N. 19 - Febbraio 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Francesco Silvestri

Silvia Scatena
La teologia della liberazione in America Latina

Collana ?Le Bussole?, Carocci editore, Roma

?La teologia della liberazione è stata lo spirito di Medellín calato in una teologia?. Le parole del teologo belga Edward Schillebeeckx riassumono per intero il senso di un movimento che, a partire da una esigenza di contestualizzazione della pratica ecclesiale e di predicazione, ha rappresentato un importante tentativo di modernizzazione ?dal basso? della religione cattolica.

In questo sintetico quanto denso volume ? tra le ultime uscite della meritoria Collana ?Le Bussole? di Carocci, una sorta di risposta più scientifica e meno generalista alla serie ?Farsi un?idea? del Mulino ? Silvia Scatena descrive la genesi, l?impatto e le evoluzioni della straordinaria esperienza di rivendicazione popolare, se non terzomondista tout-court, in seno alla Chiesa cattolica nota appunto come ?teologia della liberazione?.


Copertina "teologia liberazione america latinaIn un contesto segnato dalle richieste di apertura alle esigenze del presente con cui si inaugura il Concilio Vaticano II e dalla evidente crisi dello Stato liberal-populista latinoamericano, si sviluppa nel clero sub-continentale una crescente attenzione per le condizioni di vita dei fedeli, in particolare delle maggioranze povere, nei rispettivi ?ambienti di vita?. La collaborazione con il numeroso personale missionario europeo, i contatti con il cattolicesimo franco-belga, fin dagli anni ?50 all?avanguardia nella ricerca di un nuovo approccio pastorale vicino alla realtà sociale e pronto a raccogliere le sfide della modernità, e la conseguente nascita di diversi centri di ricerca socio-religiosa (i centri di Bogotà, Rio de Janeiro e Santiago del Cile della rete istituita da François Houtart, l?esperienza di Ivan Illich a Cuernavaca), non solo influenzano il clero militante delle parrocchie, ma coinvolgono anche un gruppo di vescovi, invero minoritario, all?interno degli episcopati nazionali. È così che sotto la spinta di alti prelati quali il brasiliano Helder Camara, il cileno Manuel Larraín, il peruviano Dammert Bellido, l?ecuadoriano Leonidas Proaño, nasce nel 1955 il Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM), finalizzato al rinnovamento ed al maggiore coordinamento delle modalità pastorali continentali.


I principali problemi del sub-continente ? identificati con il sottosviluppo non solo spirituale, ma anche materiale, la povertà, la violenza politica e sociale ? diventano in quegli anni il fulcro della predicazione di un nucleo sempre più ampio all?interno del clero latinoamericano; ma è solo all?indomani della pubblicazione della montiniana Populorum Progressio (1967), in cui Paolo VI affronta il tema della giustizia a livello mondiale e sottolinea la necessità di un superamento del neocolonialismo economico responsabile dell?impoverimento del Terzo Mondo, che il termine ?liberazione? fa il proprio ingresso a pieno titolo nel dibattito ecclesiale. Preceduto da un Messaggio ai vescovi del Terzo Mondo con cui 17 vescovi latinoamericani invitano i popoli a rompere con la situazione di dipendenza per divenire artefici della propria liberazione senza temere il biasimo di una Chiesa che, al contrario, sa accettare le rivoluzioni che servono la giustizia, nel 1968 il sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez presenta alla conferenza di Chimbote una relazione dal titolo Verso una teologia della Liberazione, nella quale definisce gli orientamenti fondamentali della nuova dottrina: l?idea di una teologia come ?Atto Secondo?, ovvero conseguenza diretta e naturale di un Atto Primo rappresentato dall?impegno in favore dei poveri; la salvezza in Cristo come momento di realizzazione dell?uomo nel presente storico e non consolazione spirituale destinata alla vita eterna; infine, il ricorso alle scienze sociali come strumento di analisi della realtà in cui la chiesa è chiamata ad operare. Nel biennio successivo, i fondamenti delineati da Gutiérrez sono sistematizzati e teorizzati, con ulteriore accentuazione della tematica del povero come soggetto attivo ed interlocutore privilegiato della Chiesa, della importanza della mediazione delle scienze sociali ? in primis dell?analisi marxista e della sua attenzione alla prassi ? nell?articolare una lettura della realtà storica, della dimensione politica della fede. Esemplari, in questo senso, i contributi di Larraín, che individua nel sottosviluppo materiale e spirituale dei popoli latinoamericani e del Terzo Mondo una violazione della dignità dell?uomo; di Camara, che teorizza il sottosviluppo come prodotto storico dell?espansione dei Paesi capitalistici; di Boff, con una attenzione per Gesù nella Storia e per il primato dell?elemento critico su quello dogmatico che richiedono modalità di lettura della Bibbia basate sul coinvolgimento politico ed esistenziale dei fedeli.



Due anni prima, nel corso della Conferenza del CELAM tenutasi a Medellín, il tema della liberazione ? pure mai citato direttamente nei documenti ufficiali ? era assurto a categoria riassuntiva della nuova teologia latinoamericana, strumento attraverso cui costruire la ?salvezza integrale?, nel suo duplice aspetto di pieno sviluppo dei valori umani e di redenzione dal peccato: tutta l?opera divina è interpretata come azione di promozione e liberazione dell?uomo, con netto rifiuto dell?artificiale dualismo che separa gli aspetti temporali dalla santificazione. Compito della chiesa, allora, è difendere i diritti dei poveri e degli oppressi, denunciare abusi e conseguenze della disuguaglianza, sostenere lo sforzo popolare per la rivendicazione dei diritti di base, valorizzare la dimensione sociale e comunitaria del cristianesimo, favorire la formazione della coscienza critica della situazione sociale. Ad accompagnare e diffondere la nuova teologia negli anni post-Medellín, sarà la fioritura, soprattutto in Nicaragua e Brasile, delle comunità ecclesiali di base, strumenti non solo di evangelizzazione, ma anche di presa di coscienza e mobilitazione popolare in difesa dei diritti del popolo.



Come facilmente prevedibile, una teologia così estrema muove presto la reazione delle gerarchie ecclesiastiche nazionali e vaticane. Nata in risposta alle sollecitazioni di rinnovamento provenienti da Giovanni XXIII e rafforzata ? forse involontariamente ? dalla aperture della Populorum Progressio, la teologia della liberazione sconta duramente la militarizzazione violenta della vita politica latino-americana degli anni ?70: i regimi emersi dai golpe, che attraversano di fatto tutto il sub-continente (Uruguay, Bolivia, Paraguay, Cile, Argentina, mentre in Brasile i militari hanno assunto il potere fin dal decennio precedente), assegnano alla Chiesa il ruolo di bastione imprescindibile contro l?omnicomprensivo nemico del comunismo, responsabile del disordine e della lacerazione del corpo sociale cattolicamente formato. In questo clima, gli episcopati più tradizionalisti trovano la propria rivincita: la nomina da parte della Santa Sede prima alla Segreteria e poi alla Presidenza del CELAM di Alfonso López Trujillo, vescovo ausiliare di Bogotá noto per le sue posizioni antimarxiste, con contestuale emarginazione al suo interno dei fautori dello ?spirito di Medellín?, sancisce il ritorno nel solco della tradizione pastorale vaticana della istituzione che più di ogni altra ha contribuito alla diffusione dell?opzione liberazionista; lo stesso Paolo VI, attraverso l?esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, mette in guardia dalla tentazione di ridurre la missione ecclesiale ad un progetto meramente temporale. La principale accusa mossa in questi anni al movimento è di ?orizzontalismo?, inteso come sottovalutazione della dimensione trascendente ed escatologica del messaggio cristiano e del suo svilimento a strumento di riscatto politico e sociale, conseguenza di una scorretta identificazione del Regno di Dio con un?utopia di matrice socialista; di qui, la politicizzazione della fede, il carattere ideologico dell?opzione per i poveri, lo schiacciamento verso il marxismo come strumento privilegiato di analisi della realtà.



Dopo un primo tentativo di stemperare il contrasto in nome dell?unita ecclesiale, lo stesso Giovanni Paolo II lancia una dura reprimenda contro ?l?impegno temporale ed ideologico dei cattolici e la loro collaborazione con i marxisti?, una censura rivolta in particolare ai membri del clero che hanno accettato di partecipare all?esperienza di governo sandinista in Nicaragua. Il principale luogo di critica della teologia della liberazione diviene la Congregazione per la Dottrina della Fede, organo di controllo dottrinale erede del Sant?Uffizio e guidato in quegli anni da Joseph Ratzinger; la Congregazione inaugura i suoi attacchi con una valutazione molto severa della dottrina di Gutíerrez, conclusa dalla richiesta ? peraltro mai accolta ? all?episcopato peruviano di una condanna ufficiale delle posizione del sacerdote liberazionista. Negli anni ?80, la Congregazione pubblica la Istruzione su alcuni aspetti della ?teologia della liberazione?, in cui denuncia la distanza dalla fede vera di una teologia ideologizzata che, attraverso il concetto di chiesa popolare, introduce elementi propri della critica marxista quali la lotta di classe all?interno del discorso pastorale. Intervallata da una seconda Istruzione più morbida nei toni e da una lettera rasseneratrice di Wojtyla ai vescovi brasiliani, che guidati dal Cardinal Lorscheider avevano denunciano l?impostazione asociale e anti-conciliare della prima Istruzione, la Congregazione non cesserà di occuparsi dell?eterodossia liberazionista, dapprima ostacolando il progetto editoriale pan-americano volto a diffonderne i principi, poi ? ancora nel 2007 ? quando la critica si appunta nuovamente sull?elezione dei poveri a oggetto teologico per eccellenza e, per estensione, sull?idea di una cristologia dal basso incentrata sulle vittime.



Nonostante la presa di posizione di molte personalità tanto della chiesa latinoamericana quanto di quella europea ? con lo stesso Schillebeeckx che parla di ?caricatura? e ?affronto per milioni di cristiani che soffrono in tutto il continente? ? l?opera di smantellamento continuato da parte delle gerarchie romane finirà per lasciare il segno: fin dagli anni ?90, anche in ragione della nuova situazione creata dalla fine del bipolarismo e dal crollo socialismo reale, con riflessi a livello continentale quali il tracollo elettorale del Frente Sandinista in Nicaragua e la progressiva affermazione della democrazia in tutta l?America Latina, la teologia della liberazione entra in una fase di profonda autocritica, con moltiplicazione dei filoni di riflessione (l?ecologia, la prospettiva di genere, il rapporto con i culti indigeni) ed una attenzione che si sposta dal contesto politico alla società civile, dal potere al mercato.



Se l?evoluzione è sintomo di una vitalità tutt?altro che esaurita, non si può fare a meno di leggere in una simile frammentazione uno sfocamento dell?istanza liberatrice originaria, a testimonianza che la stagione d?oro della teologia della liberazione sembra ormai passata e, con essa, una grande occasione di rinnovare dalle fondamenta l?istituzione ecclesiale.


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