N. 18 - Ottobre 2008

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Marco Manfredi

Alessandro Volpi
COMMERCIO E CIRCUITI CULTURALI
Giovan Pietro Vieusseux, un borghese di inizio Ottocento

Pisa, Pacini, 2008

Giovan Pietro Vieusseux fu per certi versi una figura esemplare di un ambiente, quello dei mercanti, a sua volta espressione e crocevia di una precisa cultura borghese. Il libro di Alessandro Volpi parte da questo assunto, dalla convinzione cioè che Vieuseux, con la sua vicenda di maggiore operatore culturale del primo Ottocento italiano, possa essere il punto di osservazione privilegiato per cogliere un intero mondo e al contempo, attraverso il filtro della sua attiva mediazione, per indagare uno spaccato di una significativa porzione della cultura italiana del tempo. Ed è proprio ad un circuito di idee che intende guardare il volume, ancor più che alla vita del suo protagonista, rispetto alla ricostruzione della quale l?autore, quasi fin troppo preoccupato di mettere in guardia dai limiti di un testo nato non come autonoma monografia di ricerca ma come stratificazione di saggi già pubblicati e abilmente ricuciti con l?aggiunta di alcune parti inedite, non si stanca di ripetere tutte le insufficienze del suo volume. Se è vero che il libro paga inevitabilmente una qualche organicità narrativa a questa sua genesi frammentata, è altrettanto vero che a parziale rovescio della medaglia ci restituisce la sensazione di ponderate riflessioni durate molti anni, della possibilità data all?autore di osservare Vieusseux sotto molteplici e spesso inediti aspetti, non di rado estranei a quelli più convenzionali, grazie alla partecipazione a Convegni tematici o a riviste monografiche che gli hanno consentito di allargare gli orizzonti della ricerca. Di vedere ad esempio Viesseux nella sua dimensione non solo toscana, diversamente dalle letture correnti in passato, ma ben inserito in contesti geografici, storici e culturali altri e di più ampio respiro. In altri termini, la frequentazione di lunga data con il mondo di Viesseux, la familiarità ormai acquisita con le sue molteplici relazioni professionali e con i suoi molti luoghi, nonostante le cautele dell?autore, si fanno indubbiamente sentire e si traducono in un testo che sotto alcuni aspetti pare persino risentire positivamente dei suoi presunti vizi di origine. Così se sarà pur vero, come fin dalla premessa viene messo in chiaro, che non ci sono i presupposti per poter parlare di una vera e propria biografia, non si può altresì negare che vengono offerti in queste dense pagine molti spunti per ripensare e inquadrare sotto una luce parzialmente diversa e nuova proprio la vicenda dell?uomo Vieusseux.

Commercio e circoli culturali. Giovan Pietro Viesseux, un  borghese di inizio ottocento hspace="12" vspace="6" align="left" />Una considerazione tanto più importante se, assieme al carattere di alcune valutazioni, figlie di altre stagioni storiografiche, si tiene a mente il fatto che, pur nella innumerevole varietà di cose scritte, non esiste di fatto uno specifico ed aggiornato studio sulla vicenda biografica del ginevrino. Se la pionieristica opera di Raffaele Ciampini su Gian Pietro Vieusseux, i suoi viaggi, i suoi giornali, i suoi amici, edita nel 1953, risulta ad oggi ampiamente datata, e il classico lavoro di Umberto Carpi su Letteratura e società nella Toscana del Risorgimento. Gli intellettuali dell?Antologia (1974), incentrato soprattutto sul gruppo dell?Antologia e sui caratteri della rivista ma implicante una organica riflessione sul ruolo di Viesseux destinata a fare scuola, risentiva certamente del clima ideologico e culturale in cui fu partorita, il volume di Volpi riesce invece a ricollocare la figura del ginevrino sotto una luce diversa e meno schematica, provando a ripensarne in termini parzialmente differenti i tratti. Prima di tutto, secondo la definizione sposata senza tentennamenti sin dal capitolo di apertura, Vieusseux fu innanzitutto un mercante e costruì la sua identità attorno alla propria professione; una chiave di lettura del personaggio molto caratterizzata, e non sempre pienamente messa in luce, che trova una sua ragione profonda nella riconsiderazione e nel recupero dell?esperienza giovanile e delle sue salde origini ginevrine. Proprio gli anni di formazione segnati dall?influenza del padre e della tradizione mercantile di famiglia, dai viaggi di lavoro e di conoscenza per il continente, dagli stretti legami con la rete di quei négociant ginevrini ed europei che più che semplici venditori erano un gruppo con una vasta e specifica visione del mondo, e ancora dal peso condizionante della profonda adesione ai valori della locale comunità religiosa protestante risulterebbero aspetti decisivi e duraturi, spesso non sufficientemente valutati o non del tutto indagati, per inquadrare le vicende e l?esperienza professionale del ginevrino. Un apprendistato che trovava ulteriore alimento e giustificazione nella celebrazione che delle virtù del mercante aveva fatto tutta una letteratura di matrice illuministica codificata da autori come Raynal, Condillac, Savary. Su questo bagaglio di esperienze, di legami e di cultura mutuati dal suo ambiente Vieusseux, dopo un inquieto travaglio, innestò all?indomani della Restaurazione la personale decisione di specializzarsi in uno specifico ambito, ossia il commercio di libri, trasformandosi pertanto in un ?mercante di idee?, consapevole della peculiare particolarità della sua merce, ma in termini non certo minori di quella dimensione degli affari che aveva fin nel profondo introiettato. La particolare natura degli articoli oggetto del suo commercio, combinata all?educazione delle origini, contribuivano pertanto ad accentuare e a portare a ulteriore maturazione il convincimento nell?esistenza di una dimensione civile degli affari; secondo un ordine di rapporti per cui gli aspetti ideali e politici, pur ben presenti, scaturivano dalla seconda dimensione, in una posizione subalterna o al limite ad essa conseguente, conferendo al personaggio e alla sua cultura una forte e prevalente connotazione ?borghese?. La stessa nozione illuministica di progresso, pur decisiva nella sua visione e così diffusa in quella di molti altri uomini di cultura di inizio Ottocento, assumeva dunque in lui una sua declinazione e una sua giustificazione in chiave nettamente e più spiccatamente mercantile. In definitiva non siamo di fronte ad un mero operatore librario, come ne esistevano altri anche nella penisola italiana, attento esclusivamente al mero calcolo del suo utile, ma, in conformità ad un?attività che nella citata letteratura assumeva quasi i contorni solenni della missione, all?interprete di un modello di valori che i traffici ed i commerci, con la loro ragnatela di rapporti, consentivano di espandere, di divulgare e di promuovere forgiando e condizionando gusti e gruppi sociali. In tale contesto la cura minuziosa prestata alla ?rete?, ossia alla fitta trama di relazioni con autori, territori e lettori conquistati e potenzialmente da acquisire, che trova viva testimonianza del resto in quel ?monumento? di carta rappresentato dal lascito dei suo sterminati copialettere e dei suoi fitti carteggi, assumeva una rilevanza centrale non inferiore a quella della cura del prodotto.

Ripensata in questi termini di maggiore complessità e di più ampio respiro la questione del profilo del ginevrino, si può comprendere il grado di distanza rispetto alle tesi per molto tempo prevalenti, a partire dal fortunato lavoro del Carpi, tutte giocate nella logica gramsciana dell?egemonia culturale, che nel giudicare le imprese di Vieusseux, e in particolare la sua creatura più nota, ne parlavano come di ?un?operazione, assai più che speculativa, culturale e politica, (che) soprattutto in quanto tale doveva risultare redditizia? (Carpi, p. 81), con specifico riguardo alla difesa e alla promozione degli interessi del gruppo moderato toscano. La decisa rivalutazione del côté mercantile delle iniziative e della figura di Vieusseux getta così ben altra luce sui caratteri di fondo della stessa Antologia sia con riferimento alla sua natura che al ruolo svolto dal ginevrino; relativamente a quest?ultimo, gli studi menzionati, fin dal loro titolo, con il richiamo ad ?amici? o a ?intellettuali?, alludevano ad una forte coesione di gruppo a cui il ginevrino avrebbe finito per sacrificare le sue iniziative, finendo persino per recitare una parte sostanzialmente strumentale e sovente defilata, specialmente nella determinazione degli indirizzi culturali, a vantaggio di altre figure come Gino Capponi. Volpi evidenzia al contrario, nel capitolo finale del suo libro, a suggellare il suo viaggio attraverso il personaggio Vieusseux, il ruolo determinante e condizionante da questi rivestito nell?ideazione e nella concreta conduzione del giornale. Un compito nell?espletare il quale oltretutto, facendo fede alla sua formazione, cultura ed affari non potevano andar separati, come ben dimostra la complessa e paradigmatica vicenda del rapporto con uno dei due collaboratori fissi della rivista. La scelta di Niccolò Tommaseo come principale redattore, voluta proprio da Vieusseux, contro le forti perplessità delle élite moderate fiorentine, chiarisce infatti sia il grado di autonomia del ginevrino sia il fiuto per gli affari di chi dava assoluta priorità al mercato. Pur introducendo una nota dissonante nel liberalismo moderato e razionale che faceva da sfondo all?Antologia, con i suoi umori carichi di un cattolicesimo romantico dai toni talora antilluministici Tommaseo sapeva rappresentare tuttavia più di altri lo Zeitgeist, grazie alla capacità di incontrare i gusti dei lettori, sempre più inclini ad appassionarsi alla letteratura e alla storia, generi principe dell?estetica romantica ottocentesca, e a quella di incarnare come pochi altri quella moderna figura di intellettuale, interamente assorbito dalla professione, così ben descritta dai lavori del Berengo ed impostasi in epoca napoleonica per giungere a definitiva maturazione nell?età della Restaurazione.

Per quanto concerne la natura e i contenuti stessi della rivista questi elementi di novità contribuiscono a relativizzare l?importanza di una sua lettura in chiave meramente toscana. Riprendendo ed ampliando alcune valutazioni avanzate in passato da chi come Luigi Mascilli Migliorini o Romano Paolo Coppini già aveva notato la presenza nei contributi del periodico fiorentino di tematiche di più ampio respiro, Volpi non solo da fondamento e concreta sostanza a tali intuizioni, mostrando una notevole conoscenza della rivista che passa attraverso un approfondito lavoro di consultazione, ma è in grado di ricostruire questo tratto specifico nella sua genealogia. Genealogia che, appurato il ruolo determinante giocato dallo stesso Vieusseux, non può che ritrovarsi nel suo bagaglio culturale e nella sua conoscenza di ciò che si muoveva nel profondo della cultura e del nascente giornalismo europeo; un bagaglio che certo affondava le sue radici come già ricordato nelle esperienze degli anni giovanili, ma che Volpi investiga ancor più in profondità nel secondo capitolo del volume, accompagnando il lettore lungo le tracce di un sentiero che si snoda fra i percorsi del liberalismo europeo; percorsi che portano soprattutto al noto circolo di Coppet, già centro dell?opposizione liberale a Napoleone e poi all?ordine reazionario di Metternich, e in particolare ad uno dei suoi principali esponenti, ossia quel Simonde de Sismondi, legato a Vieuuseux da parentela e soprattutto dalla comune scelta quale patria adottiva della Toscana, e capace di esercitare sul ginevrino notevole e decisiva influenza. Tanto da far parlare a Volpi della maturazione di un proprio personale ?sismondismo?, in cui confluirono motivi, temi ed umori allora propri di quella comunità trasnazionale di liberali e borghesi moderati che troverà forse la sua maggiore e concreta traduzione politica nel regime orleanista nato dalla rivoluzione del luglio 1830 e basato sull?eclettismo dei dottrinari guidati da Guizot; proprio le questioni e i temi discussi in quei cenacoli e l?attenzione alle moderne scienze utili trattate nelle riviste di riferimento di quell?estesa comunità, dall?economia politica alla statistica, dal diritto costituzionale a quello commerciale, troveranno eco nel giornale attraverso resoconti, sunti, recensioni ed estratti di periodici esteri. Ed anche quando il ruolo sempre più ingombrante del ricordato Tommaseo finì per piegare la rivista, nella seconda fase dalla sua nascita, verso predominanti e più marcati interessi letterari, imprimendogli una svolta accentuatamente romantica, ciò avvenne in una dimensione che, pur nell?attenuazione significativa del profilo cosmopolita in favore di più marcate ambizioni pedagogiche nazionali, restava perlomeno nei suoi riferimenti di fondo di respiro prevalentemente europeo. Una rivista dunque che, per interessi trattati, sembrava voler parlare a cerchie di lettori potenzialmente più ampie dei soli gruppi dirigenti toscani, peraltro divisi al loro interno e spesso assai meno entusiasti verso le iniziative di Vieussex di quanto non dica la prevalente visione di gruppo coeso sotto le insegne di un comune moderatismo. L?aspirazione ad un?impresa concepita in chiave maggiormente nazionale piuttosto che semplicemente regionale pare peraltro trovare conferma nell?insistenza di Vieusseux, più volte sottolineata da Volpi, sulla necessità di costruire un reale mercato nazionale che andasse oltre i confini delle singole aggregazioni statuali preunitarie, come testimoniato ad esempio dall?ostinazione mostrata in materia di tutela della proprietà intellettuale e dalle preoccupazioni contro il proliferare delle ristampe.

Questa immagine se vogliamo meno provinciale dell?Antologia, che attraverso il rapporto privilegiato fra la Toscana e la Svizzera veniva a risultare in comunicazione con un diffuso circuito europeo, a diretto contatto con quel milieu e quegli intrecci culturali che faranno da incubatore e da legittimazione intellettuale alla moderna Francia borghese, mostra dunque quanto attorno ad essa prendesse forma una cosciente cultura borghese. Una cultura cioè sufficientemente integrata nei nevralgici circuiti del liberalismo europeo, e che grazie all?impegnativa opera di mediazione culturale e organizzativa del Vieusseux possedeva un suo centro di irradiazione nella penisola.

Con questa sottolineatura la riflessione di Volpi può essere riconnessa, con una posizione autonoma e propria, anche al più recente e vivace dibattito sulla questione dei caratteri e delle ragioni dell?unificazione nazionale. Il riferimento è in particolare a recenti interpretazioni come quelle di T. Kroll (La rivolta del patriziato. Il liberalismo della nobiltà nella Toscana del Risorgimento), di E.F. Biagini e D. Beales (Il Risorgimento e l?unificazione dell?Italia), e di A. M. Banti (La Nazione del Risorgimento) che pur partendo da presupposti e impostazioni diversi hanno contribuito a divulgare l?idea di un Risorgimento debole, soprattutto nella sua progettualità politica e nella coscienza e nel protagonismo delle sue classi dirigenti. Di un risorgimento privo di una sua spina dorsale, tanto che l?unificazione sarebbe in larga parte stata frutto di un eterogenesi dei fini (Kroll), di fortuite e fortunate circostanze diplomatiche e internazionali (Beales-Biagini) o del sostegno decisivo di un?infatuazione letteraria poggiante sul successo di un efficace canone risorgimentale (Banti). Un risorgimento quindi negato, attenuato o, se riconosciuto, capace di trovare solamente altrove, in mondi altri rispetto alle gravi insufficienze della politica, le ragioni della sua legittimazione.

Il testo di Volpi lascia invece intendere che le cose non si siano presentate del tutto in questi termini. Giunti all?ultima pagina del libro, dopo essere partiti dalla Toscana ed aver girovagato fra diversi luoghi e persone, resta la sensazione di aver fatto un viaggio in una cultura borghese, con una propria specifica identità, che ha attraversato la storia politica italiana nella prima parte dell?Ottocento. Quasi come se la vicenda di Vieusseux presenti come suo principale lascito quello di aver seminato non tanto l?idea nazionale ma condizioni favorevoli per spingere una parte non irrilevante di potenziali gruppi borghesi italiani a maturare un?idea di appartenenza comune. Se certo non si possono nascondere parzialità e limiti nella medesima visione di Vieusseux e di riflesso nella sua rivista, non risultando sempre facile per ammissione dello stesso Volpi mettere a fuoco fino in fondo il grado di compiutezza e di consapevolezza della coscienza nazionale del ginevrino, a partire dall?attribuzione di significato da lui data al lemma Italia (p. 7), l?autore, grazie ad ?un ritratto collettivo? dell?uomo attraverso le sue iniziative e le sue molteplici relazioni, sembra comunque propendere per la tesi che sia esistita al fondo un?Italia borghese. Quell?Italia di Vieusseux che, per esigenze economiche e stimoli culturali, ha maturato un qualche sentimento ed afflato nazionale, forse non sempre rispondente ad un disegno preciso ed organico, ma sufficiente ad arrivare al momento dell?Unità non impreparata bensì con una sua fisionomia ed una sua cognizione di classe dirigente.

Resta a mio modo di vedere semmai aperta e da approfondire la questione dei margini di diffusione di questa Italia, in altri termini delle eventuali fragilità della sua azione culturale. Margini in apparenza un poco modesti se si deve dar credito alle frequenti e ripetute lamentele di Vieusseux sullo scarso numero di ?associazioni?, abbinate al contestuale sconforto per l?arretratezza del mercato culturale peninsulare. In questo senso la ricerca nella sterminata mole di fonti documentarie lasciataci dal Vieusseux, a partire dai moltissimi volumi del copialettere, può risultare un banco di prova di queste sfiduciate affermazioni. In particolare sembra importante conoscere ciò che leggevano i lettori del primo Ottocento, tanto nella città quanto in quella provincia che resta a tutt?oggi un luogo meno esplorato e conosciuto. Anche perché le possibilità di diffondere e di dare consistenza ad una cultura e, con essa, ad un?opinione pubblica orientata venivano a dipendere in via prioritaria, come già ricordato, dalla capacità di creare e di plasmare ?la rete?. Non meno proficuo sarebbe poi verificare quale delle anime dell?Antologia avesse maggiore capacità di fascinazione: se cioè quella più razionalista e scientista del suo direttore, innervata da quanto si muoveva negli ambienti del liberalismo moderato europeo, o quella più spiritualista ed estetizzante, pregna di diffidenze e sospetti verso la politica, del Tommaseo, influenzata a sua volta da umori fortemente romantici e dall?esperienza comune a molti intellettuali dell?esilio. Uno sguardo in periferia sarebbe quindi alquanto utile per comprendere al meglio la questione del livello, delle forme e dei modi di ?ricezione? di questa cultura borghese, il suo grado di penetrazione. Lo stesso Volpi del resto, nella parte centrale del suo libro (cap. 4), offre un abbozzo delle potenzialità ancora largamente inesplorate insite in un tal genere di indagine, attraverso ?alcuni (limitati) esempi? riconducibili alle concreta analisi da lui compiuta sulla realtà pisana, su quella bolognese, e su quella ancor più defilata di Pistoia. Si tratterebbe appunto di estendere un tale modello di analisi a tante altre realtà. A Volpi tuttavia non si poteva chiedere di più; resta il merito di aver ricostruito ed esplicitato con più chiarezza, a fronte di molti dubbi e di un crescente scetticismo storiografico, che è esistita una cultura borghese nell?Italia della Restaurazione, ad altri, partendo anche da indicazioni qui già tracciate, spetterà forse di dimostrare la forza ed il livello di diffusione di quella cultura, e magari di precisare la composizione sociale dei suoi adepti, ad esempio attraverso la messa a fuoco del profilo dei lettori di testi o di giornali tramite cui si esprimeva. Di dare insomma se possibile un giudizio più definito sul ruolo di questa borghesia nella storia politica italiana.



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Autore Manfredi Marco
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