Andrea Giovanni Noto
Una catastrofe patriottica
1908: il terremoto di MessinaRoma-Bari, Laterza, 2008Il terremoto messano-calabrese del 28 dicembre 1908 costituisce uno degli eventi a più elevato impatto della storia sismica italiana e mondiale, sia in termini di vite umane perdute, sia in termini di distruzioni causate. Esso segnò la fase culminante e finale di un periodo di instabilità tellurica della regione calabro-sicula, probabilmente la zona di maggiore sismicità di tutta la penisola, avviato il 16 novembre 1894 lungo il versante occidentale dell?Aspromonte e proseguito l?8 settembre 1905 nelle province di Catanzaro e Cosenza e il 23 ottobre 1907 nel circondario di Gerace con la completa distruzione di Ferruzzano.
L?azione congiunta di una fortissima scossa sismica con epicentro in mare al largo delle coste dello Stretto, di intensità massima pari all?XI grado della scala Mercalli e di magnitudo corrispondente a 7,2 gradi di quella Richter, di un violento maremoto dalle ondate devastanti e, per ciò che concerne il centro mamertino, di numerosi incendi, che continuarono a propagarsi anche nei giorni a seguire, determinò uno scenario di immane gravità: Messina e Reggio Calabria, al pari di moltissimi paesi dei rispettivi circondari, furono praticamente rase al suolo, come si evince dal numero estremamente esiguo di abitazioni rimaste in piedi, ammontanti rispettivamente a 2.224 su 7.800 nella prima e soltanto a 176 su 3.636 nella seconda, secondo i dati riportati dal lavoro di Romano Solbiati e Alberto Marcellini Terremoto e società (Milano, Garzanti, 1983), e dalla stima riferita da Pietro Longo nella sua Messina città rediviva (Messina, G.B.M., 1994) di oltre 900.000 m³ di macerie rimosse nella sola città peloritana.
Le perdite economiche maturate nell?occasione, equivalenti a circa 600 milioni di lire secondo un calcolo seppure approssimativo e sommario riportato dal geografo Mario Baratta nel suo pregevole resoconto La catastrofe sismica calabro-messinese (Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 1985), furono talmente ingenti che da più parti si paragonò l?evento a una guerra persa o una grande emergenza di portata nazionale.
A livello demografico, inoltre, si registrò una vera e propria ecatombe, impossibile da quantificare con certezza in quanto moltissimi corpi ormai esanimi furono trascinati in mare e numerosi gruppi familiari rimasero sepolti sotto immensi cumuli di macerie senza che alcuno potesse denunciarne la scomparsa. Per di più ad aumentare le incertezze contribuirono due ulteriori fattori quali l?avanzato stato di decomposizione dei defunti, resi spesso irriconoscibili nei lineamenti dal tempo trascorso prima del tentativo di identificazione, e la distruzione delle carte d?archivio dello Stato Civile e dell?Anagrafe disperse dal vento, come nel caso reggino, o distrutte dagli incendi, come a Messina, condizione questa in base alla quale bisognò riferirsi ai dati del censimento del 1901. Per tali ragioni le stime accreditate variarono sensibilmente da studioso in studioso, oscillando tra un massimo di 200.000 e un minimo di 80.000 vittime per le due zone, sebbene gli storici odierni tendano a ritenere più attendibile un numero compreso tra le 80.000 e le 100.000 vittime.
All?interno di un quadro dai tratti così foschi e terribili, però, il disastroso evento ebbe insperatamente l?effetto positivo di innescare un vasto ed eterogeneo processo di mobilitazione solidaristica, capace di coinvolgere non soltanto ogni singola regione italiana ma anche numerose nazioni del globo, così da riuscire a unire, come mai prima di allora, il paese all?insegna della fratellanza e dell?identità nazionale. Non appena giunsero informazioni certe su quanto accaduto a Messina e a Reggio, infatti, volontari da tutto il paese si mossero immediatamente verso le regioni colpite per offrire il loro apporto personale nelle difficoltose e delicate operazioni di soccorso e ricostruzione. Molti altri cooperarono ugualmente offrendo accoglienza a profughi e orfani. Uomini e donne appartenenti alle più differenti classi sociali collaborarono disinteressatamente con l?intento di provvedere alla raccolta di somme di denaro, viveri, vestiti, attrezzature, tende, barelle e materiale medico. Comitati civici di soccorso, associazioni operanti nei diversi settori della società civile, forze dell?ordine, comunità di italiani residenti all?estero, organizzarono eventi di beneficenza e promossero raccolte di fondi. In moltissime città della penisola si diede vita alla singolare e coinvolgente iniziativa delle ?passeggiate benefiche?, a cui, non a caso, per lungo tempo rimase intimamente connessa la memoria del funesto avvenimento, che consistevano nella sfilata di carri lungo le vie dei centri abitati accompagnati da una banda musicale allo scopo di racimolare aiuti vari per i terremotati. A Roma e a Milano si tennero i ?plebisciti del dolore?, durante i quali i cittadini deponevano le donazioni in ?urne elettorali? avvolte nel tricolore, che rievocavano in modo deliberato i plebisciti con cui era stata sancita mezzo secolo prima l?unificazione italiana.
Grazie all?opera puntuale dei quotidiani e delle riviste dell?epoca, che dedicarono all?argomento un gran numero di prime pagine, reportages, edizioni speciali, arrivando perfino ad aumentare consistentemente le loro tirature, il terremoto assunse risonanza sempre più ampia e generalizzata presso un?opinione pubblica sconvolta e ?affamata? di notizie. In segno di conforto, poi, parecchi intellettuali italiani e stranieri, di formazione e professionalità varie, sentirono il bisogno di offrire il loro contributo umano e culturale, dando vita a un flusso di testimonianze davvero copioso, le quali trovarono spazio oltre che sui giornali del tempo anche su alcuni ?numeri unici?, concepiti per l?occasione e realizzati con intento benefico.
Proprio questa straordinaria ondata di patriottismo seguita al terremoto accaduto poco più di cento anni fa è oggetto di descrizione e analisi da parte di John Dickie nel suo recente volume intitolato emblematicamente, per l?appunto, Una catastrofe patriottica. 1908: il terremoto di Messina (Roma-Bari, Laterza, 2008). L?autore, attento studioso della storia italiana, in particolare del Mezzogiorno, e del processo di unificazione nazionale, ha il merito di porre all?attenzione generale un tema di indubbio interesse, rimasto finora confinato sullo sfondo della ricerca storiografica.
In un momento storico in cui il senso di appartenenza nazionale era ancora debole, dal momento che gli italiani basavano la loro identità soprattutto sulla località geografica o sulla regione di appartenenza, sulla classe sociale, sulla famiglia, sulla politica o sulla religione, il fenomeno in questione ? sottolinea lo storico inglese a p. 9 della sua Introduzione ? non può essere liquidato come ?qualcosa di effimero, insignificante o poco rappresentativo? per via della sua eccezionalità ma deve obbligatoriamente contribuire a chiarire la natura, il ruolo e le dinamiche assunte dal patriottismo e dall?identità in Italia.
Muovendo, ma, nello stesso tempo, differenziandosi, dalle tesi esposte da Benedict Anderson nel suo Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi (Roma, Manifestolibri, 1996), secondo cui la nazione andrebbe concepita come una comunità politica ?immaginata? contraddistinta da un ?profondo, orizzontale cameratismo?, e dall?analisi condotta sul patriottismo risorgimentale da Alberto Maria Banti ne La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell?Italia unita (Torino, Einaudi, 2000), che ha portato alla luce le modalità di pensiero e di percezione che accomunavano i patrioti italiani, il lavoro di Dickie risulta imperniato sul concetto essenzialmente ?conteso? di nazione. In base a tale approccio, che trae il suo fondamento teorico dal saggio Essentially Contested Concepts del 1956 di Walter Bryce Gallie, questa non appare nelle vesti di un oggetto preesistente intorno alla cui assodata e univoca definizione si manifestano una coesione di fondo e un?omogeneità culturale nella società ma, al contrario, come un?entità malleabile, in costruzione, capace di prendere forme e caratterizzazioni differenti a seconda delle definizioni espresse dalla pluralità delle parti in gioco. Ogni attore sociale, dunque, finisce col partecipare alla lotta per l?appropriazione degli stessi termini e simboli che ruotano intorno al concetto di identità nazionale al fine di strappare il controllo delle leve retoriche ai propri avversari e, così facendo, riuscire a conquistare potere e consenso. Ciò accadde anche nella primissima fase post-sismica quando innumerevoli immagini specifiche della nazione si contrapposero tra loro per evocare e rappresentare compiutamente il cordoglio e il lutto dell?intera Italia.
Nell?ottica dell?Autore, tuttavia, l?identità nazionale possiede anche una dimensione cognitiva, nel senso che ?fornisce un?immagine del mondo utile per definire e spiegare fenomeni naturali e sociali che rappresentano una sfida e sono ragione di ansia, sia per gli individui sia per la società nel suo insieme? (p. 23).
Del resto il rischio di legittimità cui possono andare incontro le diverse compagini statuali durante le emergenze, già acutamente evidenziato da Piero Bevilacqua nel suo saggio Catastrofi, continuità, rotture nella storia del Mezzogiorno del 1981, apparve assolutamente concreto nel caso del movimento tellurico del 1908, indubbiamente il più grave disastro che il neonato Stato italiano si fosse mai trovato ad affrontare dal compimento dell?unificazione, allorché la classe dirigente giolittiana fu messa per la prima volta in discussione di fronte a un'opinione pubblica sempre più ampia e politicizzata, trovandosi costretta a dimostrare, al contempo, la propria competenza e la legittimità del diritto a governare.
Allo stesso modo affiorarono in superficie, diventando di pubblico dominio, ansie e inquietudini tanto profonde quanto diffuse nella società, quali il ritorno allo stato di natura, lo sconvolgimento dell?ordine sociale, il sovvertimento dei valori esistenti, la rivelazione della vera natura della gente italiana.
A parere dello storico inglese, pertanto, la catastrofe dello Stretto finì con l?assumere la duplice valenza di crisi politica e insieme simbolica che le forze politiche governative cercarono di arginare e superare attraverso l?efficace terreno del patriottismo.
Lo studio di Dickie, che si fonda in gran parte su fonti giornalistiche, integrate da racconti di superstiti e materiale di altro genere, riunisce tre contributi già pubblicati in lingua inglese in versione leggermente differente all?interno di lavori collettanei e sulla rivista ?Modern Italy? (capitoli II, III e VI) insieme a parti più propriamente originali, quali la lunga Introduzione, i capitoli I, IV e V, la Conclusione e una cronologia che ripercorre gli eventi successivi alla data del sisma fino al 27 febbraio 1909. Servendosi di una struttura di tipo tematico più che narrativo, il suddetto volume offre una rassegna di alcune importanti angosce politiche e antropologiche unitamente alla conseguente reazione patriottica approntata.
Si passa così dalla rappresentazione, seppure in modalità diverse, del terremoto nei termini di una guerra nazionale (cap. I) all?individuazione dei nemici, che finiscono col caratterizzarsi come capri espiatori, quali gli sciacalli, i ribassisti e la burocrazia statale, e degli eroi, rappresentati emblematicamente dall?on. Giuseppe Micheli e soprattutto dalla regina Elena di Savoia (cap. II). Ci si sofferma, poi, sul raccapricciante odore di morte e putrefazione che per settimane aleggiò sulle rovine, responsabile di sollevare angoscianti interrogativi antropologici di fondo sui confini tra la vita e la morte, tra la città e il cimitero, tra il corpo e il mondo esterno (cap. III). Non manca, inoltre, il ricollocamento dell?evento sismico nel più largo contesto della ?questione meridionale?, con significative sottolineature relative al ruolo svolto da Umberto Zanotti-Bianco, futuro fondatore dell?Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d?Italia, e alle rappresentazioni stereotipate riguardanti siciliani e calabresi (cap. IV). In ultimo, vengono evidenziate le controversie legate alla drammatica questione della cura dei bambini rimasti orfani (cap. V) e sono condotte delle riflessioni sui concetti della tempestività e della memoria nel quadro dell?identità azionale (cap. VI).
Nella Conclusione, infine, è operata una comparazione tra il terremoto messano-calabrese e quello di San Francisco del 1906, i cui risvolti patriottici furono più lineari, superficiali e di breve durata rispetto a quelli italiani, e si tratteggia l?eredità lasciata proprio da tali aspetti in seguito al sisma del 1908, senza i quali ? ne è fortemente convinto lo storico inglese ? qualsiasi analisi condotta sul ruolo del patriottismo in Italia dovrebbe necessariamente essere rivista o scartata.