N. 20 - Giugno 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X






Daniela Calanca

Nuove fonti e patrimonio culturale intangibile tra storia e memoria

 

Le patrimoine est constitué par le monde physique, l’environnement qu’une génération lègue à une autre.
 On peut dire dans ce sens que le patrimoine comprend l’histoire d’un peuple, le langage, expression vivante d’une réalité, les coutumes, et les traditions, la littérature écrite et orale. […] Le patrimoine c’est l’ensemble des principes et des valeurs spirituelles qui cimentent la vie en commun au sein d’un peuple et donnent un sens à la vie quotidienne.

Ramirez-Vasquez 1981, 52-56

Nel trarre continuità da alcune concezioni fondamentali della Nuova Storia, alcuni indirizzi di ricerca della più recente storiografia hanno collocato temi e problemi relativi a “persistenze e mutamenti” in un ambito che non si limita a considerare oggetti, fatti, eventi, ma si estende nell’indagare – accentuando il taglio sociale e cercando di “provocare” la “memoria del quotidiano” (Sorcinelli 2008,1; 2009) – in che modo idee, mentalità e costumi entrino nella formazione e trasformazione, nonché trasmissione, dell’identità di una comunità, di un gruppo. In questa direzione, “Le nuove tipologie di fonti che sono il prodotto dell’evoluzione tecnologica degli ultimi due secoli, ma che, al tempo stesso, esprimono, in larga misura, le modalità di comunicazione tra i diversi soggetti e caratterizzano le principali forme di interrelazioni umane, sul piano politico, sociologico, economico, antropologico ecc., nelle società contemporanee” (Mignemi 2006, 735), costituiscono, tra gli altri, un referente particolarmente significativo proprio per le molteplici direttrici di ricerca che da esse si dipartono, nonostante la difficoltà da parte di queste nuove fonti, quali la fotografia, il cinema e la fonte orale e la fonte audiovisiva, a dotarsi di un proprio statuto riconosciuto come tale dagli studiosi. In particolare, per quanto concerne, per esempio, la fonte fotografica, la difficoltà maggiore rimane l’approccio culturale alla fonte stessa: essa implica la necessità di affrontare contemporaneamente sia le problematiche della produzione sia della fruizione dell’immagine:

La storia della visione di un’immagine, infatti, è fondamentale per la comprensione e l’uso dei suoi caratteri documentali, anche se la più recente vicenda dei mezzi di comunicazione di massa sembrerebbe indicare la tendenza generale a imporre, con l’eccesso e la ridondanza della comunicazione visiva, una ‘vita breve’ per le immagini. A dispetto di ciò gli immaginari visivi collettivi sembrano sopravvivere alle ondate di scoop a base di immagini, che si afferma compaiano per la prima volta in quel determinato momento, ma in realtà risultano essere già note (Mignemi 2006, 773).

Quanto, invece, per esempio, concerne le fonti orali e audiovisive, che differiscono tra loro solo perché le seconde fermano, oltre al suono della voce, anche l’immagine del parlante e dell’ambiente che lo circonda, costituiscono l’esito di una ricerca di uno storico, di un sociologo, di un antropologo: “Per la loro intenzionalità esse non sono solo documenti ma nello stesso tempo registrazione di un percorso di ricerca fissato in una certa fase (si potrebbe dire che sono documenti di quel percorso). Dal momento che incorporano principi epistemologici della disciplina che produce la ricerca, le fonti orali sono, per così dire, preliminarmente orientate dal contesto disciplinare al quale lo studioso-produttore fa riferimento” (Contini 2006, 795). Non solo. L’intervista registrata in video permette di conservare anche l’immagine del parlante, di poter osservare la sua mimica, molto spesso significativa e talvolta capace di modificare sostanzialmente il significato della narrazione orale. L’uso della videoregistrazione, inoltre, permette di utilizzare le fotografie durante l’intervista. Infine, la registrazione anche dell’immagine e non solo del suono consente di documentare vecchi procedimenti di lavorazione che difficilmente per esempio anziani artigiani o contadini riescono a descrivere verbalmente. Nel contempo, “L’intervista è proprio il contrario di una semplice emissione di informazione da parte del testimone/fonte, informazione che l’intervistatore, badando a interferire il meno possibile, si limiterebbe ad ascoltare, registrare e archiviare. Invece, essa somiglia piuttosto a un campo di forza, uno scenario dove entrambi i protagonisti giungono con schemi precostituiti e recitano ciascuno il proprio ruolo” (Contini 2006, 799). Sotto questo profilo, l’intervista si configura nei termini di una narrazione dialogica che se orientata verso il passato non è già storiografia, ma piuttosto si colloca nel punto di intersezione tra due fenomeni di trasmissione della memoria: la tradizione orale, ossia il ricordo collettivo e spontaneo, familiare del passato, nella prospettiva dell’intervistato, e la memoria storica, la trasmissione degli eventi trascorsi attraverso il filtro valutativo della storiografia, nella prospettiva dell’intervistatore.

In generale, su queste basi, consegue che la tradizione visiva e la tradizione orale sono processi capaci di influire sul presente e sul futuro: da un lato, per dirla con le parole di Sorlin, “Le immagini rappresentano il mondo e talvolta influiscono sulle circostanze o suggeriscono un modo di interpretare gli eventi. In una parola, esse elaborano l’evoluzione storica, ‘fanno’ la storia, dei giorni che scorrono, così come di quella scritta dagli storici” (Sorlin 1999, 145); dall’altro, è il continuo racconto che ogni anziano narra, prima o poi, ai più giovani nella famiglia, e per estensione nella comunità. Del resto, e per dirla con le parole di Benjamin, “Un evento vissuto è finito, o perlomeno è chiuso nella sola sfera dell’esperienza vissuta, mentre un evento ricordato è senza limiti, poiché è solo la chiave per tutto ciò che è avvenuto prima e dopo di esso” (Benjamin 1973, 28).

Lungo questa via, all’interno del dibattito storiografico, tutt’ora in corso, relativo a “Storia e Memoria” e, viceversa, “Memoria e Storia”, tralasciando in questa sede di affrontare i problemi circa la salvaguardia, nonché la conservazione, delle nuove fonti, si profila la possibilità di ampliare il campo di applicazione delle stesse, specie se si considerano ricerche multidisiciplinari che contemplano, simultaneamente, la confluenza di numerosi fattori, quali specchio dell’articolato intreccio dei fenomeni socio-economici, politico-culturali, di costume, la loro salvaguardia e trasmissione storica. Si consideri esemplificativamente il rapporto tra la storia orale e il paradigma dell’Heritage, del Patrimonio Culturale, Tangibile e Intangibile, e le loro possibili implicazioni-correlazioni sul piano dell’indagine storica. E ciò in particolare sulla base delle ricerche in corso specifiche sul Patrimonio culturale intangibile, quale è definito nella Convenzione per la salvaguardia dell’eredità culturale immateriale (Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage), proclamata a Parigi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) nel 2003, ed entrata in vigore definitivamente nel 2006: “Per Patrimonio culturale intangibile si intendono: le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso di identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana” (www.unesco.org). Un patrimonio che tra l’altro si definisce nei seguenti settori: “a) tradizioni ed espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale; b) le arti dello spettacolo; c) le consuetudini sociali, gli eventi rituali e festivi; d) le cognizioni e le prassi relative alla natura e all’universo; e) l’artigianato tradizionale”. Pur avendo radici disseminate in un contesto storico-culturale che non può essere caratterizzato come univoco, tale Convenzione s’inscrive nel quadro di un maggiore aumentato interesse e attenzione, sviluppatesi negli ultimi decenni, nei confronti del Patrimonio Intangibile medesimo, e che ha trovato alcuni momenti istituzionali fondanti pregressi, quali per esempio l’istituzione, grazie all’Unesco nel 1997, all’interno della Divisione del Patrimonio culturale, di un reparto dedicato al Patrimonio intangibile (Section of Intangibile Heritage) (D’Ambrosi 2008). All’interno di tale sezione vengono denominati beni immateriali tutte quelle pratiche, rappresentazioni, espressioni, abilità, conoscenze e arti tradizionali che le comunità, i gruppi e i singoli individui riconoscono come parte della loro eredità culturale. In quanto espressioni tipiche delle tradizioni orali, i beni immateriali sono veicolati all’interno della cultura d’appartenenza dal linguaggio, dalle arti performative e da pratiche sociali quali eventi festivi e rituali. Non solo. Nel 1999 il nipponico Koïchiro Matsuura, allora direttore generale dell’Unesco, decidendo di impostare la sua politica verso la promozione del dialogo interculturale e dell’unione sociale dei popoli, si pose l’obiettivo anche di assicurare la continuità culturale delle varie forme di espressione regionali o nazionali. Per ottenere ciò il neo direttore decise di porre la salvaguardia delle eredità culturali intangibili come uno dei punti fondamentali dell’Organizzazione. Assumendo come esempio la Convenzione per la protezione della cultura mondiale e dell’eredità naturale del 1972 (Convention Concerning the Protection of World Cultural and Natural Heritage) e la Raccomandazione sulla salvaguardia delle culture tradizionali e il folklore del 1989 (Recommendation on the Safeguarding of Traditional Culture and Folklore ), furono istituiti due apparati particolarmente rilevanti: il Programma per la proclamazione dei capolavori dell’eredità orale e immateriale dell’umanità (The Programme of the Proclamation of Masterpieces of the Oral and Intangible Heritage of Humanity 1997) la Convenzione per la salvaguardia dell’eredità culturale immateriale che fu votata, come detto, nell’ottobre del 2003.

In definitiva, la grande innovazione della Convenzione del 2003 è rappresentata dall’aver posto l’accento sul valore che il patrimonio immateriale possiede non solo artisticamente, in quanto fenomeno in sé, ma soprattutto come valore culturale di intere comunità. A tale riguardo, l’Unesco ha scelto di salvaguardare e promuovere questi patrimoni “ponendo al centro dell’attenzione l’importanza della trasmissione orale e la pluralità globale delle forme tradizionali d’espressione culturale” (D’Ambrosi 2008, 61). Anche perché, a ben guardare, la distinzione tra patrimonio fisico, tangibile, e patrimonio intangibile appare sempre più artificiosa: il patrimonio fisico non si esprime totalmente se non nei suoi valori sottesi, e viceversa la dimensione intangibile per la sua conservazione deve incarnarsi nelle manifestazioni tangibili, nei segni visibili. Dall’assunto in base al quale codificare il tangibile in forme astratte costituisca l’essenza stessa della tradizione, è conseguito l’impegno del Consiglio internazionale sui monumenti e sui luoghi (Icomos), a partire dalla tesi secondo cui tutti quei luoghi che costituiscono l’eredità materiale che le culture occidentali si impegnano a tutelare e conservare non siano altro che vasi per i valori culturali di quella stessa cultura quindi vere e proprie eredità intangibili. Nondimeno, appare rilevante il riferimento ai luoghi, sotto questo profilo, nella stessa Convenzione del 2003, laddove si sollecita a “promuovere l’educazione relativa alla protezione degli spazi naturali e ai luoghi della memoria, la cui esistenza è necessaria ai fini dell’espressione del patrimonio culturale immateriale”. D’altra parte, lo stesso concetto storiografico di “luogo della memoria”, coniato da Nora negli anni Ottanta del secolo scorso, si definisce nei termini di uno spazio che si contraddistingue per essere costituito da elementi materiali o puramente simbolici dove un gruppo, una comunità o una intera società riconosce se stessa e la propria storia, consolidando in questo modo la propria memoria collettiva.
Inoltre, a una tale formulazione del concetto di Patrimonio intangibile è sotteso un ampliamento evolutivo di significato del più generale concetto di Patrimonio culturale in quanto tale che, non di facile definizione, si riferisce a tutto ciò che riguarda il passato, sia in senso e materiale, sia in senso astratto e immateriale (Vecco 2007). In tal senso, è una nozione che, mentre nel XIX secolo comprendeva solo i monumenti storici, oggi risulta ampiamente allargata: “ Il patrimonio è caratterizzato da una crescita esponenziale: ci sono sempre più cose da proteggere, salvaguardare e da valorizzare. […] Gli ambiti di competenza del patrimonio sono molto diversificati: rilevano sia aspetti concreti (elementi e luoghi naturali, costruzioni, paesaggi, vestigia), sia aspetti relativi al vissuto, legati alle attività umane e alla memoria sociale” (Vecco 2007, 28). Se etimologicamente il termine patrimonio rimanda all’eredità che un padre trasmette al proprio figlio, nella dimensione sociale è l’eredità che si trasmette da una generazione all’altra. In questa prospettiva, il Patrimonio comprende la storia di un popolo, di una comunità, il linguaggio, il costume, le tradizioni, la letteratura scritta e orale. È l’insieme dei principi e dei valori spirituali che cimentano la vita in comune di un gruppo e danno un senso alla vita quotidiana.

Attraverso, dunque, l’impiego delle nuove fonti e l’adozione del significato di Patrimonio culturale intangibile si dischiudono nuovi percorsi di ricerca nell’ottica della “memoria del quotidiano” all’incrocio tra storia sociale (che prende in esame realtà concrete, condizioni di vita, movimenti) e storia culturale (che prende in esame mentalità, rappresentazioni, discorsi). A tale riguardo, si consideri per esempio la ricerca (eseguita da chi scrive) confluita – solo in parte a titolo dimostrativo – nel prodotto multimediale Memorie al femminile. Quattordici racconti di donne nate tra il 1915 e il 1958. La ricerca è stata realizzata con il contributo del Fondo europeo di Sviluppo regionale e dello Stato nell’ambito del Docup Ob. 2 anni 2000/2006, all’interno del progetto Giardini della Memoria dell’Archivio delle Voci, in collaborazione tra Regione Marche, Repubblica Italiana, Unione Europea e Università di Bologna Polo scientifico didattico di Rimini e Sviluppo Marche Spa (www.archiviodellevoci.eu).

Nel complesso, è a partire dal dialogo su ciò che è vita, esperienza vissuta di piccoli e grandi eventi della storia e delle storie quotidiane, fra persone intervistate e persone che intervistano, fra il presente di cui si parla e il passato di cui ci si ricorda narrando, che prendono fisionomia i racconti di Memorie al femminile: quattordici racconti di donne comuni che, nate tra il 1915 e il 1958, hanno vissuto, e vivono tutt’ora – tranne una – a San Costanzo, in provincia di Pesaro Urbino. Delle interviste effettuate tra ottobre 2005 e ottobre 2006, vengono proposti, come detto, alcuni brani significativi, divisi in quattro capitoli tematici. Ogni capitolo è preceduto da circa quindici immagini fotografiche, scattate tra il 1920 e il 1970, appartenenti ad archivi pubblici e privati di tutta l’area marchigiana. Tali immagini sono accompagnate, a loro volta, da specifici brani musicali tratti dall’opera Le Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi, e concorrono a delineare gli immaginari visivi e sentimentali, nonché storico-culturali, delle rappresentazioni del mondo femminile nel Novecento marchigiano, e più in generale in quello italiano. Donne in posa e donne che si raccontano: in questa duplice direzione sembra realizzarsi il compito loro affidato, in quasi tutte le culture, di custodi della memoria della comunità e del patrimonio memoriale sia pubblico che privato. E l’immagine-icona per eccellenza di tale custodia che ci consegnano le donne in queste fotografie e in questi racconti, è quella oltremodo suggestiva di un’anziana signora che, durante l’intervista, apre la scatola di legno in cui sono riposte le fotografie, e comincia a raccontare, offrendo in questo modo a chi ascolta e a chi vede l’incipit di Memorie al femminile.

I.“Quella volta…”. Narrando della propria infanzia e adolescenza, tracciata tra destino e libera scelta, viene evidenziato un percorso tipico del mondo femminile contadino e operaio che si connota tra lavoro e scuola, laddove è il lavoro, e più in generale la condizione economica, a costituire il punto centrale della vita di queste donne. Sotto questo profilo, all’interno di un contesto rurale, in cui per esempio nel 1936 solo il 45% della popolazione è impegnata in qualche attività lavorativa, mentre l’81% lo è nel settore agricolo, il 12% nelle attività artigianali e nei trasporti, e il 3,5% in quelle commerciali, le famiglie spesso con redditi ai limiti della sussistenza non possono o non sanno rinunciare ai proventi del lavoro minorile, sia femminile che maschile; in questo senso sono poche le bambine che frequentano a scuola: non vanno, o frequentano solo le prime classi delle elementari. Nella maggior parte, non lavorano direttamente nei campi, ma svolgono mansioni domestiche, curano gli animali da cortile e accudiscono fratelli e sorelle quando la madre è al lavoro. E dalla stessa madre apprendono l’avviamento al mestiere di “donna”. Per converso, la scuola, laddove è stato possibile frequentarla, se da un lato rappresenta la consapevolezza di un privilegio, dall’altro, nella memoria, appare abbastanza spesso, nei termini di un rimpianto, al punto da definirsi “analfabeti” per non aver potuto realizzare un sogno, un talento personale, vissuto per altro in un contesto fortemente controllato e proibitivo, su cui oggi ci si può anche ridere, ma “Quella volta…” non tanto. È il lavoro, dunque, a configurarsi quale elemento primario dell’identità femminile raccontata, che non appare in ogni caso esclusivamente subordinata alla volontà dei genitori prima e del marito poi. Al contrario, come nel caso per esempio in cui non si vuole assolutamente lavorare in campagna e si decide di diventare, nonché fare, la sarta, mettendosi a lavorare in proprio a sedici anni. Ugualmente, una ferma volontà si esprime quando, all’interno del grande fenomeno migratorio che si sviluppa negli anni Cinquanta e Sessanta, si decide di lasciare il figlio al paese con i nonni, e raggiungere il marito, già emigrato in Svizzera.
II. “I soliti discorsi stupidi”. Se la condizione femminile comune, in particolare delle figlie quindi, è modulata sulla base di comportamenti rigidamente dettati da una tradizione e controllati socialmente, vi sono, tuttavia, margini anche nel mondo contadino in cui si può esprimere la propria individualità e indipendenza, al di là dell’adeguamento ai modelli dominanti. È quanto emerge, per esempio, anche nei rapporti affettivi, nella scelta del fidanzato, dettata dall’amore e non dalle convenienze sociali. In questo senso, non si sceglie colui che diventerà il marito solo sulla base esclusiva di ragioni di convenienza economica o di strategie familiari, ma sulla base di un interesse personale che passa attraverso la conoscenza diretta e prolungata del futuro sposo. E ciò anche se i genitori non sono pienamente concordi.
Alla caduta del fascismo, i cattolici convinti di essere di fronte a una crisi morale provocata dalla crescente cristianizzazione e dalla diffusione del modello americano da un lato e sovietico dall’altro si fanno portavoce di una massiccia campagna educativa e formativa rivolta soprattutto ai giovani. Concepita come formulazione di regole da seguire in pubblico e in privato, questa campagna assume fin dall’inizio i caratteri di una missione morale globale. Il movimento cattolico di fatto si propone come guida per intere generazioni e intende affrontare nonché risolvere i problemi legati alla famiglia, alla sessualità, al lavoro e al tempo libero e a tutto ciò che riguarda la collettività. In particolare, è il controllo del privato femminile a costituire il maggior ambito di questo intervento educativo: il timore è che adolescenti, giovani e giovanissime, signorine, possano emanciparsi troppo. Ciò spinge a ribadire la tradizionale visione del ruolo della donna rinchiusa negli spazi domestici e della famiglia patriarcale, che si caratterizza per la presenza di una rigida separazione dei ruoli fra i membri in base al sesso e all’età, e per uno stile relazionale basato sull’autorità incondizionata del capofamiglia. Allo stesso tempo, il boom economico, il benessere, le vacanze al mare e il cinema offrono continui spunti per evasioni e tentazioni. Le occasioni di cui le ragazze e i ragazzi non fidanzati dispongono per incontrarsi si moltiplicano, soprattutto grazie alla scuola. Anche se non sono ancora lontani i tempi a cui neppure ai fidanzati è concesso appartarsi, laddove il tempo per l’incontro tra i due sessi è rigidamente misurato, molto circoscritto e sempre stabilito e sorvegliato dalla comunità di riferimento, già a partire della fine degli anni Cinquanta “trovarsi da soli” è, comunque, un obiettivo che si persegue a dispetto dei genitori, non con il loro consenso, ma approfittando delle aperture che lo stare insieme dei giovani offre. Si stanno modificando notevolmente gli incontri tra maschi e femmine: gradualmente e senza fatica i due sessi stabiliscono contatti più stretti, superando alcuni tabù che regolano la vita affettiva e amorosa, tanto che nel ricordare i divieti imposti a riguardo dal proprio padre, li si valuta nei termini di “I soliti discorsi stupidi”.
III. “Il fischio suo”. È forse, poi, nel non riuscire, a distanza di tempo, a razionalizzare e a verbalizzare il ricordo del dolore, della paura, e dei sentimenti drammatici più in generale che si esprime un legame forte con i propri congiunti. Accanto all’immagine della notte, in cui rimbomba il passo pesante degli “stivaloni fascisti”, che portano via il proprio padre, antifascista fieramente dichiarato, si fa largo l’immagine della pietà femminile unita alle parole “Non ce la faccio a parlare”. Sono “ricordi bruttissimi”, che per essere narrati necessitano, durante l’intervista, delle parole del marito. Quella volta erano tutti fascisti, e non era facile essere comunisti, opporsi al regime, come è noto. Tuttavia, più in generale, è nell’esperienza della guerra che si connota la maggiore esperienza del dolore e della paura in queste donne. Di fatto, alla caduta del governo fascista, il 25 luglio del 1943, la guerra (iniziata per l’Italia nel giugno del 1940) continua, e la presenza di truppe tedesche, sempre più visibile in Italia, in un certo qual modo, fa presagire quello che di lì a poco si avvererà: ossia un crollo, un vuoto istituzionale sancito definitivamente l’8 settembre, che imporrà a tutti gli italiani scelte alle quali molti mai avrebbero pensato di dover compiere. Crolla non solo un regime politico, ma l’idea stessa di patria, a lungo identificata con il fascismo e la figura del duce. Viene meno, cioè, il senso di appartenenza ad una comunità che comprenda e riassuma i destini individuali, e nella quale ci si possa riconoscere e identificare. Occorre, dunque, ridefinire nuovi valori e nuovi modelli su cui ricostruire una nuova identità individuale e collettiva. E qui le strade degli italiani si divaricano in molteplici direzioni: alcuni, pur restando fedeli all’ideale della patria in cui sono cresciuti si rifiuteranno di continuare a combattere con i tedeschi; altri che non cesseranno di credere nella guerra fascista, sceglieranno la Repubblica sociale italiana; altri ancora pagheranno con la vita la scelta di valori opposti, quelli dell’antifascismo e della resistenza.
In particolare, se gli uomini sono a combattere, le donne sono in prima linea nelle sofferenze e nei disagi imposti dalla guerra, sia materiali che psicologici, come racconta un’anziana signora durante l’occupazione tedesca del paese. Sofferenze e paure che trovano la fine, quando arrivano gli alleati, specie i polacchi, che liberano il paese nell’agosto del 1944 e suonano le campane.
IV. “Abbiamo fatto un bel rinnovamento”. Negli anni Cinquanta e Sessanta, quando in Italia si fa largo il passaggio da una società prevalentemente rurale a una società industrializzata e moderna, si compiono, contemporaneamente, passi decisivi verso il riconoscimento della parità giuridica dei diritti. Ma i cambiamenti che coinvolgono la società italiana a partire dal secondo dopoguerra, se pure in tempi e modi diversi, coinvolgono tutti, uomini e donne, comportando trasformazioni decisive in primo luogo nella costruzione di identità individuali, un tema che viene affrontato nel quarto capitolo. La generazione nata negli anni della guerra si trova a vivere esperienze come la scolarità di massa, il boom economico, la democrazia politica, che creano opportunità nuove e profilano nuove tipologie di identità. Le donne vivono ancora una condizione quotidiana di crescente disagio, ma al tempo stesso le donne che hanno venticinque anni alla fine degli anni Cinquanta cominciano a vivere in prima persona un allargamento delle possibilità sociali impensabili in passato. Cresce il numero delle studentesse negli istituti superiori e anche nelle università, si allarga la possibilità di avere contatti con coetanei dell’altro sesso al di fuori del controllo familiare, si fa strada, seppure tra difficoltà e sofferenze, una trasgressione rispetto al modello femminile vigente, con l’elaborazione di propri progetti personali di vita. Il contesto culturale è ancora sostanzialmente ostile e guarda con stupore le scelte ritenute “trasgressive”, ma “Si sentiva un forte bisogno di cambiamento”, racconta una signora. Inoltre, se in certi ambienti, la politica è ancora una cosa essenzialmente maschile, per le donne diventa impegno forte, come spiega una giovane donna che, eletta sindaco del paese nel 1980 dichiara “Abbiamo fatto un bel rinnovamento” e ride soddisfatta.

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Roma

Verona

1952 Roma

1953 Verona

Roma

Roma

1955 Roma

1955 Roma

Roma

Roma

1955 Roma

1957 Roma

 

San Marino

Firenze

1969 San Marino RSM

1945 Firenze

San Costanzo

San Copstanzo

1940 San Costanzo (PU)

1950 San Costanzo (PU)

San Costanzo

Ancona

1950 San Costanzo (PU)

1965 Ancona

 






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