N. 19 - Febbraio 2009

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Stefan Wedrac

L?ira dell?aquila: lo scioglimento della società scolastica ?Lega Nazionale? nel Litorale austriaco

 



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Trieste, 23 maggio 1915. Una folla furente gira per le strade. Il Regno d?Italia ha appena dichiarato la guerra all?Austria-Ungheria. È cominciata anche la rivoluzione interna contro il vecchio Stato asburgico? No, le masse sono leali all?Imperatore e tuttavia la polizia tenta ? forse consapevolmente troppo tardi ? di fermarle, perché stanno incendiando le roccaforti dell?italianità: la redazione del giornale ?Il Piccolo? e l?ufficio di un?associazione apparentemente molto pacifica, la società scolastica ?Lega Nazionale?. Perché questa associazione è vittima dell?ira del popolo triestino già poche ore dopo la dichiarazione di guerra? La risposta si può trovare tra gli avvenimenti degli anni precedenti la prima guerra mondiale, e questo saggio tenta di chiarire il contesto storico che fa da sfondo allo scioglimento di un?associazione tipica della monarchia danubiana1.


Alla vigilia della prima guerra mondiale un?altra guerra, meno sanguinosa ma non meno appassionata, era in pieno corso. L?antica monarchia degli asburgo era lo scenario di una lotta durissima tra le nazionalità in essa presenti. Il risveglio del nazionalismo durante l?Ottocento si ripercuoteva particolarmente sulla monarchia asburgica, perché nel suo territorio c?erano undici nazionalità principali: tedeschi, cechi, polacchi, slovacchi, sloveni, ungheresi, italiani, rumeni, ucraini, croati e serbi (Kann 1964). Già solo la classificazione di questa moltitudine è causa di problemi, e lo era già allora. Le nazionalità possono essere suddivise in diversi gruppi, adottando differenti criteri. Si può, ad esempio, prendere in considerazione la ?parentela?: c?erano le nazionalità slave come gli sloveni, oppure i cechi, e le nazionalità romanze come gli italiani e i rumeni. Oppure si possono suddividere dal punto di vista storico. Alcune nazionalità hanno una storia nazionale indipendente, come gli ungheresi, i tedeschi o gli italiani, mentre altre non la possiedono. Questo criterio fu ad esempio sostenuto dal famoso politico del partito socialista austro-ungarico Otto Bauer, che riconobbe l?importanza del problema altrettanto bene del suo più noto collega di partito Karl Renner, futuro cancelliere della prima Repubblica austriaca. Gli italiani andavano considerati una nazionalità dal punto di vista storico, gli slavi invece no. Un certo peso aveva anche un altro criterio, cioè l?esistenza di gruppi della stessa nazionalità al di fuori del territorio austro-ungarico. Questo non era il caso per cinque etnie: croati, sloveni, cechi, slovacchi ed ungheresi. Le altre invece confinavano con stati nazionali nati nel corso dell?Ottocento. L?esistenza di connazionali oltre il confine influenzò fortemente l?atteggiamento di quelle nazionalità nella lotta nazionalistica in quanto erano spinte dal desiderio di ricongiungersi alla madrepatria. Esempi eclatanti di questa prospettiva di unificazione, che ebbe grande importanza nella storia, furono quelli dei tedeschi d?Austria e degli italiani della monarchia. Fare parte di uno Stato multietnico quando c?era un altro Stato della stessa nazionalità oltre il confine poteva essere un?esperienza soffocante per questi gruppi nazionali. Le unificazioni della Germania e dell?Italia infatti, essendo esempi paradigmatici del processo della nascita delle nazioni, esercitarono su di essi una forte attrazione.


La monarchia austro-ungarica non seguì la via delle due nazioni al sud e al nord. Infatti, la tensione fra le nazionalità e lo Stato nasceva da due circostanze: i territori acquisiti dagli asburgo formavano alla fine dell?Ottocento un corpo in cui erano ancora vive le tradizioni delle entità storiche, mentre lo Stato presentava una predominanza austriaca che faceva capo a Vienna. Allo stesso tempo, le nazionalità si facevano concorrenza. Lo Stato asburgico mirò perciò a conservare l?unità bilanciando al tempo stesso le diverse pretese dei gruppi nazionali. Il vecchio imperatore Francesco Giuseppe non fu disposto ad accordare troppe concessioni alle nazionalità, per mantenerle tutte in una ?scontentezza ben temperata?. E ciò a maggior ragione perché questi gruppi o queste nazionalità svilupparono una coscienza nazionale durante l?Ottocento, e cominciarono a rivendicare un ruolo particolare nel mondo asburgico. Tanti non si sentirono più solo sudditi dell?imperatore con una determinata madrelingua, ma membri di una nazionalità fra molte. Questo ?fra molte? vuol dire che si trovavano in concorrenza con tutti gli altri popoli dell?impero. La supremazia tedesco-austriaca in generale fu tuttavia contestata solo una volta con successo, e più precisamente dagli ungheresi che in seguito alla guerra austro-prussiana portarono a casa il risultato del ?dualismo? austro-ungarico. Fondamentale per la comprensione del conflitto è il concetto dell?acquis, cioè tutto quello che gli appartenenti a quella nazionalità avevano conseguito: la posizione culturale, economica, demografica, giuridica ma anche geografica (Streitmann 1984). Questa posizione si riteneva potesse essere migliorata solo peggiorando la situazione di un?altra nazionalità. In contrasto quindi con il motto del penultimo imperatore, Viribus Unitis, a forze unite, si pensò più a sottrarre un pezzo della torta agli altri.



 



Gli italiani



Gli italiani della monarchia asburgica vissero negli ultimi decenni dell?Ottocento tanto il sorgere del sole italiano quanto lo spennarsi dell?aquila d?Austria. Quando il giovane imperatore Francesco Giuseppe salì sul trono nel 1848, il suo impero dominava senza dubbio gran parte dell?Italia settentrionale, e gli italiani furono fino al 1859 uno dei più grandi gruppi nazionali, non contando i tedeschi. Dopo la perdita del Lombardo-Veneto il numero degli italiani diminuì fino ad arrivare al 2,7% della popolazione nel 1910, anno in cui fu effettuato l?ultimo censimento dell?impero. La popolazione italiana si concentrava nel sud della monarchia: il Trentino, il Sudtirolo, la Dalmazia, la città di Fiume e il cosiddetto ?Litorale? (Küstenland) austriaco, costituito da una parte dell?odierno Friuli, della Venezia Giulia, della Slovenia e della Croazia, contavano una forte presenza italiana. La cifra totale era di circa 795.000 italiani nella monarchia, più 80.000 cosiddetti ?regnicoli?, cioè cittadini del Regno d?Italia che vivevano nel territorio dell?impero. Comparando le cifre del penultimo censimento con quelle dell?ultimo si vede che il numero degli italiani era aumentato tra il 1880 e il 1910 di 100.000 persone, ma non in tutti i territori allo stesso modo. Mentre a Trieste la popolazione italiana era cresciuta notevolmente, il Trentino si era trovato nello stesso periodo in una situazione più difficile, che aveva prodotto un?emigrazione (Corsini 1980).


Detto questo, bisogna analizzare la situazione sociale e il peso degli italiani nella monarchia. La loro influenza fu molto più grande del loro numero. Un esempio noto è quello delle autorità marittime dell?impero, la cui lingua fu fino alla fine dell?Ottocento l?italiano, sottolineando la predominanza degli italiani negli affari marittimi, nata nei secoli del dominio veneziano. A parte questo, la situazione sociale degli italiani era variegata. In Trentino gli italiani erano principalmente attivi nel settore dell?agricoltura, nel Litorale invece erano soprattutto commercianti, impiegati statali e membri dei ceti possidenti. È interessante esaminare la capacità contributiva degli italiani negli ultimi decenni della monarchia. I dati rilevati prima dell?introduzione del suffragio universale nel 1907 evidenziano la forza economica degli italiani: la quota di imposte dirette pagata dagli italiani era la terza in ordine di grandezza. Dopo i tedeschi (63% delle imposte dirette) e i cechi (quasi il 20%), gli italiani pagavano il 10% delle tasse (Veiter 1965).


Di conseguenza si impone la domanda se l?influenza degli italiani fu all?altezza della loro potenza economica. La risposta è sì. Gli italiani non incontrarono tanti ostacoli entrando nell?amministrazione o nell?esercito austro-ungarico. Esempio importante di italiani al servizio degli imperatori del Sacro Romano Impero Germanico è quello dei generali Raimondo Montecuccoli, Federico Bianchi e del famosissimo Eugenio di Savoia, così come il fatto che durante l?ultima guerra della monarchia nell?esercito austro-ungarico servirono 26 ufficiali di alto rango di origine italiana. Nella marina gli italiani costituirono il 18% degli equipaggi e il 10% degli ufficiali (Höbelt 1987). Accanto al famoso ammiraglio Rodolfo Montecuccoli degli Erri si contavano quasi 40 ufficiali d?alto rango in servizio nella flotta austro-ungarica. Quelle cifre non devono stupire perché nell?imperial-regio esercito vigeva per tutte le nazionalità una parità di trattamento, che aveva portato alla costituzione di un corpo ufficiali misto. Però nell?amministrazione la situazione fu diversa, e tuttavia vi si trovavano spesso gli italiani. Accanto alla marina spicca il dicastero degli esteri, con una presenza italiana di quasi il 5% nel 1914. Altri dati per il 1905 si riferiscono ai dicasteri dei trasporti, del commercio e delle finanze e alla corte suprema, dove si trova una percentuale di italiani uguale o superiore a quella degli italiani nella popolazione della monarchia. In base a queste cifre non si può quindi dire che gli italiani fossero stati svantaggiati nell?impero austro-ungarico. E nonostante ciò, agli italiani sudditi di Francesco Giuseppe viene attribuita anche oggi una sorta di nazionalismo separatistico, il cosiddetto irredentismo.



 



L?irredentismo




L?irredentismo è stato trattato a fondo, perciò lo si esaminerà qui solo nella misura in cui ciò è importante per la comprensione della questione della Lega Nazionale. Vale la pena di esaminare il punto di vista del comando supremo austro-ungarico, perché l?irredentismo fu una minaccia per i comandanti militari che operavano nelle zone sudoccidentali dell?Impero: ?L?irredentismo è quel movimento politico che mira a liberare dal dominio straniero tutti i territori abitati soprattutto da italiani e non appartenenti al Regno d?Italia, unendoli con la patria. In teoria questo movimento perciò si estende anche ai territori sotto il dominio inglese e francese di Savoia, Nizza, Tunisi, Malta e Canton Ticino nella Svizzera; però, solo l?irredentismo diretto contro l?Austria-Ungheria ha importanza, in quanto punta all?unificazione con l?Italia del Sudtirolo, del Litorale (Trieste, Istria, Gorizia e Gradisca), della Dalmazia e Fiume, perché il primo non ha mai superato la fase subito abortita di un timido tentativo?
2. La definizione tocca il punto cruciale dell?irredentismo politico: l?unificazione delle terre cosiddette irredente. Ma, accanto a questo irredentismo politico ci furono altri movimenti che mirarono all?emancipazione degli italiani senza propugnare l?ultima meta dell?irredentismo politico, l?unificazione con la patria. Ci furono, ad esempio, dei tentativi migliorare la posizione degli italiani rispetto agli slavi con mezzi legali all?interno dello Stato di diritto, e poi ancora una terza tipologia, un movimento che mirò a rafforzare la cultura e la lingua italiana nei luoghi in cui vivevano degli italiani; esattamente questo volle la Lega Nazionale.


I tre movimenti ebbero in comune la coscienza dei loro sostenitori di essere non solo sudditi dell?Imperatore ma, in primo luogo, italiani, la scontentezza per la situazione nella monarchia e la volontà di cambiarla in qualche modo. Tutto fa supporre che l?irredentismo politico fu sostenuto da pochi, rispetto al movimento culturale, ed il numero di seguaci variava nei diversi territori. Nel Trentino la popolazione rurale fu in essenza indifferente, oppure leale all?imperatore, mentre i ceti più abbienti nelle città e gli intellettuali furono spesso irredentisti. Nel Litorale invece i contadini ? come intorno a Trieste ? erano slavi, e per questo piuttosto gelosi della loro nazionalità. Fra i ceti urbani la base per l?irredentismo fu più ridotta che nel Trentino, perché i commercianti erano scettici su questo movimento. Solo la borghesia colta fu un terreno propizio per l?irredentismo. Anche i regnicoli nel Litorale passarono non raramente per irredentisti, un punto di vista sostenuto soprattutto dalle autorità austro-ungariche. Essi furono, infatti, parte integrante della vita del Litorale, dove ad esempio possedettero più di 10.000 ettari di terra e vennero impiegati ad alto livello dall?amministrazione di Trieste. Sospettati di irredentismo dalle autorità austriache, i cittadini del Regno d?Italia impiegati nei pubblici uffici vennero licenziati a causa dei famosi ?decreti Hohenlohe? dell?agosto 1913. Benché siano stati di rilevanza solo per Trieste, questi decreti esacerbarono gli animi degli italiani sia al di qua che al di là del confine. Così essi finirono per aiutare gli irredentisti e anche ? per poco tempo ? il principe Hohenlohe-Schillingsfürst, che dopo le sue dimissioni da luogotenente della città fu per due volte titolare di un ministero a Vienna e divenne infine primo Obersthofmeister alla corte dell?ultimo imperatore austro-ungarico Carlo I.


Resta da chiedersi quale fu il fondamento istituzionale degli irredentisti. Ovviamente, un partito irredentistico non esisteva in Austria, e se ci fosse stato, sarebbe stato proibito immediatamente. Più di tutti, a Trieste fu il partito liberale ad avvicinarsi all?irredentismo, come vedremo più tardi. Un luogo di incontro degli irredentisti e di tanti altri italiani furono le diverse associazioni nel sud della monarchia. Lì si incontrarono non solo le persone, ma anche l?irredentismo politico e il movimento culturale, da alcuni definito anch?esso irredentistico (Kramer 1954). Promuovendo la cultura garantita dalla legge costituzionale, le attività delle associazioni furono spesso un mezzo per comunicare messaggi politici più o meno ben nascosti. E quelle sedi furono tanto un luogo di diffusione della propaganda irredentistica quanto un luogo di ricreazione e incontri. Quando un?associazione organizzava eventi di chiara marca irredentistica, veniva sciolta dalle autorità austriache. Succedeva poi che l?associazione venisse di nuovo fondata con lo stesso scopo e dalle medesime persone con un nome un po? modificato. La pazienza dello Stato austriaco fu grande, non da ultimo per riguardo alla Triplice Alleanza e perché la costituzione garantiva il libero sviluppo delle culture nazionali. L??associazionismo cultural-nazionalistico? diventerà più chiaro nell?esempio della Lega, come vedremo più tardi. Prima di parlare del teatro principale del conflitto nazionalistico tra le etnie, vale però la pena di esaminare il quadro geografico ed etnografico del problema. Accanto al Trentino e al Sudtirolo, dove c?era un confine linguistico ben delineato, fu arena delle vertenze nazionalistiche il cosiddetto Litorale austriaco.



 



La ?riviera austriaca?



Il Litorale era composto da tre circoscrizioni amministrative, o meglio province della corona asburgica: Il Margraviato d?Istria, la Principesca Contea di Gorizia e Gradisca e la città imperiale immediata di Trieste. Questi territori erano stati acquisiti dagli asburgo nel tempo, a partire da alcuni territori dell?Istria interna alla fine del Trecento; poco dopo, nel 1382, Trieste si era posta sotto l?ala degli asburgo. Estinti i conti goriziani, anche la Contea di Gorizia e Gradisca si trasferì agli asburgo. La costa rimanente passò della Serenissima agli asburgo nel 1797 (Veiter 1965). Il Litorale non fu, come si vede, un acquisto recente della monarchia; tuttavia esso formò una delle sue province più importanti, con la ?città fedelissima? assurta al ruolo di porto franco, importantissimo per il commercio. Trieste ricevette questa denominazione onorifica in seguito al comportamento fedele della popolazione nel 1848. In gran parte del Litorale prevaleva e prevale anche oggi l?agricoltura, salvo per i centri urbani come Gorizia, Monfalcone, Trieste e Pola, caratterizzati da attività industriali e commerciali e da un?articolata burocrazia. Cuore del potere politico era Trieste, dove era in carica l?imperial-regio Luogotenente e di conseguenza aveva sede l?amministrazione imperiale. Accanto ad essa esistevano i governi provinciali con le loro limitate competenze, un dualismo amministrativo tipico della monarchia austro-ungarica. Nelle giunte provinciali gli italiani avevano la maggioranza e la sfruttarono, non da ultimo per affermare la propria lingua, imponendo l?italiano come lingua ufficiale nelle giunte e nelle scuole. Una tale situazione si ebbe in Istria, mentre a Trieste il Luogotenente impedì un trattamento di favore per l?italiano, e nella contea di Gorizia lo sloveno e l?italiano furono lingue ufficiali paritetiche.


La situazione etnica del Litorale fu una delle più interessanti nella monarchia. Il confine tra le nazionalità era chiaro nella Contea di Gorizia: la pianura friulana era popolata da friulani, mentre sul Carso e nelle zone montane vivevano gli sloveni. Degna di nota è pure la minoranza tedesca nella Gorizia di allora, e un?altra minoranza tedesca vi era a Trieste. Nel centro di Trieste vivevano soprattutto italiani, e nel circondario slavi. L?immigrazione slava comportò negli anni fra il 1880 e il 1910 uno spostamento graduale del rapporto fra italiani e slavi, perché la popolazione slava si raddoppiò, mentre quella italiana crebbe di un quarto. Nel Margraviato d?Istria, dal canto suo, esisteva da tempo un vero e proprio mosaico di etnie. Nel corso dei secoli vi si erano insediati non solo italiani, ma anche sloveni, croati, serbi e perfino rumeni. Essenzialmente l?interno fu abitato dagli slavi, e la costa dagli italiani, ma in tanti distretti ci furono parecchi gruppi etnici, e in nessun distretto venivano utilizzate meno di due lingue accanto a quella ufficiale, il tedesco.


Una panoramica generale si può ricavare da una mappa tratta da uno studio dell?epoca sul penultimo censimento della popolazione austro-ungarica. I censimenti della monarchia erano discutibili, perché il metodo adottato di prendere a riferimento la lingua parlata per determinare la nazionalità non sempre portava a risultati precisi. L?opera di Karl Czoernig tenta di dare un?esposizione precisa della situazione etnica nel Litorale del tardo Ottocento. In seguito e fino al 1910 la situazione non cambiò di molto, ad eccezione di Trieste. Si evidenzia in tal modo la situazione nel Litorale. Un?attenzione particolare meritano i distretti di Capodistria (Capo d?Istria) e Parenzo, dove le etnie sono particolarmente frammiste. Lì si sviluppò nella sua interezza quel ?mosaico etnico? e lì, come vedremo, il conflitto tra le nazionalità fu rinfocolato con decisione dalla Lega Nazionale.



Territorio austriaco




Illustrazione 1. Carta etnica del Litorale austriaco (in Czoernig 1885).



Vanno qui dette due parole sulle cifre. Nel 1913, la popolazione del Litorale era di 938.000 persone, di cui 53% slavi, 43% romanzi (italiani e friulani) e poco più del 3% tedeschi. Dati più precisi si possono ricavare solo dal censimento del 1910, quando Trieste contava sui 230.000 abitanti, di cui 12.000 tedeschi, 120.000 italiani e quasi 60.000 sloveni, più 40.000 cittadini del Regno d?Italia. Nella Principesca Contea di Gorizia e Gradisca vivevano 260.000 sudditi dell?Imperatore. A fronte di una minoranza tedesca di 4.500 persone stavano 90.000 italiani e 150.000 sloveni. Nel Margarviato d?Istria i 400.000 abitanti si ripartivano così: 170.000 croati, 150.000 italiani, 55.000 sloveni, 13.000 tedeschi e 3000 persone di altre nazionalità (Manussi-Montesole 1934).




 



?L?arma più tremenda?? La scuola nella lotta tra le nazionalità



Esaminato l?ambito geografico del problema, avviciniamoci al punto nevralgico del conflitto nazionalistico. I contemporanei lo individuarono con chiarezza: ?La scuola è sacra: e perciò è anche l?arma politica più tremenda? (Slataper 1915, 35). Più precisamente, può essere un?arma la lingua d?insegnamento nella scuola elementare. Questa idea poggia su due principi; in primo luogo, la lingua d?insegnamento è un mezzo per avvicinare gli scolari alla cultura e alla sfera di influenza di una nazione. In secondo luogo, essa è spesso anche la lingua del cortile della scuola. Lì lo scolaro incontra altri ragazzi di quella nazionalità, e viene così integrato in essa, o almeno confrontato con essa. Entro certi limiti si può, in altre parole, educare i giovani ad una nazionalità. E infine, come già detto, il vecchio Stato austro-ungarico determinava la nazionalità in base alla lingua parlata nella vita quotidiana, quindi la scuola fu il luogo deputato a far crescere o diminuire le nazionalità. Che ciò sia vero o no fu di poca importanza per i contemporanei, bastò l?idea. Bastò per iniziare ?[...] una guerra in cui lavagne e manuali servirono da armi, scuole e asili diventarono cittadelle e trincee, maestri e maestre si considerarono e dovettero combattere come soldati al fronte delle rispettive nazionalità? (Gatterer 1972, 91). Si trattava di una guerra per le generazioni future. L?aquis delle nazionalità, il loro patrimonio economico e politico veniva influenzato direttamente dalla dimensione demografica della nazionalità. Ne segue che ogni nazionalità tentò di influenzare la gioventù per rafforzare la propria posizione. Non tutti i territori della monarchia furono ugualmente coinvolti in questa guerra per la lingua d?insegnamento. Teatro principale furono senza dubbio la Boemia e la Moravia, dove il conflitto mise i tedeschi a confronto coi cechi, insieme alle province meridionali della monarchia ai confini con l?Italia.


Per capire meglio perché si sviluppò una tale situazione merita dare un?occhiata alla situazione giuridica della scuola elementare in Austria. Dopo il compromesso del 1867 con l?Ungheria, nella parte austriaca della monarchia il governo aveva fatto svariate concessioni alle nazionalità. Prima di tutto, il famoso articolo 19 della Costituzione del 1867 garantiva a tutte le nazionalità il diritto alla conservazione e alla cura delle rispettive culture, come pure delle lingue nazionali. Inoltre, la parificazione delle lingue doveva essere riconosciuta dallo Stato nella vita pubblica, e nelle province con più di una nazionalità dovevano esserci scuole pubbliche per ciascuna di esse, con quella lingua di insegnamento. In più fu importantissima la legge sulla scuola elementare del 1869 (con i suoi successivi emendamenti) che stabiliva da un canto che fosse l?ente gestore della scuola a scegliere la lingua d?insegnamento, dall?altra che si doveva istituire una scuola con una certa lingua d?insegnamento ?lì dove nella media di cinque anni vivono entro una distanza di un?ora più di 40 scolari che devono frequentare una scuola distante più di mezzo miglio?3.
Questa regolazione invero complicata doveva garantire una rete abbastanza fitta di scuole elementari nella monarchia. Ma nella pratica vi furono discrepanze nel metodo di calcolo, che diedero luogo a numerose vertenze di fronte al tribunale amministrativo.


Il problema centrale era naturalmente ?chi paga?? In primo luogo toccava ai comuni che erano obbligati a istituire le scuole. In caso di loro impossibilità subentravano il distretto o la provincia. Questa regolamentazione si applicava alle scuole pubbliche. Accanto ad esse, la legge ammetteva le scuole private, che potevano rilasciare diplomi validi ai fini di legge dopo esser state riconosciute quali enti di diritto pubblico, il che comportava un controllo da parte dello Stato. Il punto cruciale era che una scuola privata esentava i comuni dall?obbligo di istituire una scuola pubblica nel paese. E qui entriamo nell?essenza della guerra per le scuole: quando il comune non aveva mezzi, quando il distretto o la provincia erano governati da una nazionalità propensa ad osteggiare l?istituzione di una scuola pubblica o quando c?erano troppo pochi bambini di una nazionalità, erano chiamate in causa le associazioni private. Ne derivò una ?competizione per l?educazione? fra le nazionalità, la cui principale arena di scontro fu il comune. Questi atteggiamenti conflittuali assunsero presto un contorno di aggressività sfavorevole alla coesione dello Stato austro-ungarico. Le associazioni si occupavano di lacune vere o presunte nel sistema scolastico della monarchia pensando di difendere la propria nazionalità dai diversi tentativi di denazionalizzazione. Così esse ritenevano di essere in grado di rafforzare la futura posizione della rispettiva nazionalità nella monarchia, perché la scuola elementare ?forgia? le generazioni. Il termine ?unione di difesa? (Schutzverein) usato per queste associazioni deriva molto probabilmente proprio da questo atteggiamento mentale dei contemporanei, e si allinea perfettamente all?atmosfera un po? marziale degli anni immediatamente precedenti l?ultima guerra della monarchia (Gatterer 1972).


Con puntiglio i nazionalisti italiani elencavano le associazioni scolastiche concorrenti con la Lega Nazionale: ?Contro la Lega Nazionale, [...] stavano: [...] la Südmark, [...] la Cirillo e Metodio panslava, inoltre il Schulverein ed il Governo austriaco, che distribuiva sussidi agli slavi ed ai tedeschi.? (Tamaro 1915, 57). Citando il governo austriaco, l?autore di queste righe esagera. Lo spesso evocato favoritismo dell?elemento slavo nella monarchia da parte del governo o più in generale dello Stato non si può postulare così facilmente. Anche più tardi lo si ipotizza (Carocci 1971), ma è un?esagerazione simile a quella che si attribuisce all?esercito austro-ungarico, in cui asseritamente ? in testa a tutti il capo di Stato maggiore Franz Conrad von Hötzendorf ? si diffidava assai degli italiani. L?arciduca Franz Ferdinand fu senz?altro una pietra dello scandalo per tanti italiani, perché favorì gli slavi. Però individuare un favoritismo sistematico è difficile, e non da ultimo lo Stato austriaco mirò più ad equilibrare le nazionalità e mantenerle tutte ad un livello accettabile di contentezza che non a favorire l?elemento sud-slavo, che comportava altri pericoli.


Comunque sia, i veri concorrenti della Lega Nazionale furono in quel tempo le associazioni scolastiche, in testa a tutte la società scolastica tedesca (Deutscher Schulverein), fondata a Vienna nel luglio 1880 con lo scopo di ?[...] promuovere la volontà della popolazione di ottenere e mantenere scuole tedesche ai confini linguistici tedeschi, nelle regioni a popolazione mista e nelle isole linguistiche tedesche, in particolare là dove non si può conseguire la realizzazione di una scuola pubblica tedesca? (Streitmann 1984, 50). È evidente che questa finalità si sposa con la situazione giuridica anzi descritta. L?associazione crebbe rapidamente e alla fine dell?anno contava già 22.000 soci, un segnale dell?attualità delle sue finalità, ma forse anche il risultato di quote sociali molto basse. Avviata come un progetto di giovani liberali, l?associazione diventò rapidamente un?importante realtà nel campo nazional-tedesco. Grazie alle numerose donazioni e all?incremento dei soci, i gruppi locali dello Schulverein crebbero a 2.600 e le entrate annuali complessive salirono a più di un milione di corone. Il potere d?acquisto di una corona austriaca nel 1890 corrisponde a circa 10 euro del 2003 (Österreichische Nationalbank 2007, 25). Poichè rivolse la propria attenzione alla Boemia e in seconda battuta al Sudtirolo, l?associazione non fu molto attiva nel Litorale. Lì non c?erano vecchi insediamenti tedeschi che necessitassero di tutela, e le minoranze nelle città avevano scuole a sufficienza a loro disposizione. I due gruppi locali dello Schulverein a Gorizia e Trieste non superarono i 500 soci, ragion per cui la sua posizione restò marginale.


Il vero concorrente della Lega Nazionale nel Litorale era la società slava Cirillo e Metodio. Fondata già nel 1885, l?associazione si era divisa nel 1893 in una sezione slovena e una croata: la sezione slovena si occupava di Trieste e Gorizia, mentre la sezione croata operava in Istria. La sezione slovena ebbe un successo notevole. Furono fondati dapprima soprattutto asili infantili, poi scuole elementari; la risonanza che ebbe l?associazione nella popolazione slovena fu grande; essa crebbe dai 55 gruppi locali del 1885 ai 197 gruppi locali con oltre 19.000 soci del 1910. Negli ultimi anni prima della guerra, la Cirillo e Metodio raccoglieva annualmente poco meno di 1 milione di corone, uguagliando così quasi lo Schulverein tedesco. Con questi mezzi realizzò fino al 1912 27 scuole elementari, una scuola commerciale e 10 asili d?infanzia solo a Trieste. La città fu un terreno difficile per l?associazione, perché il partito liberale di matrice italiana che governava Trieste rifiutò ogni suo appoggio. L?associazione ricorse a mezzi generosi per ?reclutare? gli scolari: distribuiva vestiti e scarpe gratuitamente e trasformava le scuole in veri centri culturali della nazionalità slovena. Una situazione fra concorrenza e compromesso caratterizzò invece la sezione croata in Istria. Lì il conflitto con la Lega Nazionale fu duro, ma da parte delle autorità provinciali si adottò il compromesso di istituire e/o statalizzare un numero identico di scuole. A questo punto va detto che numeri e informazioni sulle associazioni slave sono difficili da reperire. Le associazioni scolastiche sono quasi completamente trascurate dalla storiografia austriaca. Ci sono alcune opere sul Deutscher Schulverein, ma delle altre associazioni si sa poco. In Italia, a prescindere dalle pubblicazioni dell?odierna Lega Nazionale, che vanno prese con la dovuta cautela, la storia della Lega Nazionale è stata esaminata un po? più a fondo (de Rosa 2000). Manca però a tutt?oggi uno studio globale che prenda in considerazione tanto le fonti italiane quanto quelle austriache.



 



La ?Lega Nazionale?




Le versioni italiane di queste associazioni scolastiche fiorirono negli ultimi trent?anni del regno asburgico. Si intende qui analizzare dettagliatamente le attività, i soci, le finanze e la rete della Lega. Fatto questo, vedremo perché essa fu oggetto non solo dei tumulti del maggio 1915, ma anche dell?ira delle autorità austriache, che la sciolsero ufficialmente nel giugno di quell?anno. Sugli eventi di maggio e giugno sono venuti alla luce presso le autorità competenti numerosi documenti che chiariscono il punto di vista del vecchio Stato asburgico. Accanto ai documenti sono conservati alcuni testi di soci della Lega, atti della stessa e qualche descrizione di contemporanei prima e dopo la prima guerra mondiale. Prendendo in considerazione entrambi i punti di vista, l?entità delle fonti permette di delineare con sufficiente precisione la storia della società scolastica.


Le attività della Lega si caratterizzano tutte per i due suoi aspetti inseparabili. Da un canto la Lega Nazionale fu un tipico Schutzverein, come le altre. Essa cioè partecipava allo scontro tra le nazionalità per rafforzare la posizione degli italiani nella monarchia asburgica. Questa attività non era ostile allo Stato di per sé, ma creava come tutte una specie di forza centrifuga atta a nuocere alla coesione dello Stato multietnico. Le autorità lo sapevano ma non potevano reagire se non facendo buon viso a cattivo gioco, perché il rispetto costituzionale delle culture nazionali era intoccabile. L?altro volto viene descritto meglio con la metafora del ragno nella ragnatela: la Lega fu il centro di una rete di associazioni italiane nel Litorale e nel Trentino, che non perseguivano scopi politici diretti, ma usavano messaggi culturali per portare avanti una propaganda segreta per l?unificazione con il Regno d?Italia. Inoltre, i funzionari erano rappresentanti di partiti, giornali ed associazioni straniere.


Ma cominciamo dall?inizio. Cinque anni dopo la fondazione del Deutscher Schulverein, lo sloveno Ivan Nabergoj di Trieste venne eletto nella camera bassa del Parlamento imperiale, il Reichsrat a Vienna. Fu un segno del risveglio della borghesia slava a Trieste, che venne interpretato dagli italiani come una minaccia alla posizione italiana nella monarchia. Non è necessariamente una coincidenza che nello stesso anno nacque la prima società scolastica italiana. La ?Società scolastica Pro Patria? fu costituita dal sindaco di Trento, Augusto Sartorelli, che aveva sostenuto in una serie di articoli la difesa della lingua italiana nel Trentino (nel Litorale invece fu il ben noto politico liberale Felice Venezian a distinguersi nel dar vita ad un?associazione analoga). I fondatori formularono all?inizio statuti troppo ?politici?, e fallirono quindi per la diffidenza delle autorità tirolesi. Sbagliando s?impara: così essi presero gli statuti della società scolastica tedesca e sic simpliciter li tradussero dal tedesco in italiano: ?Viene instituta una Società col nome ?Pro Patria?, allo scopo di promuovere l?istituzione ed il mantenimento di scuole italiane entro i confini dell?Impero, in luoghi di popolazione mista, specialmente sul confine linguistico? (Sandonà 1938, 138). L?associazione crebbe rapidamente, già nella prima metà del 1886 vennero fondati molti gruppi locali nel Trentino, e al primo congresso nel novembre dello stesso anno furono presenti anche numerosi rappresentati dal Litorale. Al secondo congresso generale nel 1888 si contarono 33 gruppi locali del Trentino e oltre 20 dell?area adriatica. I gruppi locali del Litorale avevano costruito due scuole e un asilo in Istria, una scuola a Gorizia e un asilo a Trieste. Il congresso fu il penultimo della Pro Patria. Già alla vigilia del congresso successivo le autorità austriache guardavano all?associazione con crescente preoccupazione, a causa delle sue tendenze nazionalistiche; seguirono il convegno con le mani legate, ma con gli occhi bene aperti. Nel corso della manifestazione fu inviato un telegramma di congratulazioni all?associazione ?Dante Alighieri? a Roma, nota in Austria per le sue tendenze irredentistiche. Senza ombra di esitazione, le autorità austriache sciolsero quindi la Pro Patria con la seguente motivazione: ?Siccome è notorio che la Società ?Dante Alighieri? in Roma osserva un contegno ostile verso la Monarchia austro-ungarica e siccome ripetute manifestazioni pubblicate a mezzo di giornali italiani fanno desumere che le tendenze di detta società sono dirette immediatamente contro gli interessi dello Stato austriaco, così la Società ?Pro Patria? ha dato a conoscere colla sua accennata deliberazione, che la stessa oltre agli scopi scolastici, fatti apparire negli statuti, ha anche altre tendenze, e precisamente politiche, le quali a seconda delle circostanze colliderebbero colle disposizioni del codice penale? (Sandonà 1938, 159). Lo scioglimento si rivelò tuttavia un?arma priva di mordente. I funzionari della Pro Patria impararono dai propri errori, e ricominciarono tutto da capo: fu fondata una nuova associazione a Trieste col nome di ?Lega Nazionale?, utilizzando più o meno gli stessi statuti e gli stessi membri, ma stavolta con la massima prudenza. In un volantino dal titolo Che cosa è la Lega Nazionale e perché fu fondata? edito dall?editore Zippel, anch?egli vicino alla Pro Patria di allora, si legge: ?La Lega Nazionale non è una società politica; anzi dalle questioni politiche si tiene sempre lontana, come da ogni competizione di partiti locali?4. L?amara lezione era stata compresa, e si alzò il sipario della grande società scolastica degli italiani nella monarchia.


La Lega si occupava dei territori meridionali della monarchia austro-ungarica. Organizzata in due sezioni, chiamate ?tridentina? e ?adriatica? (quest?ultima coincidente con il territorio del Litorale), e una direzione generale che si alternava ogni quattro anni, la Lega ebbe una crescita notevole. Ogni due anni fino al 1912 veniva inoltre tenuto un congresso generale. All?epoca del suo tramonto, la Lega contava 83 gruppi locali della sezione tridentina e 94 della sezione adriatica. Le sezioni venivano dirette da direzioni5. Queste esercitavano un rigoroso centralismo, per pilotare il comportamento dei gruppi locali in conformità con le leggi dello Stato austriaco. I soldi raccolti dai gruppi locali venivano trasferiti alla direzione, tutti i beni e i terreni diventavano di proprietà dell?associazione madre. Ogni decisione doveva essere presa di stretta intesa con la direzione. In questo modo la Lega fu disciplinata, ma anche lenta perché ci voleva sempre qualche tempo per la comunicazione (de Rosa 2000).


I soci della Lega nel Litorale furono numerosi. Al tempo dello scioglimento si contavano 45.000 soci, 15.000 nel Trentino e 30.000 nel Litorale, cioè circa il 3% della popolazione del Litorale, o quasi il 9% della popolazione italiana. A questi dati ufficiali si deve aggiungere un numero imprecisato di soci sconosciuti alle autorità austriache, che in mancanza di elenchi precisi è difficile da quantificare. Chi furono i soci della Lega? Impiegati statali, insegnanti, cittadini del Regno d?Italia, tante donne e intere famiglie furono i pilastri dell?associazione. Nella zona adriatica vi si trovano spesso esponenti della borghesia colta, esponenti dell?irredentismo. Le autorità lo sapevano, e dopo il 23 maggio 1915 rimossero senza remissione dai loro uffici gli impiegai statali soci della Lega. Differentemente furono giudicati i membri delle famiglie, che non erano assai informati su cosa comportasse l?essere soci della Lega; infatti molte persone furono soci solo sulla carta6. Il vero successo della Lega fu invece la ragnatela di associazioni di cui essa fu il centro. Vedremo più in là alcuni esempi importanti, per adesso basta guardare le cifre. Al congresso della Lega a Riva nel 1908 furono presenti 200 associazioni del Trentino e del Litorale, oltre a 50 comuni e 30 giornali (Lega Nazionale 1908). Il gruppo locale di Trieste aveva come soci 30 associazioni e gran parte delle associazioni liberali italiane. Insieme al fatto che tanti soci erano impiegati pubblici, quelle cifre rivelano la posizione influente della Lega, di cui le autorità austriache erano ben consce.


Val la pena di esaminare questa rete un po? più in dettaglio per quanto riguarda la collaborazione con altre associazioni nel Litorale. Nel Regno d?Italia essa collaborava con la Dante Alighieri e con un?altra associazione, la società ?Trento e Trieste?. Intermediari importanti furono il poeta Riccardo Pitteri, per molti anni presidente della sezione adriatica, e il suo vice Giorgio Pitacco, deputato al parlamento a Vienna e assessore a Trieste. I due fecero numerosi viaggi di lavoro in Italia, mantenendo ottimi rapporti tra le due associazioni. Nel Litorale i pilastri della Lega furono due, accanto alle numerose piccole associazioni: l?associazione Patria ed il giornale ?Il Piccolo?, entrambi con sede a Trieste.


L?associazione Patria fu niente altro che il partito liberal-nazionalistico degli italiani a Trieste. Chiamato dal popolo ?partito irredentista?, ma anche ?magnadora?, il partito poteva controllare un grosso elettorato a Trieste, e in molte elezioni prima della prima guerra mondiale riuscì ad assicurarsi una forte maggioranza (Mitocchi 1917). Esso instaurò un sistema di clientelismi e mirò a formare una città fortemente italiana, impegnando tanti cittadini del Regno d?Italia, introducendo divise italiane per alcuni impiegati della città e favorendo la Lega. I rapporti furono ottimi, sopratutto perché tanto Felice Venezian, un fondatore della vecchia Pro Patria, quanto Giorgio Pitacco furono membri di questo partito. Quale segno del legame, alle feste dell?associazione Patria veniva addirittura cantato l?inno della Lega. L?altro pilastro, il giornale ?Il Piccolo?, fu un grande successo dell?editore Teodoro Mayer, un nazionalista di origini ebreo-ungheresi che gestì il giornale ? che aveva una tiratura molto alta ed era il quotidiano più letto a Trieste ? in primo luogo a scopo di lucro, ma allo stesso tempo anche per affiancare l?impegno dei circoli nazionalistici italiani. Il Piccolo pubblicava non solo, come vedremo, le elargizioni alla Lega, ma riferiva anche in prima pagina sui congressi del sodalizio. Così, la Lega fu nel vero senso della parola quotidianamente presente nel giornale e nelle teste dei lettori.


Come anche oggi, all?inizio del ventesimo secolo l?elemento determinante era il denaro. Per adempiere ai suoi compiti statutari la Lega doveva averne tanto. E ce l?aveva: nel 1915 i fondi patrimoniali della sezione adriatica ammontavano a circa 1 milione di corone. Di queste, 300.000 erano investite in titoli o depositate in contanti; quasi tutto il resto era patrimonio immobiliare, fatto che non sorprende se si considerano le finalità della Lega, che possedeva dei costosi immobili a Trieste, Gorizia e in altre località del Litorale. Di particolare valore erano i cosiddetti ?ricreatori? ? specie di asili o scuole a tempo pieno ? nei rioni triestini di San Giacomo e Servola, che costituirono progetti prestigiosi per la Lega. Questa aveva inoltre concesso alcuni crediti a comuni e privati e possedeva infine beni mobili nelle scuole, tra questi anche numerosi strumenti musicali e una piccola barca. L?altra sezione, la tridentina, fu assai più piccola. Aveva un patrimonio di circa 160.000 corone, ripartito in maniera analoga al patrimonio della sezione adriatica.



Territorio austriaco




Illustrazione 2. Un esempio delle cartoline della Lega (in Salimbeni 1994).






Le informazioni sul patrimonio della Lega sono disponibili in dettaglio perché furono raccolte da un amministratore designato dallo Stato dopo lo scioglimento. Questi trovò un sistema di contabilità complicatissimo, atto a nascondere i flussi di denaro che giungevano alla Lega (un aspetto che doveva essere gestito della Lega con estrema cautela). Nel 1911 ad esempio la Lega incassò 600.000 corone e ne spese circa 500.000. Le quote sociali ammontavano a 300.000 corone, per cui è ovvio che la Lega sfruttò altre fonti. Una fonte supplementare di introiti furono vari circoli informali nel Litorale. Avevano un nome risonante, i ?cavalieri della morte?, e raccoglievano fondi durante le riunioni a Trieste e nelle altre città del Litorale. Il giornale ?Il Piccolo? pubblicava i risultati di queste collette, e pubblicava pure le somme che quotidianamente venivano elargite da tanti privati. Non a torto chiamate ?plebiscito permanente? (Apollonio 1992, 33), queste elargizioni evidenziano il legame con la Lega di una parte della popolazione, ed avevano per i donatori il vantaggio collaterale di essere menzionati nel giornale. Ma non bastavano le collette dei ?cavalieri? e i singoli contributi: un?attività tipica per le associazioni scolastiche fu la vendita di vari articoli, come cartoline illustrate, scatole di fiammiferi, francobolli ed altri oggetti di merchandising. Le cartoline illustrate ad esempio venivano vendute in occasione di inaugurazioni o congressi o altri eventi speciali. Il design variava da raffigurazioni molto tradizionali allo stile liberty.


Un fatto ?politico? furono invece le scatole di fiammiferi vendute delle associazioni scolastiche. Una società scolastica tedesca minore, la Südmark, aveva iniziato a cooperare con una fabbrica di fiammiferi: una joint venture che fece rapidamente scuola, e così anche la Lega cominciò a vendere con successo scatole con slogan dell?associazione. Ovviamente né gli slavi né gli impiegati statali leali all?Imperatore le compravano, perché erano un simbolo troppo marcato del nazionalismo italiano.





Scatola di fiammiferi




Illustrazione 3. Una scatola di fiammiferi della Lega (in Szombathely 1962).





Tuttavia la vendita di questi gadgets non bastava. Tanti soldi affluivano dal Regno d?Italia. Associazioni come la ?Dante Alighieri? vendevano fiammiferi e cartoline anche oltre il confine, e contribuirono alle finanze della Lega. Dopo lo scioglimento le autorità trovarono singoli documenti che in realtà non chiariscono completamente i flussi, ma dimostrano che ad esempio nel 1903 solo la Dante Alighieri trasferì alla sezione adriatica 70.000 lire, una somma assai rilevante all?inizio del ventesimo secolo. Queste associazioni organizzavano varie manifestazioni e collette per la Lega e donavano libri per gli scolari. Tutto ciò doveva venir ben nascosto alle autorità austriache, che altrimenti avrebbero sciolto l?associazione immediatamente. I funzionari agivano con estrema cautela, mascherando i contributi italiani come entrate di proprie manifestazioni lucrative, ad esempio feste da ballo, e adottando comunque un sistema centralistico e una contabilità complicata.


Questo grande dispendio di soldi e risorse umane era indispensabile per proseguire ogni anno le attività statutarie della Lega. Dove l?italianità era o si considerava minacciata la Lega interveniva.


Scatola di fiammiferi




Illustrazione 4. Gli istituti e i gruppi locali della Lega nel Litorale (in Lega Nazionale 1911).





Anche i contemporanei più critici, come Angelo Vivante, concessero tuttavia: ?Chi somministra alfabeto a un paese desolato dall?analfabetismo, in qualunque lingua, per qualunque fine, compie opera civile? (Vivante 1912, 136). Ma il punto saliente è un altro, perché il rovescio della medaglia fu sempre presente: il conflitto nazionalistico e i tentativi della Lega di ?snazionalizzare? i territori slavi. Nel Litorale il conflitto raggiunse dimensioni eclatanti perché c?era una particolare complessità etnica. I primi gruppi locali che vollero una scuola furono quelli istriani, e proprio in Istria si sviluppò una rete di istituti scolastici della Lega.




Come si vede nella carta geografica, c?era una concentrazione di istituti della Lega nei distretti di Parenzo e Capodistria in Istria e, nel nord, ad ovest di Gorizia e fino al carso di Redipuglia e Monfalcone. Raffrontando questa carta con la mappa del Litorale illustrata in precedenza si vede, inoltre, che in Istria la popolazione era assai mista; a nord invece c?era un confine linguistico ben definito. Il confronto tra le due mappe permette di individuare non solo i punti di intervento della Lega, ma anche le differenti finalità di questi interventi: a nord si tratta sopratutto di difendere il confine linguistico, mentre a sud, in Istria, si tentò di eliminare la complessità etnica. E lì la Lega trovò il suo vecchio avversario, la Cirillo e Metodio. Sentiamo di nuovo Angelo Vivante, la voce fuori dal coro che dovette subire un?aspra critica dai nazionalisti italiani per la sua opera L?irredentismo Adriatico del 1912: ?Vi sono posizioni strategiche, dove la scuola italiana e la slava, la Lega e la Cirillo, stanno di fronte, quasi materialmente, l?una contro l?altra armate, ognuna tentando di accaparrarsi le popolazioni dei villaggi o dei casolari più prossimi? (Vivante 1912, 139).


L?ironia di tutto ciò è che i mezzi sembravano giustificare il fine. Infatti attirare gli scolari alla propria causa non fu difficile né svantaggioso per loro. Tante famiglie slave sceglievano la scuola in base non alla lingua d?insegnamento, ma piuttosto ai vantaggi che essa poteva offrire. E le scuole della Lega offrivano effettivamente tanto: venivano distribuiti gratuitamente vestiario e libri, e per divertirsi c?erano manifestazioni e bande. Una scuola italiana era inoltre una porta sull?economia italiana, sia nel Litorale che nel Regno d?Italia; in altre parole poteva offrire prospettive per l?avvenire. Così, la formazione scolastica nella periferia fu non solo garantita, ma anche migliorata notevolmente, se si considera che la Cirillo e Metodio non rimase indietro, e rispose con gli stessi mezzi. La concorrenza stimola, e grazie a mezzi finanziari adeguati la Lega ebbe uno sviluppo impressionante. Nel 1911, dopo vent?anni di attività, essa contava 74 scuole proprie e 136 sovvenzionate, 153 biblioteche e 177 gruppi locali. E stava per introdurre un?innovazione, gli asili a tempo pieno a Trieste.


Le attività della Lega non si limitarono alla creazione di scuole; essa fu un?esponente importante del ?associazionismo politico? (Todero 2005, 91) dell?Ottocento, con le sue manifestazioni tipiche: ?Nelle feste pubbliche, nelle ceremonie e nei raduni all?insegna della cultura e dell?arte, dello sport o della semplice ricreazione, il culto nazionale trovava la sua espressione attraverso una liturgia laica ricca di simboli sia alla storia della terra natale sia a quella della madrepatria, dal lontano al più recente passato; esso era coltivato nello spirito del Risorgimento d?Italia, ma si nutriva altresì del mito della romanità e, segnatamente in gran parte dell?Istria e nella Dalmazia, del mito della Serenissima? (Maserati 1994, 46). Il simbolo più importante della Lega fu Dante Alighieri, che manca raramente nelle pubblicazioni o nelle immagini perché a lui veniva attribuito il primo sorgere dell?idea di un?Italia unita. Forse il grande poeta ed il suo desiderio di un impero forte ? assente nel Trecento ? furono mal interpretati, ma è un fatto che fu lui il simbolo di quell?Italia unita di cui la Lega si considerava il difensore. Vediamo ad esempio la prima strofa dell?inno della Lega: ?Viva Dante il gran maestro dell?italica favella, della lingua la più bella, che dall?Alpe echeggia al mar. Contro chi in spietata guerra ogni dì la insidia e offende la protegge, la defende la gran Lega Nazional. Viva Dante il gran Maestro e la Lega Nazional? (Lega Nazionale 1910, copertina senza numero di pagina). È presente nell?inno ? musicato dal famoso compositore Ruggero Leoncavallo su versi di Riccardo Pitteri ? il lessico che ci accompagna fin dall?inizio di questo studio: la lingua minacciata, la guerra, la protezione e il difensore. Alle manifestazioni la Lega rincarò la dose fino alla soglia del dolore per le autorità austriache, utilizzando i colori del tricolore italiano, suonando marce italiane e facendo sfoggio della stella a cinque punte simbolo dell?esercito italiano. La polizia del Litorale lamentò talvolta atti di violenza contro poliziotti alle manifestazioni della Lega, ma non trovò mai una valida ragione per chiederne lo scioglimento: troppo accorta era stata la dirigenza a nascondere i contatti con gli irredentisti nel Regno d?Italia, troppo poco si parlava di politica, troppo bene facevano i soci, funzionari, insegnanti e sostenitori il lavoro di punta. Lanciavano messaggi chiari, ma mai oltrepassando i limiti della legalità. Dopo lo scioglimento, invece, una cospirazione venne scoperta: Giorgio Pitacco aveva tentato di organizzare un gruppo di persone fidate per procurare passaporti agli irredentisti italiani e per compilare elenchi di cittadini austriaci fedeli all?imperatore con lo scopo di arrestarli dopo l?arrivo dell?esercito italiano. Tuttavia il corso degli eventi dopo lo scoppio della guerra vanificò il suo tentativo.


Il tempo dello splendore terminò poco dopo, sia per l?Impero austro-ungarico che per la Lega Nazionale. La prima guerra mondiale portò con sé la mobilitazione di un grande numero di soci della Lega, alcune scuole furono usate come alloggio per le truppe. Le manifestazioni delle associazioni si diradarono e qualche funzionario scappò in Italia per non tornare più. La dichiarazione di guerra del Regno d?Italia aggravò l?atmosfera e le tensioni nel litorale. Già il 23 maggio, dopo la sua pubblicazione, una folla dette fuoco agli uffici della Lega e del giornale Il Piccolo a Trieste7. Alcuni italiani sospettarono le autorità austriache di aver scatenato i contadini del circondario per saldare finalmente il conto con i nazionalisti italiani, sospetto che però non sembra giustificato: le autorità austriache volevano sì fare i conti con l?italianità del Litorale, ma per mezzo della legge, e spronare gli slavi non sarebbe stata una buona idea, considerando il potenziale antiasburgico che covava in alcuni circoli e che si era manifestato non molto lontano da lì il 28 giugno 1914. In più, la polizia di Trieste era indebolita nell?organico perché tanti poliziotti erano sotto le armi già da quasi un anno. Allo stesso tempo era in pieno corso l?evacuazione del Litorale: alla fine di maggio 1915 centomila persone erano state trasferite nell?hinterland austriaco (Malni 2001).


Le forze armate austro-ungariche vennero nel Litorale non solo per affrontare l?esercito italiano, ma anche per governare la cosiddetta ?zona di operazioni dell?esercito? (Bereich der Armee im Felde). In base ad un decreto imperiale il comando supremo di un determinato fronte aveva anche l?autorità di emanare le disposizioni di competenza della suprema autorità politica provinciale, nel caso del Litorale l?imperial-regio Luogotenente a Trieste. A volte, l?esercizio di queste prerogative poteva far presumere che ci fosse una dittatura dell?esercito nelle regioni del fronte, ma in realtà per l?attuazione dei provvedimenti i militari dipendevano dalla cooperazione con le autorità civili e da un buon rapporto con esse. Il comandante della Quinta armata austro-ungarica, Generale Svetozar Boroëvić von Bojna, un croato di origini serbe, andò in questi termini perfettamente d?accordo col Luogotenente di quel tempo, il Barone Alfred Fries-Skene, condividendo la sua argomentazione che la Lega non rientrava nei criteri di legittimità prefigurati dallo Stato. Una tale motivazione sarebbe stata inammissibile in tempo di pace, ma dopo l?entrata in guerra dell?Italia le autorità austriache miravano decisamente ad eliminare l?italianità scomoda nei territori meridionali della monarchia. Contrariamente agli scioglimenti precedenti, questa volta la fine fu definitiva e non solo sulla carta.


La polizia chiuse gli istituti della Lega, ed eseguì numerose perquisizioni nelle sedi dei gruppi locali. Venne proibita la vendita di articoli come le scatole di fiammiferi e fu nominato del curatore commissariale della Lega con l?incarico di liquidarne il patrimonio il più presto possibile. Questi incontrò gravissime difficoltà, non solo a causa della contabilità, ma anche perché tanti immobili erano situati nella zona occupata dagli italiani o a cavallo del fronte8. Anche la soddisfazione delle richieste economiche dei dipendenti e la locazione dei beni mobili furono compiti assai difficili in uno stato di guerra. Così il curatore poté infine investire solo 200.000 corone in prestiti di guerra, e il processo non si concluse fino al 1918. I funzionari della Lega furono tutti arrestati o confinati, tranne i due capi. Il poeta Riccardo Pitteri morì nel suo esilio in Italia nell?autunno 1915, mentre il suo vice Giorgio Pitacco era fuggito in Italia già nel 1914. Furono eseguite perquisizioni nelle loro case, senza gran esito, vista l?estrema prudenza con cui i funzionari avevano agito. Solo la scrivania di Giorgio Pitacco rivelò qualche sorpresa: la polizia trovò non solo lettere d?amore di quattro donne differenti, ma anche alcuni preservativi usati9; una scoperta che, tuttavia, non chiariva le attività della Lega. Furono licenziati i maestri delle scuole della Lega, come conseguenza della chiusura delle scuole stesse, e con la medesima severità le autorità agirono nei confronti della rete della Lega. Dal canto suo, l?amministrazione comunale di Trieste con i suoi impiegati nazionalisti già membri dell?associazione Patria fu subordinata ad un commissario imperiale. Fu licenziato quasi il dieci percento dei funzionari amministrativi e del personale insegnante dipendente dal Comune. Impiegati dei quali era nota l?appartenenza alla Lega non ebbero alcuna possibilità di conservare il posto di lavoro e furono spesso confinati. Alla fine del 1916 il Luogotenente Fries-Skene aveva sciolto non meno di 143 associazioni italiane, oltre a numerose associazioni slave del Litorale10. Con i collaboratori ed il proprietario fuggiti e la redazione distrutta, anche ?Il Piccolo? cessò di esistere nel 1915. E infine furono tolte le insegne sulle scuole della Lega. Niente avrebbe più dovuto ricordare in futuro la Lega Nazionale.



Lega nazionale



Illustrazione 5. Una scuola della Lega Nazionale a Capo d?Istria. 
Si vede l?insegna (in Lega Nazionale s.a.).






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Autore Wedrac Stefan
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