Giovanni Turbanti
Felice Balbo:
il cristianesimo nella sfida della ?modernità?
Nell?estate del 1934 Felice Balbo, allora poco più che ventenne, appuntava in un breve quadernetto le sue impressioni e le sue sulle letture, le vicende politiche, i fatti culturali, gli avvenimenti più rilevanti di quei tormentati giorni. Notizie, commenti, impegni di vita, trovavano spazio in quelle poche pagine insieme a pensieri religiosi e meditazioni spirituali. Il contenuto dei testi era caratterizzato ancora da un?impronta tipicamente giovanile, ma è interessante osservare come egli vi apponesse come titolo, probabilmente dopo la stesura: Il mio modernismo, scritto in grafia minuta, con riferimento al movimento di idee che all?inizio del secolo aveva cercato di utilizzare i moderni strumenti della conoscenza critica per interpretare la sacra Scrittura, i dogmi, la tradizione ecclesiastica e in generale l?esperienza religiosa. Il ?modernismo? era stato condannato dal pontefice Pio x già nel 1907, ma aveva continuato a rappresentare nei decenni successivi oggetto di ossessiva preoccupazione per il magistero e per l?autorità ecclesiastica. In età più matura la riflessione di Balbo si sarebbe decisamente allontanata dai presupposti del modernismo, ma il tema della ?modernità?, coniugato attraverso la categoria dello ?sviluppo?, avrebbe continuato ad essere cruciale nella sua riflessione, sino all?ultimo volume di scritti, pubblicato postumo, al quale aveva posto il titolo Essere e progresso.
Per la Chiesa cattolica la ?modernità?, derivata dall?illuminismo e dalla rivoluzione francese, ha rappresentato un elemento di confronto polemico costante tra il XIX e il XX secolo, in quanto si accompagnava ai processi di secolarizzazione politica e sociale e alla progressiva perdita del ruolo di guida spirituale e politica che la Chiesa rimpiangeva nell??ancien régime? e più ancora nel medioevo.
La vicenda biografica di Felice Balbo, al di là dei concreti apporti della sua produzione filosofica, appare significativa proprio per il ruolo particolare che egli ha rivestito nella cultura italiana tra guerra e dopoguerra, come ponte tra diversi ambienti culturali. Patendo dalla sua esperienza religiosa, si è confrontato con il tema della modernità in termini originali rispetto a quelli abituali del mondo cattolico, percorrendo strade significative per lo sviluppo culturale dell?Italia e del mondo cattolico sino al concilio Vaticano II.
La disponibilità delle fonti archivistiche, già utilizzate parzialmente per altri lavori storici ma ancora lontane dall?essere esaurite, offrono una base abbastanza solida per un lavoro di ricerca biografica
1.
Essa del resto vorrebbe essere solo la finestra per studiare, da questa particolare prospettiva, uno spicchio significativo della cultura italiana che si muoveva a cavallo tra la sinistra e il cosiddetto ?mondo cattolico?. Qui di seguito si proporrà solo qualche riflessione, ancora in forma di appunti sporadici e disomogenei, su alcuni passaggi che sembrano più rilevanti nella sua vicenda biografica, evidentemente senza alcuna pretesa di esaustività, con il solo scopo di sottolineare il contributo di analisi che una ricerca del genere può portare alla conoscenza di questo periodo storico.
Felice Balbo era nato a Torino all?inizio del 1913 da Enrico Balbo di Vinadio e da Ada Tapparo. Nacque in via Bogino, nella casa che era stata del conte Cesare Balbo, ministro di casa Savoia nel xix secolo e celebre autore de Le speranze d?Italia nel 1844. Ma non sembra che le sue ascendenze nobiliari abbiano inciso significativamente nella sua formazione e nella sua personalità, influenzata piuttosto dai caratteri più tipicamente borghesi della famiglia materna. Le poche notizie sul periodo giovanile derivano principalmente da alcune schede biografiche presenti nell?archivio, redatte probabilmente in parte dallo stesso Balbo, in parte dalla moglie. In una di esse si sottolineava come fosse ?precocemente attratto dai fatti dell?esistenza: da bambino si appassionava ai dati tecnici ed ai problemi meccanici, e rimase sempre competente di automobili e motociclette e provetto nella tecnica dello sci?. Ricevette certamente un?educazione religiosa, secondo alcune testimonianze partecipò all?attività di qualche gruppo vincenziano, ma non se ne hanno riscontri documentari e neppure memorialistici. Secondo la stessa scheda biografica fu lettore precoce di San Tommaso, ma anche a questo riguardo non si hanno riscontri. In realtà Balbo non ha lasciato assolutamente nulla di scritto su di sé, nessuna memoria, scarsissime lettere giovanili. E questa è certamente una difficoltà difficilmente superabile nel ricostruire questi suoi primi anni.
La partecipazione di Balbo ai gruppi cattolici appare in ogni caso interessante, perché ne proietterebbe la prima formazione in un ambiente ricco di fermenti e di dinamiche complesse come quelle del cattolicesimo torinese tra le due guerre, percorso da forti tensioni soprattutto quando i gruppi giovanili cominciarono da un lato a subire l?influenza del fascismo, dall?altro ad essere vittime di controlli e pressioni. A partire dalla metà degli anni venti le divisioni nelle fila dell?associazionismo cattolico torinese divennero sempre più consistenti. È in questo contesto che occorre situare con precisione la formazione di Balbo, anche in considerazione delle sue precoci posizioni di ostilità al regime di Mussolini.
Qualche notizia interessante su questi anni giovanili si può ricavare da Lessico familiare di Natalia Ginzburg. Egli divenne infatti abbastanza presto amico di Natalia, tramite Lisetta Giua, sorella di Renzo che di Balbo era compagno di scuola. Siamo in pieno fascismo, negli anni della formazione liceale presso il D?Azeglio di Torino, in una delle classi del prof. A. Monti. Balbo, cattolico, era nello stesso tempo vicino agli ambienti di ?Giustizia e Libertà?. Durante gli anni universitari, con il lavoro di tesi svolto sotto la guida di G. Solari, si avvicinò alla filosofia di Croce, allontanandosi dalla fede. Dopo l?università, entrò a lavorare all?ufficio vendite estere della Fiat e nel frattempo cominciò a collaborare alla ?Rivista di storia economica? diretta da L. Einaudi, scrivendo alcune recensioni. Ma l?incontro decisivo fu quello con il figlio di Luigi, Giulio Einaudi e con il gruppo di amici che avevano iniziato l?avventura della nuova casa editrice in cui anch?egli cominciò a lavorare. Tra di essi Pavese, Ginzburg, Pintor, Mila, Bobbio, D?Entreves.
Quelli dopo la laurea furono anni decisivi per Balbo, non tanto per la conoscenza di queste persone, ma per l?esperienza diretta della guerra. Arruolato come sottufficiale di complemento nel terzo Reggimento Alpini, Battaglione Susa, partecipò prima alla campagna sul fronte occidentale e poi venne inviato in Albania. Qui però si ammalò abbastanza presto per un?infezione intestinale e gravissimo venne curato all?ospedale militare di Bari. Sono i giorni della ?conversione?, della ripresa religiosa, preziosamente testimoniata da un altro quaderno di appunti, ancor più ricco di dense riflessioni religiose.
L?influenza di Croce nella formazione di Balbo e soprattutto il modo in cui ne prese le distanze dopo qualche anno, corrispondono ad un percorso formativo caratteristico della generazione cresciuta in Italia negli anni del regime fascista. Il fascino esercitato dal filosofo napoletano su quei giovani era ampiamente avvertibile nella cerchia degli amici di Balbo. Già nel 1929, quando Mussolini lo aveva definito ?un imboscato della storia?, alcuni studenti torinesi firmarono per lui una lettera di solidarietà che portò all?arresto di alcuni di loro, tra cui F. Antonicelli, M. Mila e altri. Fu negli anni dell?università, alla scuola di L. Einaudi e soprattutto di G. Solari, che crebbe da parte di Balbo l?ammirazione nei confronti del filosofo. Ne è significativa testimonianza la tesi di laurea su Diritto e linguaggio. Osservazioni intorno al problema del rapporto tra dogmatica e filosofia del diritto, in cui Balbo discuteva in modo più specifico le teorie giuridiche secondo cui anche il diritto, con le sue strutture profonde, poteva essere considerato una componente distintiva di un popolo e della sua cultura allo stesso modo del linguaggio, tanto che si poteva applicare allo studio del diritto un metodo comparativo analogo a quello usato dai linguisti. Balbo utilizzava ampiamente le categorie interpretative di Croce sul diritto e citava in bibliografia pressoché tutta l?opera del filosofo. Una nota all?inizio del paragrafo in cui discuteva un articolo di Walter Eckstein avvertiva che ?i principali punti di critica di questo articolo? erano stati elaborati con il ?gentile aiuto del Croce?, testimonianza di un contatto diretto con il filosofo, durante il lavoro di preparazione della tesi. La Ginzburg ricorda precisamente che la sua amica Lisetta Giua gli parlava spesso ?di un antico compagno di scuola di suo fratello al liceo D?Azeglio, che veniva a trovarla e le imprestava i libri di Croce? (Ginzburg 1963, 156).
Croce trascorreva lunghi periodi di vacanza a Pollone, in provincia di Biella, e là era accessibile con relativa facilità ai giovani studenti torinesi. Sono noti i contatti familiari avuti in quelle occasioni con Leone Ginzburg, con Antonicelli, Mila e altri. Aldo Mautino, compagno di studi di Balbo, prematuramente scomparso, aveva dedicato la sua tesi di laurea, preparata anch?essa con Solari, alla formazione della sua filosofia politica e ne aveva ampiamente discusso con il filosofo (Mautino 1941).
Tra coloro che vollero andare a visitare Croce ci fu anche G. Pintor, da poco arrivato a Torino. Nel suo diario si trova il racconto di una visita a Pollone, alla fine di settembre 1941. Nel breve racconto si riconosce tutto il fascino che ancora il personaggio esercitava sui giovani, ma si avverte tuttavia anche una lontananza nuova, come qualcosa fosse successo che avesse contribuito a una nuova consapevolezza, a un distacco rispetto alla generazione precedente : ?I Croce stanno in una curiosa casetta di campagna. Lavorano tutti secondo la volontà tirannica del padre. Bozze da correggere e manoscritti da battere a macchina. [...] Lui è veramente molto vecchio, segue tenacemente il filo dei propri discorsi e non accetta altro. Pochissima agilità mentale in un certo senso (per la natura intollerante non perché abbia perduto prontezza). Sento tutti i cinquant?anni che ci separano [...] Tornato a Torino per cena. Serata piacevole in casa D?Entreves con Balbo e B. [Bobbio?]. A mezzanotte ci ha sorpreso l?allarme e mi sono fermato a casa di Balbo. Abbiamo discusso molto, al buio, come al solito con perfetta concordia? (Pintor 1978, 149).
Notazioni che mi sembrano emblematiche del modo in cui proprio quella generazione si lasciava alle spalle, pur con il rispetto dovuto ai maestri, l?insegnamento del filosofo. Era stato soprattutto il Croce della Storia d?Italia e della Storia d?Europa quello che aveva affascinato i giovani degli anni venti e trenta, ai quali quelle opere erano giunte come una ventata di aria fresca in pieno regime fascista. Ma la guerra in corso aveva dato a quegli stessi giovani un di più di esperienza che ormai li distanziava dai protagonisti di un tempo. Era in un certo senso la guerra della loro generazione, il campo di battaglia che i giovani come Pintor erano smaniosi di affrontare, nella certezza che dopo il conflitto sarebbero stati loro a dover ricostruire in modo migliore il mondo nuovo. In questo senso la guerra stabiliva uno spartiacque decisivo rispetto alle generazioni precedenti. Anche per Balbo, come per Pintor, il problema generazionale, su cui ha insistito V. Gerratana nella prefazione alla raccolta dei suoi scritti, era un fatto di responsabilità e il passaggio alla Resistenza, che a Pintor sarebbe costato poi la vita, fu anche per Balbo, una scelta quasi obbligata della sua generazione (Gerratana 1950). Fu attraverso di essa che maturò definitivamente il distacco dal crocianesimo. Per tutta quella generazione il passaggio dall?idealismo crociano al materialismo marxista sembra essere stato prima di tutto una scelta di parte, un prendere posizione di fronte alla storia. La lettura dei testi sarebbe venuta dopo, a buona distanza di tempo.
Le carte di Balbo offrono al riguardo la possibilità di un confronto diretto con un protagonista di quella generazione e di quella svolta. Mi riferisco in particolare ai vari quaderni di appunti che vi si trovano, che permettono di seguire più interiormente il cammino di formazione, sempre a partire da una prospettiva che era anche religiosa e sempre con una particolare attenzione al problema di un mondo moderno insieme da respingere e da abbracciare.
Secondo una sua testimonianza successiva, l?adesione di Balbo al comunismo avvenne in seguito all?esperienza militare sul campo, vedendo gli orrori del conflitto e insieme l?incapacità degli ufficiali di affrontare la situazione, percependo l?irresponsabilità con la quale essi mandavano al massacro i giovani soldati senza alcuno scrupolo per le vite umane, solo per ubbidire ad una logica militare gerarchica e burocratica. Più significativo è il fatto che, sempre secondo la sua testimonianza, l?adesione al comunismo sia stata concomitante con la conversione ad una fede vissuta in modo più profondo. Questa concomitanza, di cui in realtà mancano riscontri più oggettivi, rivela prima di tutto, anche solo nella sua rievocazione, il repentino abbandono dell?idealismo crociano, la ricerca di una strada diversa di riflessione che mettesse al centro l?uomo nella sua elementare umanità. Era stata questa la scoperta più importante dell?esperienza al fronte, la percezione di quella umanità più autentica che emergeva nei soldati semplici, nel pericolo immediato del combattimento, costretti ad una guerra generalmente subita, affrontata come estranea, ma che metteva a repentaglio, istante per istante, le loro vite umane.
La connessione tra fede cristiana e comunismo, in quelle concrete circostanze storiche, era probabilmente meno inusuale di quanto si potrebbe credere. Il comunismo divenne ad un certo punto la vera novità che ci si poteva aspettare dalla guerra. Anche per Balbo, che negli anni precedenti era stato piuttosto vicino agli ambienti di ?Giustizia e libertà?. In realtà non sono molte le testimonianze sulla sua scelta, ma è certo che quando entrò in contatto, probabilmente tramite A. Tatò, con il gruppo romano dei ?cattolici comunisti? di F. Rodano e A. Ossicini la sua adesione al gruppo fu immediata e presto ne divenne uno degli elementi di riferimento per la riflessione ideologica e politica. È significativo inoltre che la sua attività nella Resistenza piemontese, di cui per altro conosciamo assai poco, sia stata nelle fila dei gruppi comunisti della ?Brigata Garibaldi?.
Se insisto molto su G. Pintor non è solo nella convinzione che effettivamente l?amicizia tra i due abbia avuto un ruolo importante nella formazione di Balbo, ma anche perché tale rapporto appare significativo del sentire di quella generazione su cui avrebbe poi pesato in misura considerevole la responsabilità della ricostruzione dopo la fine del fascismo e della guerra. Non è un caso che proprio in Pintor Balbo vedesse quell??uomo senza miti? a cui dedicava nel 1945 il suo primo libro (Balbo 1945). Un paio di settimane dopo la fine del conflitto Balbo aveva ricordato l?amico tragicamente scomparso con una lettera pubblicata sull?edizione torinese de ?L?Unità? (ora in Balbo 1966, 170-175). La lettera era una riflessione sul film di Howard Hawks, Gli avventurieri dell?aria, uscito negli Usa nel 1939 e poco dopo anche in Italia, di cui proprio con Pintor aveva certamente parlato. Gli aviatori spedizionieri protagonisti del film erano i suoi eroi ?senza miti?. Per Balbo rappresentavano gli ?uomini spontanei? che vivevano nella ?vita moderna? e la affrontavano senza retaggi del passato, con la sola forza che gli derivava dalla loro umanità e dalla concreta missione da svolgere, qualunque essa fosse, anche quella apparentemente banale di recapitare la posta. La domanda che riecheggiava nel diario di Pintor ?Chi era Pablo??, il motto condiviso con Balbo, rimandava a questo film, a quegli uomini per i quali anche la morte di un amico, dell?amico più caro, quale era stato Pablo nel film, poteva passare in secondo piano rispetto al loro dovere concreto, alla responsabilità che si aveva di fronte agli altri. Un tipo di ?uomo spontaneo così raro nella cultura e nelle istituzioni dominanti del mondo moderno? che, non a caso, veniva emblematicamente ritratto in un film americano, prodotto di una cultura ?nuova? (Calabri 2007, 314)
Per Balbo l?uomo ?senza miti? era, in più, ?l?uomo ancora ignorante della Rivelazione cristiana, ma fuori dai miti moderni, nei suoi rapporti con la vita e perciò, anche se non è detto con Dio?. Un tipo di uomo assai poco diffuso e, scriveva Balbo, il fatto che ?quando questo ?samaritano? si manifesta o si esprime nel mondo moderno, debba farlo in modo polemico, è indizio anche più grave del cielo idolatrico sotto il quale ancora viviamo?. Questo giudizio così severo nei confronti della modernità aveva a che fare, certo, con l?antimodernismo di matrice cattolica. Esso riguardava la modernità ?idolatrica? che si era venuta costruendo nella cultura europea dei decenni precedenti. Ma il progetto di ricostruzione culturale implicito nella proposta filosofica di Balbo non era tanto quello, caratteristico in genere dell?antimodernismo, di un ritorno alla cristianità di tipo medievale. Anche quando per lui divenne centrale il riferimento a San Tommaso, egli guardava piuttosto al modello di una modernità purificata dagli idoli e dai miti che si erano consumati con il conflitto mondiale, al modello della giovane cultura americana piuttosto che a quello dell?Europa dei secoli medievali.
Il riferimento alla cultura americana si inseriva nel contesto culturale proprio di quegli anni. Tra gli amici stretti che Balbo frequentava quotidianamente c?erano anche C. Pavese e, nello stesso torno di anni, E. Vittorini. Particolarmente significativa era l?attribuzione all??uomo senza miti? dei caratteri del ?samaritano?, ?ancora ignorante della Rivelazione cristiana?, perché anche la religione così come si era sviluppata nel tempo appariva a Balbo un ?mito? di cui disfarsi, alla ricerca di un rapporto religioso più profondo costruito direttamente ?nei rapporti con la vita?. Non si può non ragionare anche su questo confrontando questa riflessione con quella condotta parallelamente da Pavese sul ?mito? come primordiale forza dell?immaginario infantile e dei popoli, religiosità dell?uomo direttamente a contatto con la natura.
Negli ultimi anni di guerra e in quelli immediatamente successivi, dopo la tragica scomparsa di Leone Ginzburg e Giaime Pintor, Balbo divenne uno degli elementi portanti della casa editrice Einaudi. Insieme a Pintor, Balbo aveva immaginato e pensato per la casa editrice una collana di brevi saggi sui problemi più urgenti che l?Italia uscita dal fascismo avrebbe dovuto affrontare. La collana non vide mai la luce, ma il progetto fu elemento significativo nella ricostruzione della casa editrice dopo la guerra. L?ipotesi da cui partiva venne a confluire e ad influenzare quel laboratorio politico che fu per brevi anni ?Il Politecnico? di E. Vittorini, al quale anche Balbo collaborò con pochi ma decisivi contributi (Cancan 1984; Mangoni 1999).
Conclusasi precocemente l?esperienza del Partito della sinistra cristiana, che si era sciolto nel dicembre 1945, non era finita per questo l?esperienza intellettuale che ne era stata all?origine e fu con questa che Balbo partecipò all?attività culturale della casa editrice. Giulio Einaudi e i suoi collaboratori avevano ben chiara la consapevolezza del compito che gravava sulla casa editrice: si trattava di porre le basi per una nuova cultura, una cultura diversa da quella che aveva dominato l?Italia nel corso del ventennio fascista, ma diversa anche da quella liberale che l?aveva preceduta. Per Balbo occorreva prima di tutto liberarsi da Croce: i riferimenti che egli propose in un celebre articolo apparso su ?Il Politecnico? erano Gobetti, Gramsci e Dorso. Il nome di Gramsci, in particolare, in quegli anni in cui si progettava con il Pci la pubblicazione dei ?quaderni dal carcere? era fondamentale. Ma era significativo che Balbo gli affiancasse anche i nomi di Gobetti e di Dorso. Nonostante le apparenti aperture programmatiche nel Pci, era ormai più evidente all?interno del partito la tendenza ad una chiusura culturale entro un?ortodossia ideologica sempre più rigida. Il ?partito nuovo?, al quale anche Balbo aveva guardato con speranza, si andò presto rivelando carico di ambiguità.
Naturalmente non era solo l?editrice Einaudi né solo il Pci a lavorare per una ricostruzione culturale del paese. Non minore fermento era presente anche in ambito cattolico in cui si moltiplicavano iniziative e proposte. All?interno della Einaudi Balbo non nascondeva affatto la sua fede religiosa, ma il suo impegno era guidato dalla proposta di una cultura senza ?miti?, non definita e determinata ideologicamente. Era infatti in questa prospettiva che si poteva pensare, a suo avviso, ad un comunismo non precluso alla fede religiosa e ad un cattolicesimo che non escludesse l?apporto positivo del marxismo. Ma si trattava di un tentativo destinato presto a scontrarsi con una realtà politica e culturale che andava nella direzione esplicitamente contraria di un rafforzamento della contrapposizione ideologica.
All?interno della casa Einaudi i suoi interessi per i temi religiosi e anche spirituali incontravano qualche consenso da parte di Pavese, a sua volta interessato alle ricerche antropologiche sui miti e sulle religioni popolari, ma anche la crescente diffidenza da parte di chi si sentiva più condizionato dalle direttive culturali del partito. Del resto quelli tra il 1945 e il 1950 erano gli anni in cui Balbo proponendo una rilettura del marxismo che ammettesse anche la possibilità della fede religiosa incontrò la progressiva ostilità degli ambienti comunisti che si mostrarono sempre più chiusi di fronte ad un dibattito innovatore. Per Balbo, Marx rappresentava il culmine del pensiero razionalista dell?occidente, un punto di non ritorno che mostrava tuttavia i suoi limiti proprio nel presupposto razionalista e che doveva essere superato ricominciando a riflettere giusto dal momento in cui la parabola del razionalismo era iniziata, là dove si era interrotta la filosofia dell?essere, cioè dal medioevo e in particolare dal pensiero metafisico di San Tommaso. Questa svolta tomista suscitò non poche perplessità in casa editrice e, più ancora, nel partito.
Nel 1950 la breve esperienza della rivista ?Cultura e realtà? di cui Balbo fu uno dei principali ispiratori e collaboratori, rappresentò il tentativo di aprire nella cultura italiana uno spazio di discussione libero dagli schematismi ideologici che ormai la ingessavano inesorabilmente. Il modello de ?Il Politecnico?, nella sua versione mensile, esercitò certo un certa influenza nel progetto, anche se mancava lo spirito innovativo di Vittorini. Ma mancava anche la sponda che sulla rivista aveva voluto mantenere il Pci e questo rendeva l?esperimento più libero e al sicuro dai rischi che avevano condotto alla crisi di quel precedente. Non a caso questa volta Pavese si impegnò con convinzione nel progetto. Certo la presenza di Balbo, di Motta, di Sebregondi qualificavano la rivista come legata ad un certo ambiente che era stato fino a pochi anni prima quello del Partito della Sinistra Cristiana, ma senza preclusioni di sorta che non fossero la capacità di contributi propositivi.
Una rivista che fosse aperta alla riflessione sulla narrativa e sul teatro, sull?economia e sulla vita religiosa, che affrontasse i temi più rilevanti del dibattito culturale allora presente in Italia. La rivista terminò quella stessa estate con la morte di Pavese che in qualche modo segnava uno spartiacque anche nella vicenda biografica di Balbo, il cui ruolo nella casa Einaudi sembrava progressivamente eroso dall?emergere di nuovi interessi e protagonisti.
C?era evidentemente qualche analogia tra la scelta tomista proposta negli anni trenta dal filosofo francese J. Maritain e quella di Balbo. Il contesto appare tuttavia diverso, perché ancora la proposta che Balbo ne consegue non è quella di una nuova cristianità, ma della ricostruzione in senso comunque moderno del mondo. Certo colpisce all?inizio degli anni cinquanta, l?abiura pubblica di Balbo al comunismo e il progressivo avvicinarsi ai gruppi giovanili della Dc. Questo avvicinamento avviene attraverso un contatto con Dossetti, a partire da una riflessione comune sulla ?crisi? di civiltà del mondo moderno che avrebbe dovuto portare ad una ripresa spirituale e culturale piuttosto che politica.
La fine di ?Cultura e realtà? coincise con un passaggio significativo nella vicenda biografica di Balbo. Il 1950 fu un anno di cambiamento anche nella vita politica e culturale italiana. Quell?anno Balbo si trasferì definitivamente da Torino a Roma con la sua famiglia continuando a lavorare, ancora per qualche anno, alla Einaudi. In quel periodo egli avviò un complesso progetto di ricerca articolato in una vasta maglia di collaboratori organizzati in gruppi tematici e disciplinari. Partendo dalla constatazione del momento di crisi epocale vissuto dalla civiltà occidentale, Balbo con le nuove energie raccolte soprattutto tra i gruppi giovanili della Dc si poneva l?obiettivo di ricercare le possibili basi ricostruttive di una nuova forma di società. È rilevante il fatto che in questo progetto Balbo si incontrasse con G. Dossetti che, partendo da premesse analoghe e dalla constatazione della impossibilità di azione politica positiva all?interno della d.c., decideva proprio in quello stesso periodo di lasciare prima la direzione e poi del tutto l?attività politica. L?intenso e interessante scambio epistolare tra i due, conservato almeno in parte tra le carte Balbo, testimonia con precisione la particolarità di quel momento storico, così come era vissuto da una parte significativa del mondo cattolico italiano. Anche in questo caso la ricerca dovrà posizionare attentamente nel contesto culturale di quegli anni le delusioni e i fermenti che agitavano questi ambienti del cattolicesimo, cogliendo anche, se possibile, nei riferimenti spirituali presenti nel carteggio, i motivi profondi che li animavano.
Per molte ragioni, che si dovranno meglio analizzare, l?incontro tra Balbo e Dossetti non portò ad una collaborazione diretta. Balbo continuò nel suo progetto di lavoro che ebbe un esito più distanziato e indiretto nella fondazione della rivista ?Terza generazione? i cui ideatori e collaboratori riconobbero tutti l?ispirazione di Balbo anche se egli vi collaborò solo con un articolo. La rivista era in parte il proseguimento di ?Cultura e realtà?, ma in larga misura si proponeva qualcosa di nuovo. L?aspetto più interessante della rivista, per una analisi storica, non appare tanto il suo significato politico all?interno del panorama democristiano, ma quello del tentativo di realizzare una conoscenza sociologica approfondita dell?Italia come base per un progetto politico di ampia portata, posto in termini dialettici rispetto al programma del partito (Tassani 1988).
In realtà l?esperienza di questa rivista, che proseguì tra il 1953 e il 1954, si legava alla progressiva centralità che aveva acquistato nel dibattito culturale italiano il tema dello sviluppo economico e sociale. Questo divenne anche il tema su cui si concentrò la riflessione di Balbo nell?ultimo periodo della sua vita. Dopo i primi anni difficili della ricostruzione economica del dopoguerra cominciava infatti per l?Italia un periodo di sviluppo che sarebbe sfociato nel boom economico degli anni sessanta, caratterizzato dalla rapida crescita della produzione industriale e dei salari. Da un punto di vista sociologico era palpabile il processo di modernizzazione, anche se esso procedeva in modo disomogeneo e squilibrato nel paese, senza che gli organi di governo riuscissero ad accompagnarlo con una adeguata modernizzazione istituzionale.
Per la Chiesa cattolica il tema della modernità restava problematico, anche quando essa si declinava nei termini comuni dello sviluppo economico e sociale. Solo con il concilio Vaticano II si sarebbe cercato di dare risposte articolate ad un processo che metteva profondamente in discussione gli assetti tradizionali della religione.
Felice Balbo da parte sua si poneva il problema in termini filosofici, cercando di definire cosa si dovesse intendere precisamente per sviluppo umano e quali fossero le condizioni perché lo sviluppo dell?uomo si potesse tradurre anche in uno sviluppo della società (Balbo 1962). Il punto di partenza era ancora la prospettiva metafisica della filosofia tomista, ma i problemi che egli affrontava erano estremamente concreti: quelli della dimensione del gruppo di lavoro e di produzione, quello della pianificazione, quello dello Stato. Non a caso gli interlocutori di questo ultimo periodo della sua vita furono soprattutto tecnici ed economisti, a cominciare da Segrebondi, Napoleoni, Saraceno. Dopo aver lasciato il lavoro alla Einaudi, Balbo trovò un impiego presso l?Iri come responsabile del progetto di formazione dei dirigenti. Nello stesso anno vinse un concorso per la cattedra di filosofia morale all?Università della Sapienza a Roma. I due lavori rappresentavano, in significativa complementarietà, un?immagine particolarmente efficace di quella che era la sua idea della produzione culturale e della sua necessaria realizzazione pratica. Ancora una volta Balbo si trovava coinvolto da vicino in una rete di progetti economici e sociali che dovevano ridisegnare l?assetto del paese per gli anni successivi. Ancora una volta il tema della modernità, coniugato ora con quello del ?progresso?, rappresentava la sfida che la realtà concreta lanciava alla sua fede religiosa e alla sua riflessione filosofica. E gli ultimi scritti che raccolse per il volume Essere e progresso (Balbo 1966) rimangono espressione di come in quella particolare situazione storica si era cercato di rispondere in termini adeguati a tale sfida.