N. 20 - Giugno 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Alberto Ventura

La composizione dei “panieri” per gli indici dei prezzi in Italia 1927-1978)





 









 



Premessa



Nel corso del XX secolo, sono stati utilizzati in Italia diversi indici originati dall’osservazione dei prezzi al dettaglio. Questi indici sono informazioni sulle variazioni della generalità dei prezzi dei beni e servizi più frequentemente acquistati dalle famiglie. Ad ogni indice, secondo un principio rimasto inalterato nel tempo, corrisponde uno specifico “paniere”, cioè l’elenco delle voci di spesa delle quali rilevare i prezzi, con l’incidenza di ciascuna di esse, raggruppate in categorie, a loro volta raccolte in classi. L’indice registra le variazioni d’insieme dei prezzi del paniere rispetto ad un periodo iniziale prestabilito, chiamato base, al quale si assegna generalmente il valore 100. La distanza dal valore 100 rappresenta la variazione dell’indice.

Si prende in genere atto con facilità dei valori degli indici, mentre è più complicato e meno consueto conoscere quali siano i presupposti che li originano. Anche intuitivamente, però, non è difficile cogliere come la scelta dei prodotti da inserire nel paniere, la loro incidenza, la ripartizione in gruppi, la numerosità delle voci possano costituire strumenti politici di definizione delle caratteristiche di un Paese. Tralasciando le questioni squisitamente statistiche, ampiamente illustrate dalle pubblicazioni e sul sito dell’Istat, si vogliono qui fornire elementi per la comprensione della storia e dello sviluppo dei panieri. La loro conoscenza contribuirà a fornire elementi alla comprensione della visione dell’Italia da parte delle istituzioni, con particolare riferimento agli anni del “miracolo economico”.



 



Gli indici dei prezzi al dettaglio



La storia degli indici dei prezzi nazionali italiani inizia nel 1927, quando all’appena costituito Istituto centrale di statistica viene affidata la responsabilità di provvedere al calcolo dell’indice del costo della vita (Icv), in sostituzione degli indici locali calcolati da alcuni grossi Comuni (Istat 1927).

Questo indice viene calcolato ancora oggi, ma ha subito numerose trasformazioni nel corso della sua esistenza. Rimasto pressoché inalterato fino alla Seconda guerra mondiale, infatti, esso fu ritoccato in modo più incisivo nel 1947, con base 1938=100 (Istat 1947). Diciassette anni più tardi fu avviata la pubblicazione di una nuova versione dell’indice, con base 1961=100 (Istat 1964, 88; 1967b).

Nel frattempo, secondo una tendenza condivisa in quasi tutte le nazioni rappresentate nelle principali organizzazioni internazionali (Ilo, Oecd, Un, Cee), anche in Italia nacque nel 1957 l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale (Nic), con base 1953 (Istat 1957).

Dal 1966 in poi, l’Icv divenne simile al Nic, e presto cambiò anche il nome, divenendo indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi) (Istat 1968a, 98); esso è basato su un paniere che costituisce parte del paniere per il Nic, e rappresenta lo schema di consumo di quella categoria di famiglie.

Per entrambi gli indici, base e paniere venivano aggiornati ad intervalli raramente inferiori ai cinque anni, fino all’attuale sistema di revisione annuale. Dal 1992 un provvedimento legislativo ha escluso dai panieri i tabacchi, cosicché gli indici nazionali sono stati calcolati sia con che senza la relativa quota.

Ai due indici si aggiunge quello, in parte diverso, “armonizzato”, che viene calcolato secondo criteri omogenei, ma non coincidenti a quelli applicati per i rispettivi indici nazionali, in tutti i paesi dell’Unione europea.

Infine nel 1951, e fino al 1998, un accordo interconfederale – tra imprenditori e sindacati – estese all’ambito nazionale il calcolo dell’indice del costo della vita valido ai fini dell’applicazione della scala mobile delle retribuzioni, il cosiddetto indice sindacale. Esso sostituì gli analoghi indici provinciali, vigenti dall’immediato dopoguerra, e fu utilizzato per il calcolo dell’indennità di contingenza (Istat 2000). Anch’esso appartiene al gruppo degli indici del costo della vita. Subì solo due aggiornamenti, nel 1957 e nel 1974, ma dimostrò, fino all’abbandono da parte di Confindustria e sindacati del meccanismo della scala mobile, una notorietà di gran lunga superiore a quella degli altri indici. A tale popolarità non corrispose però un analogo rigore scientifico nella costruzione ed aggiornamento del paniere, che risposero piuttosto ad esigenze di rappresentatività delle parti coinvolte, e non furono gestiti in autonomia dall’Istat.

Tabella I: usi degli indici dei prezzi in Italia




















































Indice

Periodo

Principali usi

Da

A

Costo della vita

1927

1945

Informazione ed eventuale adeguamento dei salari (non automatico)

Costo della vita

1947

1964

Adeguamenti automatici dei diritti previdenziali e assistenziali di numerose categorie professionali; adeguamenti dei canoni di affitto; calcolo dei coefficienti di rivalutazione della lira; calcolo dell’inflazione programmata; dal 1998 sostituisce l’indice sindacale

Costo della vita

1964

1968

Prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati

1968

Oggi

Prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale

1957

Oggi

Informazione; redditometro; adeguamento massimali RCA

Sindacale

1945

1998

Scala mobile; indennità integrativa speciale; altri adeguamenti previdenziali e assistenziali; rivalutazione nelle cause di lavoro

Armonizzato dei prezzi al consumo per i paesi dell’Unione europea

1997

Oggi

Comparazione economie europee, anche ai fini della conduzione della politica monetaria comune



Nota: Elaborazione dell’autore su dati Istat


La numerosità degli indici è condizionata dalle finalità che le istituzioni intendono soddisfare, che vanno da quella informativa su un fenomeno economico a quella di rivalutazione – automatica o meno – dell’indennità di carovita o di contingenza, da quella di elemento per il calcolo dell’inflazione a quella di coefficiente per la rivalutazione del valore della moneta (cfr. tabella 1). Ciascuno di questi indici ha una storia propria, che trae origine dalla “rappresentazione” della loro funzione da parte degli attori interessati (istituzioni, politici, sindacalisti, rappresentanze di interessi organizzate) nei periodi nei quali sono stati introdotti e dalle forme statistiche utilizzate per esprimerli.





 



Struttura dei panieri e loro trasformazioni



Anche i panieri sono strettamente connessi alle caratteristiche del gruppo di popolazione cui si riferiscono e alla realtà che intendono rappresentare. Ecco come furono scelti i prodotti e i servizi posti alla base del calcolo dei tre indici in vigore, anche contemporaneamente, in Italia.


Indice del costo della vita

Il primo indice del costo della vita, nato in tutte le nazioni in seguito alle crisi economiche successive alla Prima guerra mondiale, mirava alla difesa del potere d’acquisto dei lavoratori attraverso il controllo dei prezzi dei beni da loro consumati. Tali beni erano individuati dopo avere stabilito una spesa complessiva presumibile per una famiglia data, generalmente composta da due adulti e due o tre bambini, residente in città ed il cui reddito provenisse da lavoro dipendente. Si ritenne che un simile gruppo familiare – la famiglia da sempre costituisce l’unità di analisi in questo campo – dovesse dedicare quasi tutte le spese alla sopravvivenza, con poco spazio lasciato ad altri consumi. Per consentire i confronti nel tempo era necessario che il paniere non fosse modificato. La spesa familiare viene fin da allora ripartita in cinque classi: Alimentazione, Vestiario, Abitazione, Riscaldamento e illuminazione, Spese varie.

Nel paniere originario del 1927 e nel primo adeguamento effettuato nel 1936, si nota una evidente prevalenza delle spese per generi alimentari rispetto alle altre classi: essi costituiscono oltre 1/3 delle 53 voci elencate. La quantità di rilevazioni era ancora esigua, e oltre ai prodotti alimentari elencava soprattutto altre spese necessarie – o quasi – alla sopravvivenza, indicate in modo perentorio. In pochi casi (pane, baccalà, formaggio) era permesso ai rilevatori prendere in considerazione varianti locali, rivelando alcune differenze “tradizionali” fra le abitudini alimentari lungo la penisola. Per i capitoli Abitazione e Riscaldamento e luce, e in seguito anche per il capitolo Vestiario, si tenne conto di liste di consumo, rimaste a lungo immutate e misurate su indicazioni locali (Istat, 1927).

La scelta di individuare un paniere da applicare in tutta Italia era politica, e tendeva ad unire l’intero territorio in consuetudini univoche, malgrado l’autorevole presidente dell’Istat, Corrado Gini, consigliasse da tempo di tenere in adeguata considerazione le differenze ambientali. Forse anche per questo, oltre che per il disimpegno del governo rispetto a stanziamenti e personale per l’Istat (Marucco 1996), non conservò l’amichevole confidenza che Mussolini gli aveva accordato finché, nel 1932, lasciò la presidenza dell’istituto.

Secondo le indicazioni del paniere la famiglia-tipo italiana avrebbe avuto bisogno, per esempio, di ben 6 paia di scarpe all’anno, nel 1927, 2 sole delle quali per i tre figli (nel 1936 si contano invece 4 paia di scarpe per bambini); ogni anno avrebbe poi utilizzato ben 20 bicchieri, o 10 chilogrammi di fogli protocollo. Riguardo ai servizi, ciascuno dei cinque familiari avrebbe, in media, acquistato 292 biglietti del tram, anche se è probabile che almeno la metà fosse riservata al padre per recarsi al lavoro; ogni gruppo familiare avrebbe inoltre pagato dieci visite mediche, mentre il capofamiglia avrebbe sostenuto spese variabili per l’iscrizione al sindacato e per le assicurazioni sociali.

Il capitolo Vestiario comprendeva i tessuti necessari per la confezione di abiti e biancheria, riservata alla famiglia ed ai servizi di sartoria su misura. Tutto il vestiario e la biancheria (personale e per la casa) erano rappresentati da rilevanti quantità di tessuti: madapolam, tovagliato, lana in matasse, cotone per calze, drap, cheviottes e gabardine, nella totale assenza di generi diversi da quelli destinati alle necessità di base. Vengono poi qualificate come spese varie le altre uscite della famiglia, come le scarse spese mediche, rappresentate da pochi medicinali naturali, quelle scolastiche, consistenti in qualche articolo di cancelleria, quelle per i trasporti. Non vi è traccia di trasporti privati, né di beni come la radio o la bicicletta. Non c’è spazio nemmeno per prodotti quasi sempre presenti in questo tipo di rilevazioni, come il tabacco e il sapone, o a servizi minimi, come il barbiere. Il vino vi compare come prodotto alimentare e non come bevanda alcolica. L’alloggio è di almeno tre stanze, la dimensione ritenuta media per l’abitazione delle famiglie operaie residenti nei principali centri urbani. Si applicò il principio di limitare il numero di generi elencati, nella convinzione che essi fossero sufficienti a rappresentare anche la dinamica dei prezzi dei beni e servizi non considerati.

Il paniere del 1927-1936 risentiva della mancanza di elementi quantitativi sulla struttura dei consumi della popolazione, in particolare delle indagini sui consumi delle famiglie (Barberi 1961). Non si comprendeva in che misura la parte dei panieri eccedente le spese per l’alimentazione fosse basata su apposite indagini (Cao-Pinna 1940), ed è presumibile un alto grado di discrezionalità guidato da scelte arbitrarie da parte dei compilatori.

La situazione rimase invariata fino al 1947, quando fu pubblicato il nuovo paniere per l’indice del costo della vita. Esso, pur essendo stato realizzato in un periodo di instabilità istituzionale e dovendo tenere conto di una situazione giuridica in continua trasformazione (Istat 1947), rimase attivo fino al 1964, quando si cominciò a pubblicare l’Icv con base 1961. L’indice del 1947 venne formulato con gli stessi criteri di quelli precedenti, e venne definito persino inattendibile (Alberti 1957), perché i consumi della famiglia tipo continuavano ad essere determinati non statisticamente, ma considerando le sue esigenze energetiche, la disponibilità nazionale per alcuni prodotti e presumendo la diversità delle consuetudini alimentari fra le tre zone geografiche dell’Italia. Le condizioni del momento costrinsero addirittura i rilevatori, ai fini della completezza delle rilevazioni e dei calcoli, a definire realisticamente per i generi a prezzo amministrato (pane, pasta, olio, zucchero) anche una quota del prezzo medio mensile dovuta al mercato nero, fuori tessera annonaria.

Questa versione del paniere definiva il bilancio alimentare della famiglia sulla base della scala di Lusk, che fissa i coefficienti da applicare per calcolare il bilancio energetico, le necessità caloriche delle persone a seconda del sesso, dell’età, della presunta attività fisica giornaliera. Ad ogni unità di consumo – quindi per esempio all’operaio capofamiglia, fu assegnato un fabbisogno di 2.600 calorie giornaliere. Gli altri componenti della famiglia, madre e ben tre figli di 10, di 7 e di meno di 3 anni di età, consumavano quote proporzionalmente minori in ragione della loro diversa corporatura, del sesso, e delle più ridotte esigenze energetiche. Al capofamiglia, ad esempio, si imputava una dieta media giornaliera composta da quasi 4 etti di pane, 1,5 etti di pasta o riso, 6,5 grammi di conserva di pomodoro, 120 grammi di patate, 40 grammi di fagioli, mezz’etto di carne bovina, 17 grammi di pesce, un bicchiere scarso di latte e altrettanto vino (mezzo litro al giorno per tutta la famiglia), 1 uovo ogni 3 giorni, 34 grammi di burro o lardo, 2 grammi di zucchero, 1 grammo abbondante di sale, 2,6 etti di ortaggi e 1,7 etti di frutta fresca.

Tra le spese per l’abbigliamento si cominciarono a introdurre gli articoli confezionati, per il momento solo le calze, mentre si elencavano soprattutto tessuti, materia prima per le lavorazioni decise o eseguite in casa, suddivisi per qualità merceologica. Poiché era previsto l’acquisto di 0,20 paia di scarpe all’anno, si può affermare che esse sarebbero state comprate nuove ogni cinque anni. Riguardo alle calze, invece, era previsto l’acquisto di un paio all’anno per uomo, ragazzo e bambino, mentre per le calze da donna, forse più delicate, si arriva alla quota di 1,20, e quelle per ragazza raggiungono solo 0,80.

Le spese varie erano integrate da diverse voci non considerate in precedenza: inchiostro, sapone, dentifricio, pentolame, scope, lamette, lucido da scarpe, sigarette, barbiere. Si prevedevano quote annue di 12 chili di sapone da bucato, 1,5 chili di sapone da toletta e 6 tubetti di dentifricio. Insieme alla soda, al cotone idrofilo, alla tintura di iodio e all’olio di ricino completavano le spese per igiene personale e della casa. Il capofamiglia, in un mese, consumava 2 lamette e ricorreva una volta al servizio del barbiere. Con 6 scatole di crema per calzature si lucidavano le scarpe di vitello al cromo, un pacchetto di sigarette era consumato in 2 giorni e mezzo; rispetto al paniere del 1927, erano più che dimezzati i viaggi in tram o filobus, mentre rimanevano solo 3 visite mediche all’anno, contro le 10 previste in precedenza.

Il metodo di definizione dei prodotti dei quali rilevare i prezzi, basato su gradi di dettaglio via via più particolareggiati, è quello utilizzato per tutte le rilevazioni dei prezzi al minuto. In più, esso comprendeva allora anche indicazioni sulle marche di alcuni prodotti: cucirini 3 Cerchi, sapone da bucato Mira-Lanza, lamette Tre Teste, sigarette Nazionali, senza considerare casi dubbi riguardo alla proprietà e alla gestione dei marchi come la Soda Solvay e il sapone da toletta “tipo” Lysoformio.

La successiva versione dell’Icv fu avviata nel 1964, in seguito al lavoro di un’apposita commissione di studio, che applicò le teorie ormai affermate per la formazione del Nic. Il paniere Icv fu da allora in poi costituito da una parte dell’ampio paniere Nic. Solo fra il 1967 e il 1978 si cominciarono ad elencare prodotti come il ciclomotore, l’automobile, la radio, il televisore, il frigorifero, la lavatrice, la lavastoviglie, o servizi come il telefono. Evidentemente, fino ad allora non erano ritenuti sufficientemente diffusi tra fra le famiglie di operai e impiegati.


Indice sindacale


Il paniere – allora chiamato “pacchetto” – per l’indice sindacale venne formato fra il 1949 e il 1951 in seguito ad una trattativa fra le parti sociali che di rado poté basarsi su solidi dati statistici: esso fu il risultato di un compromesso fra gli esperti statistici, i rappresentanti dei sindacati e quelli dei datori di lavoro.

Della redazione del paniere sindacale si occupò infatti un’apposita commissione, istituita assicurando la rappresentanza delle categorie interessate al costo della vita. Durante le riunioni della commissione plenaria e delle sottocommissioni create per la discussione sui singoli capitoli di spesa, la ricerca e l’individuazione delle soluzioni si basarono in larga misura su interessi ed esigenze diverse che sfociavano in trattative che avevano ben poco riscontro nei dati ufficiali disponibili. Ad esempio, nella discussione in merito al numero di calorie necessarie all’alimentazione di un operaio, dato necessario per fissare l’elenco dei prodotti alimentari acquistati dalla famiglia tipo, i rappresentanti della Cgil e della Lcgil sostennero la quota di 3.000 calorie non su base documentale, ma “per meglio andare incontro alle necessità dei lavoratori” e “per non deludere l’aspettativa dei lavoratori stessi al riguardo”1. Il capitolo dell’alimentazione venne, alla fine dei lavori, licenziato con una valutazione dei consumi che utilizzava valori diversi nelle tre grandi ripartizioni geografiche (Italia settentrionale, centrale e meridionale), criterio contestato dai sindacati perché sembrava tendere a perpetuare la dieta e le abitudini povere degli operai del sud2. Il risultato fu che i componenti della famiglia tipo avrebbero consumato circa 2.500 calorie giornaliere a testa, corrispondenti a 3.000 calorie per unità di consumo, rispetto alle 2.600 del 1947 e alle 2.800 del periodo prebellico. Questi valori erano attribuiti ancora sulla base della scala di Lusk, che attribuiva ai quattro componenti della famiglia tipo individuata 3,36 unità di consumo (rispettivamente 1,00 al capofamiglia, 0,83 alla moglie e al figlio più grande, 0,70 al figlio piccolo).

Il nuovo bilancio alimentare prevedeva che il 12% delle calorie provenissero da proteine, il 20% da grassi e il 68% da carboidrati. Queste quote erano assicurate, per citare le voci più consistenti, da un consumo mensile di 42 chili di pane (cioè oltre 4 etti al giorno per unità di consumo), 18 chili di pasta e riso (quasi 180 grammi al giorno), 40 chili di verdura, il solito uovo ogni tre giorni, il solito mezzo litro di latte per tutta la famiglia, un quartino di vino per unità di consumo tutti i giorni (Istat 1952).

La scelta delle voci di spesa derivava da un confronto fra ipotesi e valutazioni presentate dai commissari e scaturiva dal gioco dei diversi attori. Ad esempio, la durata media degli articoli di vestiario, unanimemente considerato il metodo più opportuno per fissarne le quantità, era determinata esclusivamente sulla base dell’intuizione dei commissari o delle loro indagini volontaristiche. Essi infatti concordarono di fissare in 4 anni la durata media di un paletot, attribuendo quindi 1/4 del suo costo al bilancio annuale3, e per gli abiti da ragazzo si accordarono su una durata pari a quelli dei genitori, perché ai ragazzi potevano essere adattati all’occorrenza anche gli abiti smessi dagli altri componenti della famiglia4. Ancora più esplicita riguardo al confronto fra pareri diversi e alla determinazione delle quote di consumo fu la discussione sul quantitativo di sapone da bucato da attribuire alla famiglia tipo: ciascun membro della commissione svolse una piccola indagine presso un anomalo campione costituito da famiglie di amici e conoscenti, dalla quale risultarono differenze del 100% nei risultati5, finché si giunse a un accordo di compromesso6 . Si scelse di non elencare alcuni articoli di vestiario confezionati, già abbondantemente presenti sul mercato, sostituendoli con le rispettive telerie, cercando di mantenere inalterata la spesa ipotizzata7; la spesa per acquistarle era ritenuta rappresentativa anche dei vestiti e della biancheria per la casa. Dopo appena due anni dalla pubblicazione del paniere per l’Icv del 1947, mentre i consumi alimentari risultavano quasi identici, altre quote vennero triplicate, come accadde al sapone da bucato, che da un consumo di 12 chilogrammi (oltre a 1,5 chili di sapone da toletta) definito nel 1947 passò a 40 chilogrammi all’anno per famiglia, rappresentativi anche delle saponette, e al dentifricio, che passò da 6 a 15 tubetti, comprensivi dell’incidenza del consumo di spazzolini8 . Sempre in ossequio al principio della rappresentatività, e senza alcun commento, la spesa annua per 120 francobolli era ritenuta rappresentativa anche del canone radiofonico e delle spese telefoniche9. Allo stesso modo, tra i commissari ci fu chi propose che riferirsi alla spesa per l’acquisto del vocabolario Melzi e dell’atlantino De Agostini fosse sufficiente a rappresentare le variazioni dell’insieme di tutte le spese scolastiche10. In merito, la decisione finale fu di considerare qualche elemento in più, anche se le due pubblicazioni rappresentarono la quota maggioritaria delle spese scolastiche11.



Il principio della definizione di una spesa e di una quantità di consumi adeguata alla famiglia si avvicina alla nozione di costo minimo della vita, e a quella conseguente di salario minimo, entrambe esposte a numerose critiche in ragione della difficile applicazione pratica. Anche in Francia, dove il livello del salario minimo interprofessionale fu sancito per legge, non si andò oltre la sua istituzione come semplice quota politica di riferimento.

Inoltre, i criteri adottati per la stesura del paniere sindacale appaiono assai approssimativi, perché si trascurarono buona parte delle voci di spesa familiari, e furono assegnati alle unità di consumo valori spesso casuali e non dimostrabili. Questa scelta era però accettabile in presenza di una limitata propensione al consumo di beni e servizi non essenziali, della limitata disponibilità per un ampio settore della popolazione di generi diversi da quelli vitali, e finché il numero dei beni che si ritenevano necessari rimase piuttosto basso. Questo criterio presuppone fra l’altro che un gruppo di studiosi stabilisca la liceità delle scelte di consumo del gruppo più ampio (e generalmente più povero) di popolazione, con la tentazione di valutarle da un punto di vista etico.

I verbali mostrano come la redazione del paniere sindacale scaturì da una siffatta impostazione, sulla quale intervenne il compromesso fra le richieste delle parti rappresentate nella commissione, più forte degli standard statistici.

Il paniere sindacale subì numerose critiche innanzitutto perché restò quasi immutato, in un periodo di grande sviluppo dei consumi privati. Anche i suoi limitati aggiornamenti non tennero in considerazione la tendenza dell’epoca, che era quella di misurare i consumi effettivi della popolazione attraverso le indagini sui consumi delle famiglie. Il sindacato difese la struttura del paniere sindacale, che riservando grande importanza ai consumi essenziali lo rendeva più sensibile alle esigenze dei ceti meno abbienti. Ma nel corso degli anni ’80 la scala mobile, limitata negli effetti dalla predeterminazione del valore massimo dell’indice, perse la sua importanza, fino ad essere abbandonata di fatto nel 1992, e abrogata nel 1998 (Legge 27 dicembre 1997, n. 449, articolo 54, comma 12).


Indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale

Per comporre il paniere per il Nic del 1957, e per l’aggiornamento del paniere Icv, si applicò un nuovo metodo, che non considerava più un gruppo di beni e servizi immutabili e riferiti ad una compagine familiare di precise caratteristiche. Grazie alle prime indagini sui consumi delle famiglie (Istat 1960), si risalì ad un congruo numero di prodotti che, insieme, fossero rappresentativi di tutti i consumi osservati sul mercato. Tra questi, andava riducendosi l’incidenza riservata a beni e servizi essenziali, cioè quelli relativi all’alimentazione e al vestiario, mentre si andavano specializzando i consumi un tempo raccolti genericamente tra le Spese varie. Più complesso era il caso degli affitti, sui quali influivano le diverse disposizioni che ne limitavano il valore ufficiale. Sorsero così nuove classi di spesa, alcune delle quali in rapida crescita a scapito delle spese essenziali, riguardanti: Igiene e salute; Arredamento, utensileria e servizi per la casa; Trasporti e comunicazioni; Ricreazione, spettacoli, istruzione e cultura. Al loro interno, ulteriori suddivisioni in categorie e voci di prodotto descrissero in maniera progressivamente più precisa le caratteristiche dei prodotti e dei servizi considerati.

Era l’affermazione di un nuovo criterio, ben descritto dall’ex Direttore Generale dell’Istat, Benedetto Barberi (1961), che contando su una prospettiva e su conoscenze ampie e aggiornate, distinse ed elencò tre tipologie generali di consumi: primari, secondari e terziari. Secondo questa interpretazione, che solo pochi decenni prima sarebbe stata avulsa dalla realtà, egli elencò nel primo gruppo i consumi che più si avvicinano alla regola del primum vivere: alimentazione, bevande e tabacchi; abitazione, riscaldamento, energia elettrica, acqua; vestiario; beni non durevoli di uso domestico. Del secondo gruppo fornì la composizione senza ulteriori commenti: mobili e beni durevoli di uso domestico; igiene e salute; servizi personali. Incluse poi nel terzo le spese di relazione fra i membri della collettività: ricreazione e cultura; trasporti e comunicazioni; alberghi e pubblici esercizi; altre spese voluttuarie. Oltre a ripartire la spesa familiare – in particolare le spese varie – in modo più raffinato, egli descriveva la strada intrapresa dall’Istat individuando gli elementi che le famiglie italiane potevano cominciare ad apprezzare, allontanandosi da uno stile di consumo basato sulle spese essenziali.

Il nuovo paniere si basava inoltre sulla spesa attribuita ai consumi privati nel bilancio nazionale, e anche i prezzi rilevati consigliavano le eventuali correzioni dell’incidenza di prodotti, categorie e classi, sul consumo totale, consentendo quindi in teoria la dinamicità del paniere, che poteva essere adeguato alle variazioni degli schemi di consumo. Una nozione, quest’ultima, che ha senso solo calata in una realtà di disponibilità di beni e servizi, di mobilità sociale, di incremento della prosperità economica, di propensione al consumo che ecceda la quota di sopravvivenza.

Dal 1957 al 1978 le trasformazioni riguardarono la composizione del paniere e i pesi assegnati ai prodotti che lo componevano. Il paniere era costituito da un campione rappresentativo della gamma dei consumi e delle spese sostenute dai consumatori. Il Nic mostrò immediatamente un aumento considerevole dei prodotti presi in esame, che oggi sono quasi un migliaio. Quello relativo alle famiglie di operai e impiegati consisteva di circa 190 voci e quello sindacale ne contava una novantina. Nel periodo considerato sono state pubblicate 4 versioni del paniere per il calcolo del Nic, e in ciascuna di esse varia il numero di beni considerato (Tabella 2).


Tabella II: numero di voci elencate nei panieri























































1953 = 100

1966 = 100

1970 = 100

1976 = 100

Generi

tutti

alimentari

tutti

alimentari

tutti

alimentari

tutti

alimentari

Classi

10

1

9

1

9

1

8

1

Categorie

38

10

45

12

45

12

48

13

Prodotti

267

53

256

58

273

70

525

141


Nota: Elaborazione dell’autore su dati Istat.


I cambiamenti registrati nel corso del tempo nella composizione del paniere Nic danno atto di un progressivo allontanamento dai consumi di una società povera. Poco alla volta, ridussero il proprio peso e poi sparirono dal paniere prodotti come per esempio il baccalà o i legumi secchi per i generi alimentari, i tessuti per abiti e biancheria (personale e da casa), i rozzi medicinali inizialmente inseriti nei panieri Icv.

Al contrario, i nuovi consumi della popolazione italiana guadagnarono spazio nei panieri Nic, sebbene con un certo ritardo rispetto alle trasformazioni individuate dalle indagini sui consumi delle famiglie.

Così, la lista dei prodotti alimentari si arricchì, mentre scemava l’incidenza del capitolo dell’alimentazione rispetto al complesso delle spese. Innanzitutto guadagnò sempre più spazio la carne, mentre sul finire degli anni Sessanta entravano nel paniere banane, pesche, carne di cavallo, cipolle, carciofi, l’aceto confezionato, i pomodori pelati in scatola, la margarina, l’acqua minerale e i succhi di frutta. Negli anni Settanta fecero ingresso i surgelati (pesce e ortaggi) e altri importanti prodotti industriali: pane per toast, fette biscottate, biscotti salati (i crackers), pasticceria industriale (le cosiddette merendine), pasta all’uovo, pasta e risotti precucinati, alimenti dietetici, carni surgelate, carne in scatola, prosciutto cotto, pesce pronto per la cottura, latte parzialmente scremato, condensato, in polvere, yogurt, formaggini, olio di arachide, frutta sciroppata, omogeneizzati, conserve vegetali, gelati, maionese, bevande di succhi di frutta e bevande di essenze (le normali bibite), vermouth.

Ancora una volta la classe dell’alimentazione era la più precisa nel seguire gli stili di consumo degli italiani. Ma altre classi di spesa furono interessati da fenomeni simili, legati alla progressiva riduzione e sparizione di prodotti rappresentativi di un’epoca di povertà e all’arrivo di altri generi assai più rappresentativi di un’economia in arricchimento. Poco alla volta, apparvero camicie, canottiere, maglie confezionate, calze di nylon, guanti, cravatte, sottoveste, abiti confezionati (prima solo per uomo, più avanti anche per donna), pantaloni, giacca, cappotto per ragazzo e da donna, tailleur, tuta da ginnastica, pigiama, reggiseno, guaina, collant, vari articoli per neonati, pullover, sciarpa, cintura, bretelle. Si dovrà invece attendere fino al 1987, con il paniere basato sui consumi del 1985, per trovare nel paniere Nic i blue-jeans, i “calzoni di tela d’oltreoceano” un tempo rappresentativi della devianza giovanile (Piccone Stella 1993).

Il percorso della categoria riservata agli elettrodomestici descrive con chiarezza gli atteggiamenti del mondo istituzionale nei confronti delle novità socio-economiche. Essi erano presenti nel 1957come voce generica e la sola distinzione per radio e televisore, che dal 1967 divennero articoli a carattere ricreativo e culturale. La stessa edizione del paniere vedeva invece già presenti gran parte degli apparecchi elettrodomestici, sui quali l’industria italiana aveva basato il proprio lancio e le famiglie la propria “completa estrinsecazione delle facoltà creative” (Fabris 1971): ferro da stiro, scaldabagno, frigorifero, lavatrice, lucidatrice, lavastoviglie, aspirapolvere, frullatore e tostapane. Nel 1978 gli elettrodomestici rappresentavano appena lo 0,8% della spesa totale, e la lavatrice era ancora l’acquisto più costoso. Malgrado la grande visibilità dei prodotti elettrodomestici, la categoria più importante della classe riservata agli articoli domestici era sempre quella dei mobili; il tavolo da cucina era nettamente l’oggetto più importante, fino all’avvento dell’armadio guardaroba che nel 1978 rappresentava ben oltre la metà dell’incidenza dei mobili (0,94% sul totale del paniere, cioè più dell’insieme di tutti gli elettrodomestici).

Altri prodotti innovativi, aggiunti al paniere Nic negli anni Settanta, furono le pentole smaltate, antiattaccanti, in vetro refrattario, il passaverdura, la caffettiera, il thermos, il catino, la scatola per frigorifero in plastica, il tubo fluorescente al neon, ma anche i numerosi tipi di detersivi: per lavatrice, per bucato a mano, per biancheria delicata, per lavastoviglie; e gli altri prodotti per le pulizie: cera per pavimenti, insetticida, lucido da scarpe; carta igienica, spazzola per abiti, mollette per panni, guanti di gomma.

L’espansione si fece davvero ragguardevole per le voci di spesa per gli articoli sanitari, la cui incidenza quadruplicò nel corso degli anni. Il paniere Nic del 1957 è il primo a inserire un vero medicinale: l’Aspirina. Poco alla volta, si cominciarono ad elencare purganti, antibiotici, antipiretici, ricostituenti, insieme agli articoli sanitari: termometro, alcool denaturato e cotone idrofilo. Ad essi vennero associati anche i cosmetici, finché nel 1978 si verificò il boom: tra i medicinali vennero elencate 17 specialità che davano luogo a 128 rilevazioni (oltre 1/8 del totale). I prodotti farmaceutici compresero anche cerotti, garze, siringa e vari oggetti per neonati. Comparvero gli occhiali da vista e gli accertamenti diagnostici (analisi del sangue e delle urine, radiografie e colicistografia). Comparve infine improvvisamente una rilevante categoria Cure in ospedali e cliniche (5,47% sul totale del paniere), composta solo dalle voci Retta in clinica privata e Trasporto in ambulanza, che nella revisione successiva con base 1980 venne brutalmente ridimensionata (allo 0,38% del totale), probabilmente per effetto della riforma sanitaria.



 



L’ampiezza dei panieri e la ponderazione




Come si è accennato, inizialmente e per lungo tempo i panieri per gli indici dei prezzi erano costituiti da cinque raggruppamenti di spesa e da uno scarno elenco di beni e servizi; esso, fino al 1957, non superò mai la novantina di voci, anche perché intendeva fare riferimento ai consumi di parti di popolazione di scarso reddito e analoga capacità di spesa. Tali consumi venivano fissati sulla base di stime e intuizioni degli studiosi, mancando – tranne che per l’alimentazione e il tabacco – indagini preparatorie approfondite.

La tendenza del dopoguerra, ben rappresentata dal sorgere del Nic, portò soprattutto dopo il “miracolo economico” a ridurre l’importanza degli indici destinati a misurare le variazioni dei prezzi dei beni e servizi acquistati dalle famiglie meno abbienti, ed i panieri divennero sempre più ricchi. Oggi sono elencati circa un migliaio di beni e servizi.

Da un punto di vista matematico, ciò consente di limitare i possibili effetti distorsivi di aumenti squilibrati di alcuni prezzi. Però questa circostanza riduce anche l’influenza concreta di quegli stessi aumenti, che sono proprio quelli dei quali oggi tanto si discute e hanno dato luogo alla categoria dell’inflazione “percepita”. Gli acquisti della media nazionale sono diversi sia da quelli dei ceti più ricchi, sia da quelli della parte di popolazione più disagiata, di cui non è chiaro – e tanto meno lo era allora – il grado di influenza nella formazione del paniere.

Oltre alla consistenza numerica delle voci che compongono il paniere, ha grande importanza il “peso” ad esse attribuito, cioè l’incidenza sulla spesa complessiva. Il paniere – voci di spesa e relativa ponderazione – viene creato ed aggiornato innanzitutto in base alle indicazioni fornite dalla contabilità nazionale, che considera imputazioni e ripartizioni delle spese affatto diverse da quelle dei panieri. In seguito vengono considerate altre indagini dell’Istat, a cominciare da quelle sui consumi delle famiglie, e se necessario anche ulteriori indagini statistiche. Naturalmente, l’aumento delle voci conduce anche alla riduzione della loro incidenza percentuale, e la ponderazione è resa sempre più difficoltosa.

L’accrescimento del dettaglio merceologico e di marchio facilita la pratica di manipolare gli indici attraverso la considerazione di beni molto particolari, come quelli a prezzi amministrati, senza influire sul calcolo del costo della vita ufficiale. Ad esempio, nel 1969 in Italia l’aumento delle sigarette non riguardò le Nazionali, unica marca compresa nel paniere sindacale; in modo analogo, negli anni Cinquanta il governo francese aumentò il costo dell’energia elettrica grazie ad un rincaro del canone dei contatori, assente dalle rilevazioni, mantenendo invariato il prezzo al consumo dell’energia, inserito invece nel paniere (Cassone, Marchese, Scacciati 1977; Lungarella 1981).

Quando invece i panieri comprendevano poche voci, le esclusioni ed inclusioni di alcune spese particolari, o gli aumenti di prezzo di generi importanti compresi o meno nel paniere, avevano il significativo potere di alterare il dato conclusivo. Sarebbe ozioso dedicarsi ad una disamina dell’opportunità dell’inserimento di singole voci, ma è chiaro che comprendere nell’ormai amplissimo paniere – come avviene dal 1978 – sia spese che tutti sostengono, sia spese che per entità o per mentalità non sono alla portata, ad esempio, dei “nuovi poveri” conduce a sopravvalutare le incidenze molto basse e a eliminare variazioni violente dell’indice complessivo, tranne in casi estremi come i notissimi rincari degli anni ’7012.

I paesi che per primi fecero uso delle indagini sui consumi delle famiglie, la Svezia e il Regno Unito, furono anche i primi – insieme alla Francia – ad aggiornare annualmente i panieri seguendo tempestivamente le trasformazioni degli schemi di consumo. Indici e panieri riferiti alla capacità di spesa di varie categorie di popolazione – con particolare riferimento a quelle indigenti – vennero quasi ovunque abbandonati perché scarsamente attendibili da un punto di vista statistico. L’Istituto federale di statistica tedesco, tuttavia, fino al 2000 continuò a servirsi solo dell’indice del costo della vita, con panieri e indici riferiti a tre tipologie di famiglie distinte per composizione e reddito. Ciò non impediva di utilizzare le indagini sui consumi delle famiglie per determinare gli elementi e la ponderazione del foltissimo paniere.



 



Considerazioni conclusive






Gli indici dei prezzi ed i panieri che ne costituiscono la parte più caratteristica sono strumenti che acquistano importanza e sono compresi dalla popolazione a condizione che siano utilizzati per scopi chiari. La loro popolarità li rende utili alle istituzioni sia nel legittimare strategie politiche, sia nel raffigurare la struttura sociale del Paese.

L’indice sindacale, così vago da un punto di vista statistico da non essere nemmeno pubblicato dall’Istat, ma solo “consegnato” alle parti sociali, era il più noto e discusso proprio perché incideva concretamente sui salari, attraverso il meccanismo della scala mobile, seppur basato su un paniere repentinamente invecchiato.

Il Foi è popolare perché, ormai eliminato l’indice sindacale, è quello che meglio misura l’inflazione, viene mensilmente presentato alla stampa, è al centro dei dibattiti più agguerriti. Il Nic, oltre ad essere stato il primo a basarsi sulle indagini sui consumi delle famiglie, è oggi significativo per l’ampiezza delle voci di spesa considerate e per la copertura della popolazione di riferimento, che consiste appunto nell’intera collettività nazionale. Il paniere è costruito per entrambi su uno stile di consumo “medio”.

Oggi non esiste un indice che porti verso la protezione dei ceti meno abbienti, o quanto meno ne mostri in modo chiaro e semplice le difficoltà, che era la principale preoccupazione per i filantropi di un secolo fa. Anche questa circostanza, e la polemica che spesso ne scaturisce, richiamano l’attenzione su quanto la definizione, la scelta e l’uso di determinati indici siano dovuti a decisioni di natura prevalentemente politica, alle quali la statistica viene ricondotta.


 


 


Cronologia


 


1927:               primo Icv e primo paniere, base prima 1926, poi 1928=1

1936:               primo (minimo) aggiornamento del paniere, senza cambio base

1947:               nuovo Icv, base 1938=1

1951:               indice sindacale nazionale e paniere

1953-54:          indagine sui bilanci delle famiglie non agricole

1957:               primo Nic con il nuovo paniere

1957:               aggiornamento della ponderazione del paniere sindacale

1963-64:          indagine sui bilanci delle famiglie italiane

1964:               nuovo Icv, base 1961=100, con nuovo paniere (non pubblicato)

1967:               aggiornamento Nic e Ipc, base 1966=100

1968:               nuova denominazione Foi sostituisce Icv

1968:               indagine sui consumi delle famiglie, annuale

1971:               aggiornamento Nic e Foi, base 1970=100

1973:               in luglio, blocco dei prezzi fino giugno 1974

1974:               aggiornamento della ponderazione del paniere sindacale

1975:               accordo Confindustria-Sindacati per l’unificazione del punto di contingenza

1977:               completamento dell’unificazione del punto

1978:               aggiornamento Nic e Foi, base 1976=100

1981:               aggiornamento Nic e Foi, base 1980=100

1982:               disdetta dell’accordo del 1975 sulla scala mobile

1983:               predeterminazione dei punti di scala mobile

1987:               aggiornamento Nic e Foi, base 1985=100

1992:               fine della scala mobile

1992:               esclusione dei tabacchi dai panieri

1994:               aggiornamento Nic, base 1990=100

1994:               aggiornamento Foi, base 1989=100

1994:               aggiornamento Foi, base 1992=100

1997:               aggiornamento Nic e Foi, base 1995=100

1998:               legge di abolizione dell’indice sindacale

1999:               applicazione del metodo del concatenamento (base rinnovata ogni anno)


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Autore Ventura Alberto
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