Paolo Pelizzari
La strage di piazza Loggia e l’occhio statunitense
I contenuti di questo saggio sono tratti da una più ampia ricerca finanziata dalla “Casa della Memoria” di Brescia (www.28maggio74.brescia.it), organismo (formato dal Comune, dalla Provincia e dall’Associazione dei famigliari delle vittime di piazza Loggia) impegnato nel cercar di mantenere viva la memoria sulle dinamiche dei terrorismi italiani, attraverso raccolte di documentazione, pubblicazioni ed iniziative didattico-culturali.
Gli anni Sessanta e Settanta della nostra storia furono attraversati da una significativa ondata di violenza politica comprensibile solo se si considerano le ripercussioni interne della “guerra fredda” e il peculiare stato di “blocco” della nostra democrazia durante quella fase. All’interno di quel contesto, il 1974 costituisce un momento di rottura, segnando una discontinuità importante rispetto al periodo della cosiddetta “strategia della tensione”. Apertasi con la bomba di piazza Fontana, tale strategia rappresentò nei fatti il tentativo di ostacolare lo spostamento verso sinistra del sistema politico-sociale italiano verificatosi a partire dall’inizio degli anni Sessanta. È proprio nel ’74 che una parte di quelle forze che convergeva su tale obiettivo – e che utilizzava come pedina fondamentale l’estremismo di destra – subì una battuta d’arresto. L’attentato di piazza Loggia, messo in atto il 28 maggio di quell’anno contro una manifestazione antifascista – significativamente organizzata per protestare contro le numerose violenze neofasciste perpetrate in ambito locale, oltre che nazionale –, può essere allora visto come culmine della “strategia della tensione”, momento in cui una parte delle forze in gioco uscì allo scoperto, limitando in tal modo la propria possibilità di azione.
Questo passaggio storico è particolarmente rilevante anche perché si pone come punto di snodo che coinvolge non solo gli aspetti della politica interna ma anche i decorsi della politica globale. In particolare, l’osservazione di questo nodo cruciale offre la possibilità di meglio comprendere il modo in cui le dinamiche della “guerra fredda” hanno influenzato la nostra storia nazionale. In tale ottica, assumono una particolare centralità le scelte ed i cambiamenti nella politica estera degli Stati Uniti, paese che guardava con estrema attenzione alla situazione interna del nostro paese (Gualtieri 2004, 428-449). Il 1974 si colloca nel mezzo della “grande distensione” che per un decennio caratterizzò il contesto internazionale. Oltre ad essere direttamente collegata alle profonde trasformazioni introdotte dallo sviluppo economico e dal consolidarsi di nuovi attori politici sulla scena globale, la distensione segnalò da un lato la crisi dell’approccio egemonico degli Stati Uniti e dall’altro la volontà di questi ultimi di imbastire una nuova politica estera che contenesse col dialogo le spinte sovietiche senza tuttavia mettere in discussione il bipolarismo ed il ruolo guida di Washington nel mondo occidentale. Attraverso la distensione, gli Usa volevano dunque dare forma ad un nuovo tipo di egemonia che riducesse l’impegno internazionale americano, ridistribuendolo in aree considerate particolarmente strategiche, come appunto quella del Mediterraneo e del Medio Oriente. Anche se la distensione – unita alla crisi del movimento comunista internazionale – contribuì ad attenuare in certi ambiti politici italiani l’assunto anticomunista, per l’amministrazione americana – che usò la distensione per corroborare il bipolarismo – il Pci era da mantenere lontano dall’area governativa e la Dc doveva farsi garante della stabilità interna del paese (Formigoni 2003, 271-298; Garthoff 2001).
È in questa situazione di distensione che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, prese forma la “strategia dell’attenzione” nei confronti del Pci sviluppata da Aldo Moro per stimolare nuove forme di dialogo con il maggior partito d’opposizione. Una strategia di avvicinamento al Pci che preoccupò settori democristiani, soprattutto quelli vicini a Mariano Rumor, e che venne osservata con apprensione anche dagli Stati Uniti. Qui furono soprattutto il presidente Richard M. Nixon ed il suo consigliere di sicurezza nazionale Henry A. Kissinger ad allarmarsi maggiormente e a cercare di prevenire un eccessivo avvicinamento dei comunisti all’area di governo (Andrianopoulos 1988; Del Pero 2006; Hanhimaki 2004; Isaacson 1992; Schulzinger 1989; Valdevit 1992)1. È indicativa di tale preoccupazione, per esempio, la decisione presa nel gennaio del ’70 dal presidente americano di incaricare il National Security Council di porre sotto esame la politica statunitense verso l’Italia e la Grecia. Ed è ancor più significativo che – così come appare dalle rivelazioni documentarie di Roberto Gualtieri – nel dare disposizioni rispetto alla sua volontà, Nixon avesse affermato che i neofascisti potevano essere “il minore tra due mali” (Gualtieri 2006, 176). È proprio grazie alla spregiudicatezza di quest’approccio che gli Usa riescono ad ottenere una serie di successi, a cominciare dall’elezione di Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica nel ’71 e dalla formazione del governo Andreotti-Malagodi – senza i socialisti – nel ’72 (Caretto 2004a).
Se è da tempo chiaro che dalla seconda metà degli anni ’60 alcuni settori della Cia diedero vita ad una vasta azione tesa ad ostacolare con ogni mezzo l’avanzata della sinistra a livello europeo – eloquente, a tal riguardo, l’operazione “C.H.A.O.S.” condotta dalla Cia tra il 1967 e il 1973 con l’obiettivo di infiltrare propri provocatori nei gruppi dell’estrema sinistra europea (De Lutiis 1991, 193-205) –, le ultime acquisizioni documentarie hanno fatto nuova luce sulla gestione della politica estera statunitense. Bisogna segnalare, ad esempio, che la preoccupazione di Washington nei confronti del pericolo comunista in Italia si concretizzò, tra il ’70 e il ’72, in una covert operation orchestrata da Kissinger, come dimostrano alcune documentate affermazioni dell’allora ambasciatore americano a Roma Graham Martin e i contenuti del Pike Report del ’76, rapporto del comitato parlamentare sull’intelligence del Congresso (Cipriani 2002, 461-467; Gatti 1991, 117-118; Pinzani 1995, 153-157). “L’obiettivo di Kissinger – ha scritto Gualtieri – era di favorire un ritorno alla formula centrista, ma sembra che tra i mezzi scelti per raggiungere quello scopo vi sia stato anche il sostegno indiretto a uomini e forze coinvolte nella cosiddetta ‘strategia della tensione’” (Gualtieri 2006, 177). Ulteriori acquisizioni documentarie sembrano inoltre indicare l’esistenza di una seconda covert operation dipanatasi tra il 1973 e il 1974. In particolare, nuove fonti rintracciate da Mario del Pero mostrano come Kissinger stesse sviluppando le proprie strategie politiche anche attraverso un percorso che escludeva i canali ufficiali e il Dipartimento di Stato, e continuava a coinvolgere Martin – passato all’ambasciata di Saigon – e James Clavio, suo attaché militare a Roma (Gualtieri 2006, 186-187).
Se ha poco senso sostenere che gli Usa avessero come obiettivo primario la preparazione di un golpe, è senz’altro corretto vedere nelle operazioni statunitensi nei confronti dell’Italia la ferma volontà di Washington di usare tutte le armi in loro possesso per convincere la Dc a riprendere un percorso “centrista”. D’altra parte, la disponibilità ad appoggiare e finanziare ambienti legati alla destra antidemocratica – e, soprattutto, gli esempi di ciò che storicamente la mano americana ha prodotto in altri paesi – non possono non far presumere che in casi particolarmente critici gli Stati Uniti avrebbero “tollerato” una presa di posizione golpista anche in Italia2
Per comprendere le dinamiche proprie del contesto qui delineato è naturalmente necessario tenere in considerazione che il “compromesso storico” teorizzato da Berlinguer nel 1973, sulla scia del golpe cileno, rendeva ancora più verosimile l’ipotesi di un governo a partecipazione comunista. Anche se, durante gli anni Settanta, la diplomazia statunitense non aveva potuto fare a meno di notare le diversità e, in alcuni casi, la distanza della concezione berlingueriana rispetto a quella sovietica (Fiori 2004; Gentiloni Silveri 2007a; Pansa 1976; Vacca 1987), l’idea che il progetto di apertura al Pci da tempo intessuto da Moro potesse giungere ora a compimento spaventava gli osservatori statunitensi (Scalfari 1978). Questi mantennero perciò un atteggiamento teso a contrastare i piani del leader democristiano. Atteggiamento che si manifestò in molte occasioni, come quando, in un incontro dell’agosto 1975 fra Ford, Kissinger, Moro e Rumor, i politici statunitensi respinsero con durezza i tentativi del presidente del Consiglio democristiano di fare accettare il Pci come una forza politica affidabile (Gentiloni Silveri 2001, 1007-1008). In linea con ciò, qualche mese dopo, un memorandum della Cia intitolato Italia: la situazione politico-economica agli inizi del 1976, dipingeva il governo Moro come “un ponte verso l’ignoto, perché nessuno sa cosa può esserci al di là della sua fragile e breve durata” (Gentiloni Silveri 2001, 1011-1012).
Il 1974 rappresenta allora un punto di passaggio delicato all’interno di un periodo contraddistinto da una convergenza tra Pci e Dc, convergenza che oltre ad essere contrastata dagli Usa veniva guardata con preoccupazione anche dall’URSS3. Gli attriti interni e internazionali montati in questa fase erano direttamente collegati ai timori che il nostro paese continuasse a spostarsi a sinistra e crearono un clima che condusse l’Italia fino alla tragedia dell’assassinio Moro4.
Per quanto riguarda gli eventi del 1974 – in particolare, la strage di Brescia, ma anche quella dell’Italicus e il tentato “colpo di stato liberale” di Edgardo Sogno –, allo stato attuale della conoscenza documentaria, non è possibile ricostruire collegamenti diretti con le decisioni di Washington. È però innegabile che in quella delicata fase gli Stati Uniti guardassero con particolare apprensione alla situazione di instabilità economica e politica attraversata dal nostro paese. Come appare dalla documentazione analizzata in questo studio, gli americani osservarono con preoccupazione il passaggio del referendum sul divorzio del 12 maggio. La sconfitta della Dc – vinse infatti, col 59,3%, il fronte che non voleva abrogare la legge Fortuna-Baslini del ’70, che aveva appunto introdotto in Italia il divorzio – fu percepita come un evento che, oltre a segnalare un ulteriore spostamento a sinistra dell’opinione pubblica italiana, rischiava di rendere obsoleta l’allora coalizione governativa, aprendo nuovi spazi politici al partito comunista. Alla paura per la possibile ascesa elettorale del Pci si sommò così il timore che la crisi interna, radicalizzata dall’alto livello di violenza politica allora presente nella penisola, potesse condurre ad un governo aperto alla partecipazione diretta dei comunisti. Soluzione che – come si è visto – era ampiamente contrastata dall’amministrazione americana, ed in particolare dal presidente Nixon e dal suo consigliere Kissinger.
La strategia aggressiva perseguita da questi ultimi subì però una battuta d’arresto proprio nel corso del 1974. Questa data assume infatti una valenza di svolta in relazione al cambio di strategia nella politica estera statunitense, cambio legato alla crisi dell’amministrazione Nixon. Sotto il peso dello scandalo del Watergate, che indebolì l’asse Nixon-Kissinger, gli Usa dovettero infatti ridurre la propria spregiudicatezza in campo internazionale. Sono con tutta probabilità legati a tale mutamento di rotta il crollo dei due regimi europei, quello portoghese e greco, caduti rispettivamente in aprile e nel giugno del 1974. Così come è in linea con questi sviluppi la decisione dell’allora ministro della Difesa Andreotti di sostituire – tra giugno e luglio del ’74 – il capo del Sid, generale Vito Miceli, legato all’estrema destra e coinvolto nei tentativi di golpe; di incaricare il generale Gianadelio Maletti – capo dell’Ufficio “D” del Sid dal ’71 al ’75 – di raccogliere informazioni sul tentato golpe Borghese e sulle successive vicende legate a possibili piani eversivi5; di predisporre con lo stato maggiore dell’esercito e con i servizi segreti la prevenzione dal possibile tentativo golpista del 15 agosto; di smantellare parte della rete sovversiva di destra e di denunciare il ruolo di un’internazionale terrorista con quartier generale a Parigi (Cipriani, Cipriani 1991, 184-186; De Lutiis 1998, 192 ss.; Silj 1994, 181-184). Se, in accordo con Francesco M. Biscione, si può forse “escludere che in un’ottica di lungo periodo la politica statunitense sia stata più rilevante del conflitto che ha diviso gli italiani tra loro” (2003, 71.)6, è un fatto che, come ha segnalato Nicola Tranfaglia, gli avvenimenti susseguitesi nel 1974 facciano pensare “a un mutamento parziale di strategia della Cia all’interno del blocco occidentale e dunque anche in Italia” (2002, 42-43). Un mutamento che, come indicato dalla Commissione parlamentare Stragi, coinvolse in profondità le modalità tramite cui tendeva ad espletarsi la politica estera americana nei confronti del nostro paese.
La svolta del 1974 – si legge nella Relazione della Commissione – costituisce quindi derivazione diretta di un cambio di strategia statunitense. Ciò non può meravigliare. Perché se è vero che i due blocchi in cui il mondo era diviso tendevano ad atteggiarsi come “imperi”, è naturale che scelte di politica imperiale influissero nella vita di ciascun “regno”, soprattutto se, come l’Italia, collocato in una difficile posizione di frontiera. L’obiettivo strategico non mutò: restò ferma cioè la direzione di contrasto all’espansionismo comunista; a mutare furono i mezzi, meno rozzi e più sofisticati, cui fu affidato il perseguimento dell’obiettivo. Le tensioni sociali non sarebbero state più artificiosamente acuite nella prospettiva di creare le precondizioni di un golpe o comunque di una involuzione autoritaria delle istituzioni democratiche. Nel permanere e nel consolidarsi di queste, le tensioni sociali sarebbero state soltanto, in qualche modo ed entro certi limiti, “tollerate” al fine di utilizzarne l’impatto su settori dell’opinione pubblica favorevoli al consolidamento elettorale di soluzioni politiche non eccessivamente sbilanciate a sinistra e sostanzialmente moderate (Commissione Stragi 1998, 54-55; De Lutiis 1996, XIV).
Non possono dunque essere sollevati dubbi sulla necessità di analisi che cerchino di fare chiarezza sulla posizione americana rispetto all’andamento della politica interna italiana degli anni Settanta. Certo non è facile dare forma ad un’idea complessiva sull’atteggiamento tenuto dal governo statunitense nei confronti del nostro paese, anche perché le amministrazioni Usa sono storicamente formate da una sommatoria di diverse tendenze. È noto, per esempio, che il Dipartimento di Stato ha spesso espresso una linea politica discordante da quella manifestata dagli apparati militari americani (Gentiloni Silveri 1998; Nuti 2003, 51 ss). Un altro dato che rende difficile una ricostruzione storica completa è costituito dall’esistenza di canali speciali di informazione che consentivano la trasmissione di direttive senza che si utilizzasse il percorso ufficiale. È risaputo che di fronte a situazioni considerate particolarmente delicate, la Casa Bianca poteva scegliere di interpellare l’intelligence senza informare l’apparato diplomatico – come durante il periodo che precedette il colpo di stato in Cile (Verdugo 1999; 2003) – o di dialogare con i propri diplomatici all’insaputa del Dipartimento di Stato – come nella citata presunta seconda covert operation americana in Italia.
Vale comunque la pena di entrare nel merito dell’atteggiamento americano nei confronti di alcuni avvenimenti potenzialmente in grado di turbare gli equilibri politici del nostro paese, così come appare dalla documentazione prodotta dal Dipartimento di Stato7. Durante il delicato passaggio del 1974, l’ambasciatore statunitense a Roma John A. Volpe non poté che essere particolarmente attento ai molteplici nodi che potevano modificare gli equilibri politici italiani8. In questo senso, le sue note informative tennero costantemente sott’occhio il comportamento dello schieramento comunista. Parlando dello sciopero generale nazionale del 27 febbraio del ’74, decretato dalla Federazione Cgil-Cisl-Uil, Volpe descrisse ad esempio i gruppi organizzati di comunisti presenti alla manifestazione romana come particolarmente animati, pur notando che questi erano poi stati ad ascoltare il discorso di Piero Boni – l’allora vicesegretario generale della Cgil – senza sollevare nessuna obiezione. Atteggiamento rilevato con stupore, dato che lo stesso Volpe definì “cauto e abbastanza noioso” il suo intervento9. E, in effetti, Boni evitò di esprimere conflittualità, insistendo sulla necessità che i lavoratori lottassero uniti contro i problemi dell’inflazione e della crisi energetica, monitorando in tal modo le scelte ministeriali. Nello stesso messaggio, Volpe diede rilevanza anche al discorso tenuto a Torino da Lama – segretario della Cgil – soprattutto laddove avvisava gli “elementi sovversivi” che i lavoratori erano “preparati a difendere la democrazia e l’unità sindacale con tutta la forza in loro possesso”10.
Oltre a monitorare il comportamento del Pci e del sindacato vicino a questo partito, il diplomatico americano osservò con attenzione le dinamiche concernenti l’attività della destra neofascista. In occasione dell’arresto per associazione sovversiva nei confronti dello Stato del colonnello Amos Spiazzi, per esempio, Volpe redasse una nota in cui sottolineò il collegamento tra quell’evento e l’investigazione giudiziaria in corso nei confronti dell’organizzazione della destra extraparlamentare “Rosa dei Venti”11. Il diplomatico ricordò inoltre che l’esistenza di questo gruppo estremo e del suo complotto – definito stravagante – teso ad attuare un colpo di stato fascista, era stata scoperta alla fine di ottobre, consentendo l’arresto di diverse persone a Genova, Padova e Viareggio, incluso un consigliere provinciale del Msi del capoluogo ligure. E che tale colpo di stato prevedeva l’eliminazione di una lunga lista di importanti uomini pubblici – la quale includeva anche Almirante. Volpe riferì poi che le indagini sui complotti della destra extraparlamentare, da egli stesso definite “trame nere”, stavano procedendo in molte direzioni e nei confronti di vari gruppi. A suo avviso, avendo condotto alla messa fuorilegge del gruppo d’estrema destra Ordine Nuovo, quelle indagini avrebbero potuto produrre i medesimi risultati per il movimento Avanguardia Nazionale.
Concludendo la sua nota per il Dipartimento di Stato, l’ambasciatore descrisse lo spessore e le ripercussioni di quell’evento, che era stato tra l’altro impugnato con prontezza dalla sinistra, e non solo da quella istituzionale. Evento valutato tanto più delicato in quanto lasciava trasparire un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti.
Il significato – si legge nel documento – dell’arresto del colonnello Spiazzi (apparentemente il primo arresto per sovversione che coinvolge un ufficiale militare d’alto grado sin dalla seconda guerra mondiale) è quello di stimolare la campagna della stampa di sinistra che ammonisce dell’esistenza dell’influenza neofascista e di simpatizzanti di quell’area politica nella polizia, nelle forze armate e nel ministero degli Esteri e sostiene la necessità di estirparli. I gruppi della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua stanno già spingendo oltre questa argomentazione e […] stanno sostenendo che gli intrighi della destra coinvolgano direttamente gli Usa (in questo caso, attraverso il legame dell’Italia con la Nato). L’ambasciata sta preparando un airgram report sulle attività della destra extraparlamentare e sull’accresciuta volontà del governo negli ultimi mesi di agire fermamente contro di esse12.
Naturalmente, l’ambasciata americana a Roma tenne sotto controllo anche gli sviluppi relativi al terrorismo di sinistra. In occasione del rapimento, la sera del 18 aprile, del sostituto procuratore di Genova Sossi, per esempio, Volpe notò che l’evento orchestrato dalle Brigate rosse aveva contribuito in maniera decisiva ad innalzare lo sgomento della popolazione italiana nei confronti di uno stato dell’ordine pubblico che sembrava in irrefrenabile declino, nonostante gli sforzi messi in campo dalle forze di polizia. Volpe prese in considerazione anche l’attacco dinamitardo compiuto il 21 aprile sulla linea ferroviaria Firenze-Bologna, descrivendolo come un evento che contribuiva ad aggravare la preoccupazione della popolazione italiana13. Segnalando la probabile matrice d’estrema destra dell’esplosione – la polizia stava infatti lavorando ad una pista che portava al neofascismo di Ordine Nuovo –, l’ambasciatore americano notò che questa avrebbe potuto causare un ben più grande disastro, dato che si era verificata soltanto pochi secondi prima del passaggio del rapido Parigi-Roma.
Volpe giunse poi ad esprimere le sue considerazioni conclusive sul fosco scenario della violenza politica italiana, facendo particolare attenzione a segnalare l’atteggiamento, definito strumentale, della sinistra italiana.
Il rapimento – scrisse l’ambasciatore – è diventato un’arma sempre più frequente degli estremisti politici in Italia, ma questo è il primo sequestro riuscito di un importante funzionario pubblico. La significativa reazione della polizia riflette l’irritazione e la frustrazione del governo così come la necessità di dare maggior sfoggio all’applicazione della legge di fronte all’affronto diretto contro il sistema di giustizia italiano. Il crimine [relativo a Sossi] ha imbarazzato molto i socialisti e gli altri che finora hanno perseguito una linea morbida nei confronti degli estremisti di sinistra, e che ora insinuano che il fatto sia una provocazione calcolata per causare turbolenza durante il delicato periodo del referendum, con conseguente beneficio dell’estrema destra. L’apparente coinvolgimento della destra nel fatto non collegato del sabotaggio dei binari è stato interpretato per supportare questa teoria, ma agli occhi della gente probabilmente non fa altro che rafforzare l’avversione nei confronti di entrambi gli estremismi14.
Per comprendere meglio il contesto politico italiano nel periodo precedente alla strage bresciana, è ora utile considerare il contenuto di una nota confidenziale mandata alla fine di marzo da Volpe al Dipartimento di Stato. In questo documento il diplomatico americano raccontò le sue impressioni relative ad un pranzo con Fanfani, organizzato con l’obiettivo di venire a conoscenza del punto di vista del segretario della Dc rispetto alla situazione del paese. Dopo aver sottolineato di conoscere da vent’anni Fanfani ed averlo definito il più potente e attivo attore della scena politica italiana, Volpe riportò alcune notizie fornitegli dal leader democristiano: la sua ferma volontà di mantenere unita la Dc, le difficoltà incontrate nel rapportarsi con il Psi e col suo segretario De Martino, definito poco dinamico, e la maggiore complicità riscontrata con i socialdemocratici. Interrogato sulla stabilità del governo, Fanfani aveva sostenuto la necessità di impostare una linea di cooperazione di lungo periodo fra i partiti del centro-sinistra, da pubblicizzare anche in vicinanza delle elezioni generali. Per quanto riguarda il nuovo governo Rumor, aveva definito l’inserimento di Andreotti e del leader della sinistra socialista Mancini una scelta che avrebbe portato un più ampio consenso rispetto alla precedente formula governativa presieduta dallo stesso Rumor.
Le altre informazioni riportate da Volpe si concentrano poi soprattutto sull’opinione di Fanfani in merito a due questioni spinose osservate con attenzione dall’amministrazione americana: il referendum sul divorzio e il compromesso storico proposto dal Pci15. L’ambasciatore statunitense riportò infatti che Fanfani gli aveva appalesato di temere gli effetti del referendum del 12 maggio sulla stabilità della collaborazione di centro-sinistra. Per il politico democristiano gli effetti sarebbero stati particolarmente negativi se una delle due parti avesse vinto con una maggioranza schiacciante. Questa eventualità era però considerata altamente improbabile. Fanfani parlò poi delle relazioni tra Pci e Dc.
Egli – si legge nella nota di Volpe – escluse l’idea che la Dc potesse accettare l’offerta di compromesso storico del Pci. Il referendum sul divorzio stesso lo esclude. Fanfani non crede che l’opposizione intransigente dei comunisti crescerà troppo o che danneggerà la capacità del governo in carica di governare. Egli crede che la vera risposta al Pci da parte del governo in carica sia di fare un buon lavoro, soprattutto nel contenere l’inflazione e nel dare una scossa all’economia. In quel caso, disse Fanfani, il Pci non sarebbe stato in grado di procurargli troppi problemi. […] Le osservazioni di Fanfani sui modi per rafforzare la stabilità e la longevità del governo furono di particolare interesse considerate le recenti voci riguardanti le sue intenzioni in quest’ambito. La sua proposta per un impegno elettorale dei partiti di centro-sinistra per collaborare e supportare il governo per tutta la legislatura suggerisce che egli stia pensando, almeno a parole, a soluzioni interne al contesto della formula di centro-sinistra16.
Un altro documento particolarmente interessante concerne i contenuti di una telefonata di cortesia di Volpe ad Andreotti, del primo aprile, durante la quale anche l’allora ministro della Difesa italiano espresse una serie di opinioni sull’impatto politico del referendum sul divorzio.
Durante il corso della nostra conversazione – si legge nella nota –, chiesi ad Andreotti quanto egli pensasse il governo Rumor sarebbe sopravvissuto e se si aspettasse la sua caduta repentina dopo il referendum o piuttosto la sua continuazione per un periodo indefinito. Andreotti disse che ciò sarebbe dipeso in larga misura dal grado di asprezza della campagna referendaria. Egli considerò che ci fosse una buona probabilità che il governo potesse continuare per un po’ di tempo dopo il referendum, in particolare se Rumor avesse assunto un ruolo di più ferma leadership. Anche se i comunisti e i socialisti possono giocare duro e mostrare grande preoccupazione circa l’impatto politico del referendum, il punto è che i socialisti vogliono stare nel governo e i comunisti non vogliono bruciarsi i ponti con lo stesso. Andreotti considerò che l’aggiunta di Mancini (sinistra del Psi) al gabinetto fosse di aiuto nel fornire una più estesa base politica e che questa era una delle ragioni, disse, per cui aveva alla fine acconsentito di entrare nel governo. Egli aggiunse che i socialisti erano stati molto ansiosi di inserire Mancini per dare un contributo a mantenere allineata la propria ala sinistra. Andreotti disse che l’assenza di Donat-Cattin (Dc) dal gabinetto darà al governo Rumor alcuni degli stessi problemi che egli (Andreotti) ha avuto con le critiche politiche dei leader delle “Forze nuove”. Comunque, egli sostenne che l’inserimento nel gabinetto del luogotenente di Donat-Cattin, Vittorino Colombo, come ministro della Salute, avrebbe aiutato a prevenire che la fazione “Forze nuove” causasse troppi problemi all’interno della Dc17.
Fanfani aveva poi detto che era estremamente difficile predire i risultati finali del voto, sostenendo che molti italiani, non conoscendo nemmeno il significato della parola “abrogare”, avrebbero votato a favore dell’abrogazione intendendo mantenere la legge sul divorzio, e viceversa. Per il ministro della Difesa, ad ogni modo, nessuno dei due schieramenti contrapposti avrebbe vinto con un ampio margine di voti18.
Come si è visto, e meglio si vedrà nelle pagine successive, gli Stati Uniti avevano molto a cuore la vicenda del referendum sul divorzio, considerato come un evento che rischiava di aumentare l’instabilità politica ed economica del paese e di allargare i consensi del Pci. Indicativo di tale interesse è un memorandum spedito dal Consiglio nazionale di sicurezza a Kissinger e da questi girato al presidente degli Stati Uniti. Il documento, riportato da Aldo Giannuli e Gianni Cipriani nella loro citata relazione per la Procura della repubblica di Brescia, sostenne che il risultato del referendum avrebbe avuto un forte impatto sullo scenario politico italiano, e sottolineò che la campagna allora in corso aveva già scavato un solco profondo tra i democristiani – ovviamente favorevoli alla cancellazione della legge – e i loro alleati di coalizione, socialisti, i socialdemocratici e repubblicani – sostenitori del mantenimento del divorzio legalizzato19.
La divisione nella coalizione sul divorzio – si legge nella nota – arriva in un momento in cui i partiti sono già ai ferri corti sui temi economici. La coalizione del Primo ministro Rumor è entrata in carica solo otto mesi fa, quando ai primi di marzo era caduta sulle divergenze in politica economica tra i socialisti e il Partito repubblicano. Rumor ha rapidamente messo insieme l’attuale governo, ma il rifiuto dei Repubblicani di accettare qualsiasi incarico ministeriale indica che i partiti non hanno fatto progressi nel risolvere le loro divergenze sulle priorità economiche. La coalizione di Rumor è ampiamente considerata come un rimedio provvisorio per traghettare il paese oltre il referendum sul divorzio20.
Anche in questo documento venne inoltre data rilevanza al progetto di “compromesso storico” di Berlinguer. I piani comunisti di crearsi una corsia preferenziale verso la partecipazione al governo del paese – che, secondo Kissinger, passavano anche attraverso il tentativo, poi sfumato, di Berlinguer di trovare un accordo con Fanfani per evitare il referendum e dunque lo scontro diretto tra Pci e Dc – furono osservati con preoccupazione, anche se considerati, almeno nel breve periodo, inattuabili.
È improbabile – sancì la nota – che anche una grande vittoria dei Comunisti nel referendum possa portare alla loro immediata partecipazione al governo. Le alternative più probabili sono: a) un governo monocolore democristiano temporaneo fino a quando le acque non si sono calmate; b) l’eventuale riforma della coalizione di centro sinistra (sia i democristiani che i socialisti hanno sottolineato nel corso della campagna sul divorzio la loro volontà di proseguire la collaborazione di governo; c) la possibilità remota di un governo tecnico nominato per gestire i gravi problemi economici del paese21.
Secondo Kissinger, che poteva naturalmente usufruire di un’attendibile rete di informatori, anche se i comunisti avevano scarse possibilità di avvicinarsi in tempi rapidi all’area governativa, era necessario che si monitorasse con attenzione il contesto italiano, attraversato da nervosismi che interessavano anche l’ambito strategico delle forze armate.
Elementi delle forze armate italiane – rilevò infatti il Segretario di Stato – sono probabilmente preoccupati della maggiore influenza potenziale dei comunisti, ma non stanno portando avanti alcun piano concreto di azione. Questa situazione tuttavia può cambiare se si ritiene che i comunisti siano sul punto di avere un ruolo maggiore di governo nell’immediato futuro22.
Il significativo documento era già stato citato in un articolo di Ennio Caretto per dimostrare come gli Stati Uniti, oltre a temere gli sviluppi del compromesso storico, paventassero la possibilità che in Italia prendesse forma un golpe militare (2004b). Tesi che veniva supportata dal contenuto di altri due telegrammi inviati da Volpe alla Casa Bianca a fine maggio 1974 nei quali si sosteneva che l’Italia poteva essere già più vicino di quanto si pensasse al compromesso storico e che, pur non essendoci dati certi, estremisti di destra avrebbero potuto servirsi della parata militare della festa della Repubblica per un’iniziativa eversiva (Caretto 2004b).
Il giorno della strage di piazza della Loggia, Volpe avvisò il Dipartimento di Stato che una bomba era esplosa ad una manifestazione antifascista organizzata dai tre maggiori sindacati per “protestare contro i precedenti casi di violenza apparentemente ispirati da gruppi di destra nell’area di Brescia”23. Nel messaggio, furono segnalate sette vittime – numero indicato come destinato ad aumentare24– e sessanta feriti. Volpe notò che tutte le forze politiche – compreso il Msi – avevano espresso indignazione e commiserazione per i fatti accaduti e che la Cgil-Cisl-Uil aveva organizzato uno sciopero nazionale di quattro ore per la mattinata del 29 maggio. Il messaggio, che diede rilevanza all’appello rivolto dal presidente Leone alle forze di polizia affinché profondessero il massimo sforzo per arrestare i colpevoli di quel massacro e per combattere la spirale di violenza che aveva avvolto il paese negli ultimi mesi, indicò la strage di Brescia come evento di rottura nella storia della recente violenza politica italiana, come evento con forti potenzialità destabilizzanti.
L’atto terroristico – notò il commento finale di Volpe – è il peggiore di quel tipo sin dall’esplosione della bomba nella banca milanese, nel marzo [sic] 1969. È destinato ad avere serie ripercussioni politiche, giungendo nel mezzo dei delicati negoziati tra sindacato e governo, e nel pieno della controversia sul recente rapimento del procuratore di Genova Sossi. Nonostante non sia ancora disponibile una solida prova, i media e i commentatori politici credono che la strage sia di matrice destrorsa25.
Nei messaggi successivi, Volpe riportò i dati relativi agli scontri tra militanti di estrema sinistra, estrema destra e polizia, anche se cercò innanzitutto di rassicurare il Segretario di Stato osservando che non era stata registrata nessuna grave conseguenza legata a quelle violenze, e che le forze di polizia sembravano avere la situazione sotto controllo. Per quanto riguarda la matrice della strage, Volpe ribadì che l’unanimità dei commentatori indicava i colpevoli nell’estrema destra “i cui precedenti atti di violenza nell’area di Brescia sono stati la motivazione della manifestazione in cui ha avuto luogo l’esplosione”26. Il telegramma sottolineò poi che, in un discorso al Parlamento, il ministro degli Interni Taviani aveva indicato in Anno Zero e Ordine Nero – descritti come i due giovani gruppi terroristici discendenti diretti di Ordine Nuovo, formazione di estrema destra messa fuori legge nel novembre precedente – il probabile bacino di provenienza degli esecutori della strage. Proprio considerando l’accordo unanime nell’indicare i colpevoli della strage nell’estrema destra, secondo l’ambasciatore statunitense a Roma, la tragedia di Brescia pareva non porre in pericolo immediato la stabilità del governo. Oltre a queste considerazioni, è interessante notare come Volpe desse rilevanza al fatto che “l’avvenimento di Brescia [avesse] tolto dalla prima pagina il rapimento organizzato dalle ‘Brigate Rosse’ del sostituto procuratore di Genova Sossi, nonostante l’arresto del 28 maggio a Firenze di uno dei suoi presunti leader”27. Così come è degno d’attenzione il fatto che i leader della Cisl si fossero rivolti all’ambasciatore per indicare la loro soddisfazione rispetto al pieno riconoscimento governativo della matrice di destra della strage, e per segnalare che la violenza di quella giornata era “attribuibile ai gruppi di estrema sinistra, principalmente agli studenti, piuttosto che ai lavoratori, i quali avevano osservato le richieste dei sindacati di mantenere la loro disciplina e dignità”28.
Il 30 maggio, l’ambasciatore americano a Roma informò puntualmente il Segretario di Stato relativamente all’operazione svolta dai carabinieri a Pian del Rascino, in provincia di Rieti. Nella mattinata di quello stesso giorno, rispondendo alle segnalazioni che indicavano la presenza di un campo paramilitare in quell’area, le forze dell’ordine avevano sostenuto uno scontro a fuoco con tre neofascisti delle Squadre d’azione Mussolini, uno dei quali, Giancarlo Esposti, restò ucciso. Il resoconto di Volpe notò che le ricerche attivate nella zona sembravano dare frutti interessanti, visti i ritrovamenti di armi ed esplosivi. Ritrovamenti che non avrebbero però dovuto stupire particolarmente le forze dell’ordine, dato che, come annotò Volpe, “da molti anni ci sono state segnalazioni della stampa concernenti campi paramilitari di addestramento organizzati da varie organizzazioni di estrema destra in diverse località italiane, compresa l’area tra Rieti e l’Aquila dove l’incontro di oggi ha avuto luogo”29. Le Squadre d’azione Mussolini furono poi descritte come particolarmente attive nei sei anni precedenti, implicate in esplosioni ai danni di uffici dei partiti di sinistra e di monumenti ai partigiani. Tuttavia, fu rivelata una generale mancanza di informazioni relativamente alla sua organizzazione e ai suoi affiliati. Collegando i fatti di Pian del Rascino alla strage di Brescia, l’ambasciatore statunitense concluse così che “l’azione dei carabinieri vicino a Rieti [doveva] probabilmente essere presa come un’ulteriore prova dell’esistenza di un pericolo a destra, ma anche come un’incoraggiante (e spettacolare) prova che il governo [era] in grado di gestire con sicurezza le chiare sfide a cui [erano] sottoposte le forze dell’ordine”30.
Il giorno successivo, Volpe riferì a Kissinger che gli eventi di Rieti avevano incoraggiato il governo Rumor ad intensificare i propri sforzi nella lotta al terrorismo. Il 30 maggio, infatti, il Consiglio dei Ministri aveva preso la decisione di dare forma ad un “Ispettorato generale” per la repressione del terrorismo, guidato dal capo della polizia Efisio Zanda Loy, con il compito di coordinare le operazioni antiterroristiche della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Il diplomatico americano avvertì che il Consiglio dei Ministri italiano aveva anche incaricato il ministro degli Interni Taviani e quello della Giustizia Zagari di elaborare proposte legislative ed operative, nelle loro rispettive aree di responsabilità, per combattere la violenza politica che attraversava il paese. Proposte che si credeva avrebbero condotto a possibili restrizioni dell’uso della “libertà provvisoria” da parte della Magistratura, ad aumenti della pena per il rapimento ed altri crimini violenti, ad un miglioramento nell’addestramento e negli equipaggiamenti delle forze dell’ordine, ad un ampliamento del personale operativo. Ma anche all’aumento della capacità decisionale delle stesse forze di polizia in merito alla possibilità di trattenere sospetti, e ad una riforma carceraria. Soprattutto questi due ultimi punti furono indicati come particolarmente delicati perché dovevano misurarsi con la profonda diversità d’opinione tra i socialisti e gli altri membri della coalizione di centro-sinistra, diversità che avrebbe probabilmente rimandato il raggiungimento del consenso. Evidenziando inoltre che la Camera dei deputati aveva approvato una legge – pendente sin dal gennaio del ’73 – che garantiva un aumento di cinquemila uomini, per il quinquennio successivo, alle forze di polizia, Volpe concluse la sua nota affermando che il pugno fermo contro la violenza terroristica stava fornendo al governo quella crescita di consenso necessaria per intraprendere un’azione decisa nell’ambito della legalità e dell’ordine31.
Questo primo scorcio – così come la ricognizione documentaria pubblicata nella sezione Laboratorio di questo stesso numero della rivista – mette dunque in evidenza come, in quella complicata fase della nostra storia, l’amministrazione americana fosse particolarmente attenta nei confronti di tutti quegli eventi che potevano mettere a rischio il già precario equilibrio politico italiano. È indiscutibile che, all’interno di quel quadro, si guardasse con particolare preoccupazione soprattutto alle possibili aperture politiche al Pci. In tal senso, anche le stragi e gli atti terroristici furono interpretati come elementi che potevano contribuire ad acuire l’instabilità del paese, favorendo l’accesso del partito comunista alle leve governative. Anche se i documenti citati mostrano la forte apprensione dell’amministrazione statunitense rispetto alla situazione italiana, e la consapevolezza dei diplomatici americani rispetto all’esistenza di inquietudini in alcuni settori vicini alle forze armate italiane, lo studio non contraddice la tesi generalmente sostenuta che vede nel Dipartimento di Stato un settore dell’amministrazione americana non direttamente predisposto ad appoggiare interventi antidemocratici nel nostro paese. Tuttavia, non mancano riferimenti ambigui che solo ulteriori analisi documentarie potrebbero indagare.
Uno sviluppo di tale percorso di ricerca è dunque auspicabile. Anche se è chiaro che quei documenti possono nascondere verità scomode, il nostro paese dovrà, prima o poi, decidersi a confrontarsi seriamente con quella fase di spaccatura ideologica che ha solcato in profondità la sua storia recente. Così come per gli individui, anche per le istituzioni il confronto col proprio passato costituisce infatti un passo fondamentale di maturazione, necessario se si vuole raggiungere prima la comprensione e poi il superamento di una vicenda traumatica. Per ora, tuttavia, si riscontra una generale mancanza di volontà rispetto alla possibilità di fare quel salto, dimostrata anche dallo stato di inconsultabilità in cui vengono mantenuti importanti archivi nazionali. L’atteggiamento di sostanziale indifferenza dei nostri media, pubblici e privati, rispetto ad eventi di forte richiamo ideale come il nuovo processo, apertosi da poco, sulla strage di piazza Loggia, sembra confermare tale giudizio. Il fatto che non si sia ancora pronti a fare i conti col passato ed a “scoprire le carte” su quel periodo difficile significa allora forse – o perlomeno questo è il messaggio che passa – che la “partita”, in qualche modo, non è ancora finita. Lo sviluppo di analisi documentarie – svolte appunto su carte rintracciate laddove possono essere consultate – su quel passaggio travagliato della nostra Repubblica potrebbe allora probabilmente aiutare il paese a fare un passo avanti nei confronti di un disvelamento della verità storica che è sempre inestricabilmente connesso alle possibilità di crescita di una democrazia.
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