Carlo De Maria
Religione, politica e identità italiana
Note a margine del terzo convegno della Fondazione SalvatorelliMarsciano (Pg), 5-8 novembre 2008Il terzo convegno internazionale della Fondazione Luigi Salvatorelli, Religione e politica in Italia dal Risorgimento al Concilio Vaticano II,tenutosi a Marsciano (Perugia) dal 5 all?8 novembre 2008, ha tematizzato una questione di fondo della nostra identità nazionale: i rapporti della società politica e della società civile con la religione, prendendo in considerazione non solo la Chiesa cattolica, ma anche vicende e problemi relativi a evangelici ed ebrei.
Attiva dal 2002, la fondazione intitolata allo storico e giornalista umbro è arrivata a questo appuntamento scientifico in corrispondenza dell?uscita del ricco e importante volume Luigi Salvatorelli (1886-1974). Storico, giornalista, testimone, curato da Angelo d?Orsi, con la collaborazione di Francesca Chiarotto. Pubblicato nella collana ?Testi e Studi? promossa dalla Fondazione Salvatorelli presso l?editore Nino Aragno di Torino, il libro raccoglie gli atti del primo convegno tenutosi a Marsciano nel 2004 e rappresenta ‒ citando d?Orsi ‒ l?unica visione d?insieme ad oggi disponibile su una figura a tutto tondo come quella di Luigi Salvatorelli, ?autore poliedrico, storico multiverso, intellettuale impegnato, giornalista militante?. Oltre alla collana editoriale d?eccellenza che ospita gli atti dei convegni biennali (sono in preparazione gli atti del secondo convegno del 2006: Intellettuali. Preistoria, storia e destino di una categoria) la Fondazione Salvatorelli ha promosso anche una collana più economica (presso Aracne editore, Roma) che ospita i lavori dei ricercatori che trovano sostegno nelle sue borse di studio e nei suoi contributi alla ricerca, banditi annualmente.
Nel difficile tentativo di dare conto di quattro giornate densissime, questo resoconto prende le mosse dalla tavola rotonda finale. Dopo l?ultima relazione prevista dal programma del convegno, quella di Daniele Menozzi, impegnato sul tema Religione e politica nell?Italia di oggi, Gian Mario Bravo ha coordinato un dibattito di carattere interdisciplinare, nel quale si sono confrontati, con posizioni a volte distanti, la storica delle religioni e antropologa Ileana Chirassi Colombo, il filosofo Michele Martelli, lo storico Alberto Monticone e lo scienziato politico Gaspare Nevola. Introducendo la tavola rotonda, Bravo ha ricordato le ?miserie culturali? che vive oggi l?Italia e ha fatto appello a una ?laicità? propriamente intesa. L?essere laico, ha ricordato Bravo, non significa essere ?laicista?, ma al contrario significa coltivare l?apertura al dialogo con i cattolici e le minoranze religiose. La strada difficile del dialogo rappresenta, insomma, la cifra del ?vero laico?. È utile partire dalle parole di Bravo poiché sembrano cogliere lo spirito che ha informato tutto il convegno: l?impegno a riflettere sulla storia d?Italia, sul rapporto tra religione e politica dal Risorgimento ad oggi, come contributo alla riflessione sui problemi e le prospettive della nostra democrazia.
La prima sessione del convegno, Il Risorgimento e la formazione dello Stato unitario, presieduta da Mario Tosti, si è aperta con una importante relazione di Francesco Traniello, che ha recentemente pubblicato un volume che abbraccia buona parte dei temi emersi nel corso del convegno (Religione cattolica e Stato nazionale. Dal Risorgimento al secondo dopoguerra, Bologna, il Mulino, 2007). Traniello ha svolto una riflessione sulle metamorfosi riscontrabili nelle categorie del ?politico? e del ?religioso? nell?età del Risorgimento. Andando oltre le questioni relative al rapporto Stato-Chiesa, il relatore ha richiamato l?attenzione sul fatto che ?tutte le componenti, anche antagonistiche, del processo risorgimentale agiscono in un?atmosfera religiosa, non solo in senso simbolico e linguistico, ma più precisamente nel senso dell?attribuzione di un finalismo religioso (interno o esterno o alternativo al cristianesimo) al proprio agire politico?. È a partire dal Risorgimento, cioè, che l?agire politico, ?anche quando rivendica la propria piena autonomia dall?istituzione religiosa?, ha un carattere, una legittimazione di tipo religioso.
Secondo un modello che si è ripetuto per tutte le sessioni del convegno, alla prima ampia relazione generale, sono seguite le relazioni monografiche, nel caso specifico quelle di Giovanna Angelini, sul credo religioso di Mazzini (Mazzini e la religione laica), e di Tullia Catalan, sulle modalità di partecipazione degli ebrei italiani alle lotte risorgimentali (Gli ebrei nel Risorgimento italiano), con particolare attenzione ?ai giovani volontari, molti dei quali studenti e spesso in disaccordo con le proprie famiglie?. Sullo sfondo delle esperienze individuali e collettive, Catalan ha posto la ?svolta radicale? rappresentata dalla rivoluzione del 1848-49 per la struttura delle comunità ebraiche, ?che con l?acquisizione dei diritti civili e politici previsti dallo Statuto albertino, persero la loro secolare funzione di mediatrici con lo Stato, diventando ben presto quasi esclusivamente dei luoghi di riferimento per la sfera religiosa e culturale?. Da qui, una progressiva trasformazione dell?identità ebraica tradizionale e la sua apertura alla nuova identità nazionale, con il corollario di un profondo patriottismo, soprattutto nella classe media.
La prima sessione del convegno si è chiusa con la relazione della giovane Alessia Artini, archivista e cultrice della materia in storia delle religioni all?università di Firenze, che ha trattato il tema: Protestanti e classe dirigente nel periodo postunitario. Anche nella vicenda dei Valdesi, il 1848 rappresenta un punto di svolta: quell?anno furono promulgate nel Regno di Sardegna le Regie Patenti con le quali si concedevano loro i diritti politici e civili. La relazione di Artini ha inteso fare una panoramica sulla presenza protestante nel Parlamento Subalpino, prima, e in quello italiano, dopo, mettendo in evidenza ?l?apporto dato da questi deputati nella costruzione dell?Italia unita?, con particolare attenzione al dibattito sulla questione della libertà religiosa.
La seconda sessione del convegno, dedicata all?Italia liberale, si è aperta con la relazione generale di Mario Belardinelli, che ha sostituito il relatore inizialmente previsto dal programma, Guido Verucci, impossibilitato a partecipare. La relazione di Belardinelli ha fornito diversi spunti successivamente ripresi dalle varie relazioni monografiche, sulle quali si forniscono qui di seguito rapidi cenni. Nicola Del Corno si è mosso con sicurezza sul difficile terreno della comparazione, trattando i fondamenti del pensiero politico ultraconservatore in Italia e in Spagna. Antonio Santoni Rugiu ha proposto una panoramica ampissima sul tema della Laicizzazione della scuola nell?Ottocento. A partire dal Settecento fino ad arrivare alla legge Casati del 1859, Rugiu ha colto il continuo riaffiorare di una ?antinomia? nell?atteggiamento del potere pubblico: ?mano di ferro? nei confronti della Chiesa sulla giurisdizione della scuola, ma ?guanto di velluto? in materia pedagogico-didattica. Fino ad arrivare al riavvicinamento di fine secolo fra Stato liberale e Chiesa cattolica contro il socialismo. Sulla fase di relativa distensione nei rapporti fra Stato e Chiesa durante gli ultimi anni del pontificato di Leone XIII è tornata anche Laura Demofonti, trattando del Dibattito su evoluzionismo e darwinismo nella Chiesa cattolica. La lungimiranza culturale di alcuni illustri esponenti del mondo cattolico, che si adoperarono allora per un rinnovamento profondo della cultura del clero e del laicato cattolico italiani, ?condussero ‒ secondo le parole della relatrice ‒ a un approfondimento della conoscenza della teoria darwiniana, che si tradusse non certo in una adesione, ma in un?apertura pur sempre critica al vasto campo delle nuove scoperte scientifiche?.
Una pagina di storia ?dal basso? sulla sociabilità mutualistica è stata aperta da chi scrive, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di discipline storiche dell?università di Bologna, che ha letto una relazione dal titolo Gli ordinamenti del mutualismo cattolico dalla ?Rerum novarum? alla Prima guerra mondiale, rilevando come in alcune aree regionali l?associazionismo cattolico di mutuo soccorso conoscesse il proprio sviluppo solamente in seguito all?enciclica di Leone XIII. La sessione si è conclusa con gli interventi di Barbara Armani sui rapporti tra ebraismo e nazione nell?Italia liberale; Giovanni Vian, sulle origini, gli sviluppi e gli esiti della crisi modernista (dalla fine dell?Ottocento al 1914) e di Giancarlo Pellegrini sul modernismo in Umbria.
La relazione generale di Alberto Monticone ha aperto la terza sessione del convegno dedicata a La crisi dell?Italia liberale e la Grande guerra. In effetti, secondo Monticone, ?la crisi dello Stato liberale in Italia ha la sua prima origine nelle modalità dell?intervento in guerra del 1915?. Fissata questa premessa, Monticone ha approfondito il suo discorso individuando, negli anni di guerra, ?un mutamento di prospettiva nella relazione tra religione e società?. Passarono, infatti, in secondo piano le diatribe istituzionali e quelle sui principi, legate alla questione romana e alle polemiche tra clericalismo e anticlericalismo, mentre acquistava peso il ?dilemma tra fede e patria?, vissuto nella coscienza e nell?esperienza popolare. All?apertura problematica di Monticone, sono seguite le relazioni monografiche di Rocco D?Alfonso, sui rapporti tra nazionalismo e cattolicesimo nell?arco storico compreso tra la nascita della rivista ?Il Regno? (1903) e l?ingresso dell?Italia nel primo conflitto mondiale, e di Nicola Antonetti (Luigi Sturzo nel primo dopoguerra) sulla ?dottrina politica del popolarismo? elaborata da Sturzo per una trasformazione in senso autonomistico dello Stato liberale. Nelle parole di Antonetti, ?la ?dottrina del popolarismo? era volta a superare le polarizzazioni tipiche delle vigenti concezioni politico-istituzionali: quella sociocentrica dei cattolici italiani che (almeno a partire dal magistero di Leone XIII) erano impegnati in vario modo a ricostruire una ?democrazia sociale? o un ?consorzio civile? alternativi allo Stato; quella statocentrica propria del ceto liberale e della dogmatica giuridica volta a imputare tutti i poteri istituzionali e i diritti degli individui e della società alla suprema potestas dello Stato?.
Il tema della limitata circolazione, nella cultura politica dei cattolici italiani, di intellettuali come Luigi Sturzo e Francesco Luigi Ferrari è stato toccato dalla bella relazione di Mario Tesini, dedicata proprio alla figura del Ferrari (1889-1933). Pur in presenza di una meritoria edizione nazionale delle opere (per le Edizioni di Storia e Letteratura di Roma, 1983-1999), il modenese Ferrari, aggredito prima dai massimalisti poi dai fascisti, esule in Belgio, rimane un autore di frontiera ancora da studiare. Collaboratore e corrispondente di Gobetti, Salvemini e Rosselli, il cattolico Ferrari è accomunato a loro da una tendenza critica e inquieta nei confronti della tradizione politica di appartenenza. In uno degli ultimi numeri della ?Rivoluzione liberale?, Gobetti indicò Ferrari come l?uomo nuovo di quel Partito popolare che andava proprio allora disgregandosi. Tesini ha ricordato un?opera di Ferrari rimasta a lungo inedita, Democrazia senza democratici, che costituisce una lucida denuncia, in qualche modo ancora attuale, della mancanza di un senso civico democratico in Italia.
Il programma dedicato alla ?crisi dell?Italia liberale? e al contesto europeo si è completato con le relazioni di Carmen Betti ‒ che riprendendo idealmente il filo della relazione di Antonio Santoni Rugiu ha messo a fuoco il tema del Declino della laicità scolastica nella prima metà del 900 ‒ e della ricercatrice francese Jacqueline Lalouette, su Progresso e attuazione dell?idea laica nella Francia del XIX secolo, anche qui con un?attenzione specifica al mondo della scuola.
La quarta sessione del convegno, presieduta da Giuseppe Galasso e dedicata agli anni del fascismo, è stata aperta dalla relazione di Giorgio Vecchio, che ha messo in rilievo alcuni aspetti del rapporto tra Chiesa e regime, a partire dalla contesa per la conquista (o il mantenimento) dell?egemonia sulla società italiana. In questo ambito, un settore particolare del rapporto di incontro/scontro tra Chiesa e fascismo fu naturalmente quello dell?associazionismo e dell?educazione giovanile. Trattando poi il tema della legislazione razziale, Vecchio ha parlato di un?accettazione sostanziale da parte delle gerarchie ecclesiastiche; una posizione confermata anche dall?esame della stampa diocesana (vengono citati i casi milanese, cremonese e fiorentino, ma altri esempi sarebbero stati possibili). Sono seguiti gli interventi monografici di Saverio Battente su Nazionalfascismo e cattolicesimo: dalla Marcia su Roma ai Patti Lateranensi; di Lucia Ceci con una relazione intitolata Pio XI, il Vaticano e l?Impero del fascismo costruita sulla base della nuova documentazione vaticana che sta consentendo agli storici di articolare e meglio precisare le posizioni della Santa Sede sull?impresa fascista in Etiopia (proprio per queste novità, la relazione di Ceci al convegno è stata annunciata sul ?Corriere della sera? del 5 novembre 2008); di Fulvio Conti su Massoneria, politica e questione cattolica tra fascismo e Repubblica; di Andrea Rossi, esperto di storia militare, sul ?missionario combattente? Antonio Intreccialagli.
La quarta sessione prevedeva altri tre interventi di grande interesse. Ilaria Pavan ha affrontato il tema del cosiddetto ?Concordato ebraico?, ovverosia il decreto del 30 ottobre 1930, n. 1731, riguardante il nuovo assetto giuridico conferito alle comunità ebraiche nazionali, un aspetto solitamente trascurato dalla storiografia riguardante i rapporti tra ebrei e fascismo. Pavan individua, invece, in esso ?un momento di snodo fondamentale?. La normativa del 1930 trasformò le comunità israelitiche in enti pubblici e fu salutato come un grande successo da parte della minoranza ebraica. Pavan ha messo in guardia sul fatto che il 1938 favorisce una lettura distorta di quello che fu il rapporto precedente tra ebrei e fascismo. Gli ebrei, cioè, un furono sempre una minoranza perseguitata dal regime e, nel caso particolare, Pavan ha messo in rilievo un dialogo serrato tra il ministro della Giustizia Rocco e i rappresentanti delle comunità israelitiche. ?Grande importanza aveva per i rappresentanti ufficiali dell?ebraismo ‒ secondo le parole della relatrice ‒ la definizione dell?appartenenza alla comunità: per controbattere le spinte assimilazionistiche che a partire dall?emancipazione avevano reso sempre più flebile il legame con la religione mosaica, nel decreto fu introdotto un articolo che legava l?appartenenza all?ebraismo all?appartenenza alla Comunità: chi desiderava uscirne, con un atto formale di abiura, cessava contemporaneamente anche di essere ?ebreo?, rinunciando peraltro anche ad ogni aspetto rituale, come la sepoltura nei cimiteri israelitici. Svincolato dalla singola coscienza e dalla libera scelta individuale, l?appartenenza all?ebraismo finiva così per trasformarsi in una appartenenza ?d?ufficio?, prodromo di una pericolosa ghettizzazione giuridica della minoranza?.
Un altro qualificato studioso delle leggi antiebraiche e della politica della razza, Tommaso Dell?Era, ha scelto invece di trattare in occasione del convegno la formazione di Augusto Del Noce e il suo progetto di costruzione di una filosofia politica cristiana; tema che del resto è da tempo al centro degli studi di Dell?Era, che a Del Noce ha già dedicato nel 2000 una monografia. La sessione sugli anni del fascismo è stata chiusa da Angelo d?Orsi che, in una relazione ricca di spunti, ha parlato dell??eccezione? rappresentata negli anni 30 da Aldo Capitini, con particolare riferimento al libro Elementi di un?esperienza religiosa, edito nel 1937 da Laterza nella collana ?Biblioteca di cultura moderna? diretta da Benedetto Croce. Il 1937 è nelle parole di d?Orsi l?anno ?più terribile della vicenda dell?antifascismo internazionale (morte di Gramsci, di Berneri, dei fratelli Rosselli, l?anno peggiore delle purghe staliniane, della lotta fratricida in seno alla guerra civile spagnola), anno del fascismo trionfante, reduce dalla proclamazione dell?Impero, dopo l?aggressione all?Etiopia, e ormai in procinto di vincere in Spagna, con la complicità del nazismo hitleriano che in quell?anno decide il suo assalto all?Europa?. Elementi di un?esperienza religiosa di Capitini si pone come ?un contraltare non dichiarato al contesto politico, intriso di militarismo, imperialismo, bellicismo, razzismo?. Un libro ?apertamente antifascista?, secondo le parole del relatore, che probabilmente riuscì a passare la censura grazie al titolo. Dalle sue pagine, tuttavia, emergono a chiare lettere il rifiuto della violenza, del nazionalismo, dell?imperialismo. Ma non solo. Nell?opera di Capitini, c?è anche una forte polemica anticattolica, contro il tradizionalismo cattolico, ?in un paese che ‒ secondo le parole di d?Orsi ‒ reca il segno pesante del predominio della Chiesa cattolica, diventato con il Concordato del 1929, anche dispensatrice di una religione che è dichiarata di Stato?. In più, Elementi di un?esperienza religiosa è un libro scritto per spiacere sia ai fascisti che agli antifascisti. Capitini usa un lessico ?impolitico?: parla di amicizia, affetto, apertura. Da Carlo Michelstaedter prende il concetto di ?persuasione?. La nonviolenza di Capitini è non accettazione del presente, rifiuto di ciò che esiste. Secondo la lezione di Capitini, abbiamo sempre la possibilità di dire di no.
La quinta sessione del convegno, Chiesa cattolica e società nel secondo dopoguerra, aperta dalla relazione generale di Maurilio Guasco, è risultata indebolita da tre defezioni rispetto a quanto stabilito dal programma: quelle di Stefano Trinchese, che si sarebbe dovuto occupare di De Gasperi; di Agostino Giovagnoli, che avrebbe parlato di Aldo Moro; di Davide Cadeddu, che sarebbe intervenuto su Adriano Olivetti. Sono rimasti gli interventi, comunque interessanti, dei giovani Andrea Mariuzzo, sull?anticomunismo cattolico nell?Italia dei primi anni del dopoguerra, e Matteo Al Kalak relativo alla lettera pastorale della Cei sul laicismo del 1960. La sessione è stata completata da Marco Paolino che ha approfondito il tema del rapporto tra Giorgio La Pira e il comunismo: un aspetto importante dell?attività di La Pira, che fin dagli anni successivi alla Seconda guerra mondiale ebbe un dialogo costante con vari esponenti comunisti, italiani e stranieri. Un discorso a parte merita, infine, l?originalissima relazione di Alessandra Dino, prevista in questa sessione, ma in realtà anticipata alla seconda giornata del convegno. Docente di sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale presso l?università di Palermo, Dino ha presentato un intervento intitolato: La mafia, Danilo Dolci e il Gattopardo: chiesa cattolica e problema mafioso in Sicilia (1963-1993). Alcune note biografiche aiutano a chiarire il suo approccio metodologico. Studiosa dei fenomeni criminali di tipo mafioso, Dino applica da anni il metodo di studio etnografico all?analisi dei processi simbolici e all?osservazione delle trasformazioni interne alla mafia siciliana, dedicando particolare interesse allo studio dei ruoli ricoperti dalle figure femminili nelle organizzazioni criminali mafiose, al rapporto che lega mafia e religione, alle reti di potere mafioso. Il suo intervento, denso di suggestioni, meriterebbe - come molti altri - più spazio, ma rappresenta comunque degnamente l?apertura tematica, disciplinare e generazionale di un convegno che, sotto la direzione scientifica di Angelo d?Orsi, è parso vivace e riuscito.