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Andrea Ragusa Eugenio Colorni dall’antifascismo all’europeismo socialista e federalista.
Convegno di studi sotto l’Alto patronato del presidente della RepubblicaRoma, 29 maggio 2009“Perchè Eugenio Colorni nel centenario della nascita?”. Nella risposta alla domanda con cui il presidente del Comitato nazionale per il centenario della nascita di Eugenio Colorni, Maurizio Degl’Innocenti, ha avviato la propria relazione introduttiva ed il proprio saluto alle autorità, risiede intero il senso ed il nucleo di motivazioni alla base del Convegno dedicato a Eugenio Colorni dall’antifascismo all’europeismo socialista e federalista, tenutosi a Roma il 29 maggio 2009, alla presenza del presidente della Repubblica On. Giorgio Napolitano, e del presidente della “Fondazione Camera dei Deputati” On. Fausto Bertinotti, nella elegantissima sala del Refettorio di palazzo San Macuto, con il patrocinio del ministero per i Beni e le Attività culturali, della rappresentanza in Italia della Commissione Europea (presente nell’occasione con il suo presidente Virgilio Dastoli) oltreché della Regione Lazio, del Comune di Roma, dell’Amministrazione provinciale di Roma; ed al quale – proprio a confermare la rilevanza scientifica e culturale dell’evento – hanno dato l’adesione istituzioni scientifiche di primo piano nel panorama nazionale – il Comitato Nazionale Altiero Spinelli, la Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati”, l’Associazione Nazionale Sandro Pertini – ed organizzazioni politico-culturali che alla figura, alla riflessione ed all’attività di Colorni hanno voluto tributare il dovuto riconoscimento: il Movimento federalista europeo e la Sinistra europea-Sezione italiana.
Vi è innanzitutto un elemento di straordinario interesse che connota la vicenda esistenziale ed il percorso culturale di Colorni, proponendo entrambe come esemplari di una più ampia e complessiva vicenda che vide coinvolti i tanti giovani intellettuali che “attraversarono” il fascismo da posizioni critiche o dichiaratamente antitetiche, finendo per abbracciare la causa dell’impegno antifascista, dapprima nella propaganda e nell’attività clandestina, poi, dopo l’8 settembre, nell’organizzazione della Resistenza partigiana. Perché Colorni fu innanzitutto un intellettuale, di straordinaria, originale intelligenza, e di precoce maturità: e l’apertura dei suoi interessi non è testimoniata soltanto dal numero e dalla diversificazione tematica dei contributi che in pochi anni egli diede alle stampe, ma anche dalla volontà tenace di confrontarsi criticamente con impostazioni, orizzonti, nodi problematici anche molto distanti dalla sua originaria formazione. Colorni – esponente, nato nel 1909, di una famiglia della borghesia ebraica milanese, imparentata con i Sereni ed i Pontecorvo (ed anche questo, della rete di relazioni parentali-amicali attraverso cui si strutturò l’antifascismo, è un aspetto che nella figura di Colorni riporta in superficie interrogativi già consolidati in storiografia ma meritevoli senza dubbio di approfondimenti ulteriori) – fu infatti allievo, presso l’Università di Milano, di Piero Martinetti, acquisendone non solo la vivace curiosità – sin dall’inizio del suo magistero universitario, nel 1906, Martinetti si era collocato in polemica con l’“idealismo immanente” di Croce e Gentile, ed in favore di un confronto sinergico tra filosofia e scienza (che differivano – egli diceva – nel metodo e non nell’oggetto); ma anche e soprattutto, può dirsi, l’indomito spirito di libertà che nel 1931 avrebbe portato il filosofo torinese al forzato pensionamento in ragione del rifiuto di giurare fedeltà al fascismo, e che già si era manifestato nel 1926, durante il VI Congresso nazionale di filosofia, da Martinetti presieduto a Milano, ed era stato infine sigillato nell’opera centrale della sua maturità di studioso: quel volume intitolato significativamente a La libertà, edito nel 1928 e tale da divenire presto un punto di riferimento per le più giovani generazioni che si spostavano verso l’antifascismo. Il primo episodio, su cui a lungo si è soffermato nella sua relazione dedicata a Colorni e gli intellettuali italiani tra fascismo e antifascismo Angelo Ventura, disvela la complessa problematicità dei rapporti che sul crinale di una scelta drammatica come quella dell’adesione o del rifiuto del fascismo impegnò le relazioni di tanti uomini di cultura, in lotta fino all’ultimo per mantenere perlomeno una relativa autonomia alla scienza ed al sapere (il Congresso, svoltosi dal 28 al 30 marzo, valse a Martinetti un provvedimento disciplinare sollecitato dal ministro della Pubblica istruzione Pietro Fedele, che rischiò di concludersi con la sospensione dal servizio per manifesta “incompatibilità con le generali direttive politiche del governo”), vinti infine, quasi in una disperata cedevolezza, dalla forza dell’aggressione “anticulturale” del fascismo più becero e plebeo, e costretti a ricominciare la tessitura di rapporti nuovi, all’insegna dell’opposizione ormai politicamente dichiarata: una tessitura che si sarebbe rivelata faticosissima, logorante, e che soltanto molti anni più tardi avrebbe vinto la propria battaglia di libertà. Il volume La libertà fu in questo senso una sorta di “testamento morale” di un Martinetti che non a caso, dopo il ritiro dall’attività pubblica, nel 1931, si sarebbe chiuso in una solitudine autenticamente filosofica, alternando la cura della sua piccola proprietà di campagna allo studio severo della sua sterminata biblioteca; ed in esso l’ “idealismo trascendente” avrebbe avuto la consacrazione più alta nella rivendicazione di una religiosità della libertà umana tale da approfondire – per la lettura eterodossa di Sant’Agostino – il solco che già divideva Martinetti da padre Agostino Gemelli, e che rimane come memorabile voce di umanesimo e razionalità: quasi una luce, rara tra le ombre cupe che solcavano l’Europa: “l’essenza e il principio della libertà dell’uomo è nella sua personalità divina – scriveva Martinetti – la negazione della libertà è negazione di Dio”.
Il magistero di Martinetti, così come l’afflato di libertà di cui ancora egli poté nutrirsi partecipando ai gruppi goliardici milanesi tra il 1926 ed il 1927, si riversarono in Colorni sia nel delinearsi di una posizione filosofica sin dall’inizio definita, sia nell’immediato bisogno di affiancare ad essa l’attività politica cospirativa. Colorni cominciò la propria maturazione attraverso il confronto con il positivismo e l’idealismo: dapprima un saggio su L’estetica di Roberto Ardigò e del positivismo italiano nella seconda metà dell’Ottocento, pubblicato nel 1928 su “Pietre” – la rivista fondata nel 1926 a Genova e portata da Lelio Basso a Milano nel 1927, che si faceva coagulo di giovani energie di opposizione al fascismo – poi, nel 1932, l’importante lavoro, pubblicato a Milano in trecento esemplari dalla Società editrice La Cultura, L’estetica di Benedetto Croce. Studio critico, omaggio a quello che Colorni considerava, secondo il ricordo che lo stesso Croce ne avrebbe dato nei “Quaderni della critica” nel 1951, “il più grande maestro di questi miei anni e della nostra generazione”; ma che già conteneva, in nuce, il distacco dall’idealismo verso l’indagine empirica e contro ogni schematismo imposto a priori. In questo solco si inserì lo studio e la lettura di Leibniz, che divenne presto l’Autore prediletto, la guida stessa, “una specie di Virgilio rispetto a Dante”, per Colorni, che sui principi del maestro “giurava davvero in verba magistri”, secondo l’appassionato ricordo di Giuliano Vassalli, letto da Giovanni Sabbatucci presiedendo la prima sessione dei lavori. Leibniz lo spingeva ad aprire la sua riflessione alle scienze, alla logica, alla matematica, talché può dirsi che dopo l’incontro con il filosofo tedesco – concluso con il lettorato di italiano a Marburgo nel 1932-33, e che fruttò la tesi di perfezionamento su La filosofia giovanile di Leibniz nel 1933 e la versione della Monadologia edita nel 1935 nella collana scolastica Sansoni diretta da Gentile, illustrata da una esposizione sistematica di eccezionale chiarezza della visione leibniziana – Colorni non potesse più nemmeno essere considerato un filosofo puro, quanto piuttosto un “ricercatore del mondo” capace di incastonare in una sintesi complessiva la peculiarità dell’analisi empirica. Colorni stesso lo avrebbe ricordato in uno scritto autobiografico degli anni Trenta, attribuendo tra l’altro al poeta Umberto Saba – conosciuto a Trieste, ove egli si era nel 1934 trasferito come vincitore della cattedra di storia e filosofia del Liceo “Giosuè Carducci” – il merito principale del suo distacco dall’idealismo, per cui “da quel giorno – scriveva – non ho più orrore né disprezzo per le scienze naturali, e non sento più il bisogno di scrivere difficile. La parola ‘empirico’ non è più per me un insulto. E da quel giorno non mi entra più in testa che cosa significhi l’Universale”. Anche per questo la vicenda culturale di Colorni emerge emblematica: si compì nel suo percorso un conflitto intellettuale che molto ebbe a pesare sul consolidarsi di tendenze antipositiviste, di rifiuto della scienza come possibilità di miglioramento progressivo del mondo, e che, già espressesi nel violento irrazionalismo che aveva accompagnato la campagna interventista del 1914-’15, sarebbero tornate in Italia a cementare quel confuso impasto di echi e suggestioni elaborato nell’attualismo gentiliano che avrebbe supportato l’affermarsi ed il consolidarsi dell’organicismo fascista. “Degno di rilievo – ha affermato in questo senso Degl’Innocenti in apertura – il progetto, coltivato da Colorni fino all’ultimo, di una rivista di filosofia della scienza”. E degno di nota, come avrebbe ricordato in una intervista rilasciata nel 1975 Norberto Bobbio – di Colorni coetaneo ed a lui vicino – lo sforzo, presente in lui come in tanti altri giovani cresciuti sotto il fascismo ma niente affatto fascistizzati, “per uscire fuori dal chiuso, e mettersi a contatto coi problemi cruciali, al centro del dibattito del pensiero europeo. La filosofia della scienza, l’analisi del linguaggio, la psicanalisi, erano argomenti tabù, coi quali avremmo fatto i conti più tardi, quando sarebbe stata spazzata via una certa autarchia culturale”. Per questo – aggiungeva Bobbio – “c’è qui una ragione in più per ammirare, in uomini come Colorni, l’opera di rinnovamento culturale, che non fu solo allargamento di orizzonti, ma anche, se necessario, nuova coscienza del compito dell’intellettuale nella società”.
Uno sforzo che appare tanto più ammirevole ed importante ove si guardi, appunto, al delicato nodo delle relazioni tra cultura e politica ed al clima di ambiguità che caratterizzava come una cifra connotante la prassi delle relazioni interpersonali in epoca fascista. Anche da questo punto di vista la vicenda di Colorni, e della sofferta amicizia con Guido Piovene, ripercorsa da Sandro Gerbi nella sua relazione intitolata appunto a Il caso Piovene-Colorni, appare paradigmatica di quel reticolo di sospetti, compromissioni, falsità, così dense da determinare il crearsi, appunto, di un “tempo di malafede”, secondo l’efficace espressione della memoria di Nicola Chiaromonte. Amici e compagni di studi a Milano, entrambi legati a Martinetti, Piovene e Colorni avevano rotto in seguito alla pubblicazione, da parte del primo, di alcuni articoli, su “L’Ambrosiano”, di tono antisemita, in cui lo scrittore non mancava di criticare anche l’amico filosofo. Ad essi erano seguite una serie di corrispondenze di sapore nettamente franchista dalla Spagna, pubblicate sul “Corriere della Sera”, ed infine la recensione entusiastica al libello Contra Iudeos del fondatore de “La Difesa della razza” Telesio Interlandi, nella quale Piovene attribuiva al giornalista siciliano il merito di aver ridotto all’osso la questione ebraica, sentenziando che non sarebbe stato difficile difendersi dagli influssi semiti: sarebbe bastato percepire “d’istinto, all’odore”, ciò che v’era di giudaico nella cultura italiana. Proprio per questo, il ritorno ad una frequentazione durante i mesi della Resistenza romana – quando la casa di Piovene divenne un centro di rifugio ed un nascondiglio per molti antifascisti, compreso lo stesso Colorni – sembra spiegarsi non soltanto in virtù di una solidarietà e di una amicizia che pareva allora scavalcare e superare la tempesta delle scelte imposte dal regime, la sofferenza dolorosa della rottura, lo scontro e l’allontanamento. A partire dal ricordo che ne scrisse per “Il Tempo” il 7 giugno 1944, Colorni divenne per Piovene quasi il fantasma della propria coscienza: dapprima tormentata – come ne La coda di paglia, pubblicato nel 1962 in risposta al Lungo viaggio di Ruggero Zangrandi, nel quale egli avrebbe ammesso, in una abiura penosa, di aver “obbedito da schiavo” alle direttive del regime, pur senza sentirsene mai partecipe; o come nel romanzo Le furie dove Colorni tornava col nome di Ernesto – infine, come nel Romanzo americano redatto tra il 1973 ed il 1974, in un ricordo ormai pacificato.
Se il rapporto intellettuale-politica si è evidenziato come centrale nel corso dei lavori del convegno romano, è stato soprattutto nelle relazioni intorno al “Colorni politico” che la problematicità di tale rapporto è emersa: tanto in quelle di Aldo Agosti e di Santi Fedele, che hanno tratteggiato la figura del Colorni socialista, quanto in quelle di Fabio Zucca e Daniele Pasquinucci, che hanno accostato il tema dell’europeismo che in Colorni ebbe uno dei maggiori sostenitori, mentre il ricordo di Claudio Pavone e soprattutto quello, che non si esita a definire commovente, di Leo Solari, insieme all’intervento, a metà tra la riflessione storiografica ed una meditazione politico-culturale protesa all’attualizzazione di alcune questioni, di Francesco Gui, hanno contribuito a rendere il racconto di questa parte dell’attività e del percorso del dirigente antifascista ricca di vivacità e passione.
Come dirigente socialista, entrato in contatto con il Centro interno del partito nel 1935, dopo una iniziale militanza nelle file di Giustizia e libertà, Colorni ebbe modo di definire tutti i nodi principali della sua politica: non solo una originale visione del socialismo e dei rapporti di questo con il comunismo, ma anche una peculiare elaborazione del rapporto tra partito e movimento, già assai all’avanguardia rispetto agli sviluppi futuri. Proprio in quest’ultima questione sta, secondo l’opinione sostenuta e documentata da Agosti, la scelta di Colorni di passare al socialismo anziché al comunismo staccandosi da Gl, e nonostante gli intensi contatti intessuti con Eugenio Curiel tra il Friuli ed il Veneto. In effetti, sarebbe stata proprio l’assenza del gruppo socialista fino alla metà degli anni Trenta, in una situazione in cui peraltro la grande osmosi faceva apparire i segmenti politico-intellettuali democratico-radicali e socialisti del tutto fungibili tra loro, a spingere giovani come Colorni alla ricerca della possibilità di costruire una nuova concezione dello strumento partito senza alcun compromesso con il passato. Ed a declinare in modo nuovo i rapporti con il mondo comunista, come emerge sia dal commento ad un documento comunista del 1936 – che acquisiva il programma sansepolcrista del primo fascismo in direzione della pacificazione – sia dal contributo al dibattito congressuale socialista offerto da Colorni in un documento redatto il 12 giugno 1937: innanzitutto evidenziando la situazione di effervescenza che collocava i partiti in una posizione di arretramento rispetto alle masse spingendo ad una più compiuta e matura consapevolezza del rapporto tra classe e partito; in secondo luogo cercando una collaborazione con i comunisti che salvaguardasse l’autonomia dei socialisti; infine affermando convintamente la necessità di un’unità organica del movimento dei lavoratori in una penetrazione nelle organizzazioni legali del fascismo. Fu la posizione espressa ad esempio nel saggio, pubblicato sul “Nuovo Avanti!” a firma Agostini nel luglio 1937, La funzione del maestro nella scuola fascista; e che si evince dalla lettura dei documenti del movimento socialista dal 1934 alla seconda guerra mondiale che erano stati meritoriamente pubblicati negli “Annali” della Biblioteca Feltrinelli nel 1962 per le cure di Stefano Merli ed ai quali assai opportunamente Agosti ha rinviato in più punti della propria relazione. Attraverso i contatti intessuti con i “giovani turchi” del Movimento di unità proletaria e con la Federazione giovanile socialista, oltreché con il risorto Partito socialista italiano, Colorni portò infine durante i mesi intensi della Resistenza romana questi elementi teorici ed organizzativi nel mondo socialista, insieme ad una precisa visione dell’europeismo che certo – come ha evidenziato Santi Fedele ricordando la chiarezza del giudizio espresso in proposito da Gaetano Arfè – rappresentava una dimensione complementare all’interno di un prevalente indirizzo internazionalistico, ma che Nenni aveva provveduto sin dal 1931 ad individuare dall’esilio come “rivitalizzazione” di tale internazionalismo, che già si era profilato in alcune proiezioni di socialisti eretici in Gl come Andrea Caffi e lo stesso Carlo Rosselli, e che soprattutto Colorni aveva definito nel fondamentale saggio del 1935 dedicato a I problemi della guerra come negazione del fascismo ma anche di tutto il sistema capitalistico. In realtà, problematizzando molto l’opinione espressa in particolare da Leo Solari, che ha evidenziato come l’europeismo di Colorni entrasse nella resistenza socialista romana nel nome di una radicalità che legasse il processo di unificazione europea ad un processo di trasformazione socio-economica degli Stati nazionali, Daniele Pasquinucci, che ha proseguito le osservazioni di Fabio Zucca sull’intreccio Colorni-Usellini e la nascita del Movimento Federalista, ha evidenziato come da una parte la personalissima visione federalista portasse l’intellettuale milanese ad intravedere nella federazione di liberi stati europei la “premessa indispensabile per impedire che le conquiste politiche, economiche e sociali venissero travolte d’un tratto da una nuova guerra imperialista”, e come le masse avessero, in questa prospettiva, un ruolo attivo nel creare “situazioni di fatto di cui i vincitori non potranno non tener conto”. Dall’altra lo stesso Pasquinucci ha pure indicato nella difficoltà di abbandonare una categoria tradizionale dell’elaborazione politica socialista – come quella di stato nazionale unitario – e soprattutto la nozione marxiana di solidarietà di classe, le difficoltà maggiori che portarono infine il Partito Socialista a respingere le posizioni espresse da Colorni nella Prefazione al Manifesto di Ventotene.
È stato proprio in relazione a queste considerazioni che l’interrogativo sull’evoluzione che il movimento socialista avrebbe potuto avere nel caso in cui certe tendenze di europeismo democratico, e di laicismo terzaforzista si fossero affermate con forza nel panorama politico italiano, ha prevalso nel dibattito che ha fatto seguito al convegno. Interrogativi che certo risultano sempre delicati e difficilmente attualizzabili, così come difficile appare il tentativo di rispondere sulla base di una valutazione storica che sempre si lega alla drammatica concretezza dell’accaduto. È altrettanto certo, però, che pure nella considerazione di tutti gli elementi che avrebbero condizionato la vicenda successiva del socialismo italiano (soprattutto ci sembra opportuno segnalare l’importanza della penetrazione della mitologia comunista sovietica e la forza organizzativa del Pci almeno a partire dalla guerra di Spagna, rilevata del resto, durante il dibattito, da Santi Fedele), l’ipotesi di un autonomismo socialista che passasse dalla capacità di organizzare le masse in movimento lasciandole libere dalla rigidità di un partito strutturato, e di governare un’alleanza di classe con i comunisti, raccogliendo la visione suggestiva di uno scenario europeo, rimane un’ipotesi densa di risvolti che non hanno perso il loro interesse e la loro forza. E che senza dubbio grande sarebbe stato il contributo di un intellettuale come Eugenio Colorni, probabilmente destinato a tornare ai suoi amati studi – come è stato osservato – ma senza dubbio capace di influenzare con la sua intelligenza i percorsi del socialismo italiano in qualunque posizione si fosse collocato dopo la guerra (non necessariamente in quella, maggiormente accreditata come credibile dagli interlocutori del convegno, di Iniziativa socialista). Ancor più per questo risalta il valore del suo sacrificio, consumatosi il 28 maggio 1944 in via Livorno a Roma, dove Colorni cadde sotto i colpi della polizia fascista. Ancor più per questo emerge l’importanza del suo percorso e l’opportunità di studiarne in maniera approfondita la figura. Attenzione, il seguente articolo č visualizzabile da tutti gli utenti.
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