Marco Adorni
1977: lo ?strano movimento?
Intervista a Marco GrispigniLa memoria collettiva e la produzione storiografica tendono a identificare il movimento del '77 o come il punto in qualche modo ?sintetico? dell'intero arco del decennio degli anni '70 o come uno dei tanti fenomeni che conducono invariabilmente alla lotta armata, vero e unico argomento che merita un serio studio.
In entrambi i casi, ma con la rimarchevole eccezione di Marco Revelli e di Marco Grispigni, gli studiosi non trattano il '77 come fenomeno meritevole di un'apposita e autonoma trattazione.
Questo deficit si accompagna a una lettura riduttiva volta a considerare il '77 come l'altra (e cattiva) faccia del '68, col risultato di non comprendere che i due momenti sono indubbiamente diversi ma che entrambi fanno parte di quella stagione dei movimenti di cui ogni storico che intenda trattare dell'Italia repubblicana deve fare i conti; è un ventennio che ha trasformato il volto del nostro Paese e il '77 ne costituisce, per molti versi, l'ideale conclusione, così come esso si presenta come l'annuncio di una nuova fase.
Ma partiamo dal valore di ?rottura? incarnato da questo annus horribilis . Esso è, anzitutto, il primo movimento sociale che affronti esplicitamente e radicalmente il Partito comunista italiano. A un'analisi più profonda, il '77, in realtà, arriva a un livello che non è sbagliato definire di ?svolta antropologica?. Dopo la grande trasformazione sociale e culturale operata dal neocapitalismo, la seconda ci pare essere quella rappresentata dal '77.
I giovani di questo movimento, infatti, sono letteralmente indecifrabili dalla sinistra storica e da gran parte degli intellettuali di sinistra. A occupare le università non sono più i ?piccolo-borghesi? strigliati da Pier Paolo Pasolini dopo i fatti di Valle Giulia, ma nuove figure di precari, che fanno parte di un segmento di emarginati semi-intellettuali; ?strani studenti? che proclamano di non avere né passato né futuro; Indiani metropolitani provenienti dalle squallide periferie di Roma o di Milano, che odiano la storia che li uccide e considerano Pci e sindacati la nuova polizia; giovani dei quartieri dormitorio in cui l'unica fuga è nel teppismo e nell'eroina; giovani che hanno abdicato alla politica tradizionale e alla dimensione di lotta collettiva in nome di un ideale santificato dai rapporti di produzione; giovani che non vanno più alla ricerca del Soggetto rivoluzionario ma che ritengono la propria soggettività come l'unico spazio della politica (il personale è politico) e della lotta, affermano il diritto all'ozio, al lusso, al superfluo: da cui gli espropri proletari, le provocazioni ai concerti, ecc. Per tanti motivi pare fuori luogo stabilire paragoni con la cosiddetta ?Primavera studentesca?. ?Come il '68? No, è peggio. Oggi c'è la crisi? 1, si dirà.
Nel '68 esistevano i riti, i miti, i Paesi modello ( la Cina di Mao, il Vietnam di Ho Chi Minh, la Cuba di Che Guevara e di Fidel Castro ecc.): nel movimento del '77 non c'è più alcuna fiducia nella rivoluzione comunista nel mondo. È proprio la caoticità del movimento, la sua natura entropica a determinare il corso irrazionale e il senso sfuggente degli eventi. Dunque, un deficit storiografico che sembra quasi l'effetto inevitabile di una coazione a ripetere; l'esito naturale e attualizzato di un movimento che rifiutò l'idea stessa di continuità storica e di una deduttività lineare delle interpretazioni: ?Non esisterà uno storico, non tollereremo che esista uno storico, che assolvendo una funzione maggiore del linguaggio, offrendo i suoi servizi alla lingua del potere, ricostruisca i fatti, innestandosi sul nostro silenzio, silenzio ininterrotto, interminabile, rabbiosamente estraneo? 2.
Così oggi non ci è possibile, ad esempio, comprendere il linguaggio della bolognese Radio Alice senza concepirla all'interno di una più ampia dimensione politica (il confronto con il Pci, l'assassinio di Francesco Lorusso, gli scontri all'Università); perde di senso un'interpretazione esclusivamente legata all'aspetto della creatività comunicativa, ovvero centrata sul trasversalismo bolognese.
Come non ha alcun valore un'interpretazione che cerchi di comprenderlo unicamente all'interno della storia della sinistra estremista, poiché in realtà il '77 stabilisce ponti significativi con gli anni '80 del cinismo e dell'opportunismo, non può essere ridotto a scontro con il potere. Il '77 grida di non volere prendere il potere, ché il potere viene programmaticamente irriso, ridicolizzato, ricercato e scovato in sé stessi fino all'autolesionismo.
Il '77 sembra destinato a non essere compreso, fissato, metabolizzato. È rimasto una parentesi, che non si è chiusa. Anche perché il '77, che fu un fenomeno italiano, stabilisce in realtà molti punti di contatto su livelli differenti di conflittualità e differenti scale territoriali. Di qui la sua perenne attualità.
Si pensi, per esempio, al movimento punk londinese che Marco Grispigni, nel suo 1977 , descrive come simile, sul piano dei contenuti e dell'espressività, al '77 italiano, in specie per quanto attiene all'assenza totale di finalità, di etica del lavoro e del sacrificio, al provocatorio abbraccio della dissipazione, dell'annullamento, della degradazione fisica e morale. Come il '77 italiano, anche il punk londinese è brutto, sporco e cattivo; è ribellione individuale, rivolta di strada, separatezza. Il dato esistenziale assume un volto politico. Gli espropri proletari del '77, cioè l'asserito e praticato diritto di saccheggiare le merci e di sprecarle, in una logica di affronto all'austerità proclamata dal consorzio Pci-Dc, sono simili ai riots e ai conflitti di strada dei primi anni '80.
Come abbiamo in precedenza affermato, tra le opere che hanno cercato di rendere conto di questa complessità e indicare i motivi dell'inevitabile parzialità degli approcci di tanta parte della storiografia corrente sull'argomento, vi è quella di Marco Grispigni, intitolata semplicemente 1977 . L'autore ha tentato di esprimere una riflessione in un certo modo libera dai crismi interpretativi dominanti, in modo da facilitare la comprensione di ciò che non a caso è stato anche definito uno ?strano movimento di strani studenti? 3. Il suo proposito, metodologico e tematico insieme, è stato quello di liberarsi tanto delle fredde interpretazioni scientifiche, presuntamente obiettive, quanto di una visione costretta nell'universo microfisico del combattente.
Testimone di un tempo di cui ha saputo annusare l'aria, Grispigni mette a profitto le consapevolezze acquisite su quel ?violento stream of consciousness che era la militanza nei movimenti? 4 per una lettura che, pur riconoscendo il plumbeo e drammatico clima del paese, punta a confutare la categoria di ?guerra civile strisciante? applicata al periodo della stagione dei movimenti (1968-77), responsabile, a suo dire, della scorretta identificazione tra la lotta armata ? che effettivamente decretò la fine degli stessi movimenti ? e le aspirazioni soggettive di centinaia di migliaia di militanti.
Lo confesso: ho gridato in cortei e manifestazioni anche slogan terribili; ho odiato i fascisti che
ammazzavano Walter Rossi, i carabinieri che giustiziavano alla schiena Francesco Lorusso,
i poliziotti, in borghese o no, che uccidevano Giorgiana Masi. In nessun momento però
ho pensato di poter ammazzare un fascista, un poliziotto, un carabiniere. [?]
Credo che queste mie sensazioni fossero condivise da moltissimi dei partecipanti
ai movimenti sociali e conflittuali, anche fra le migliaia di persone
che parteciparono al movimento del '77 5.
Il movimento del '77 ai suoi occhi, insomma, in un modo o nell'altro, sarebbe rimasto di grande attualità, e la ragione di ciò forse sta nel fatto che sia molto più vicino a noi di quanto non sia il '68, ?grande festa libertaria? ingenua e utopistica, all'insegna della modernizzazione e della critica alla dittatura soft della civiltà dei consumi. Il '77, sottolinea Grispigni, dovrebbe essere letto come uno degli snodi fondamentali per comprendere gli aspetti ?inediti, imprevisti e imprevedibili del capitalismo contemporaneo? 6.
Proponiamo, qui di seguito, l'intervista che ci ha concesso.
ADORNI ? Analizzando i movimenti sociali degli anni '60 e '70, si può dire che il filo conduttore sia rappresentato dal protagonismo della cultura giovanile?
GRISPIGNI ? Indubbiamente. I movimenti di quegli anni attingono fortemente alla cultura giovanile e, allo stesso tempo, aiutano a determinarla. Però, sottolineare continuità e profondità dell'elemento generazionale non significa relativizzare il peso della politica. Anzi, la verità storica dei movimenti sociali di quegli anni sta esattamente nell'emersione dei primi segni tipici di un'identità culturale autonoma dei giovani (nelle forme della musica e della moda, per esempio) e, al contempo, delle forme della loro politicizzazione: i movimenti si presentano a quei giovani, insomma, come i luoghi privilegiati dell'apprendimento e della socializzazione alla politica, anche assumendo toni di forte radicalità. Poi, alla fine degli anni '70, la politica implode all'interno del movimento, aprendo la strada all'antipolitica priva di qualsiasi dimensione eversiva degli anni '80.
ADORNI ? Nel tuo libro affronti il tema del ?superfluo?. Potresti spiegarci che caratteristiche assume il superfluo, nel '77, in specie ponendolo in relazione con il contesto economico di quegli anni?
GRISPIGNI ? Considerata la situazione di crisi economica di quei mesi, agitare la bandiera del ?superfluo? assumeva, chiaramente, il valore di una provocazione estremistica. ?C'è la crisi? E chi se ne frega? Noi rivendichiamo il diritto al lusso?; è, questo, un gioco classico del radicalismo di sinistra: ?la crisi la paghino i padroni?. Poi, però, c'è da considerare che nella sua logica ? nella sua rivisitazione della teoria dei bisogni di Agnes Heller ? il movimento del '77 rivendica dei bisogni immateriali. Il movimento giovanile che nasce con le autoriduzioni dei prezzi d'ingresso per il cinema, i teatri e i concerti, non è più quello che lottava per l'autoriduzione della bolletta del telefono e della luce, come si faceva nei primi anni '70, quando addirittura i sindacati appoggiavano i gruppi dell'estrema sinistra che se ne facevano portatori.
ADORNI ? A un certo punto affermi che il movimento del '77 non presenta gli elementi collettivistici che invece caratterizzano il '68. Che cosa intendi?
GRISPIGNI ? Dunque, in realtà non c'è proprio un salto logico. C'è in realtà un processo lineare. Già il '68, infatti, ha posto al centro dell'agenda il tema dell'individuo, in ciò rompendo con la tradizione del socialismo e del comunismo. Il '77 prosegue su questa linea, finché, a un certo punto, subito dopo il '77, delle esigenze e dei bisogni individuali che sono vissuti collettivamente verranno soddisfatti individualmente, dando vita a quello che alcuni hanno definito le tonalità climatiche degli anni '80: cinismo, egoismo e paura.
ADORNI ? D'Alema definì come piccolo-borghesi i giovani dei movimenti del '77. Eppure, la base sociale del '68 fu effettivamente piccolo-borghese, non quella del '77, i cui protagonisti erano marginali, non integrati.
GRISPIGNI ? Sì, sicuramente il movimento del '77 ha una componente di marginalità e di proletariato urbano molto più massiccia dell'esperienza del '68, anche perché l'università negli anni '60 è molto diversa da quella degli anni '70. Il '77 ha un radicamento nel territorio fuori dall'università molto forte, spesso e volentieri nelle grandi città e nelle aree metropolitane. L'incrocio con l'esperienza del proletariato giovanile è emblematico. In quell'affermazione di D'Alema, che è una sorta d'invito ai ?campi di rieducazione? per questi ?delinquenti?, era proprio l'incomprensione totale della sinistra storica della tematica del rifiuto del lavoro, che viene interpretata come la tradizionale poca voglia di lavorare di un ?popoletto lazzarone?. Quindi, il suo ?piccolo-borghese? fu quasi un insulto? come se, fra l'altro, il Pci non avesse propagandato per anni l'apertura all'università per i figli degli operai (?anche l'operaio vuole il figlio dottore?, cantava Pietrangeli in Contessa ).
ADORNI ? Cossiga ha espresso di recente un giudizio storico piuttosto interessante. Se il Pci non fosse stato così intransigente verso i movimenti alla sua sinistra, probabilmente non ci sarebbero state le Br e il terrorismo. A un certo punto parli infatti di un vicolo cieco per i movimenti radicali?
GRISPIGNI ? Mah, al di là dei commenti di Cossiga, io credo che sicuramente l'evoluzione del Pci e la sua durezza, in particolar modo nel '77, abbia determinato l'isolamento del movimento? Il Pci sta andando al governo, fa parte dell'area di governo ed è assolutamente intollerabile nella tradizione del movimento comunista avere un'opposizione di sinistra nel momento in cui si assumono delle responsabilità di governo. Il movimento non ha abbastanza forza per spostare da solo gli equilibri. A quel punto, non avendo nemmeno la sponda del Pci e del sindacato, diventa anche un'ebbrezza nichilistica essere contro tutti senza alcuna possibilità.
ADORNI ? Tenendo conto dei differenti quadri economico, politico e internazionale, si può sostenere, dunque, che tra '68 e '77 ci siano più differenze che somiglianze?
GRISPIGNI ? Sì. E fra l'altro a mio parere la dimensione del '77, il suo avere dentro di sé molto futuro sociale lo rende molto più interessante alla luce di quello che viene dopo. E quindi risulta più interessante leggere il '77 rispetto agli anni ottanta, che non rispetto al '68. Perché lì alcune cose, come la crisi del linguaggio della politica, la centralità del mondo della comunicazione e dei suoi conflitti, una nuova spazialità rispetto a un concetto di temporalità: sono tutti elementi che negli anni ottanta torneranno declinati senza alcuna carica eversiva: saranno messi a profitto. Ed è lì l'intelligenza storica del capitalismo, nel saper recuperare alcuni contenuti e, una volta deprivati tramite repressione o altro, della componente antagonista, riciclarli come capacità di ammodernamento.
ADORNI ? Il movimento punk costituì l'espressione musicale perfetta del situazionismo e del post-moderno.
GRISPIGNI ? Il punk va letto come un'altra faccia del '77 italiano. Per la storia italiana questa dimensione nichilista della crisi ha ancora una velatura politica che in Inghilterra non aveva. D'altra parte, alcuni comportamenti del '77 sono una prefigurazione di quelle forme di rivolta urbana tese alla politica della conquista di spazio (zone libere autonome) che caratterizzeranno nella prima metà degli anni ottanta alcune fiammate di rivolta nelle metropoli occidentali.
ADORNI ? La politica e la storia possono essere raccontate dalla canzone?
GRISPIGNI ? Io credo soprattutto che uno storico della contemporaneità debba muoversi su un vasto spettro di fonti. E riconoscere che la musica è un elemento storico e sociale di grande valore. Non studiarla significa avere una visione monca della storia. Poi, c'è un problema di capacità. Io riconosco che l'uso delle canzoni come fonti è un uso ambiguo e ?scorretto?: io non ho la capacità, per esempio, di valutare la dimensione musicale della canzone, spesso usandole in modo piattamente letterario (mi attengo ai testi), che delle volte hanno un significato molto limitato, più che per i cantautori, pensiamo alla musica rock e pop che non è compresa, nei testi, da molti, però c'è una carica d'identità nel cantare insieme certe canzoni sulla quale bisognerebbe essere capaci di lavorare (il riff ha una capacità di aggregazione, ecc.).