N. 20 - Giugno 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Paolo Soave

Le elezioni presidenziali americane: quali i riflessi internazionali?
Siena, 18 dicembre 2008

Il 18 dicembre 2008 si è tenuto presso l’Aula magna della Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi di Siena il convegno organizzato dal Centro interuniversitario Osservatorio di politica internazionale – Opint, sul tema Le elezioni presidenziali americane: quali i riflessi internazionali? I relatori intervenuti si sono confrontati cercando di interpretare le potenziali implicazioni dell’avvento alla Casa Bianca del neopresidente Barack Obama. Essi hanno tutti convenuto che, a fronte di aspettative di cambiamento quanto mai diffuse, soprattutto nei contenuti della politica estera statunitense, la nuova amministrazione non potrà radicalmente voltare pagina rispetto al recente passato né avrà realisticamente la possibilità di favorire una soluzione pienamente soddisfacente delle complesse emergenze finanziarie, politico-diplomatiche, strategiche ed energetico-ambientali che si sono addensate sul presente scenario internazionale, mentre dovrà necessariamente trovare un punto di equilibrio fra cambiamento e continuità.


Un tema di riflessione preliminare proposto dai relatori è stato quello elettorale, ovvero l’analisi dei fattori che hanno determinato la vittoria del candidato democratico e che hanno focalizzato sulla sua leadership una così elevata aspettativa di cambiamento. Il console generale degli Stati Uniti, Mary Ellen Countryman, ha illustrato nel corso del suo intervento come Obama sia riuscito, ben più del suo antagonista repubblicano McCain, a trasmettere con particolare efficacia il messaggio del cambiamento a un elettorato che coltivava indistintamente l’attesa di una svolta rispetto alla precedente amministrazione. Facendo leva su un indubbio carisma e un’immagine inedita per l’establishment washingtoniano, conducendo una campagna capillare sostenuta da ingenti risorse, Obama ha saputo coinvolgere e unificare tutto l’elettorato superando ogni consolidata distinzione sociale, culturale o razziale. Egli ha avuto il merito, come ha sottolineato Countryman, di promuovere una sola America, l’idea di un paese nuovamente unito sotto la guida di un leader, il primo afro-american, credibile nella volontà di superare le divisioni esistenti e indirizzare il paese su nuovi percorsi. Per Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la questione razziale ha avuto un’incidenza non trascurabile sul voto, dato che mai nessun candidato era riuscito a conquistare il 95% dei consensi fra la popolazione di colore.

Addirittura straordinaria la popolarità riscossa da Obama al di fuori degli Stati Uniti, indice, come detto, di aspettative di cambiamento ancor più marcate sui principali temi globali. A tal proposito il gen. Fabio Mini ha citato alcuni dati relativi ad un sondaggio internazionale condotto in tutti i continenti alla vigilia del voto presidenziale. In pratica ovunque, tranne in Israele dove i due candidati si sono equamente suddivisi i consensi, la preferenza accordata a Obama è risultata schiacciante, spesso attorno al 90%. Per il ministro plenipotenziario Maurizio Serra tanto entusiasmo conferma che in questa circostanza gli Stati Uniti si sono riproposti al mondo come terra di unlimited opportunities, in cui anche un candidato di colore può giungere alla Casa Bianca personificando una forza di cambiamento capace di destare stupore ed ammirazione in tutto il mondo. Il parlamentare europeo Gianni De Michelis ha evidenziato l’influenza della crisi finanziaria sull’andamento e l’esito ultimo della campagna presidenziale statunitense. Egli ha precisato che mentre nella fase iniziale la distribuzione del consenso fra i due candidati era sostanzialmente incerta, a seguito del fallimento di Lehman Brothers Obama ha acquisito un vantaggio divenuto incolmabile e definitivo, relativizzando il peso accordato presso l’elettorato ad altri argomenti, inclusa la politica estera.


Altro tema affrontato nel corso del convegno è stato quello della complessa eredità raccolta dal quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. Il prof. Giovanni Buccianti, direttore dell’Opint, ha posto in evidenza la priorità del riequilibrio del sistema capitalistico statunitense, già avviato attraverso una nuova fase di interventismo pubblico in campo economico e finanziario con cui perseguire un aggiustamento strutturale che non potrà essere completato in breve tempo e che certo condizionerà l’intero sistema internazionale. Entrando nel merito delle conseguenze della crisi, Gianni De Michelis ha sottolineato come essa abbia improvvisamente e brutalmente ridimensionato l’influenza complessiva degli Stati Uniti nel sistema internazionale. Pur detenendo ancora la leadership mondiale in campo strategico, a causa della crisi gli Stati Uniti non sono più in grado di esercitare un’egemonia incontrastata, con una gestione unilaterale dei principali temi globali. Sembra pertanto irrimediabilmente finito per De Michelis quel periodo successivo alla fine della guerra fredda contrassegnato dall’indiscussa supremazia americana, rivelatasi insostenibile proprio quando l’intero sistema, e non sola la sua parte occidentale, ha preso a gravare su Washington. Egli ha ravvisato in tal senso una continuità di pensiero fra Clinton e Bush, accomunati, pur con l’utilizzo di strumenti concettuali differenti, dal medesimo disegno egemonico su scala mondiale. L’efficace slogan di Obama, Yes we can, pare oggi una necessità inderogabile per gli Stati Uniti, come dimostra la determinazione con cui è stata aggredita da subito la crisi economica ripristinando la centralità dello Stato in economia non solo come regolatore ma anche come attore, con i salvataggi delle banche e la nazionalizzazione de facto del settore automobilistico. La fine della “mitologia del mercato” sta imponendo anche agli altri paesi occidentali questo nuovo modello americano. Solo questa via, ha aggiunto De Michelis, può consentire il riequilibrio fra la ricchezza finanziaria prodotta nel sistema internazionale e l’economia reale, la prima misurata nell’ordine di quadrilioni, la seconda di trilioni. Soltanto la cooperazione fra paesi e il passaggio da un sistema di relazioni semplicemente multipolari a una autentica governance multilaterale può favorire la soluzione della crisi finanziaria e una corretta gestione degli altri temi globali, compito da ritenersi arduo in quanto impone che si trovi un compromesso fra attori tradizionali e potenze emergenti. Tutti i principali temi, dalla questione ambientale alla diffusione della democrazia, vanno ripensati e riproposti sulla base di interessi condivisi. Capofila di questa epocale missione volta a ridefinire le basi stesse dell’ordine internazionale dovrà essere proprio Barack Obama il quale, secondo De Michelis, dovrà preliminarmente porre rimedio all’abnorme debito accumulato negli anni dagli Stati Uniti. Causato da consumi eccessivi, esso potrà essere corretto solo se gli Stati Uniti riusciranno a rilanciare le loro esportazioni e i paesi asiatici accetteranno di incrementare le loro importazioni. Il gen. Fabio Mini si è detto pessimista riguardo alla possibilità di uscire rapidamente dalla crisi finanziaria, complice anche la scarsa consapevolezza delle misure da adottare da parte dei paesi occidentali. Riguardo al ricorrente parallelo che viene proposto con la precedente grande crisi finanziaria del 1929, egli ha ammonito che le conseguenze di questa vennero superate non con le misure introdotte dal New Deal quanto, piuttosto, con l’impulso che alle economie fu dato dalla seconda guerra mondiale. Tra le conseguenze della crisi internazionale vi sarà, per il prof. Buccianti, il passaggio a un multilateralismo critico, caratterizzato da ricorrenti crisi internazionali. Egli ha ricordato come teorici vecchi e nuovi del declino statunitense, fra i secondi anche Fareed Zakaria, abbiano trovato nuove evidenze alla loro tesi negli ultimi tempi. Al ridimensionamento della leadership americana si associa pericolosamente il fenomeno, recentemente previsto dal premio Nobel Paul Krugman, dell’ascesa delle autocrazie, su tutte Russia e Cina. Anche la lotta contro il terrorismo internazionale è ben lungi dall’essere vinta e continua a costituire un fattore di disturbo nel controverso rapporto fra occidente e universo islamico. Per il gen. Mini il terrorismo internazionale del presente scenario è profondamente cambiato rispetto a quello responsabile degli attentati dell’11 settembre 2001. Il fenomeno infatti sta subendo una progressiva rinazionalizzazione. Negli attentati a Mumbay, ha precisato Mini, piccole unità terroristiche hanno attuato incursioni rapide ed incisive secondo schemi per anni studiati in seno alla Nato e raramente messi in pratica. Il nuovo obiettivo terroristico è rappresentato dalle grandi megalopoli, del tutto ingestibili per quanto riguarda la sicurezza, pertanto gravemente vulnerabili. Gli occidentali vengono ora colpiti nei loro spostamenti, non più nelle loro sedi. Conseguentemente anche gli approcci nella lotta al terrore vanno profondamente rivisti ed aggiornati. Per Mini le due guerre attualmente in corso, in Iraq e Afghanistan, sono da considerarsi perse. Con la surge attuata dal gen. Petreus si è assistito alla drastica riduzione delle perdite di civili irakeni e di militari americani, ma si sono riempite le carceri di terroristi e presunti tali. In Afghanistan, mentre nel 2001 la coalizione occidentale spendeva il 90% delle proprie risorse nella ricostruzione e il 10% in controterrorismo, oggi accade esattamente l’opposto. La prof.ssa Valeria Fiorani Piacentini, dell’Università Cattolica di Milano, ha a sua volta approfondito la riflessione sugli attentati che hanno colpito Mumbay, interpretabili come un segnale inviato alla nuova presidenza americana, che ha dichiarato di voler rilanciare l’impegno nella lotta contro il terrore, oltre che all’India, ritrovato partner internazionale degli Stati Uniti avviato sulla strada di una progressiva occidentalizzazione che è causa di tensioni interne. La rivendicazione più credibile di tali attentati è stata quella proveniente dal gruppo pakistano Lashkar-e-Taiba, storico gruppo terroristico appoggiato dall’Isi, da sempre attivo in Afghanistan e Kashmir.

Altre eredità pesanti per il neopresidente americano sono da ritenersi per i relatori la ridefinizione del ruolo della Nato e la questione atomica con Teheran. Pur abbandonando verosimilmente l’approccio unilaterale, la leadership della Casa Bianca, ha ricordato il prof. Buccianti, è destinata a riproporsi sulla premessa di un rilancio dei valori più autentici della grande democrazia americana. Buccianti in proposito ha citato il confermato segretario alla Difesa Robert Gates, il quale ha dichiarato a Newsweek che gli Stati Uniti resteranno comunque l’attore imprescindibile per tutte le principali tematiche internazionali (o come già disse Clinton in occasione del suo secondo indirizzo inaugurale nel 1997 “America stands alone as the world’s indispensable nation”).


Relativamente alle alte aspettative suscitate dall’elezione di Barack Obama, i relatori hanno approfondito la riflessione su quello che è risultato il tema centrale del convegno: continuità e discontinuità con la precedente amministrazione. Lucio Caracciolo ha posto su questo punto una premessa, condivisa anche dal prof. Maurizio Vernassa dell’Università degli Studi di Pisa: il cosiddetto uomo più potente del mondo, il presidente degli Stati Uniti d’America, conosce in realtà limiti e vincoli, sia formali che sostanziali, che ne condizionano non poco la libertà d’azione. Egli deve infatti tener conto delle influenti lobbies che interferiscono nelle linee di politica estera e non può mai perdere di vista il primato dell’interesse nazionale dovendo confrontarsi con scadenze elettorali più o meno prossime. Già fra due anni Obama potrà stimare il grado di consenso sul suo operato con le elezioni di mid-term, cui seguiranno, dopo altri due anni, quelle in cui dovrà conquistarsi il secondo mandato presidenziale. Come tutti i suoi predecessori, pertanto, anche Obama troverà difficoltà nel non sacrificare la propria visione alle priorità che si imporranno nel tempo. Anche per Mary Ellen Countryman è inevitabile che prima o poi Obama finirà con l’adottare qualche provvedimento che, rispondendo esclusivamente all’interesse americano, susciterà disappunto anche nei suoi sostenitori europei. Nonostante in linea generale vi sia ampia affinità di vedute e di valori su molti temi internazionali fra le due sponde dell’Atlantico, non sempre gli interessi americani risultano coincidenti con quelli europei. Il Console vede una continuità positiva fra passata e nuova amministrazione nella volontà degli Stati Uniti di mantenere gli impegni internazionali, preservando le priorità strategiche della politica estera così come la centralità del vincolo transatlantico ed il ruolo della Nato. Quali saranno, piuttosto, le risposte che giungeranno dall’Europa e dai leader di Russia, Cina, Cuba e Iran alle nuove sollecitazioni provenienti da Washington su temi come la crisi finanziaria e la sicurezza internazionale? Su questo punto il ministro plenipotenziario Maurizio Serra ha sostenuto che siamo forse di fronte a un nuovo grand design americano, in risposta al quale non mancano segnali incoraggianti provenienti dall’Iran, con cui il dialogo in realtà non è mai stato interrotto, e da Cuba, paesi che hanno accolto favorevolmente l’elezione di Obama. Anche in Iraq, del resto, gli accordi che tendono a ridurre l’ingerenza americana sono di buon auspicio. Il grande interrogativo di fondo sulla nuova amministrazione statunitense è se saprà essere più disponibile al confronto multilaterale, dando vita in tal caso a una discontinuità positiva. Il gen. Giuseppe Cucchi ha definito “messianico” il compito che complessivamente attende il nuovo presidente, in quanto egli deve risolvere la crisi finanziaria nazionale e internazionale, restituire autorevolezza e leadership al paese dopo gli errori dell’era Bush, migliorare le relazioni con il mondo islamico, sviluppare quelle con la Cina, non trascurare un’Europa peraltro non ancora in grado di inserirsi alla pari fra i principali attori internazionali. Nonostante sia stato evocato come l’uomo del cambiamento, Obama ha nominato quali collaboratori consiglieri delle precedenti amministrazioni Bush e Clinton, segno questo di continuità e non di cambiamento. È auspicabile inoltre che il nuovo presidente rilanci il multilateralismo anche attraverso le organizzazioni internazionali, un punto questo evidenziato anche dal ministro Serra. Per quanto riguarda l’UE, se non pienamente coesa ed unita, non potrà neppure in futuro opporsi ad eventuali eccessi unilateralistici statunitensi. Già sull’Iraq un’Europa divisa non è riuscita a far desistere gli americani dall’attuare la soluzione militare. In tal senso, ha aggiunto Serra, è apparso significativo che nel suo trionfale tour elettorale europeo Obama non abbia fatto tappa a Bruxelles. Quanto alla Nato, essa non è più un foro di discussione politica, ad esempio non è mai stata coinvolta nella questione iraniana, allo stesso tempo non può rimanere semplice alleanza militare. Il gen. Mini ha aggiunto che gli Stati Uniti non possono pensare di continuare ad imporre le proprie visioni egemoniche all’interno dell’Alleanza Atlantica, fra le quali quella che, attraverso la cooptazione degli ex satelliti sovietici, ha minato l’UE e alimentato le tensioni con la Russia. Infine l’Onu: per quanto essa sia affetta da incapacità sul piano operativo, resta pur sempre l’unico foro per un confronto multilaterale autentico, capace di dar voce a qualsiasi attore. Ci sono temi, ha ricordato il gen. Cucchi, sui quali solo le Nazioni Unite sembrano poter favorire la discussione. Ad esempio, la questione atomica potrebbe essere gestita rilanciando il vecchio piano Baruch, dato che in pratica nel lungo termine nulla può impedire a un paese di dotarsi della bomba. De Michelis, per il quale il nuovo presidente dovrà necessariamente conciliare continuità e cambiamento, teme soprattutto una relativizzazione dell’asse transatlantico a vantaggio di quello emergente con la Cina, paese col quale gli Stati Uniti potrebbero negoziare direttamente, in una nuova ottica bipolare, le soluzioni di molti problemi, sacrificando altri interlocutori come l’Europa. Su questo punto ha insistito anche Lucio Caracciolo, che intravede non poche continuità, soprattutto con il secondo mandato Bush, quello in cui la Casa Bianca ha cercato in qualche misura di porre rimedio ai danni causati dall’approccio unilateralista. Caracciolo ha richiamato l’attenzione sul differente approccio culturale fra americani ed europei. Gli Stati Uniti perseguono da sempre, sul piano internazionale, una missione, non la mera perpetuazione, su basi realistiche, all’europea, della loro leadership.


Ad esempio in seno alla Nato là dove gli europei parlano di alleanza gli americani intendono organizzazione, i primi cercano di comporre interessi diversi, i secondi perseguono i loro obiettivi avvalendosi dell’appoggio dei partner. Non dobbiamo mai scordare, ha precisato Caracciolo, il retaggio culturale: gli Stati Uniti d’America nascono in conflitto con l’Europa e con la sua cultura politica. Resta insuperato, pertanto, il discorso di commiato di George Washington con l’ammonimento rivolto ai connazionali a non lasciarsi irretire dagli europei. È indubbio che in questo momento per gli Stati Uniti i paesi detentori del loro debito, ovvero gli asiatici, contino molto di più dei paesi europei. Mentre l’attuale Europa è per Washington la migliore possibile, né troppo rilevante né antagonista, Cina e Giappone detengono i due terzi del debito americano ed hanno quindi un forte potere condizionante. Inoltre Caracciolo vede un certo comune pragmatismo fra Stati Uniti e Cina. Al pari di De Michelis, anch’egli ritiene che se Washington fosse disposta a rivedere certe pregiudizi si renderebbe possibile una larga intesa con Pechino quale asse di un nuovo ordine internazionale, che avrebbe, come conseguenza, una ulteriore relativizzazione del peso europeo.


Infine, due contesti geopolitici da sempre critici, nei quali l’elezione di Barack Obama sembra aver suscitato nove speranze sono il Medio Oriente e l’Africa. L’Amb. Antonio Badini ha posto in evidenza come la grande attesa di un cambio di orientamento nella politica mediorientale statunitense si sia concentrata proprio sulla figura del nuovo presidente americano, peraltro raffreddandosi ben presto a causa del manifestarsi dei primi segni di continuità, in particolare nella composizione dello staff presidenziale. Badini ha ricordato come sotto la presidenza Bush la politica mediorientale statunitense sia stata dominata dall’impostazione rigidamente ideologica della lotta al terrore e non dalla consueta gestione pragmatica delle crisi. Fra le conseguenze negative di tale approccio figura anche l’atteggiamento particolarmente rigido adottato nei confronti dell’Iran per la questione atomica. Teheran naturalmente non ha accettato di essere messa al bando dalla comunità internazionale; d’altra parte, ha rivelato acutamente Badini, mentre Obama in campagna elettorale si è dichiarato disposto a riprendere il dialogo con l’Iran senza posizioni preconcette, il neo segretario di Stato, Hillary Clinton, è sembrato preservare la chiusura di principio. Anche nei confronti di Hamas, del resto, la presidenza Bush ha adottato un pregiudizio deleterio. Mentre è auspicabile che tali errori vengano emendati dal nuovo corso americano, l’Europa dovrà necessariamente assumersi, ha sostenuto Badini, la responsabilità di prendere le distanze da qualsiasi preconcetto che possa ostacolare il dialogo e la cooperazione nella regione. Se possiamo concordare con il neopresidente americano quando sostiene che l’epicentro del fenomeno terroristico è da individuarsi in Afghanistan, ove occorre intensificare la lotta, non si può trascurare ancora la centralità politica della questione israelo-palestinese nel confronto fra occidente e Islam. In tal senso occorre sottrarre all’isolamento e all’indifferenza la Palestina e rilanciare il confronto con Hamas, espressione socio-politica della maggioranza della popolazione della regione. Per il prof. Maurizio Vernassa, l’elezione dell’afro-american Barack Hussein Obama ha sollevato in Africa entusiasmi diffusi quanto sinceri. Purtroppo fino ad oggi l’Africa non ha costituito una priorità per gli Stati Uniti; nella definizione della politica estera le varie lobbies americane non hanno mai accordato alcuna priorità a quel continente, anche se è indubbio che solo proponendosi sotto una luce diversa, unitaria e maggiormente propositiva nel rilancio dei piani locali di sviluppo, l’Africa possa attrarre l’attenzione della Casa Bianca.


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Autore Soave Paolo
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