Matteo Troilo
I lavori delle donne nelle montagne europee
Note al convegno internazionaleMendrisio (Svizzera), 11-13 settembre 2008Sino a una quindicina di anni fa la montagna era un luogo minore nella ricerca storiografica. Il perché di questa assenza degli storici in un campo di ricerca così interessante è stato spiegato da Ercole Sori principalmente con due motivi. Il primo è che per molto tempo si è avuta la concezione che i grandi avvenimenti storici passassero solo per le città e per le pianure, e non per i rari insediamenti montani. Il secondo è la scarsità di fonti rispetto alle realtà cittadine, in quanto le comunità montane si regolavano più spesso mediante l?uso di norme consuetudinarie lasciando così maggiormente testimonianze orali piuttosto che scritte (Sori 2004).
Negli ultimi anni però le cose sono cambiate e la montagna ha cominciato ad interessare maggiormente i ricercatori i quali vi hanno trovato un terreno favorevole di studio per temi come la marginalità economica e sociale, ed il problema della valorizzazione e della difesa territoriale. Campi di studio come la geografia e la sociologia hanno sfatato un?idea superficiale, ma abbastanza diffusa, che vuole i territori montani caratterizzati da un uniforme stato di arretratezza. A tutt?oggi esistono montagne che hanno risposto alla crisi dello spopolamento del dopoguerra valorizzando le risorse interne, puntando sull?identità locale e sul rispetto delle tradizioni. All?estremo opposto stanno quelle montagne che al contrario sono state incapaci di attivare forme di sviluppo interno e che quindi si caratterizzano ancora per una stasi economica generale (Gaddoni, Dallari 1996).
Tali tendenze possono essere rilevate non soltanto nella seconda metà del Novecento ma anche allargando la prospettiva storica verso la lunga durata. In tal senso studi sulle realtà più dinamiche, come il Trentino, hanno mostrato nei secoli una capacità di adattamento da parte del capitale umano e delle forme di aggregazione, che hanno permesso di superare situazioni di grave disagio e di intraprendere forme nuove di organizzazione produttiva (Leonardi, 1996).
Tra eccellenza ed arretratezza vi è però una ?zona grigia? che comprende la maggior parte delle realtà montane italiane ed europee, che pur nella difficoltà sono riuscite in alcuni casi a mostrare interessanti forme di dinamismo economico e sociale. È su queste realtà che la storiografia economica in particolare si sta sempre più rivolgendo soprattutto con l?approccio della microstoria. Le tre giornate di lavoro svoltesi a Mendrisio (Svizzera) dall?11 al 13 settembre 2008, (I lavori delle donne nelle montagne europee. Esperienze a confronto traformazione, attività, professioni e significati sociali, XVIII-XX secc.) hanno avuto proprio lo scopo di mostrare studi su varie realtà montane europee, prendendo però un particolare punto di vista, quello della storia di genere. Le donne infatti oltre a costituire spesso un secondo, ma non per questo meno importante, punto di vista sui principali eventi storici, offrono nel caso di realtà marginali o difficili come la montagna riflessioni importanti su temi come sviluppo economico e sociale, lavoro ed emancipazione (Lorenzetti, Merzario 2005).
Il convegno è stato organizzato dal Laboratorio di Storia delle alpi e si inserisce nelle iniziative di questo istituto che ha l?obbiettivo di essere un crocevia delle varie culture e nazionalità che si trovano intorno al mondo alpino. Gli aspetti di natura economica, sociale e culturale rientrano così in pieno in un discorso ampio e rivolto a trovare fattori comuni tra le diverse realtà alpine, ma in questo caso anche extra-alpine, in differenti periodi storici. L?importanza della regione delle Alpi in questi studi è dimostrato dal venir fuori in tempi recenti del cosiddetto ?Modello alpino?, mediante il quale studiosi di varie discipline hanno riconosciuto, in tempi e spazi diversi, sia l?uniformità di alcuni fenomeni, sia la complessità e la diversità tra le varie zone alpine che ne favorisce la ricchezza culturale (Viazzo, 1998).
Per lungo tempo il lavoro delle donne nelle economie e nelle società di montagna è stato rappresentato dalla storiografia secondo una posizione decisamente arcaica, in cui la divisione del lavoro attribuiva al genere femminile principalmente le attività più umili e quelle domestiche. Le ultime ricerche in corso hanno mostrato un quadro più sfumato. Nelle montagne infatti le donne hanno saputo partecipare alla vita economica e sociale assicurandosi spazi di innovazione ed emancipazione anche se non sempre legati al mondo professionale (Valsangiacomo 2007).
Gli stessi studi di storia della famiglia in età moderna e contemporanea hanno evidenziato la presenza di un? ?economia nascosta? all?interno dei nuclei famigliari, in cui il ruolo delle donne era fondamentale, ma spesso poco visibile perché non ufficiale e difficilmente rintracciabile dagli storici poiché non rilevabile nelle fonti scritte (Goody 1995; Casey 1999). La via all?emancipazione femminile in molti casi partiva proprio dall?assenza dell?uomo, quando le donne si ritrovavano, spesso a nome dei propri figli, a poter gestire le attività economiche della famiglia.
Con la necessità di analizzare vari aspetti del tema il convegno di Mendrisio è stato diviso in tre giornate. Nella prima s?è parlato della dinamica dei ruoli e quindi dei rapporti tra uomini e donne in ambito lavorativo, sociale ed economico. Nella seconda giornata, divisa in due sessioni, si sono analizzati gli aspetti riguardanti i mestieri e le professioni femminili e i loro risvolti sulle società montane. Infine nell?ultima giornata s?è guardato alle rappresentazioni e alle auto-rappresentazioni femminili nelle realtà montane prendendo in considerazione anche le testimonianze orali, i percorsi museali e soprattutto il cinema come mezzo di comunicazione di massa centrale nella storia del Novecento.
La dinamica dei ruoli e il rapporto tra il lavoro maschile e quello femminile, è molto importante per definire gli assetti sociali in zone in cui spesso gli uomini mancavano per lunghi periodi a causa delle emigrazioni stagionali. Patrizia Audenino (Università di Milano) nell?introdurre le prime relazioni ha sottolineato infatti l?importanza dell?opera di supplenza che le donne avevano durante l?assenza degli uomini nelle attività lavorative tradizionali, oltre che nella gestione del ménage famigliare. Un ruolo spesso di difficile valutazione perché incentrato più che sull?economia classica sull?economia ?informale? come evidenziato da Anne Montenach (Università della Provenza), nella sua relazione sul ruolo delle donne nel contrabbando, strumento necessario per affrontare l?incertezza della vita quotidiana sulle montagne del Delfinato nel Settecento. Marina Cavallera (Università di Milano) ha mostrato per l?appunto la centralità della donna nel sistema forte della famiglia di Antico regime. Colei che restava a casa a custodia del focolare non aveva solo una funzione sociale ma anche economica. Era la donna che presidiava i beni e gestiva le non ricche finanze domestiche. Il titolo stesso della relazione della Cavallera fa riferimento ad un ?motore immobile? costituito dalle donne della montagna alpina, le quali si organizzavano e facevano fronte alla mancanza degli uomini anche andando oltre ciò che gli era consentito dalle leggi locali. Nell?esame del caso lombardo, attraverso lo studio degli statuti locali, le donne appaiono sempre in una posizione controversa. Da un lato infatti si riscontrano testimonianze di una partecipazione attiva alle assemblee locali, dall?altro le stesse regole rendevano molto difficile l?autonomia femminile nelle istituzioni e anche nella vita famigliare. Un tema come quello della successione ad esempio chiarisce in maniera lampante la condizione di inferiorità che le donne vivevano in queste realtà. L?impossibilità di ereditare il patrimonio del consorte accentuava il legame con i figli, cui spesso le madri facevano da tutrici dei beni, quando questi non avevano ancora raggiunto la maggiore età. Questi vincoli normativi costringevano le donne alla chiusura nei paesi d?origine rendendo impossibile un?emancipazione che non si svolgesse entro le mura domestiche. Sono tendenze messe in luce anche da Anna Benelli (Università di Losanna) che ha analizzato il caso di studio della Valle Maggia del Canton Ticino, dove appare chiara la strategia conservativa dei nuclei famigliari che evitavano l?emigrazione totale di tutti i maschi dai paesi. Doveva infatti restare almeno un rappresentante in grado di ereditare, situazione questa che costringeva le donne ad essere relegate a vivere in aggregati domestici particolari, spesso a servizio del fratello. Anche in famiglie appartenenti alle élite commerciali, come gli svizzeri Pedrazzini, fortemente attivi tra il XVII e il XIX secolo sul mercato tedesco, appare chiaro come l?unica possibilità per le donne di gestire il patrimonio fosse la non rara condizione in cui le mogli alla morte del marito diventavano tutrici dei figli minori. Allo stesso tempo lo studio di Francesca Chiesi Ermotti (Università di Ginevra) mette in luce la tendenza, apparsa sinora più evidente nelle famiglie aristocratiche, a controllare strettamente i matrimoni, sia dei maschi che delle femmine, per evitare la possibile divisione del patrimonio. In confronto con certe realtà alpine, le montagne della Sardegna analizzate da Monica Miscali (Università di Oslo) appaiono un luogo di sorprendente emancipazione, pur negli spazi consentiti da una società fortemente tradizionale. Le donne sarde infatti ereditavano parte del patrimonio paterno, fatto tutt?altro che scontato in altre realtà europee. Le donne proprietarie avevano quindi grazie all?eredità un potere economico e decisionale di tutto rispetto. Questo però veniva sempre esercitato negli spazi consentiti alle donne, vi era infatti una netta divisione tra gli spazi maschili e i femminili. Solo l?abitato, cioè l?agglomerato di case, costituiva lo spazio lecito al lavoro femminile nel quale spesso le donne esercitavano anche i lavori agricoli più pesanti.
Il lavoro femminile si esprimeva in particolari professioni riservate alle donne, che spesso costituivano dei mezzi di emancipazione anche se per molte realtà era difficile intraprendere quei lavori destinati esclusivamente agli uomini. Vengono così fuori nelle realtà svizzere e francesi, in particolare, l?importanza del ruolo delle balie, delle levatrici, delle assistenti per gli anziani, delle maestre, delle operaie tessili e delle cuoche. Ruoli che pur in luoghi differenti rispondevano propriamente all?idea che si aveva del lavoro femminile in realtà tradizionali come erano quelle montane. L?evoluzione verso l?emancipazione, anche se più lenta rispetto alle città, ha però portato risultati visibili come messo in luce da Francesca Corti (Archivio di Stato del Cantone Ticino) che ha analizzato il lavoro femminile dell?ospedale di Bellinzona. Da balie a infermiere sino a diventare ginecologhe, il ruolo delle donne appare comunque seguire un percorso fortemente tradizionale simile a quello analizzato da Francine Rolley (Ehess, Parigi) per il caso delle balie del massiccio del Morvan in Francia. Queste avevano la possibilità di andare a lavorare fuori dai paesi, fino anche a Parigi, e quindi risultavano più evolute rispetto alle loro compaesane. Allo stesso tempo però guadagnavano salari molto più alti rispetto agli abitanti dei paesi, istitutori compresi, che andarono a compensare i miseri salari maschili in periodi in cui le attività tradizionali erano in crisi, in particolare tra il 1858 e il 1869. A volte è un?attività a creare emancipazione e coinvolgimento delle donne nel lavoro, a volte sono interventi esterni. Nelle relazioni di Laura Savelli (Università di Pisa) e di Marie-France Vouilloz Burnier (studiosa indipendente) si è visto come l?impianto di strutture produttive di diverso livello come la diga nella svizzera Val des Dix e la Società metallurgica italiana nell?Appennino pistoiese, producano emancipazione e nuove possibilità lavorative e formative per il genere femminile. La grande diga sul fiume Dixence costruita negli anni ?50 e ?60 del Novecento ha consentito alla popolazione femminile della valle di assumere il controllo delle attività domestiche e rurali, in un periodo in cui gli uomini lasciavano il paese in cerca di un lavoro ben remunerato nei nuovi impianti idroelettrici. Il benessere creato dagli stipendi più alti e l?assenza maschile aprirono ad un?emancipazione difficilmente riscontrabile in altre valli, che ha avuto il suo punto più evidente nel maggior numero di donne che hanno avuto la possibilità di accedere agli studi superiori. Nel caso della montagna pistoiese la fabbrica divenne per le donne luogo privilegiato d?acquisizione della coscienza di sé, attraverso la verifica delle proprie capacità e la sperimentazione di forme nuove di relazione e di solidarietà. Una conferma dell?importanza del lavoro femminile nelle fabbriche ci viene dalla relazione di Franck Dellion (Università di Grenoble) che ha analizzato il caso delle fabbriche di seta nel dipartimento francese des Hautes-Alpes nella prima metà del Novecento. L?apporto femminile al settore operaio è forte ed oscilla tra il 30 e il 50 per cento del totale nei primi tre decenni del secolo. Si trattava di un numero di operaie molto giovani con un?età media intorno ai ventidue anni che lavoravano solo per una piccola parte della loro vita, e lasciavano la fabbrica al momento del matrimonio o alla nascita del loro primo figlio. Una pratica che metteva spesso i dirigenti delle imprese nella difficoltà di rimpiazzare le operaie e alla quale risposero utilizzando le molte emigrate italiane, le quali però seguivano anche loro lo stesso percorso delle operaie francesi lasciando la fabbrica al momento delle nozze. Un altro particolare aspetto del lavoro femminile nelle montagne è stato mostrato da Tito Menzani (Università di Bologna) che si è occupato dell?imprenditorialità femminile sull?Appennino bolognese nella seconda metà del Novecento. La crescita del numero delle imprenditrici in tale zona negli ultimi trenta anni si lega senz?altro ad un percorso sviluppato in tutta la provincia, allo stesso tempo però nella montagna si sono aperti spazi inediti per la donna in ambito formativo e produttivo. In questo ambiente le donne hanno potuto con più libertà dare sfogo a voglie di autonomia e vocazioni all?intraprendenza che si sono esplicitate nell?apertura di attività commerciali, turistiche, di trasformazione dei prodotti agricoli, oppure nello sviluppare quelle che erano state le ditte dei padri, dei mariti e dei fratelli. In un?analisi più generale del lavoro femminile in alcune realtà dell?Appennino umbro-marchigiano chi scrive (Università di Bologna) è arrivato a conclusioni simili. Nella seconda metà del XX secolo si aprono spazi nuovi per il lavoro femminile, anche se la distanza tra i due sessi continua fino a tempi brevi ad essere netta, e soprattutto a seguire dinamiche diverse da quello che accade in pianura. Nonostante questi limiti si nota comunque un importante sviluppo delle attività femminili incentrate principalmente nel settore terziario pubblico e privato. Nel settore pubblico si coglie la grande importanza del ruolo della maestra e dell?impiegata, sottolineato anche dall?alto numero di donne diplomate, mentre in quello privato le attività commerciali e turistiche, guidate dalla graduale rivitalizzazione delle aree appenniniche, hanno aperto nuovi spazi all?impiego femminile. Il ruolo centrale dello sviluppo del terziario nel fornire possibilità nuove di lavoro alle donne, si vede anche nella relazione di Lisa Fornara e Francesca Lo Iudice (Archivi riuniti delle donne del Ticino) dedicata alle maestre scrittici del Ticino, e in quella di Casimira Grandi (Università di Trento) riguardante le emigrate trentine addette ai servizi nei paesi di lingua tedesca. Le maestre ticinesi di inizio Novecento, non dimostravano soltanto la volontà delle donne di emanciparsi attraverso il lavoro, ma attraverso i loro scritti sostenevano la necessità per il genere femminile di conquistare uno spazio necessario nella sfera pubblica. Il caso trentino del secondo dopoguerra mette invece in luce la tendenza all?emigrazione verso le nazioni vicine di molte donne alla ricerca di lavoro meglio retribuito. Più che nelle fabbriche queste trovavano lavoro nei servizi domestici la cui domanda di manodopera femminile era in quegli anni molto alta nei cantoni svizzeri, nel sud della Germania e nel Tirolo austriaco. Un simile contesto lavorativo permise nonostante tutto alle emigrate di apprendere modelli di vita diversi dalle origini, spesso più avanzati, e di importarli nei paesi natali.
L?ultimo aspetto del tema è stato quello della rappresentazione del lavoro femminile nelle montagne europee, che ha dato così spazio non solo agli storici, ma anche agli antropologi, ai sociologi e agli studiosi del multimediale. Si è parlato così di auto-rappresentazione per quelle donne che hanno tramite fonti orali e scritte raccontato le loro esperienze aiutando a mettere in luce ciò che le fonti statistiche spesso nascondono. Il caso della poetessa svizzera Alina Borioli, esposto da Susanna Castelletti (Università di Friborgo), e le testimonianze orali raccolte da Corinne Bianchi (Università della Svizzera italiana) riguardanti le operaie nelle fabbriche tessili e orologiere del Mendrisiotto, offrono spunti di riflessione importanti sul difficile rapporto donna-lavoro, in un cantone che solo nel 1971 ha concesso il diritto di voto alle donne e in cui solo dal 2005 la donna gode dei diritti lavorativi legati al parto. Thierry Amrein (Università di Losanna) e Anita Testa-Mader (Università della Svizzera italiana) hanno invece rappresentato i percorsi messi in atto in alcune valli elvetiche per sviluppare le competenze micro-imprenditoriali femminili, con lo scopo di sviluppare attività in grado di conciliare famiglia e lavoro legandosi alle economie locali. Questa relazione ha così mostrato come dal nomadismo tradizionale, legato all?emigrazione o ad attività come la transumanza, si è passati ad un vero e proprio nomadismo cognitivo, cioè un?occasione di conoscenza di argomenti e realtà nuove. La rappresentazione dei lavori femminili nelle aree montane è affidata a due mezzi di grande impatto visivo, i musei etnografici e il cinema. Valentina Porcellana (Università della Valle d?Aosta) ha analizzato i musei dell?arco alpino occidentale rilevando come questi non sempre svolgano pienamente il loro compito. La presenza femminile è infatti spesso sottovalutata, non tanto per malafede ma per l?abitudine culturale ancora forte a considerare il lavoro soltanto quello dei minatori, dei boscaioli o dei fabbri, professioni tipicamente maschili. Manca allora in queste strutture il racconto delle donne, il loro punto di vista e le loro immagini, anche in quei casi in cui si sfidava il controllo sociale e i modelli culturali andando a lavorare fuori dal proprio centro abitato. È una sensazione ben viva anche nell?intervento dello storico del cinema Rémy Python (Università di Losanna) che ha mostrato i risultati della sua ricerca sul cinema tra gli anni venti e sessanta. Nei film di questo periodo il lavoro delle donne in montagna non è quasi mai rappresentato e nei rari casi contrari lo si è fatto sempre selezionando particolari attività. Tutto ciò sarebbe dovuto ad una concezione mitica della montagna alpina, secondo la quale il cinema avrebbe dovuto mostrare soltanto i suoi antichi valori e le sue tradizioni.
Molti sono stati insomma gli aspetti messi in luce durante le tre giornate di lavori e ancora di più gli stimoli che i ricercatori presenti hanno ricevuto per lo svolgimento dei loro futuri lavori. L?impressione finale è che si sia andati anche al di là delle intenzioni degli organizzatori, sconfinando positivamente oltre la storia della montagna e la storia di genere, a riprova che quelli che erano argomenti di studio relegati spesso in un angolo o considerati di livello minore sono invece passati in primo piano.