Saverio Battente
Cultura economica e modernizzazione in Italia nel secondo dopoguerra:
un bilancio storiografico(PARTE I)Nell?espressione ?sbarcare il lunario? pronunciata da Ferruccio Parri all?indomani della fine della guerra emergeva in filigrana tutta la difficoltà dell?Italia nel riprendere le sfide dettate dalla modernizzazione. Oltre ai segni materiali lasciati dalla guerra, infatti, ed al di là della loro effettiva consistenza, si poneva il problema essenziale di selezionare un insieme di valori e di culture che dovessero orientare e guidare la ripresa politica, sociale ed economica del paese, unanimemente condivise nella diversità, da parte dei vari soggetti interessati, nel frattempo proliferati rispetto al passato, ai processi di nation and state building e di sviluppo economico. Anche in ambito economico, quindi, non diversamente, la ricostruzione doveva passare dal dibattito culturale che la precedeva e la accompagnava.
Il ventennio fascista, infatti, aveva lasciato una eredità sensibile con cui necessariamente fare i conti anche da un punto di vista meramente economico. Lo stesso, del resto, si poteva affermare, in parte, per il debito che il regime di Mussolini aveva nei confronti del precedente periodo liberale. Dopo una iniziale parentesi di tipo liberista legata alla figura di Ferrara, infatti, in continuità sostanziale con la vecchia scuola italiana, si era imposta una cultura di governo improntata all?intervento dinamico dello Stato in economia, nell?alveo delle scienze nazionali. Questo, per certi versi, si poteva ascrivere al grande fascino esercitato dal modello tedesco di sviluppo, improntato al neomercantilismo della nationaloekonomie di List che aveva trovato epigoni anche in Italia in seno alle università ed ai ministeri, su tutti il Maic. Ciò non di meno, dopo una parziale osmosi tra accademia e politica, tale binomio sintetizzato dai nomi di Cossa e Luzzatti, si era scisso con il progressivo prevalere in ambito universitario di una impostazione culturale riconducibile ai principi dell?economia liberale di matrice marginalistica, tra cui spiccava quello di Antonio De Viti de Marco, a fronte del perdurare in ambito politico amministrativo ministeriale di una cultura economica interventista, riconducibile, tra gli altri, a Nitti. Come ha osservato Cardini, quindi, tra le scienze nazionali, mentre la giuspubblicistica orlandiana riuscì a mantenere una sostanziale omogeneità tra università e ministeri, funzionando da base condivisa del processo di costruzione dello Stato nazione, al di là delle divisioni politiche e, talora, proprio in loro vece, in seno alla cultura economica tale compattezza si andò perdendo, favorendo il predominio della cultura ministeriale in termini statalisti e l?isolamento del mondo accademico su posizioni in parte liberiste. La rincorsa stessa dell?Italia al decollo industriale portava i segni di questa eterogeneità interna al dibattito culturale in ambito economico, rispecchiata anche in sede storiografica. L?analisi di R. Romeo su Cavour, e per il suo tramite, su una parte essenziale dell?età liberale, risultava basata su di un giudizio sostanzialmente positivo della politica economica intrapresa da quella classe dirigente. L?iniziale orientamento liberista di una parte della cultura economica risorgimentale e post unitaria, risultato prevalente ma non univoco, infatti, aveva ben presto lasciato il posto al pragmatismo della vecchia scuola italiana su cui si era saldato l?interventismo della scuola storica, come la realizzazione della rete ferroviaria stava a d indicare, senza per questo contravvenire alla fede nel credo liberale. Come per la politica anche in economia, quindi, aveva avuto inizio quell?ambiguità in senso alla classe dirigente tra prassi e teoria che spesso, come ricordava Vivarelli aveva portato a definire liberale ciò che liberale non era. Proprio Gerschenkron, infatti, aveva stigmatizzato il ruolo, a suo parere, negativo giocato da una cultura economica interventista volta ad imitare in modo anacronistico, per il mezzo dello Stato, quelle che erano state le fisiologiche condizioni che avevano avviato la rivoluzione industriale inglese.
Il percorso del sistema finanziario e bancario in Italia, del resto, offriva un terreno di ulteriore verifica circa l?orientamento prevalente in seno alla cultura economica nazionale, a sostegno del decollo economico. Proprio dall?analisi dei rapporti tra banchieri, ?efori dell?economia di scambio? come li ebbe a definire Schumpeter, ed imprenditori si potevano rintracciare ulteriori dettagli circa le basi della cultura economica e del relativo dibattito. Del resto lo stesso Hilferding affrontando il tema del rapporto banca industria aveva posto l?accento sul ruolo determinante della prima. Mori, quindi, aveva spostato il focus sul caso italiano nello specifico, rilevando il ruolo essenziale della peculiarità del sistema finanziario in Italia. Come aveva affermato Sraffa, infatti, ?il finanziamento dell?industria era considerato dalla banche italiane come una delle loro funzioni principali?. Fu proprio la cultura manageriale introdotta dal modello delle banche miste, di nuovo di derivazione tedesca, che accese anche in Italia una nuova fase di svolta verso il decollo industriale, guidandone alcuni essenziali risvolti, recuperando ?quel complesso di doti che formavano l?entrapreneur spirit in banking di cui si vantavano i banchieri tedeschi?, secondo Confalonieri, applicandolo anche all?impresa come ricordava Mori, sebbene non sempre in modo lineare e non privo di ambiguità. La storia del rapporto tra banca ed industria in Italia, infatti, non escludeva il ruolo dinamico quando non essenziale giocato dallo Stato, riportando al centro dell?attenzione il tema della cultura economica di riferimento. Il rapporto tra banca ed industria, infatti, sembrava essere sbilanciato in termini patologici ora a vantaggio dell?uno ora dell?altro, come hanno diversamente sottolineato Webster e Cohen. Ciò non di meno a mancare fu una sua fisiologica suddivisione di ruoli nel medio periodo. La storia della cultura economica in Italia, quindi, ricalca anche quella dei rapporti tra banca ed industria, ma anche del dispiegarsi della capacità imprenditoriale in seno al capitalismo divisa tra varie culture di riferimento, come ha precisato V. Zamagni, quali il filone tecnico, quello nazionalista e quello del paternalismo cattolico delle origini. Quest?ultimo, infatti, era parzialmente riconducibile alla scuola italiana ed alla scuola storica. specialmente nel settore tessile e nelle aree del nord est. All?economia nazionale, invece, sembrava richiamarsi per grandi tratti la cultura della grande industria pesante legata al concetto esasperato della grandezza della nazione, spesso abbinato ad una politica espansionistica. Infine il tecnicismo dei politecnici, della cultura scientifica, nel suo insieme, con le divisioni esistenti tra prassi e teoria, come ha indicato Lacaita, sembrava il più aperto ai dettami della concorrenza, della competizione e dell?innovazione, sebbene senza necessariamente rinnegare il ruolo dello Stato. Al di là degli orientamenti di fondo, tuttavia, il rapporto con il mondo bancario, fu emblematico per rintracciare una certa tendenza verso una visione nazionale del capitalismo italiano, per altro, non necessariamente diversa da quella di altre economie europee dello stesso periodo. Di fronte alle difficoltà dettate dall?andamento dell?economia internazionale, infatti, la cultura economica italiana sembrò reagire, sebbene con ricette diverse, in seno alla classe imprenditoriale, in modo sostanzialmente simile, non negando l?importanza dell?impatto della mano pubblica come sostegno e sponda, a datare dalla crisi del 1907 in poi. In ruolo della banca, quindi, prese ad avere un peso sempre crescente in seno alle decisioni di politica economica e, indirettamente, in seno al dibattito culturale in merito. Ciò confermava la sua natura tecnica e la progressiva emarginazione di una parte importante dl mondo accademico. Ministeri e apparati pubblici o parastatali, quindi, finirono per imprimere una visibile influenza in ambito economico, come ha affermato Melis, relativamente a figure come Beneduce o Stringher.
La cultura marginalista e liberista nel suo insieme, per tanto, rimase viva, ma isolata dai centri nevralgici di decisione. La stessa scienza della finanza assumeva i tratti di un confronto ideologico che esulava del mero tecnicismo: da un lato Ricca Salerno vedeva nelle imposte la linfa necessaria per alimentare l?attività di Stato, parlando apertamente, non a caso, di ?economia di Stato?, non come negazione della proprietà privata ma come suo indirizzo; dall?altro De Viti de Marco, invece, parlava del contribuente elettore consumatore come base essenziale delle democrazie liberali. In ambito più generale, per tanto, era anche il confronto tra chi riteneva auspicabile il rinvenimento di una legge universale dell?economia e chi, invece, si riproponeva di adattarla alle esigenze dell??hic et nunc? dove l?economia, con il Ferraris, doveva essere ?essenzialmente pratica e legislativa [...] influenzata dalle condizioni storiche, sociali e pratiche di ciascun popolo?, recuperando una tradizione che da Minghetti arrivava fino a Nitti, sebbene con sensibili distinguo. La stessa matrice cattolica, inoltre, in antitesi con gli eccessi dell?individualismo, finì, a suo modo, per avallare una impostazione più sociale e statale della cultura economica. Su tale base alla vigilia della prima guerra mondiale, si era poi avuta la saldatura tra economia nazionale e nazionalismo con la figura di Alfredo Rocco.
Lo scoppio della guerra aveva rinsaldato una visione interventista in ambito economico, supportata da un ampio dibattito culturale alle sue spalle. Come ricordava nel 1917 R. Bachi ?lo Stato? era divenuto ?il perno il motore dell?economia [...] il soggetto di un?azienda economica colossale, dalla quale dipendono moltissime aziende individuali?. Questo non significava negazione del capitalismo, ma come ha precisato Castronovo, una sua peculiare impostazione, capace di portare extra profitti alle imprese a fronte di una forte spesa pubblica. Secondo Toniolo, infatti, gli indici del debito pubblico erano giunti a livelli esorbitanti. Parimenti a mancare fu una precisa riforma del sistema fiscale, come ha ribadito V. Zamagni. Come lo stesso Jannacone sottolineava, tra le altre cose, la fortuna politica di Nitti, per quanto incline ad una economia interventista, era proprio iniziata a declinare con l?idea di una imposta sul capitale. Anche Confindustria aveva ammonito Nitti dal rivedere la propria posizione in merito. Fiocca, infatti, precisava l?ostilità sollevata verso lo statista lucano dagli ambienti industriali e finanziari. Non bisognava, poi, dimenticare che l?Italia era pur sempre un paese a prevalenza rurale, come, invece, aveva rimarcato Serpieri, precisando il forte impatto che sulle campagne stava avendo la situazione. Oltre alle varie correnti di pensiero in ambito economico, quindi, vi era un confronto anche circa i modi, i tempi e la stessa opportunità di industrializzare il paese, piuttosto che consolidarne la vocazione rurale, in chiave più o meno riformista o conservatrice. La guerra, secondo Cianci, aveva dato piena legittimazione all?idea di uno Stato interventista, dietro cui rimaneva, come corollario di tale specifica impostazione teorica in economia, il patologico legame che si era andato creando tra banca ed industria in Italia, fino al punto di parlare di ?fratellanza siamese?. Era la vigilia di quelle che Mori ha definito ?le guerre parallele? tra vertici bancari ed industriali per il reciproco controllo. Parimenti era anche il volgersi a conclusione di una serie di intrecci che, in ambito bancario e finanziario, sarebbero approdati versi un ruolo più attivo e dirigista della Banca d?Italia a sostegno e tutela dell?economia nazionale, sfociato nella riforma del 1936, come Toniolo e Guarino hanno indicato.
Del resto il ruolo di Confindustria durante il ventennio fascista sembrava per certi versi motivato da interessi strategici più che ideologici, come indicato da Melograni. Ciò non di meno le posizioni degli industriali ed il loro peso hanno spinto a vedere nel fascismo stesso, in definitiva, una ideologia di quel preciso modello di industrializzazione autoritaria. Le vicende legate al dispiegarsi del corporativismo, tuttavia, mostrano, forse, come non sia possibile parlare di una completa sovrapposizione tra regime e ragioni del capitale. Da un punto di vista interno alla cultura economica, comunque, il periodo a cavallo tra le due guerre segnò il predominio della economia nazionale. Questa aveva sostenuto tanto parte dell?interventismo giolittiano e nittiano, quanto quello nazionalista di Rocco, le cui idee in economia erano ben chiare nel 1914, come ha indicato Cardini, in linea con gli studi sul nazionalismo di Gaeta, Ungari e Perfetti. Liberismo e socialismo vennero equiparati in senso negativo, in nome dell?esaltazione di una visione organica di Stato, società ed economia di cui, appunto la nazione era il collante, come premessa per una disciplinata industrializzazione, limitata in ambito economico, almeno nel medio periodo. Il nazionalismo economico, centrato sulla economia nazionale di derivazione germanica, quindi, finì per prevalere, fornendo anche in tale ambito una base teorica di appoggio al regime fascista. La nuova classe dirigente, dopo la marcia su Roma, ma soprattutto dopo il varo delle leggi fascistissime, trovò nell?interventismo protezionistico ed espansionista la cifra teorica, già radicata nella cultura dei ministeri da applicare al regime autoritario, epurando la vecchia tradizione delle scienze nazionali di ogni residuo tratto liberale. Come indicato da Marcoaldi, infatti, la fase liberista inaugurata da De Stefani, sebbene di un liberismo sui generis, era strumentale al raggiungimento di una maggiormente pervasivo intervento pubblico in economia da parte dello Stato. Nella figura di Volpi, infatti, si intravedeva il filigrana la nuova linea del regime ed il relativo rapporto con il mondo della grande industria, come prospettato da Romano. Il ventennio fasciata, comunque, non fu privo di alcuni elementi di dibattito culturale in ambito economico interno, pur nelle visibili direttrici di chiusura a favore di una impostazione dirigista. Emergeva quella ambivalenza della borghesia italiana di fronte alle sfide della modernità, divisa tra istanze di conservazione ed ordine e volontà di progresso economico, la cui sintesi ambigua e contraddittoria finì per definirne una parte importante, secondo le suggestioni di Lanaro. In filigrana si intravedeva una cultura economica tesa verso il capitalismo, ma le cui radici affondavano ancora in una Italia rurale. Un capitalismo non necessariamente ritardato, ma sulla scia delle suggestioni di L. Salvatorelli, ritardatario. La guerra di Libia aveva segnato un punto di svolta importante in termini di posizionamento dei ceti medi, facendo slittare il fronte progressista e riformista, a vantaggio del nazionalismo, come ha precisato Degl?Innocenti. In termini di cultura economica questo aveva rappresentato un prevalere di quell?impianto interventista proprio della economia nazionale, che aveva avuto nell?economia di guerra un suo primo banco di prova. Era, inoltre, la riconferma della preferenza accordata dalla classe dirigente del paese, vecchia e in formazione, alla cultura interventista, propria dei ministeri, a detrimento di una visione più ortodosso delle logiche del mercato. Sulla scia dell?influenza della vecchia scuola storica, infatti, il marginalismo in Italia fu oscurato dal nazionalismo economico. Rocco non a caso aveva accomunato nelle sue critiche tanto le teorie liberali quanto quelle socialiste, riducendo le differenze esistenti a mero elemento di metodo. le linee di politica economica improntate ad una visione interventista e protezionistica, del resto, facilitarono l?avvicinamento della Confindustria di Olivetti al fascismo. Peraltro il percorso avuto dalla questione corporativa contribuiva a restituire una realtà molto più sfumata a variegata dei rapporti interni al regime di Mussolini. Lo stesso Arias parlava del corporativismo in termini scientifici, quasi a contrapporsi alle stesse premesse fatte proprie, sebbene per teorie diverse, dal marginalismo. Era la riconferma per l?avversione nei confronti dell??homo economicus?, che tuttavia non cancellava la pluralità di visioni circa il concetto di corporativismo stesso. Furono i tecnici, comunque, formatisi in seno alle amministrazioni, a contribuire a dettagliare la linea guida, nella prassi, degli indirizzi economici del regime, come hanno evidenziato Cassese e Melis. Il ruolo di Beneduce nella riforma del sistema bancario del 1936 era in tal senso emblematico, così come nel ridisegnare i rapporti tra banca e industria con l?Imi e l?Iri. Come sottolineato da Toniolo, si andava identificando una visione di capitalismo misto, assai originale. Salvemini, al contrario, vi vide, in linea con una parte importante della cultura attenta all?ortodossia del mercato, un modo per ?privatizzare i profitti e socializzare le perdite?.
Il ventennio fascista, comunque, lasciava in sede di cultura economica, in linea con altri ambiti tecnici della vita del paese, un bagaglio di strumenti coniugati con l?ideologia ma capaci, di staccarsene e resistere nel dibattito apertosi all?indomani della guerra.
Nell?alveo della rinnovata élite dirigente del paese, quindi, interrogantesi circa i possibili futuri assetti dell?Italia, nell?immediato dopo guerra, un ruolo importante lo ebbe proprio il dibattito in seno alla cultura economica ripresa e ampliamento di quel confronto embrionale e limitato che si era avviato durante il periodo precedente, sebbene, non sempre accompagnato da una sua effettiva consapevolezza interna ed da un concreto riconoscimento esterno. Retaggio anche della passata stagione, infatti, il tecnicismo, quale quello economico, finiva per rimanere in ombra, quasi subordinato, rispetto al mondo della cultura e degli intellettuali nel loro insieme, strumentale adesso ad una politica partitica fortemente orientata in chiave ideologica, come prima, per certi versi, lo era stato nei confronti dello Stato. Allo stesso tempo, tuttavia, proprio di fronte al maggior interesse ed al relativo sforzo dei partiti nei confronti di una politica intesa come selezione di principi e valori, quello stesso tecnicismo finì per tornare ad adempiere un ruolo non trascurabile nella rinascita dello Stato nazionale.
Inoltre, rispetto al passato, la ripresa del secondo dopoguerra vedeva anche un proliferare sensibile di centri capaci di elaborare cultura economica e formazione, in linea con la crescita dei soggetti preposti alla realizzazione in concreto delle linee di indirizzo teoriche selezionate, espressione del rinnovato pluralismo della vita nazionale.
Nel 1946 il ?Giornale degli economisti? aveva ripreso le sue pubblicazioni. Si poteva notare una sensibile continuità nei nomi e nei contenuti rispetto al periodo precedente: Demaria, Gambino, Arena, La Volpe, Papi, tra gli altri. In generale la vecchia scuola italiana, la scuola storica, con la recente esperienza corporativa, rappresentavano un elemento di continuità con la passata tradizione fascista ma anche di una parte di quella liberale, al di là degli orientamenti ideologico-politici. Così, nel medio periodo, l?idea di intervento pubblico orientato in chiave produttivista, era sopravvissuta alla stessa stagione corporativa, che largamente aveva influenzato. Pur tuttavia, anche una nuova generazione di studiosi iniziava a muoversi, avviando un ricambio non solo generazionale ma anche contenutistico e metodologico nel medio periodo: Modigliani, Steve, Baffi, Carli, Fuà, per esempio. Accanto a questi rimaneva l?esperienza minoritaria ma essenziale di Einaudi e della tradizione del suo liberalismo riformatore per mezzo della ?Riforma sociale?.
Nel secondo dopoguerra, comunque, il problema essenziale era quello di orientare il dibattito culturale in tema di economia in Italia rendendolo in sintonia con le scelte politiche prefigurate e con il clima internazionale. Da una parte, infatti, rimaneva sostanzialmente immutato l?impianto, ed il relativo impatto del modello sovietico, orientato in chiave collettivista. Einuadi, non a caso, già negli anni trenta aveva equiparato provocatoriamente corporativismo e bolscevismo, accomunati, a suo parere, da un dirigismo orientato in chiave produttivistica. Dall?altro, al contrario, all?interno del blocco delle democrazie capitalistiche occidentali, vi era stata una profonda trasformazione culturale, a cavallo tra le due guerre, la cui eco era solo limitatamente giunta in Italia. Lo stesso Einaudi, di nuovo, si era soffermato in modo critico proprio sulle tematiche keynesiane, criticandole aspramente. Parimenti la stessa scuola corporativa, per certi versi, aveva finito per rappresentare l?unico spiraglio sulle teorie di Keynes, sebbene spesso, anche in questo caso come critica a sostegno della supremazia del modello corporativo.
Il dibattito circa la cultura della scuola di Cambridge e del suo massimo esponente Keynes, quindi, capace di improntare di sé la maggior parte della cultura economica occidentale, aveva solo sfiorato il nostro paese. In gran parte ciò era dovuto, come detto, al predominio della tradizione della economia nazionale di Rocco e Carli, a partire dal quale lo stesso dibattito sul corporativismo, pur con tutte le sue peculiarità, per lo meno teoriche, si era articolato durante il ventennio. Sul pensiero di Keynes, per tanto, non vi era stato in Italia un serio ed aperto dibattito. Al contrario, le idee keynesiane venivano di volta in volta introdotte in modo distorto e parziale per dimostrarne la fallacia e per suo tramite l?erroneità della tradizione anglosassone di fronte al primato delle economie corporative ed autarchiche produttiviste degli stati autoritari. Tuttavia, va anche detto che se in qualche modo, per quanto limitato e parziale, quello della scuola corporativa era stato anche l?unico canale con cui ci si era confrontati con le idee di Keynes, e per il suo tramite con quella parte del restante dibattito internazionale, esterno alla cultura germanica e sovietica. Lo stesso riformismo sociale di Eianudi, al contrario, come detto, era stato durissimo con Keynes, lasciando intravedere, per certi versi, il superamento della propria impostazione, in paragone con le tendenze della scuola anglosassone.
Quindi, nell?immediatezza della fine della guerra, furono di nuovo i soggetti che avevano animato il dibattito culturale in ambito economico, a riprendere il dialogo per cercare di fornire all?Italia, un supporto teorico alla ripresa economica delle politiche di governo da attuare. Allo stesso tempo, era necessario integrare l?Italia con il circuito internazionale uscito dagli accordi di Bretton Woods, base della nascente golden age, basato su libero mercato e democrazia.
Già prima della fine della guerra, peraltro, nel clima imperante di ispirazione corporativa, pur partendo da impostazioni sensibilmente diverse, tanto Corbino, quanto un anonimo, rintracciabile forse in Demaria, tuttavia, avevano messo in dubbio la valenza del modello autarchico, in seno al corporativismo, contro la superiorità della ricchezza del modello anglosassone. Non si trattava necessariamente del riconoscimento della superiorità di una cultura, come base di ispirazione teorica, come forse in Corbino, quanto piuttosto, specie nel caso di Demaria, della presa di coscienza della oggettività delle cose, tra l?altro, non in antitesi con la scuola storica.
Si trattava, quindi, finita la guerra, di ripensare la cultura economica, avvicinandosi piuttosto che al modello sovietico, per scelta al modello americano, basato su individuo, consumatore, elettore e sulla domanda, piuttosto che su nazione organica e produzione, tuttavia, non necessariamente per imitarlo passivamente.
Ma nessuno delle due scuole sopravvissute al fascismo sembrava in grado di fare i conti con Keynes: né il vecchio interventismo della scuola storica e corporativa, né il liberalismo di Einaudi. Quest?ultimo era, forse, il più vicino alla tradizione di liberalismo anglosassone, ma pur sempre superato da un punto di vista teorico e di metodo. La scuola corporativa, al contrario, tentò di riadattarsi al nuovo scenario, saldandosi, in parte, con il vecchio solidarismo cattolico. Anche in questo caso, tuttavia, con Fanfani, il mondo cattolico non mancò di prendere le distanze da tale operazione di rilegittimazione, rivendicando l?esclusività e l?originalità dell?opera e della figura di Toniolo.
Come indicato da Sapelli, comunque, di fronte alla crisi del regime e delle sue politiche economiche furono gli uomini legati più o meno direttamente a quegli istituti tecnici di parastato creati dallo stesso fascismo, come l?Iri, l?Agip, e la Banca d?Italia, a salvaguardare una continuità dell?economia nelle sue linee di sviluppo. Il tema dell?industrializzazione, infatti, rimaneva centrale anche negli anni della ricostruzione. Baffi in qualità di direttore del servizio studi della Banca d?Italia si occupò di quantificare le stime delle perdite seguite alla guerra: si intravedeva l?importanza di queste istituzioni in termini tecnici e teorici come nuove fucine in grado di orientare il dibattito culturale circa i temi dello sviluppo. Si trattava di una innovazione rispetto alla cultura dei ministeri, ma non di una novità assoluta, anticipata, infatti, dal fiorire del nuovo tecnicismo del ventennio fascista, sebbene ora epurato di ogni tratto ideologico e restituito alla sua vocazione teorica, le cui radici, parzialmente, erano comuni con l?interventismo dei primi del Novecento.
Indirettamente, si intravedeva un nuovo filone culturale, le cui radici erano ben salde nella tradizione nazionale, a partire dalla scuola italiana con Pellegrino Rossi, capace di sopravvivere alle vicende unitarie e del fascismo, pronto a tentare di orientare la ripresa repubblicana in termini economici.
Allo stesso tempo, il filone interventista della scuola storica tentava di adattare le proprie linee guida alla mutata realtà, sostituendo il benessere dei cittadini al benessere collettivo, come base di un indiretto reiterato interventismo, in attesa di una vera cultura keynesiana, ancora tutta da scoprire in Italia. Viceversa il riformismo di Einaudi, in teoria, come detto, il più in linea con la cultura anglosassone, trovò dei limiti proprio per la sua chiusura verso il concetto di intervento pubblico, al di là del suo orientamento ed impostazione, finendo per essere relegato in ambito monetario e finanziario, essenziale e strategico, ma con un orizzonte temporale ben delimitato.
Come precisato da Finoia tutte le forze politiche, nell?immediatezza della fine della guerra, finirono per convergere su posizioni definibili come ?liberiste?, di cui Einaudi era la sintesi. Ma questo non significava affatto la condivisione della stessa politica economica né delle medesime teorie economiche. Formalmente il vecchio interventismo fascista fu criticato da uomini come Einaudi, appunto, ma anche Bresciani Turroni, Demaria, Del vecchio, Corbino, come ha precisato Marzano. Lo stesso Costa a nome della Confindustria, sebbene non senza dubbi e incertezze, sembrava ufficialmente aderire alle linee guida delle liberal democrazie anche in ambito economico. Maione, tuttavia, ha ricordato, infatti, come da subito in seno al Comitato Industriale Alta Italia prima ed alla Commissione Economica Centrale poi, si fosse verificata una frattura tra tecnici e industriali circa la natura dell?economia politica come base teorica di una ripresa ancorata ad una specifica politica economica di governo. Un primo ruolo rilevante lo ebbe la figura di Saraceno. Sempre Finoia, infatti, ha ricordato come nell?immediatezza del secondo dopo guerra in Italia vi fu un aspro dibattito circa i temi del problema dei controlli statali, come vincolo e controllo al dispiegarsi dell?iniziativa privata, in una parola relativamente al dirigismo. Da un lato la sinistra sembrava orientata verso un recupero in chiave ideologica diversa dell?impatto della burocrazia e dello Stato, dall?altro le forze liberali invocavano un recupero delle logiche di mercato. La stessa amministrazione Usa, per paradosso, mentre da un lato auspicava una presa di posizione in linea con la cultura liberale dall?altro propendeva verso un mantenimento di un certo dirigismo di fondo che tutelasse più che la ripresa produttiva la stabilità sociale del paese. Ma mentre per Washington si trattava di un interventismo di stile neo keynesiano, in linea con lo spirito della golden age, per i vertici nazionali era una riedizione del vecchio produttivismo, adattato ora a sfruttare le opportunità del mercato delle esportazioni come volano della ripresa su cui lo Stato doveva vigilare. Gli stessi industriali, infatti, furono inizialmente scettici e timidi circa l?opportunità di utilizzare gli aiuti americani del piano Marshall, proprio per i precisi controlli dell?amministrazione Usa, secondo Romero. Era un modo diverso di guardare all?intervento dello Stato. Questo poi andava a toccare anche il tema essenziale dell?ammodernamento tecnologico dei vari settori dell?industria italiana come ricordato da Maione e Finoia. La linea Einaudi, poi, sostenuta dallo stesso Corbino, spostava in ambito monetario e finanziario la questione. Di fronte alla difficoltà della congiuntura economica, infatti, la sinistra sembrava optare e propendere per un intervento statale sui prezzi e sul mercato, mentre l?ala più moderata mal vedeva una tale soluzione, preferendo la leva monetaria dei tagli della spesa da ancorare ad uno spontaneo ritorno di liquidità verso il settore privato. Dietro vi era la consapevolezza e l?auspicio di poter usufruire delle esportazioni come volano di ripresa dell?economia. Come precisato da Caffè, infatti, Einaudi era ostile a Keynes ed alle sue idee. La nuova liquidità unita ai tagli alla spesa dovevano avviare una ripresa centrata sull?export ripulendo al tempo i conti pubblici. Ma questo per arrivare poi ad una rigorosa politica di stabilizzazione. Oltre al ministero, il ruolo della Banca era essenziale. Dopo gli accordi di Bretton Woods, tuttavia, Einaudi spinse per controllare le spinte inflazionistiche che sembravano potersi accendere. Stretta creditizia, aumento delle imposte su redditi e consumi, controllo della circolazione monetaria, infatti, da un alto stabilizzarono la finanza pubblica e privata grazie anche all?innalzamento del tasso di sconto e delle riserva bancarie obbligatorie giungendo ad un rallentamento ed un congelamento dei prezzi, ma dall?altro vi furono pesanti ricadute sul piano sociale e della domanda interna. Ma stabilità monetaria fu una premessa essenziale per il fenomeno delle esportazioni, come precisato da Faucci. Castronovo, inoltre, ha precisato il fatto di ottenere da parte di Einaudi una politica liberista come base della stabilizzazione monetaria del debito pubblico. Ciò non di meno la linea Einaudi era stata accettata sebbene non senza dubbi perchè appariva una premessa utile per entrare sui mercati esteri, nella consapevolezza delle debolezza momentanea del mercato interno e soprattutto al rischio che questo fosse poi stato invaso dalla concorrenza straniera. Come detto da De Cecco, i governi De Gasperi in termini di politica economica sembrarono tentare di ottenere il rafforzamento dell?industria di base, tramite l?importazione di macchinari e materie prime per superare il gap tecnologico e produttivo. Di fronte alla libertà nel rapporto con la mano d?opera, quindi, fu lo Stato che si fece carico di rilanciare, indirettamente la produzione. Il gap, poi, era meno rilevante se paragonato al resto dell?Europa e non agli Usa. Così le opportunità del mercato internazionale sembrarono un rischio accettabile. La politica di Einaudi aveva posto le premesse per una buona riserva di valuta da parte del Tesoro. A questo però si aggiungeva, non in linea con la volontà di Einaudi, la creazione di una serie di protezioni pubbliche, fatte di sussidi, agevolazioni capaci di ricollegare al vecchio filone produttivistico, aprendo ad una sensibile anomalia nel caso italiano, in seno alla cultura economica di riferimento. Per altro lo stesso Menichella succeduto ad Einaudi optava per una politica di stabilità monetaria come garanzia di ?ordine si stabilità e di sviluppo? collegata ad un apolitica di ?progressiva diminuzione? del debito pubblico in relazione ?al reddito nazionale?. Questo secondo Carli era funzionale in Menichella alla creazione di risparmio nazionale aggiuntivo necessario per il sistema. non a caso in questi anni si andava ridisegnando anche il sistema bancario e finanziario come il ruolo di Mediobanca, voluta da Mattioli della Banca Commerciale, stava a testimoniare, come detto da Albereto e Trapanese. Mediobanca, infatti, aveva fatto opera di ricucitura e compattezza tra i maggiori gruppi privati e la partecipazione statale. Come lo stesso Mattioli ebbe a dire l?Iri aveva ?quasi senza rendersene conto [...] conservando ed allargando il campo d?azione dell?economia controllata dalla mano pubblica, protetto l?esistenza e la sopravvivenza effettiva e duratura dell?economia privata?. Lo stesso Financial Times definiva Menichella ?most succesful central banker of the year 1960?.
Sullo sfondo vi era la grande trasformazione politica ed identitaria che l?Italia stava vivendo, dove l?idea di nazione era in crisi, ed al concetto di Stato si sostituiva quello della forma partito. Questi ultimi, tuttavia, come ricordato, erano quasi del tutto impreparati sul versante dell?elaborazione economica, concentrati sugli aspetti più ideologico-politici della vita del paese.
Allo stesso tempo, comunque, era anche il primo indiretto segnale di un proliferare di nuovi e vecchi soggetti ruotanti intorno ai temi dell?economia.
I convegni di Firenze e Siena tra il 1947 ed il 1948 erano in tal senso emblematici, non a caso organizzati da Confindustria. Tra i partecipanti vi erano, tra gli altri, Demaria, Papi, Turroni, Saraceno, Tremelloni, Pirelli. Quest?ultimo aveva asserito, in passato, contro la fondatezza del liberalismo economico, che in Italia l?economia liberale fortunatamente era solo stata teorica e mai pratica. Con l?eccezione di Saraceno, quindi, vi era una quasi completa continuità con il passato. Lo stesso Einaudi partecipò solo in forma passiva. Tale continuità, del resto, era visibile nel gruppo dell?esecutivo, sintetizzato dalla figura di Angelo Costa. In pratica, era il tentativo di adeguare la vecchia tradizione, alla nuova situazione interna ed internazionale, formulando una nuova cultura economica, come si stava formulando una nuova forma di identità e di interesse nazionale, in modo da legittimare una reiterato e magari rinnovato intervento pubblico. Il tema della concorrenza, infatti, era ormai ineludibile. In più, la guerra fredda aveva contrapposto all?anti comunismo, proprio il valore della democrazia e del mercato. Così i vecchi autarchici corporativisti e produttivisti di ieri, finirono per tentare di tessere le lodi del mercato contro il comunismo, sebbene un mercato reinterpretato in modo originale, così come il concetto stesso di democrazia. Dietro il concetto di ?via di mezzo?, per tanto, formulato da Livi, si coagulò un generico consenso di vecchi nazionalisti, cattolici e liberali. Ma più che l?idea keynesiana di mistione tra Stato, pianificazione e mercato, vi era la antica scuola ministeriale, sintetizzata da Tremelloni.
Del resto, Demaria aveva parlato di una ripresa economica basata su di un protezionismo, non negatore del modello occidentale, ma tutela e garanzia di sviluppo, sebbene non più come chiusura, ma piuttosto premio di produzione.
Emergeva l?ambiguità con cui si poteva legare il nome di Demaria tanto al filone dell?interventsmo, proprio della scuola storica e corporativa, passante per Gobbi fino a Cossa, quanto a quella dell?ortodossia liberale, passante per Del Vecchio, Einaudi, fino a Ferrara. Del resto, lo stesso Del Vecchio aveva lasciato una piccola ma sensibile traccia di attenzione per l?economia nazionale, come ricordava Cardini.
Al convegno di Siena, invece, parteciparono anche nomi nuovi come, tra gli altri, Fanfani, Marzagora, Vanoni, Rossi, Fuà, Carli.
Così, mentre da un lato il nuovo interventismo fu orientato dai nomi di Demaria, Dell?Amore, Vito, tra gli altri, in parziale continuità con il passato, allo stesso tempo si andava definendo una nuova impostazione, più coerente in ambito keyneiano, che vide in Saraceno il suo massimo esponente sul lato governativo e in Steve il suo equivalente per l?opposizione. Netta, invece, risultava l?emarginazione della linea Einaudi.
La continuità sostanziale, quindi, che si stava delineando in quel periodo in ambito economico, fu rilevata prontamente da Ernesto Rossi e dagli amici del Mondo.
Tuttavia, sempre in quel periodo si andavano ponendo le basi per una nuova stagione del dibattito culturale. La vecchia scuola storica funzionò da ponte di congiunzione, in attesa del decollo di una scuola più adatta a sostenere il dibattito della nuova stagione internazionale orientata in chiave keynesiana. Sullo sfondo emergeva la vera continuità, non tecnico teorica ma sostanziale: la diffidenza per il mercato e la concorrenza tanto in economia, quanto, spostandosi su di un piano politico, sul versante democratico.
Mentre i partiti si stavano sostituendo allo Stato nella sua centralità, in economia si andava formando un nuovo proliferarsi di soggetti culturali, preposti alla formazione ed al dibattito. Accanto alle università, infatti, iniziava a prendere piede il centro studi della Banca d?Italia.
Per certi versi, a livello metodologico, era il riconoscimento di una presa di distanza dal vecchio modello tedesco a vantaggio di una apertura verso il modello statunitense. Per altri, al contrario, era la conferma del ruolo, quanto meno di cerniera, se non di continuità effettiva, con un parte del passato, rappresentato dal tecnicismo di istituti pubblici o parastatali come l?Imi, l?Iri, l?Eni e la stessa Banca d?Italia, e di uomini come Benduce, Stringher, e Menichella.
Alla vigilia del miracolo, quindi, la cultura interventista adattatasi al nuovo contesto aveva traghettato il paese verso una ripresa, che adesso necessitava di una guida teorica più consapevole.
 
(CONTINUA NEL PROSSIMO NUMERO)