appoggio economico all’Italia. E avrebbero dovuto ridare slancio alla fiducia del Paese considerandolo a livello degli altri suoi principali alleati europei. In cambio l’Italia avrebbe assicurato il suo contributo nell’aiutare la politica intrapresa da Washington nel Medio Oriente. Nello specifico, Washington avrebbe dovuto appoggiare quel settore della politica italiana che intendeva mantenere un rapporto di governo con i socialisti ma era fermamente convinto della necessità di tenere all’opposizione il Pci. L’aiuto americano era considerato tanto più necessario in quanto l’opposizione comunista era molto forte e poteva contare sull’appoggio di una grossa fetta dei sindacati. Per Rumor non sussisteva però il rischio di una presa di potere comunista, né tanto meno di un’involuzione autoritaria della politica italiana. “Sono convinto – affermò infatti il presidente del Consiglio italiano – che le forze democratiche continueranno a controllare il paese”31.

 

Modernizzazione politica e gestione del potere

In occasione dell’attentato al treno Italicus, del 4 agosto seguente, l’ambasciata statunitense a Roma ritornò a preoccuparsi per l’equilibrio del sistema democratico italiano32. In quel delicato momento politico, caratterizzato anche dai turbamenti provenienti dagli Stati Uniti, dove il presidente Nixon, messo alle strette dallo scandalo del Watergate, sembrava ormai giunto al termine della sua parabola politica, Volpe sottolineò che l’attacco terroristico all’espresso Roma-Brennero infliggeva un altro pesante colpo alla società italiana33. L’attenzione dell’ambasciatore statunitense su questi aspetti rimase comunque elevata anche nella fase successiva. In un documento segreto redatto nella seconda metà di settembre, ad esempio, Volpe espresse alcune significative riflessioni frutto delle impressioni ricevute da una serie di incontri con importanti uomini politici e d’affari del Paese. Il diplomatico presentò la crisi politica ed economica con cui l’Italia si stava destreggiando come particolarmente preoccupante perché indicativa di una serie di possibili conseguenze negative sul lungo periodo, come

l’aumentata accettabilità dei comunisti in Italia e nell’insieme dell’Europa occidentale, la diminuzione della volontà dei partiti democratici di contrastare gli argomenti comunisti e di difendere le politiche e le istituzioni pro-Occidente, e l’erosione dell’immagine americana come risultato dell’utilizzo da parte della sinistra delle questioni relative al sudest asiatico, al Cile, e al recente caso di Cipro34.

L’ambasciatore statunitense sottolineò l’esigenza di un impegno maggiore degli Usa nei confronti del nostro Paese, di una maggiore attenzione nei confronti della situazione politica-economica italiana atta a salvaguardare gli interessi comuni. Secondo l’ambasciatore americano bisognava cominciare col porsi alcune domande considerate di primaria importanza: gli sviluppi della situazione italiana erano da considerarsi stabili, erano da guardare con un senso di relativa soddisfazione nei confronti del futuro, o era stato “raggiunto un punto in cui la fiducia del lungo dopoguerra [era stata] spesa e l’Italia [era] in pericolo di provare nuove formule[?]”35. Per Volpe bisognava operare un “cambiamento significativo” che non danneggiasse gli intersessi statunitensi. Un’operazione di quel tipo era considerata possibile se i democristiani avessero trovato la forza di “modernizzarsi”. Secondo l’ambasciatore, tuttavia, la situazione politica ed economica italiana non permetteva grosse manovre e continuava ad erodere la fiducia e la coesione della coalizione governativa.
La nota di Volpe prese poi in considerazione l’atteggiamento di così definiti “nostri sinceri amici in Italia”, criticando la tendenza di questi ultimi a farsi assorbire totalmente dai loro problemi immediati e ad evitare in ogni modo di difendere l’immagine degli Usa pubblicamente. Il diplomatico indicò di aver esposto il problema ad alcuni leader politici che gli avevano dato la loro comprensione senza però attivare alcun intervento concreto. La sua critica si diresse poi contro il Psi, giudicato come decisivo elemento di instabilità della coalizione governativa. “I socialisti italiani non hanno mai acquisito la tradizione della responsabilità di governo e si muovono con un occhio ai sindacati e l’altro al Pci. Il centro-sinistra ha, perciò, un’insita instabilità che è esacerbata dalle dure sfide di oggi”36. Nello sviluppare la sua analisi sulla situazione di precarietà del centro-sinistra, Volpe non trattò soltanto le questioni strettamente ideologiche ma si soffermò anche su altri “problemi cronici” che a suo avviso mettevano a rischio non solo la formula governativa ma anche l’esistenza stessa di partiti politici italiani.

La concentrazione sul mantenimento del potere – si legge nel documento – ha impedito ai democristiani di focalizzare la necessaria attenzione all’interno del proprio partito sulla corruzione ed il favoritismo. Essi non sono stati in grado di preparare leader più giovani capaci di fornire il vigore necessario alla riforma del partito e del meccanismo governativo italiano. C’è la chiara evidenza di una crescente crisi burocratica italiana che ha rallentato o ristretto le operazioni governative come quelle concernenti lo sviluppo nel Sud, l’edilizia popolare, le poste, il sistema sanitario pubblico, e il turismo. L’italiano medio percepisce il suo governo come inefficiente e corrotto. La sua sola possibilità è di conoscere qualcuno con il potere che possa “sistemare” le cose per lui37.

La critica all’incapacità della Dc di svecchiare il proprio apparato era in linea con la volontà dell’amministrazione americana e, in particolare, del Segretario di Stato di favorire lo sviluppo nel partito amico di una classe dirigente più moderna, in accordo con le esigenze del Paese38.
Nonostante i suoi timori sulle effettive capacità della classe dirigente italiana, Volpe dichiarò di essere relativamente rassicurato dalla fermezza con cui la leadership democristiana – in particolare Leone, Fanfani, Andreotti e Colombo – si era opposta alla possibilità di fare entrare il Pci nel governo. Anche se solamente Fanfani aveva fatto dichiarazioni pubbliche, vi erano stati i discorsi di Agnelli – a nome della Confindustria – e del Vaticano, citati come segnali positivi di una forte volontà di resistere ai progetti comunisti. Riconoscendo l’importanza di quegli interventi, l’ambasciatore americano non poté però esimersi dall’affermare che le belle parole da sole non potevano bastare e che diveniva sempre più inderogabile un cambio strategico dei leader e dei programmi della Dc.
L’ambasciatore considerò poi alcuni aspetti in evoluzione della realtà italiana che potevano mettere in pericolo anche l’assetto democratico della nazione, e suggerì la risposta che avrebbe potuto essere fornita dagli Stati Uniti.

La differenza nella situazione oggi […] comparata ad un decennio fa, potrebbe modificare la nostra opinione su cosa aspettarci dall’Italia. Siamo stati abituati ad aspettarci una buona ma non eccezionale performance inerentemente alle richieste di base dell’alleanza, ma sempre come parte di una solida maggioranza nella Nato, nella Comunità europea e nel campo atlantico. Percepiamo, comunque, che l’Italia possa diventare in qualche misura meno fidata. Dobbiamo compiere gli sforzi necessari ad assicurare che l’Italia sopravviva alle attuali sfide con il suo sistema economico e democratico intatto. Uno specifico strumento deve essere presto disponibile: l’utilizzo dell’assistenza finanziaria degli Stati Uniti che crediamo sarà quasi certamente richiesto alla fine di quest’anno o nel 1975. I particolari di quello che pretenderemo in cambio dovranno essere realistici e attentamente caricati costeggiando la linea tra l’interferenza e il conseguimento degli obiettivi degli Stati Uniti39.

Il documento sancì così la necessità che gli Usa continuassero ad osservare la realtà italiana, preparandosi a fornire il proprio sostegno per evitare che la crisi economica potesse mettere a rischio l’adesione del nostro Paese all’area atlantica. L’attenzione a fornire il supporto atto a garantire all’Italia un contesto politico, economico e sociale che mantenesse il più lontano possibile il Pci dalla gestione del potere garantendo la salda collocazione del nostro Paese nell’area di influenza statunitense – supporto che non poteva che essere particolarmente sensibile alle modalità di gestione dei meccanismi di mantenimento della “legalità” e dell’“ordine” – rappresenta dunque l’elemento maggiormente ricorrente di questa analisi. Tuttavia, anche se gli osservatori d’oltreoceano non mancarono di fare ambigui riferimenti alla necessità di un’“interferenza” statunitense nei confronti del nostro Paese, il destino dell’Italia, in ultima istanza, sembrava essere rimesso nelle mani degli stessi italiani.

Le nostre decisioni operative nelle circostanze di oggi – concluse, ad esempio, la citata nota segreta di Volpe – dovrebbero essere prese con il pieno riconoscimento della necessità di tornare ai fondamentali con gli italiani. Chiarire che non ci stanno facendo un favore stando nella Nato. Ci sono per la loro protezione. Gli Stati Uniti non possono salvare i democristiani dalle scorrerie comuniste come alcuni sembrano pensare, o riformare l’amministrazione statale. Noi possiamo aiutare così come lo possono i partner della Comunità europea ma in ultima analisi, gli italiani e specialmente i democristiani devono trovare l’energia, la volontà e l’intelligenza per cavarsela da soli40.






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Autore Pelizzari Paolo
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