N. 18 - Ottobre 2008

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Marco Manfredi

Daniela Orta
Le piazze d?Italia 1846-1849

Roma, Carocci, 2008

È indubbio che la piazza, al pari di altri fenomeni correlati come la festa, divenne uno dei simboli del 1848 e che certamente ebbe una sua notevole influenza nel mutare le modalità e le logiche del far politica. Ed è altrettanto indubbio che altre tradizioni storiografiche, a cominciare soprattutto da quella francese, hanno prodotto ben più significative e avanzate riflessioni sul tema, a partire soprattutto dall?esperienza rivoluzionaria. Del resto, come la storiografia ha ormai ampiamente messo in luce, è proprio con la rivoluzione francese che si crearono le condizioni, usando la fortunata definizione di Mosse, per la ?nuova politica?, ossia per la massiccia irruzione della politica nella dimensione del quotidiano. E in Italia, dove quell?esperienza arrivò solo di riflesso per poi essere rapidamente normalizzata e filtrata dal potere napoleonico, sarà allora soprattutto il ?48 a fare da definitivo volano a quelle nuove modalità.

Le piazze d'ItaliaIl libro di Daniela Orta, dedicato a questo anno epocale ed in particolare all?analisi del ruolo delle piazze in quella stagione di grande iniziazione alla politica e di occupazione dello spazio pubblico, ha l?ambizione di riflettere su quest?insieme di novità ed aspetti e sembra volersi inserire sin dalla scelta del tema nel solco di quella tendenza, piuttosto in voga negli ultimi anni, ad un approccio più largo ed ampio al Risorgimento. Il volume offre una messe di notizie e di descrizioni, condensate del resto in una ponderosa e invidiabile mole frutto di approfondite ricerche fra cui spicca soprattutto l?abbondante consultazione della stampa periodica, di gran lunga la fonte maggiormente utilizzata, imponendosi come una densa e completa rassegna di episodi di fondamentale importanza per chi in futuro volesse approssimarsi ancora all?argomento. Tanto più utile, anche in questa stessa logica, risulta il libro ove si consideri lo sforzo di operare, per la prima volta, una sintesi generale e comparata delle diverse manifestazioni di piazza estesa a tutti i diversi stati regionali. Un censimento dunque, anche sul piano quantitativo, delle numerose e significative manifestazioni di piazza del lungo quarantotto italiano, che suona al contempo diretta testimonianza della notevole rilevanza di un fenomeno capace di diffusione unitaria su scala peninsulare.

Se dal piano della felice scelta del tema e dell?innegabile lavoro di scavo e di sistematizzazione del materiale di ricerca si scende però a quello dell?interpretazione e del taglio metodologico, sorprendono del volume alcuni aspetti. L?autrice, infatti, rispetto al crescente entusiasmo per questo genere di argomenti e all?impostazione con cui in anni recenti sono stati sovente affrontati, opera una scelta di metodo più prudente e per certi versi di impianto più tradizionale. La volontà, dichiarata fin dalla premessa, di entrare nel vivo delle dimostrazioni di piazza e di indagare, attraverso uno dei suoi luoghi privilegiati, ?una nuova modalità dell?agire politico? (p. 8), resta invero nelle pagine del libro un po? in ombra. All?adozione di canoni sempre più culturalisti applicati allo stesso Risorgimento e alle sue manifestazioni dal basso, come appunto le dimostrazioni di piazza, di cui la punta più avanzata, perlomeno in termini di manifesta sistematizzazione, è stato probabilmente il recente Annale 22 Einaudi curato da A. M. Banti e da P. Ginsborg (al cui interno si segnala in particolare per la similitudine col tema qui trattato il saggio di Alessio Petrizzo, pur limitato alla sola Toscana), l?autrice preferisce invece un fermo ancoraggio a più solide categorie tradizionali, coniate da tempo dalla storiografia delle idee, e applicate dall?alto alla definizione, talora invero sin troppo schematica, delle diverse piazze del biennio riformatore (piazza moderata, democratica, rivoluzionaria, controrivoluzionaria ecc?); ciò mentre la storiografia culturalista ha cercato proprio di mostrare la parzialità di tali categorie e soprattutto di relativizzarne l?importanza nei processi di costruzione della nazione, valorizzando invece altre chiavi di lettura rispetto a quella esclusiva del politico. Ne scaturisce dunque di conseguenza una ricostruzione da cui trapela un processo rigidamente verticale ed eterodiretto di abile utilizzo dall?alto dello spazio pubblico, e parimenti una certa sottovalutazione di tutti quei canali di acculturazione alla pedagogia nazionale che non passavano necessariamente attraverso la sfera del razionale ma per altre vie, come ad esempio attraverso la mobilitazione delle emozioni e dei corpi che a loro volta trovavano felice riscontro in linguaggi nuovi e meno convenzionali, dalla letteratura all?iconografia, dal melodramma agli esercizi ginnici e sportivi; tutti contenuti e forme di comunicazione tipicamente romantici rispetto ai quali la piazza si rivela e diventa uno spazio ideale e privilegiato nonché luogo di amplificazione di enorme valenza. Ma di come lo scenario della piazza si presti ad ospitare tutte queste forme rituali, allargando cioè significativamente la considerazione di ciò che è politico, di ciò che all?improvviso e repentinamente diventa per certi versi di rilevanza pubblica, non restano nel libro troppe tracce; se nel menzionato Annale c?è una rincorsa persino eccessiva in tal senso che porta spesso alla sensazione di un eccesso di privato, di una ricerca tra le pieghe del quotidiano in qualche caso quasi fine a sé stessa, in queste pagine si respira al contrario un?eccessiva chiusura in senso contrario. Questi aspetti e risvolti nuovi non trovano difatti nel migliore dei casi che cenni fin troppo fugaci o al massimo attenzioni soltanto episodiche, come ad esempio in alcune pagine dedicate all?insurrezione di Palermo (pp. 205-207), dove pure sembra cogliersi qualche sforzo analitico in tale direzione. Chiusure e parzialità che oltre che in queste magre concessioni ad altre possibili storie riemergono peraltro anche nella dinamica interna alla stessa chiave di lettura prevalente nel libro, a partire dall?applicazione sin troppo cauta e scontata delle menzionate e tradizionali categorie politiche alle distinte realtà geografiche, a seconda di quella che era la caratterizzazione di quelle medesime aree derivante dalla posizione delle avanguardie politiche locali: così Torino è solo la piazza dei moderati, Livorno quella dei democratici ecc?; verrebbe in altri termini da chiedersi se non esistevano ad esempio manifestazioni di piazza democratiche o ancora espressioni di modalità d?azione democratica nella piazza moderata in Piemonte. Rispetto ad una situazione presumibilmente più composita ed intersecata, il libro sposa senza incertezze la validità delle consuete e aprioristiche definizioni, tradizionalmente fornite dalla classica storiografia sul risorgimento, o nel migliore dei casi vicine all?identità e alla sensibilità di alcuni gruppi intellettuali cittadini, cercando di verificarne sul terreno i diversi elementi ed aspetti, in una logica assai oggettivante.

Una scelta metodologica che peraltro se da un lato non risulta manifestatamene motivata né rivendicata, dall?altro non è parimenti accompagnata da una ripensamento né da un esplicito giudizio sull?altra storiografia che nell?uso delle note a fondo pagina compare disorganicamente per limitati, laconici ed episodici accenni, talora anche citata a sostegno delle considerazioni del testo, senza che poi i suoi metodi e i suoi suggerimenti siano mai realmente praticati.

La conseguenza è con tutto ciò che le pagine del volume non entrano mai fino in fondo in quelle piazze. Non si ha mai l?impressione di trovarsi realmente immersi fra i suoi protagonisti, di vivere quegli scenari così come li vissero i suoi protagonisti. Si ha piuttosto l?impressione di un distacco del punto di osservazione, come la sensazione di stare sospesi fra coloro che osservavano la piazza dall?alto di un balcone e spesso, anche abilmente, se ne servivano o cercavano di farlo, come seduti fianco a fianco a giornalisti o ad intellettuali che ne parlavano, affidandosi alla mediazione dei loro giudizi, piuttosto che posizionarsi a fianco a quei popolani o a quelle persone che la agitavano. Alla ricerca ad esempio di eventuali aporie, di contaminazioni fra iniziativa dall?alto e ricezione dal basso. Questo significa che non trova spazio una reale disamina delle fratture e delle permanenze, in altri termini di ciò che resta e di ciò che si rinnova, a fronte dei processi di modernizzazione in atto, delle pratiche e delle caratteristiche del tradizionale mob, categoria su cui pure esiste ormai una copiosa letteratura. Insomma più spazio pare che sia stato lasciato alla dimensione delle idee, al limite alla politica della piazza, ma meno alle pratiche e alla cultura della piazza, ai dispositivi di funzionamento interni di questo nuovo modo di comunicazione politica. Alla fine prevale la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di simile ad una storia della rappresentazione della piazza, quale trapela soprattutto da giornali e scritti espressione di gruppi dirigenti, il che può anche avere un suo interesse, ma non è esattamente la storia della piazza, con le sue emozioni, con i suoi toni, con i suoi linguaggi ora nuovi ora vecchi ma spesso non convenzionali. Uno studio sul significato rivestito dalla piazza fra le fila di cenacoli politico-intellettuali e di ambienti di Corte piuttosto che un tentativo di spiegare perché, anche attraverso l?esperienza decisiva e talora inebriante della piazza piuttosto che tramite il rigore formale degli statuti e le buone ragioni dei saggi politici, la nazione divenne un tema in grado di appassionare le masse.



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Autore Manfredi Marco
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