Wilko Graf von Hardenberg - Kristiina Korjonen-Kuusipuro - Viktor Pál
La storia ambientale nell’era dei problemi ecologici globali
In questo articolo verranno presentati quelli che riteniamo essere i temi di ricerca più avanzati e stimolanti dell’attuale storia ambientale, attraverso un’analisi degli interventi presentati ai convegni della European Society for Environmental History di Amsterdam (5-9 giugno 2007), della International Water History Association di Tampere (13-17 giugno 2007) e della American Society for Environmental History di Boise, Idaho (12-16 marzo 2008). In conclusione analizzeremo alcuni degli argomenti che verranno discussi nel corso del primo World Congress of Environmental History di Copenhagen (4-8 agosto 2009).
L’obiettivo fondamentale è capire quali piani di lettura vengono adottati dagli storici per decifrare i problemi dell’ambiente in una prospettiva globale. L’articolo vuole inoltre fornire una visione d’insieme delle attività di ricerca storico ambientali guardando alle relazioni tra esperienze passate, implicazioni per il presente e possibilità future, con l’obiettivo di indicare quali sono le più avanzate frontiere della ricerca e di analizzare il ruolo dello storico ambientale nell’attuale dibattito pubblico1
La International Water History Association (IWHA) ha organizzato il proprio convegno del 2007 sulla storia globale dell’acqua nella città finlandese di Tampere. I convegni IWHA permettono di avere un’ampia visione delle attività di ricerca storica su tematiche di tipo idrico e offrono sempre una rappresentanza molto varia, proveniente da ogni parte del mondo, con la partecipazione abituale e numerosa di asiatici, africani e sudamericani. Una tale varietà presenta però sia vantaggi che svantaggi: in molti casi i ricercatori provenienti da nazioni con una tradizione accademica più prona al formalismo non riescono a stimolare scientificamente i partecipanti che hanno invece una visione più avanzata.
Il convegno di Tampere era focalizzato sull’implementazione pratica di teorie e metodi nella water history; un aspetto che, come vedremo più avanti, è sempre più importante all’interno delle discipline storico-ambientali. Come si possono collegare efficacemente tra loro passato e futuro? È possibile fare ricerca storica in modo che alla fine essa influenzi la costruzione del futuro e i processi decisionali a venire? Per ottenere questi obiettivi è necessario che la ricerca esca gradualmente dalle aule universitarie e che i ricercatori comincino ad essere coinvolti in maniera più diretta e attiva nei processi decisionali (von Hardenberg 2006). Le attività di consulenza rappresentano certamente un’opportunità, ma sono necessari anche un orientamento più deciso della ricerca storica verso il cosiddetto problem-solving e modalità più efficaci nei processi di comunicazione dei risultati scientifici a un pubblico più ampio.
In occasione del convegno IWHA 2007 Martin Melosi, professore a Houston, Texas, ha tenuto una lezione su come integrare la ricerca nei processi di comunicazione, definendo con precisione soprattutto il ruolo delle consulenze. Dozzine di altri interventi hanno poi specificato la struttura e i meccanismi di funzionamento della politica, dei conflitti, e delle guerre di e per l’acqua. Anche i problemi del Terzo Mondo sono stati ampiamente trattati, con una rassegna di questioni relative all’Iran, al Kenya, al Marocco, al Nepal e alla Tanzania. La ricerca si concentra su elementi diversi delle lotte sociali e degli sviluppi tecnologici, come, per esempio, la questione dell’efficienza: come si possono aumentare i livelli di efficienza della gestione delle acque in determinate condizioni culturali in cui gli standard occidentali sono difficilmente raggiungibili? Un altro gruppo di interventi si è concentrato sull’analisi dei discorsi politici sulla questione idrica in paesi come il Kenya e in regioni in cui la sete d’acqua alimenta l’odio religioso e razziale, giungendo a contribuire allo scoppio di scontri militari e guerre, come il conflitto israelo-palestinese.
I discorsi politici e tecnologici sulla questione idrica sono due tra gli argomenti più appassionanti della water history, che potrebbero rivelare più sulla natura del rapporto uomo/acqua alle generazioni future di quanto non facciano attualmente. I potenziali verranno però utilizzati appieno solo quando sarà stata definita una nuova dimensione dei futuri compiti e delle possibili soluzioni, invece di continuare a concentrarsi sulla mera conoscenza dei processi decisionali e tecnologici del passato. Un cambiamento di modello dovrebbe peraltro avere ripercussioni anche sui nuovi metodi di ricerca. Le attività di ricerca storica sull’acqua dovrebbero infatti includere teorie, metodi e conoscenze provenienti da altre discipline, in particolare dalle scienze sociali e dall’ingegneria. Gli storici dell’acqua dovrebbero poi essere in grado di tradurre e adattare modi diversi di pensare e di esprimersi per decodificare il proprio messaggio a vantaggio dei politici e degli scienziati che lavorano in altri campi, giungendo ad una trasmissione realmente efficace del proprio messaggio.
La storia ambientale, la storia dell’acqua e altre discipline affini hanno saputo mettere in evidenza alcuni dei più urgenti problemi dell’umanità. Problemi che sono già stati affrontati nel dettaglio dal recente Collasso di Jared Diamond (2005). La lezione dei vichinghi e di altre civilizzazioni che sono crollate improvvisamente non è però ancora stata capita appieno e cresce la necessità di diffondere una ricerca eco-consapevole, da tempo cosciente delle sfide che dobbiamo affrontare e della spirale discendente che l’umanità ha intrapreso.
Oggi si stanno rivisitando, riconsiderando e riformulando le sfide passate in prospettiva presente e futura: uno dei migliori esempi di questa tendenza riguarda l’attuale progetto di costruzione di dighe sul Danubio tra Bratislava e Budapest. Gli ungheresi hanno una lunga tradizione di vita in simbiosi con i propri fiumi; il Danubio e i suoi affluenti entrano nel paese da ovest, nord ed est per proseguire il proprio corso verso il Mar Nero. Esondazioni stagionali, piane alluvionali e paludi sono sempre state una parte integrante della vita nel paese fino al XIX secolo, quando furono avviati grandi progetti di regolamentazione dei fiumi, con il sostegno di uno dei più ricchi ed influenti ungheresi del tempo, István Széchenyi. Nei decenni seguenti molti affluenti del Danubio vennero regolati e i fiumi, un tempo parte integrante del paesaggio con le loro anse e la capacità di inondare porzioni estesissime di territorio, furono costretti tra argini giganteschi e resi più capienti per facilitarne la navigazione. Fu quello il momento in cui gli ungheresi cominciarono a perdere l’intimo contatto con i loro fiumi e torrenti. Per esempio, tra il 1846 e il 1879 eliminando alcune anse, secondo un disegno di Pál Vásárhelyi, il percorso del fiume Tisza, uno dei più importanti affluenti del Danubio, fu ridotto da 1.419 a 962 chilometri. In quegli anni fu creato un “paesaggio civilizzato”, che non fu intaccato neppure dalla caduta dell’Impero Austro-Ungarico. Dopo la seconda guerra mondiale gli ungheresi intrapresero un nuovo progetto di civilizzazione del proprio paesaggio con la costruzione di linee elettriche ad alto voltaggio, industrie chimiche e altri impianti industriali. Si ritiene comunemente che la modernizzazione del paesaggio agrario ungherese sia stata la realizzazione di un sogno comunista, ma nel 1946 persino Ferenc Nagy, primo ministro della Seconda Repubblica, ammirava i colossali progetti di regolamentazione idrica e di costruzione di dighe degli Stati Uniti. Nelle sue memorie, egli vedeva la Tennessee Valley Administration, un progetto di regolamentazione idrica integrale, come un possibile modello per la valle del Danubio, in cui nazioni diverse avrebbero potuto creare una prospera economia sovranazionale, basata sull’uso congiunto del fiume grazie alla costruzione di dighe idroelettriche, canali navigabili e aree ricreative. L’industrializzazione socialista di stato dell’Ungheria fu meno globale di quanto non fossero le complesse idee pacifiste di Nagy, e l’implementazione si concentrava piuttosto su poche priorità, come energia, materie prime, macchinari e trasporti. L’industrializzazione di stato modernizzò realmente il paesaggio e ebbe enormi effetti sui fiumi a causa di tassi di inquinamento chimico, biologico e di metalli pesanti mai visti prima in Ungheria. Uno dei luoghi principali di tali piani di sviluppo complessivi di stampo socialista era il bacino Borsodi, nella valle del Sajó, a circa 180 chilometri ad est della capitale Budapest. Il progetto non è mai stato portato a termine, né da allora sono stati realizzati i progetti mirati a rendere navigabili i fiumi e a sviluppare i porti, sebbene l’Unione Europea abbia sostenuto tale progetto, proponendo anche modelli di sviluppo sostenibili.
Il convegno IWHA è stato seguito anche da un corso per dottorandi chiamato Nordic-Baltic Interdisciplinary Research Training Course for Doctoral Students e intitolato “Gestione delle acque in una prospettiva di lungo termine” (WAGOL). In questa sede giovani studiosi sono stati in grado di incontrare, dopo aver lavorato su progetti specifici, ricercatori di fama mondiale come Martin Melosi, Ezekiel Nyangeri Nyanchanga, Asit K. Biswas e Terje Tvedt. Questa forma di interazione diretta si è rivelata stimolante per molti partecipanti e ha palesato quanto siano fondamentali in campo scientifico le capacità di comunicazione.
Fino a qualche anno fa la ricerca europea in campo storico ambientale non riusciva ad eguagliare quella svolta in Nord America, cosa comprensibile se si considera che la disciplina si è formata principalmente negli Usa, comparendo in Europa solo successivamente. Ciononostante, la ESEH nel 2007 è giunta alla sua quarta conferenza biennale, svoltasi ad Amsterdam.
La storia ambientale affonda le proprie radici sia in campo biologico e geologico, sia nelle discipline storico-sociali, ma l’approccio degli storici ambientali è influenzato fondamentalmente dalla tradizione umanistica. Quindi, spesso troviamo studi di storia ambientale descrittivi, da cui si possono trarre solo pochissimi dati utilizzabili nei processi decisionali e di progettazione. In occasione del convegno ESEH del 2007 sono stati presentati molti ottimi interventi, eccellenti sia dal punto di vista metodologico sia da quello dell’accuratezza scientifica. La storia ambientale ha già raccolto e analizzato un gran numero di informazioni, relative per esempio all’immigrazione di specie alloctone, alle malattie del bestiame, alle pandemie, a questioni igienico-sanitarie, all’inquinamento industriale e alle foreste. Queste ben curate analisi di dettaglio hanno un grande potenziale qualora venissero sintetizzate per un uso futuro. Ciononostante, solo una parte minima della storia ambientale si è concentrata sul reale potenziale d’uso di questo immenso deposito di informazioni e conoscenze raccolto fino ad oggi da altri storici.
Il collegamento con la vita reale e una certa dose di pragmatismo fanno parte del bagaglio della storia ambientale, che ha forti legami con la scuola degli Annales. I grandi esponenti di questa scuola, come Braudel, Duby e Le Roy Ladurie, erano in grado di collegare fra loro, con grande accuratezza scientifica, le proprie conoscenze di geografia, tempi, percorsi, modi di vivere, culture e ambienti, riempiendo al contempo i loro lavori di emozioni e sensazioni. Tali categorie emozionali hanno aiutato a rendere più vivida la scena: l’obiettivo era di mostrare i cambiamenti sociali e ambientali in un contesto di lunga durata, ma sono stati in grado anche di fornire un’immagine di tipo quasi artistico del passato. Queste emozioni sono una caratteristica umana che la scienza ha negato e dimenticato per troppo tempo e hanno un’eccezionale importanza per il futuro della storia ambientale. Gli umani sono guidati, rispetto all’ambiente e ai cambiamenti ecologici, dalle loro paure, ansie e sensi di inferiorità. Dall’Isola di Pasqua ai vichinghi della Groenlandia l’umanità ha visto i devastanti risultati dei cambiamenti a cui ha sottoposto l’ambiente. Cambiamenti che oggi si stanno realizzando su scala globale. L’eccezionale importanza della storia ambientale sta nel prendere e gestire queste paure umane di fronte al cambiamento in maniera costruttiva e modellare le reazioni umane ai cambiamenti ecologici del clima, della flora e della fauna.
Il cambiamento ambientale globale è una questione che mette alla prova gli storici ambientali, che studiano appunto il rapporto uomo-ambiente e i cambiamenti e le dinamiche ecologiche nel lungo termine; dovrebbero essere in grado anche di analizzare i cambiamenti attuali e persino predire quelli futuri. Il fenomeno del riscaldamento globale per esempio, attualmente la più grave emergenza ambientale, si presenta in maniera così devastante che comprenderla è quasi una missione impossibile. Coloro che studiano i problemi attuali sono spesso climatologi o idrologi, ma è evidente come questa crisi sia causata dalle attività dell’uomo e che coinvolga più o meno tutte le società e culture umane. Dati questi presupposti quali sono le opportunità degli studiosi delle attività umane di offrire qualcosa di innovativo a questi dibattiti?
Nancy Langston, presidente della American Society of Environmental History (ASEH), ha scritto in ASEH News che nel recente dibattito sul cambiamento climatico è mancato proprio il punto di vista umanistico sul riscaldamento globale. La sua valutazione è che gli storici ambientali siano in grado di trovare utili risposte a domande come: “chi vince e chi perde quando il clima cambia?”. Sarebbe inoltre essenziale analizzare chi ha e chi storicamente ha avuto il potere di definire i termini del dibattito sul riscaldamento globale, anche se la domanda principale resta: come possono le prospettive umanistiche aiutarci a comprendere storicamente la gente, i climi e i luoghi? (Langston 2007).
La American Society of Environmental History ha tenuto il suo convegno annuale a Boise, Idaho, a marzo 2008. Il tema del congresso era appunto il riscaldamento globale e il suo titolo “Agenti del cambiamento: persone, clima e luoghi nel corso del tempo”. La questione da porsi è: questa conferenza è stata realmente in grado di fornire gli strumenti per studiare il probabile cambiamento climatico? Dovremmo anche chiederci, del resto, cosa gli storici ambientali possono fare per rendere il loro punto di vista più visibile. Douglas R. Weiner ha descritto la storia ambientale come un obiettivo mobile, un insieme di ombre e di immagini distorte; una definizione questa che può valere anche per il cambiamento climatico (Weiner 2005). Inoltre non è possibile studiare né l’una né l’altra senza che ci sia una comunità, un insieme di persone interessate a comprenderle.
È il caso di cominciare da una domanda che Langston si è posta e a cui i ricercatori nelle scienze umane, che se ne occupano, pensano quotidianamente: qual è il ruolo delle scienze umane e sociali nel processo d’analisi del cambiamento climatico e del riscaldamento globale? Nella sessione plenaria del convegno ASEH, la professoressa Patricia Romero-Lankao, membro del gruppo di lavoro IPCC (International Panel on Climate Change), ha affrontato l’importante tema delle difficoltà che ricercatori con formazioniscientifiche diverse incontrano quando tentano di lavorare fianco a fianco. In particolare, come già accennato in precedenza, i problemi che si hanno nel comprendere e amalgamare i linguaggi di discipline diverse possono essere visti come i punti critici dei tentativi di far lavorare dei ricercatori assieme in modo multidisciplinare. Purtroppo a Boise la discussione non ha trovato ulteriori stimoli, forse perché l’affermazione di Romero-Lankao è stata interpretata come retorica, se non lapalissiana, piuttosto che come un tema da approfondire; tema che si potrebbe sintetizzare nella domanda: cosa si dovrebbe fare per ottenere dei gruppi di ricerca che lavorino in maniera più efficiente? I gruppi di lavoro multidisciplinari possono essere comparati con le organizzazioni multiculturali: esistono dei metodi, sviluppati nelle scienze della comunicazione interculturale, che potrebbero essere applicati anche ai gruppi di lavoro per aumentare la comprensione delle differenze tra persone con background diversi. Se si vogliono studiare accuratamente problemi globali come il cambiamento climatico bisogna usare anche il patrimonio di conoscenze offerto dalle scienze umane e i ricercatori in scienze umane devono essere dunque presi in considerazione. Per arrivare a questo risultato, è però necessario offrire alle persone che lavorano in questi gruppi gli strumenti per evitare che tempo prezioso venga sprecato prima di giungere alla comprensione reciproca; questi strumenti esistono già, ma sono inutili se non si arriva ad un’analisi ampia e partecipata del fenomeno.
Gli storici ambientali sono, poi, certi del loro ruolo nello studio di temi a carattere globale? I convegni offrono possibilità meravigliose per conoscere i più recenti sviluppi di discipline specifiche, oltre ad eccellenti stimoli e opportunità di approfondire lo studio di nuovi importanti argomenti. D’altro canto il punto debole dei grandi convegni è l’incoerenza, e ovviamente alcune delle sessioni di lavoro non riescono ad essere inquadrate nel tema generale, giungendo, nel peggiore dei casi, ad una totale frammentazione del convegno. Ciononostante, i programmi dei convegni riflettono lo stato delle discipline, e congressi come quello dell’ASEH purtroppo danno l’impressione che la storia ambientale sia ancora una disciplina molto frammentata. Sono stati affrontati infatti molti argomenti interessanti, ma al contempo molto diversi tra loro, che, sebbene analizzino tutti il cambiamento e in alcuni casi anche cambiamenti di tipo globale, sono stati presentati e analizzati nella maggior parte dei casi solo all’interno di quadri di riferimento locali. Viene da chiedersi se questi casi locali possano essere interessanti per gli scienziati che si occupano di problemi globali e se gli storici ambientali non debbano impegnarsi di più per capire il ruolo delle questioni locali in un contesto più ampio. Viste le probabili critiche di chi afferma che gli storici ambientali già lo fanno, si potrebbe dire che, almeno a Boise, c’erano molti titoli promettenti in molte sessioni di lavoro che affrontavano il tema generale del convegno da una prospettiva globale, ma che d’altro canto queste sessioni non sono quasi mai state realmente in grado di discutere la questione globalmente.
La definizione tradizionale di storia ambientale è che “tratta di tutte le interazioni che le persone hanno avuto con la natura nel passato” (Worster 1988). Sorge però spontanea la domanda, anche guardando agli interventi del convegno ASEH, se la storia ambientale non debba occuparsi più delle soluzioni ai problemi correnti piuttosto che di scrivere storie consensuali del ruolo della natura nella storia umana. Se gli storici ambientali desiderano essere presi in considerazione come partecipanti al dibattito sui cambiamenti ambientali globali, devono fare un numero ancora maggiore di ricerche sui conflitti e sulla loro gestione. Ci sarebbe insomma bisogno di una maggiore richiesta di ricerche sul caos piuttosto che sull’ordine: invece di comprendere a grandi linee il ruolo della natura nella storia umana, i ricercatori si dovrebbero concentrare sul ruolo distruttivo degli umani rispetto all’ambiente e cominciare a tentare di capire se è possibile prendere qualche decisione che abbia più senso. La storia ambientale americana si è occupata molto della storia del movimento per la conservazione della natura negli Stati Uniti e ha tradizionalmente affrontato temi relativi ai conflitti. Anche in questo caso comunque, per essere in grado chiarire il comportamento degli esseri umani, abbiamo bisogno di un’agenda di lavoro che punti a risolvere i problemi globali.
L’obiettivo di una comprensione globale può essere visto come contraddittorio rispetto al ruolo dei luoghi nella storia ambientale. La comprensione della spazialità è un tema ampiamente studiato e discusso; sono stati introdotti nuovi metodi di analisi dello spazio e dei luoghi e uno dei più importanti ed interessanti consiste nei cosiddetti sistemi informativi territoriali o GIS. I GIS sono strumenti analitici versatili usati da decenni nella ricerca geografica e ambientale. La crescita dell’uso dei GIS in campo storico (historical GIS) ha poi ampliato le prospettive di questo metodo, e ad oggi anche gli esperti di GIS sono sempre più interessati a come possano essere utilizzati al loro interno i dati qualitativi. Fondamentalmente i GIS sono una tecnologia informatica che usa la “sovrapposizione” (layering) di mappe per osservare, interrogare e analizzare il mondo. Si apre dunque una nuova prospettiva per i ricercatori, mentre l’uso dei GIS può cambiare il modo in cui interpretiamo i rapporti tra uomini e luoghi, tra azioni e spazio. I GIS possono essere utilizzati come strumento di organizzazione dei dati o a fini di analisi; danno inoltre la possibilità di gestire quantità molto maggiori di dati rispetto ai metodi tradizionali. D’altro canto i GIS sono un metodo che richiede capacità e conoscenze specifiche. In occasione del convegno ASEH i GIS sono stati affrontati dal punto di vista pratico e delle reali applicazioni nel corso di un workshop dedicato. I partecipanti hanno potuto provare in prima persona come funzionano i GIS e come possono essere usati per localizzare gli eventi storici. Un perfetto esempio di questo approccio è stato il caso delle paludi urbane presentato da Sally Hermansen. Mostrando come la storia ambientale delle paludi può essere visualizzata grazie ai GIS, Hermansen ha potuto far vedere, anche, come la rappresentazione grafica dei cambiamenti ne renda più facile la comprensione e come, in alcuni casi, possa far risaltare anche processi causali altrimenti non evidenti. I GIS sono un metodo che potrebbe essere utile nell’analisi dei cambiamenti globali, conservando e valorizzando la preziosa comprensione dei singoli luoghi che hanno gli storici ambientali.
I GIS hanno un elemento in comune con i filmati, ovvero che entrambi i metodi usano le immagini per raccontare una storia. In campo antropologico i film sono stati usati sia come metodo di ricerca, sia come strumento per visualizzare e presentare i risultati, fin dai tempi di Nanook of the North di Robert Flaherty del 1922. Anche nella storia ambientale, l’abitudine di raccontare le storieper immagini sta diventando molto popolare, al punto da sfidare alcune convenzioni. Oltre che come materiale didattico, scopo per cui sono particolarmente adatti, i filmati sono anche visti e analizzati in prospettiva storico-ambientale come oggetti di studio e fonti primarie.
È cosa nota che gli storici ambientali basino la loro comprensione delle questioni ambientali principalmente su metodi provenienti dalle scienze storiche, anche nel caso in cui analizzano temi che sono stati tradizionalmente studiati all’interno di discipline diverse e anche se gli storici ambientali non possono essere etichettati come “storici tipici”. Sono stati però adottati anche molti metodi provenienti dalle scienze sociali: questa versatilità è una benedizione, ma non sempre. L’aspetto positivo è che una cassetta degli attrezzi molto capiente permette di usare approcci molto diversi che possono condurre a produrre un’immagine olistica della realtà. È però una maledizione, come accennato già prima, perché si finisce per tentare di comunicare in linguaggi specifici e a perdere tempo in discussioni sulla forma piuttosto che sul contenuto.
La storia ambientale necessita, per affrontare temi di carattere globale, di rafforzare il proprio bagaglioteoretico e metodologico. In una qualche maniera la debolezza delle teorie è un problema collegato anche a un certo modo consensuale di trattare i temi di ricerca. Come ha detto Alf Homborg: “la storia ambientale presenta i problemi ecologici come gli inevitabili effetti collaterali del nostro successo globale” (Hornborg, McNeill 2007). Sebbene la storiografia e la capacità di scrivere siano metodi essenziali, è evidente che la storia ambientale ha bisogno anche di prospettive teoretiche più ampie, altrimenti sarà incapace di spiegare veramente le azioni umane che ci hanno condotto alle porte di questa catastrofe.
Gli storici ambientali sono pronti a prendere il toro per le corna e a concentrarsi su ricerche relative ai problemi reali? A Boise il riscaldamento globale è stato un tema molto impegnativo e ambizioso ed è stato molto difficile realizzare l’aspirazione di trattarlo. Non è che l’argomento fosse persino troppo ambizioso? Il convegno ASEH ha risposto alle domande posta da Nancy Langston? La risposta più onesta sarebbe: non proprio. Il riscaldamento globale e il cambiamento climatico sono temi troppo ampi per essere discussi dai soli storici ambientali, sebbene la storia ambientale sia sostanzialmente una questione che riguarda molte discipline. J. Donald Hughes non ha solo scritto storia ambientale globale, ma si è anche impegnato perché ne venisse prodotta di più (Hughes 2001): come si può realizzare questo desiderio? Gli storici ambientali sono aperti a nuovi modi di pensare, ma dovrebbero anche lavorare più duramente per rendere chiaro il loro ruolo nello studio del futuro del nostro pianeta. L’obiettivo della storia ambientale è lo studio delle interazioni uomo/natura da diversi punti di vista; a questo scopo, come vedremo anche più avanti, dovrebbe essere creata una cassetta degli attrezzi comune che includa sia prospettive metodologiche che approcci teoretici.
Il primo World Congress of Environmental History (WCEH, http://wceh2009.org) si terrà a Copenhagen, prendendo il posto nel 2009 della conferenza biennale della ESEH. Promette di essere il più grande convegno di storia ambientale di sempre, raccogliendo, per la prima volta ufficialmente, ricercatori da tutto il mondo. Il convegno è co-organizzato dall’International Consortium of Environmental History Organizations (ICEHO), l’organizzazione delle associazioni e istituzioni interessate allo studio della storia delle interazioni dell’uomo con l’ambiente, e dalle università di Roskilde e Malmoe. Intendiamo qui dare una visione d’insieme delle più recenti tendenze delle ricerche storico ambientali attraverso un primo sguardo ai titoli dei quasi 500 interventie 60 poster da 44 nazioni che sono stati selezionati dal comitato organizzatore.
Come si può vedere dal grafico 1 le istituzioni europee e nord americane fanno ancora la parte del leone e sono sovrarappresentate rispetto a quelle di altri paesi. I relatori provenienti da queste due regioni sono ancora la stragrande maggioranza dei partecipanti, con circa l’80% del totale. Va tenuto presente del resto che tenere il convegno in Europa facilita la partecipazione di europei ed americani rispetto a chi lavora in regioni più povere, le cui istituzioni non sempre possono permettersi di finanziare trasferte di questo tipo. Questa polarizzazione è comunque limitata solo alle istituzioni di provenienza: molte persone provenienti da altri continenti lavorano infatti in istituzioni europee o americane. Comunque i casi di studio sembrano essere, a una prima occhiata, distribuiti più equamente a livello globale.
A parte i motivi finanziari questa sovrarappresentazione è anche l’effetto dello sviluppo storico della disciplina: nata in Nord America, ha trovato poi terreno fertile in Europa, particolarmente in Francia, Germania (e in generale nell’area linguistica tedesca), Scandinavia e Gran Bretagna (grafico 2). La Spagna e il Portogallo si stanno rivelando di recente come fucine di una nuova generazione di storici ambientali, al pari dei paesi dell’Europa centrale (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria). Sembra invece esserci carenza di studiosi italiani, con solo quattro partecipanti dall’Italia. Inoltre, guardando i nomi dei partecipanti possiamo vedere come mancheranno anche alcuni dei più rinomati storici ambientali italiani. Gli ormai stereotipati problemi linguistici potrebbero essere una risposta, corroborata anche dal fatto che invece al convegno ESEH del 2005 a Firenze, dove c’era una sessione speciale per presentazioni in lingua italiana, c’era una nutrita schiera di partecipanti italiani: circa il 15% degli interventie postertotali erano stati prodotti dai circa 20 italiani presenti. Però, anche al convegno ESEH del 2007 di Amsterdam c’erano pur sempre 10 partecipanti italiani, anche se in quell’occasione le presentazione furono tenute solo in inglese2
. Quindi forse, la mancanza di italiani a Copenhagen è dovuta solo al fatto che il convegno si svolge ad agosto, quando diventa difficile distogliere gli italiani dagli obblighi famigliari per andare ad un convegno.
Comunque c’è anche bisogno in Italia di un maggiore sviluppo della ricerca storico ambientale, come potrebbe essere dimostrato da uno studio della carenza di studi in questo campo sulle pagine delle principali riviste storiche italiane, e di una più ampia consapevolezza del ruolo della storia ambientale come nuova frontiera della ricerca storica, a fianco di un crescente uso dell’inglese come lingua franca accademica. Solo in questo modo sarà possibile aumentare e stabilizzare il numero di partecipanti italiani alla future conferenze internazionali.
L’argomento del congresso sarà “mezzi di sussistenza locali e sfide globali: comprendere le interazioni dell’uomo con l’ambiente”. I legami tra dimensione globale e locale sono un aspetto particolarmente utile per comprendere dal punto di vista storico l’attuale questione ambientale, oltre ad essere, sotto la definizione di “glocal”, un importante concetto della retorica della sostenibilità. Anche se è spesso difficile comprendere il reale argomento di un
paper solo dal titolo, è evidente che il convegno affronterà un ampio numero di tematiche.
Solo a titolo d’esempio circa trenta interventi affronteranno la questione del riscaldamento globale e del cambiamento climatico, uno dei principali temi di investigazione, come testimoniato dall’interesse per l’argomento nel corso dell’ultimo convegno ASEH (si veda sopra). Solo quindici interventi hanno invece il termine “sostenibile” o un suo derivato nel titolo; sessanta circa tratteranno argomenti relativi all’acqua, le alluvioni, i fiumi, ecc. (un numero impressionante, in particolare se si considera che c’è anche il convegno IWHA); non più di dieci affronteranno problematiche relative all’energia e ai combustibili, che sono stati i temi principali del convegno ASEH del 2005; circa lo stesso numero di interventi tratterà di giustizia ambientale e conflitti sociali (anche se è possibile che spesso queste tematiche siano mascherate da titoli non intuitivi); circa trenta si occuperanno dell’analisi dell’inquinamento e/o dei processi di urbanizzazione. Inoltre, 25 interventi tratteranno di caccia alle balene e pesca, un argomento ormai classico della storia ambientale (McEvoy 1986), che ha comunque assistito ad un crescente interesse negli ultimi anni di fronte al progressivo impoverimento delle risorse marittime
3, anche grazie alle attività di ricerca coordinate dal gruppo di studio internazionale
History of Marine Animal Population (
http://www.hmapcoml.org/). Almeno dieci interventi discuteranno infine il rapporto tra guerra e ambiente, un argomento particolarmente importante in un periodo di crescenti tensioni belliche come il ventunesimo secolo.
Il ridotto successo dello spesso abusato termine “sostenibilità”, nei titoli degli interventi, può essere collegato alla disaffezione degli storici ambientali per quello che viene visto soprattutto come uno slogan politico, utilizzato fin dagli anni ’80 come bacchetta magica per nascondere i veri problemi, e che non sempre riesce a interpretare in maniera corretta i bisogni dell’ambiente. Già nel 1993 Donald Worster si chiedeva, nel suo
The Wealth of Nature, quale potesse essere il livello di sostenibilità a cui dovremmo puntare. In altre parole, se non è possibile puntare ad una sostenibilità “eterna”, quanto tempo dovrebbe essere pronta a durare un’ipotetica società sostenibile? Una delle principali paure di Worster era che facendo appello alla sola ideologia della “sostenibilità” l’analisi del rapporto uomo/ambiente si riducesse ad una terminologia eminentemente economica, in cui la produttività è ancora la principale unità di misura dell’efficacia delle politiche ambientali (Worster 1993).
Anche in occasione del WCEH, come accennato già altrove in questo articolo, sembra che ad oggi la storia ambientale si concentri, soprattutto in occasione dei convegni, su casi di studio particolari, limitati spazialmente e temporalmente. Sembrano invece mancare le sintesi e le interpretazioni di carattere generale. Si può però ritenere che queste ultime siano trattate con più agio in libri e volumi, piuttosto che nei brevi e concisi interventi ai convegni.
Come si è tentato di spiegare in questo articolo, e come è già stato affermato da uno degli autori un paio di anni fa (von Hardenberg 2006), le più recenti ricerche storico ambientali hanno tentato di concentrarsi sui legami tra passato e presente e sul ruolo della disciplina nella comprensione delle principali politiche e questioni in gioco, ovvero di andare oltre al rischio di quella che Dovers chiama
policy amnesia e di affermare il ruolo di stimolo dello storico ambientale nel dibattito pubblico (Dovers 2000). Proprio su questi argomenti è stata organizzata in occasione del WCEH un workshop per dottorandi che si intitola “Integrazione della ricerca storica nella gestione interdisciplinare dell’ambiente e delle risorse – come le esperienze passate possono aiutare a formare le future soluzioni”.
Come è già stato detto sopra, al fine di fare buona storia ambientale, gli storici devono aprirsi all’interdisciplinarietà, imparare a comunicare con studiosi di altre discipline sia delle scienze sociali che di quelle naturali; queste sono sfide che aprono prospettive storiografiche completamente nuove. Diviene dunque sempre più urgente ridiscutere dalla radice cosa dovrebbe essere incluso nella “cassetta degli attrezzi” dello storico, cosa serve oggi per lavorare come storico: sono stati insomma posti i prerequisiti per una nuova “apologia della storia”. Per esempio a uno storico ambientale serviranno, oltre ai classici strumenti dello storico (cioè, a titolo d’esempio, analisi testuale, capacità narrative, conoscenza delle basi dei metodi quantitativi), l’abilità di capire articoli e rapporti prodotti nelle scienze esatte (soprattutto in campo ecologico) e, a seconda dei temi che affronterà nel dettaglio, una conoscenza di base di sistemi avanzati di gestione delle informazioni, metodi quantitativi specialistici, e altri metodi provenienti dalle scienze naturali: per esempio i GIS, tecniche avanzate di statistica induttiva, l’analisi dei pollini, la dendrocronologia. La discussione nel dettaglio di questi temi, qui accennati più volte, va però ben al di là degli scopi di questo articolo e necessiterebbe di uno spazio dedicato.
Il WCEH sarà sicuramente un’ottima occasione (anche per gli storici “tradizionali” e per gli studiosi di scienze ambientali) per vedere quali sono gli ultimi sviluppi della storia ambientale e incontrare altri ricercatori. Quest’ultimo del resto è forse, per chiunque, il principale motivo di partecipazione ad un convegno accademico: conoscere altri storici in prima persona (in questo caso anche da regioni del mondo che troppo spesso non sono rappresentate) e creare nuovi contatti sono tra le cose più utili da fare per creare il necessario ambiente di ricerca multidisciplinare.

Distribuzione degli interventi per continente di provenienza

Distribuzione degli interventi per regione europea di provenienza
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