N. 20 - Giugno 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X






Carlo De Maria

I sindaci della Repubblica
Un recente convegno di Civitas sul governo locale

Cesena, 30 marzo 2009

A circa tre anni dal convegno nazionale dedicato alle prime elezioni comunali del 1946, per il quale già da tempo sono disponibili gli atti (Dogliani, Ridolfi 2007), l’associazione Civitas presieduta da Renato Zangheri mostra di proseguire con determinazione nel proprio impegno per lo studio del governo locale, puntando questa volta l’obiettivo su quello che è stato giustamente definito il “punto centrale dell’amministrazione locale”, ovverosia il sindaco: “perno necessario intorno al quale ruota tutto, o almeno gran parte, del complesso dell’amministrazione più vicina ai cittadini” (Italia 1997; per una rassegna della letteratura in materia, Colloca 2003).

È in questo ambito che lo scorso 30 marzo, nella bella cornice del palazzo del Ridotto di Cesena, si sono svolti i lavori del convegno I sindaci della Repubblica. Ricostruzione e trasformazioni della vita municipale emiliano-romagnola nel secondo dopoguerra (1945-1970), promosso da Civitas insieme al Comune di Cesena, con la collaborazione dell’Associazione mazziniana italiana, dell’Anci Emilia-Romagna e della Scuola superiore di pubblica amministrazione locale di Roma.

Coordinate da Maurizio Ridolfi e Angelo Varni, le relazioni hanno affrontato per lo più “casi” di studio locali e regionali, mostrando comunque la capacità di non chiudersi – se non in rari passaggi – in una dimensione localistica e comunitaria, mantenendo aperto, invece, un dialogo serrato con le grandi questioni storiografiche del contesto nazionale. La scelta delle fonti archivistiche ha confermato questi indirizzi di ricerca: il tema dell’interdipendenza tra centro e periferia ha trovato riscontro in una attenzione simultanea a fonti locali e nazionali, con particolare riferimento, nel caso specifico, agli archivi storici comunali, agli archivi di prefettura e ai fondi romani del ministero dell’Interno.

Questo maturo approccio metodologico è stato ben evidenziato dalle prime due relazioni, tenute da Giovanna Tosatti (Società, politica e amministrazione: i sindaci nella democrazia repubblicana) e Oscar Gaspari (Tradizione municipale e movimento per le autonomie: modelli locali e organizzazioni nazionali), e ha trovato conferme negli approfondimenti su ambiti regionali e cittadini di Carlo De Maria (I comuni e la classe politica della Romagna nel secondo dopoguerra), Tito Menzani (Le politiche municipali e lo sviluppo economico: la cooperazione in Emilia-Romagna), Rosario Forlenza (Capoluoghi regionali e classe politica locale: una prospettiva comparata su Bologna, Firenze, Roma e Napoli), Sauro Mattarelli (Sindaci a Ravenna dalla Ricostruzione al centro-sinistra: partiti popolari e classe dirigente), Massimo Lodovici (Tradizioni municipalistiche e governo del comune: Cesena negli anni di Antonio Manuzzi) e Mario Proli (La Repubblica al comune di Forlì: una classe politica municipale).

Nel corso dei lavori, alcuni temi centrali della storia del Paese hanno assunto convincenti articolazioni territoriali e interessanti sfumature interpretative. Ci limitiamo a ricordare i principali spunti emersi dal convegno.

Parlando, ad esempio, del basso livello di autonomia degli enti locali e della forte continuità – nel passaggio tra fascismo e Italia repubblicana – della legislazione comunale e provinciale, è stato più volte messo in rilievo come negli anni ’40 e ’50 l’estensione dei controlli prefettizi variasse da situazione a situazione, in base alla dimensione dell’ente locale, al suo colore politico e alla presenza fra gli amministratori di figure politiche nazionali. In questo senso, appare significativo che, nell’area romagnola, ad essere maggiormente pressati dalle autorità di controllo fossero generalmente i piccoli comuni amministrati dalla sinistra, sia per il carattere militante dei loro sindaci – spesso molto giovani e formatisi nella guerra partigiana (caratteristiche biografiche comuni ad altri ambiti territoriali: Mastropaolo 1991; Baldissara, Magagnoli 1992) –, sia per l’assenza di personalità di spicco tra gli amministratori e, dunque, di protezioni e collegamenti diretti con la classe politica nazionale.

Come è noto, al tradizionale centralismo amministrativo dello Stato unitario, si aggiungeva il peso crescente esercitato dai partiti, a loro volta fortemente accentrati e portati a un intervento assiduo nella vita politica dei comuni (Ferraresi 1971), dove tuttavia – come bene illustrano i casi di Cesena, Forlì e Ravenna, accomunati da un forte insediamento repubblicano – i sistemi politici locali presentavano talvolta delle peculiarità irriducibili rispetto agli equilibri del contesto nazionale.

Infine, le analisi dedicate al rapporto sindaci/prefetti (con particolare attenzione ai piccoli comuni della provincia di Forlì) hanno messo in evidenza le implicazioni insite nella “duplice posizione” che le norme di legge, spesso confuse e frammentarie, assegnavano al sindaco: capo dell’amministrazione del comune e ufficiale di governo. Secondo un persistente retaggio dell’impostazione podestarile, ancora ben vivo negli anni ’40 e ’50, i prefetti erano portati a schiacciare la figura dei sindaci sul secondo aspetto, quello di “ufficiale di governo”, e a considerarli, pertanto, alla stregua di semplici sottoposti, facilmente sostituibili con commissari prefettizi.

“Probabilmente tutto ciò – si osservava nel 1951 sulla ‘Rivista amministrativa della Repubblica italiana’ – è l’effetto del sonnambulismo e dell’attesa indefinita in cui è rimasta la legislazione del dopoguerra, ondeggiante tra il vecchio e il nuovo e paurosa di pronunciare una parola consona ai tempi e alla struttura attuale dello Stato” (Soprano 1951).






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