N. 18 - Ottobre 2008

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Fernando Tavares Pimenta

Decolonizzazione portoghese: stato, problemi e prospettive di ricerca

In questo articolo esponiamo le linee generali del progetto di ricerca che stiamo portando avanti nell?ambito delle attività del Centro di studi interdisciplinari del XX Secolo (Ceis20) dell?Università di Coimbra e del Dipartimento di Politica, istituzioni, e storia della Facoltà di Scienze politiche dell?Università di Bologna. Il progetto ha per nome Il Portogallo e la Decolonizzazione ed è finanziato da una borsa di ricerca di post-dottorato che ci fu attribuita dalla Fondazione per la scienza e la tecnologia (Fct) del ministero della Scienza e della tecnologia della Repubblica portoghese.

La nostra ricerca ha per oggetto la decolonizzazione portoghese e le sue interrelazioni politiche con la fine dell?Estado Novo (Stato Nuovo) e con la transizione democratica in Portogallo (1974-1975). La nostra ipotesi di ricerca è che ci siano stati da parte di alcuni settori dello Stato Nuovo alcuni tentativi allo scopo di realizzare la decolonizzazione di Angola e Mozambico, mediante la formazione di Stati indipendenti, amministrati dalle rispettive elites bianche, nel quadro di una specie di ?Commonwealth Portoghese?. Inoltre, a nostro avviso, il blocco di questi tentativi da parte dell?ala destra del regime condusse alla paralisi del governo coloniale, propiziò l?insuccesso della ?liberalizzazione? politica attuata da Marcelo Caetano, l?ultimo presidente del Consiglio dello Stato Nuovo, e di conseguenza portò alla caduta della dittatura nel 1974. Successivamente, il nuovo ?potere rivoluzionario? non riuscì neanche a portare avanti un processo coerente e conseguente di decolonizzazione, il che portò all?esodo delle popolazioni bianche coloniali. Metodologicamente, analizzeremo la decolonizzazione portoghese facendo il paragone con i processi di decolonizzazione di alcune colonie d?insediamento europeo in Africa.

Ma, prima di tutto, vediamo lo stato degli studi sulla decolonizzazione portoghese. La produzione scientifica sulla decolonizzazione portoghese è relativamente scarsa e di poca profondità analitica, situazione che contrasta con la relativa abbondanza di letteratura non scientifica sulla materia. Infatti, negli anni successivi alla decolonizzazione si ebbe un boom di pubblicazioni sulla fine dell?Impero (Santos 1975; Dugos 1975; Jardim 1976; Aguiar 1977; Pereira 1977; Oliveira 1978; Machado [s.d.]). Ma queste pubblicazioni erano intimamente legate alla sfera politica, nella misura in cui cercavano di giustificare determinati comportamenti, legittimare certi gruppi politici o costruire miti, come per esempio quello della ?decolonizzazione esemplare? o della cospirazione interna ed esterna contro il Portogallo. C?era così un?accentuata promiscuità tra la produzione letteraria e la sfera politica, nel senso che la storia era usata in forma più o meno ?sfacciata? per confermare versioni molto discutibili dei fatti. In altre parole, la storia era uno strumento politico di potere, il che significa che non fu fatta una ?decolonizzazione? degli studi sul colonialismo portoghese. Successivamente, sorse una letteratura di carattere memorialistico ? rapidamente elevata allo statuto di ?storia semi-ufficiale? ? , costituita da libri di memorie, testimonianze personali e compilazioni documentarie pubblicate da militari, politici e amministratori portoghesi ed africani coinvolti nel processo della decolonizzazione (Carvalho 1991; Correia 1991; Cardoso 2001; Ribeiro 2002; Santos 2006). Queste ?narrative storiche? costituiscono fonti preziose per la ricostruzione del processo storico, ma non possono sostituire una produzione scientifica ? costruita su basi di ricerca rigorosa ? sulla decolonizzazione. Parallelamente, queste opere veicolano versioni altamente personalizzate ? e ovviamente politicizzate ? della storia della decolonizzazione, nella misura in cui i suoi autori furono agenti della storia stessa. Agenti che non hanno formazione scientifica, tanto meno storiografica, di modo che non c?è neanche il distacco scientifico tra la storia-realtà e la storia-conoscenza. Per questo, il suo utilizzo da parte dello storico implica la realizzazione di un?accurata critica delle fonti per evitare le ?trappole? della memoria e della politica. Come tale, lo storico dovrà saper metterli in prospettiva, per poter poi analizzarli. Chiaramente i maggiori responsabili di questa confusione tra memorialismo e storia sono gli stessi storici che si ostinano a non occuparsi di questo momento cruciale della storia recente del Portogallo e delle sue antiche colonie in Africa. Le ragioni di questa ostinazione non sono del tutto chiare, ma forse sono legate al fatto che la decolonizzazione è un argomento ancora molto delicato dal punto di vista politico.

In questo contesto, rari furono gli accademici che si occuparono della decolonizzazione portoghese. Pionere in quest?area fu il letterato angolano Mário António Fernandes de Oliveira, che coordinò l?elaborazione di una prima opera collettiva sul tema (Oliveira 1979-1982). Ma non si ebbe da parte degli autori il necessario distacco scientifico in relazione alla ?storia ? realtà?, di modo che il lavoro presenta grandi limiti dal punto di vista metodologico. Franz-Wilhelm Heimer fu un altro dei pionieri in questo campo, ancorchè la sua analisi rimanga circoscritta al caso angolano (Heimer 1980). Inoltre, Heimer studiò la decolonizzazione dell? Angola in una prospettiva sociologica e basandosi quasi esclusivamente su fonti giornalistiche, di modo che il suo libro fornisce una visione molto limitata del processo di dissoluzione dell?Impero Coloniale Portoghese. Sebbene non studiando direttamente il processo di decolonizzazione, Alfredo Margarido lanciò alcune buone piste di riflessione sull?argomento, difendendo la tesi che non c?è stata un?autentica decolonizzazione, ma semplicemente la vittoria delle guerriglie indipendentiste sul potere coloniale portoghese. Per Margarido, decolonizzazione significa che furono i colonizzatori portoghesi che ?liberarono? le popolazioni africane dominate, decolonizzandole. Invece, nell?opinione di questo accademico portoghese, la pratica politica del processo di dissoluzione dell?Impero Coloniale obbedì ad una logica completamente differente, nel senso che non furono i portoghesi che decolonizzarono, ma gli africani che vinsero la guerra di liberazione (Margarido 1980, 7-8). Questa visione della storia della guerra coloniale portoghese e della decolonizzazione è condivisa da alcuni accademici africani, specificatamente dal mozambicano Aquino de Bragança (Bragança 1988). Però, la tesi di Alfredo Margarido non è sostenuta da un?analisi fattuale del processo di decolonizzazione, nella misura in cui non c?è una dimostrazione empirica della validità di questa ipotesi. In verità, i fatti mostrano esattamente il contrario, perlomeno nel caso angolano. In Angola, le guerriglie indipendentiste erano molto lontane dallo sconfiggere le forze portoghesi nel 1974. Così, se in termini politici la guerra coloniale era persa fin dall?inizio per il Portogallo, dal punto di vista militare l?esercito portoghese riuscì a neutralizzare di fatto le guerriglie nazionaliste spingendole verso le frontiere nord ed est dell?Angola. All?inizio del 1974, il Portogallo dominava praticamente tutto il territorio angolano. Questo significa che il processo politico di decolonizzazione non fu così lineare come dà ad intendere l?ipotesi di Margarido, non esistendo una relazione diretta di causa ed effetto tra l?effettiva situazione militare sul terreno e la decolonizzazione dell?Angola.

Nella seconda metà della decade del 1990, nell?ambito di un rinnovato interesse internazionale per la storia coloniale portoghese, sorsero le prime sintesi storiche sull?argomento per mano di due accademici non portoghesi, Norrie Macqueen e Josep Sanchez Cervellò (Macqueen 1997; Cervellò 1998). Le loro opere costituiscono delle sintesi molto significative dal punto di vista didattico, ma rivelano un taglio troppo descrittivo e poco riflessivo dei fatti storici. Cioè, entrambi gli autori procedettero appena ad un?analisi descrittiva del passaggio di potere nelle colonie portoghesi. Comunque, la pubblicazione di queste opere contribuì a dare un nuovo impulso alla ricerca sulla decolonizzazione in Portogallo. Nel 2000 fu pubblicato il quinto volume dell?História da Expansão Portuguesa (Storia dell?espansione portoghese), intitolato Último Império e Recentramento, 1930-1998, un?opera diretta da Francisco Bethencourt e Kirti Chauduri. Abbastanza significativi dal punto di vista teorico furono i capitoli sulla guerra coloniale e sulla fine dell?Impero Coloniale Portoghese scritti da António Costa Pinto. Capitoli che servirono di base per l?elaborazione, da parte dello stesso storico, di due libri di sintesi ? ma di maggiore spessore analitico ? sul tema (Pinto 2002; 2005). Ma tanto questi libri, come la restante bibliografia esistente sull? argomento continua ad essere molto deficitaria in termini di ricerca empirica nelle biblioteche e negli archivi. Cioè, manca tutta un?analisi delle fonti primarie, di archivio, un?analisi sistematica che dev?essere alla base di qualsiasi ricostruzione storica del processo di decolonizzazione. Un lavoro di base che ancora non è stato fatto da nessun storico, forse perchè solo molto recentemente queste fonti sono state messe a disposizione da parte degli archivi portoghesi e stranieri (Archivi nazionali/Torre de Tombo, Archivio storico Ultramarino, Public Record Office, etc.). Un?eccezione è il libro di Witney Schneidman sull?intervento americano nella decolonizzazione portoghese, che consultò allo scopo parte della documentazione degli archivi americani. E, per il caso angolano, abbiamo già provato in parte a colmare questa lacuna attraverso un?analisi della documentazione diplomatica britannica del Foreign and Commonwealth Office, prodotta dall?ambasciata britannica a Lisbona e dal consolato generale britannico a Luanda durante il 1974 (Pimenta 2008). Ma il fatto è che c?è ancora molto da fare.

Relativamente agli obiettivi dell?analisi, il nostro principale scopo è dare una visione più strutturale del processo di dissoluzione dell?Impero Coloniale Portoghese, nel contesto politico della caduta dello Stato Nuovo e della transizione democratica in Portogallo e nel quadro internazionale della fine del colonialismo europeo in Africa. In questo senso, vogliamo produrre una conoscenza costruita su basi scientifiche sulla decolonizzazione portoghese, in modo da colmare le gravi lacune della storiografia portoghese. Lacune queste che permisero l?elevazione a stato di ?storia semi-ufficiale? delle memorie e delle narrative di politici e militari che erano stati coinvolti nel processo di decolonizzazione. In termini concreti, vogliamo capire per quale ragione non fu possibile trovare una soluzione al problema coloniale nel quadro politico dello Stato Nuovo ed, in special modo, per quale motivo fallì il progetto di ?indipendenza bianca? dell?Angola e del Mozambico idealizzato da Marcelo Caetano nel 1968-1974. Cerchiamo anche di capire in che misura l?insuccesso del tentativo ?marcelista? di transizione ad un regime ?liberale? fu determinato dall?incapacità della dittatura di trovare una soluzione politica al problema della decolonizzazione. Parallelamente, vogliamo capire, in un?ottica comparativa ed internazionale, la dimensione coloniale della transizione democratica portoghese, nella misura in cui esistette una profonda interdipendenza politica tra la decolonizzazione ed il processo rivoluzionario nella metropoli ? caso unico nella storia della decolonizzazione europea in Africa. Del resto, questa forte dimensione coloniale del processo di transizione portoghese non ha paralleli in nessun?altra transizione della cosidetta ?terza onda? di democratizzazione in Europa e nell?America Latina.

Dall?altro lato, vogliamo comprendere ? nel quadro politico dell?Africa Australe ? i motivi dell?insuccesso della decolonizzazione portoghese in Angola ed, in parte, anche in Mozambico, specificatamente le ragioni dell?esodo delle popolazioni bianche di questi territori e le cause dell?esplosione della guerra civile angolana nel 1975. Quest?ultimo punto è estremamente significativo in termini storiografici, soprattutto se collocato nel quadro più ampio delle indipendenze delle cosidette settler colonies in Africa. Questo perchè le indipendenze delle settler colonies costituirono casi particolarmente complessi e delicati e di tarda decolonizzazione. Questa complessità deriva dalla propria specificità demografica, economica e politica delle settler colonies. Le settler colonies erano le colonie di insediamento europeo, cioè, territori che erano stati colonizzati ? nel senso di popolati ? da contingenti significativi di popolazioni di origine europea. Popolazioni queste che si insediarono in modo permanente nelle loro nuove ?patrie? in Africa. Furono esempi di ciò i casi dell?Africa del Sud, la Rhodesia del Sud, la Namibia, il Mozambico e l?Angola, tutti nell?Africa Australe, così come i casi di Kenia ed Algeria. Anche in Libia, Eritrea ed Etiopia furono fatti tentativi da parte dell?Italia per trasformare questi territori in colonie di popolamento italiane. Tentativi che fallirono prematuramente davanti alla sconfitta italiana nella Seconda guerra mondiale ed alla conseguente fine dell?Impero Coloniale Italiano. Una sconfitta che risparmiò molti problemi allo Stato Italiano nelle decadi successive alla guerra. Di fatto, con l?arretramento dell?imperialismo europeo a partire dal 1945, l?esistenza di comunità coloniali di origine europea radicatesi nei territori africani e costituite da varie centinaia di migliaia di bianchi o persino da milioni di bianchi (nei casi di Algeria ed Africa del Sud) rese assai difficile il trasferimento di poteri in questi territori alle maggioranze africane colonizzate. Nella maggior parte di questi territori le indipendenze furono precedute da guerre di indipendenza, anche denominate di ?liberazione? dai guerriglieri africani. Nei casi algerino, angolano e mozambicano le indipendenze ebbero come risultato l?esodo delle rispettive popolazioni bianche, ma lo stesso non avvenne in Africa del Sud ed in Namibia. Nella Rhodesia del Sud, l?esodo si delineò alcuni anni dopo il trasferimento di poteri alla maggioranza nera (1980) ed è un argomento che tocca ancora oggi l?agenda politica di questo paese, con conseguenze politiche internazionali a livello delle relazioni diplomatiche tra l?Unione Europea e l?Africa. Per questo, lo studio dell?esodo delle popolazioni bianche di Angola e Mozambico può in qualche modo contribuire ad una percezione più esatta della fine degli imperi coloniali europei, soprattutto delle settler colonies, così come dell?attuale situazione nell?Africa Australe, una delle regioni del pianeta potenzialmente più ricche in termini economici ed una delle più importanti dal punto di vista geo-politico.

Detto questo, vediamo ora in maniera più dettagliata la descrizione, i problemi e le prospettive analitiche della nostra ricerca. La fine degli imperi coloniali europei fu uno dei fenomeni mondiali più significativi dal punto di vista politico, sociale ed economico della storia del XX secolo. L?Impero Coloniale Portoghese fu il più duraturo della storia del colonialismo europeo ed uno dei maggiori in termini territoriali nel continente africano. Per questo, la caduta dell?Impero Portoghese provocò profonde alterazioni politiche ed economiche in tutta l?Africa Australe, influenzando in maniera decisiva l?evoluzione politica del regime dell?apartheid nella Repubblica Sudafricana. In questo senso, il nostro progetto pretende di ripensare la storia della decolonizzazione portoghese, che studieremo in correlazione con la caduta dello Stato Nuovo e la successiva transizione democratica in Portogallo e nel quadro internazionale della fine del colonialismo europeo in Africa. Al di là del suo impatto internazionale, soprattutto africano, riteniamo che il tema abbia un?ineguagliabile rilevanza per la storia recente del Portogallo, nella misura in cui il problema dell?accesso all?indipendenza delle colonie portoghesi dominò la vita politica degli ultimi anni dello Stato Nuovo e condizionò largamente la transizione ad una democrazia nel 1974-1975. La nostra ricerca partirà dalle seguenti basi analitiche.

Da un lato, riteniamo che ci fossero da parte di alcuni settori dello Stato Nuovo ? in particolare di Marcelo Caetano ? certi tentativi per preparare le indipendenze delle due maggiori colonie portoghesi, Angola e Mozambico. Queste ?progettate? indipendenze si inserivano in una logica di ?indipendenza bianca?, che relegava gli strati superiori delle popolazioni nere e meticce in una posizione di subordinazione rispetto alla minoranza bianca. Le classi intermedie nere e meticce dovevano così aiutare l?elite bianca nell?amministrazione dei rispettivi paesi dopo l?indipendenza, nel quadro di una Comunidade Lusíada, trasportando sul piano dell?indipendenza l?idea coloniale che i nativi africani dovevano essere meri ausiliari della colonizzazione portoghese. Così, questa forma di indipendenza aveva come paradigma politico le indipendenze americane dei secoli XVIII e XIX. Di fatto, nel Nuovo mondo furono i coloni bianchi ed i loro discendenti che assunsero il controllo dell?amministrazione politica delle antiche colonie britanniche, spagnole e portoghese (Brasile), di modo che le indipendenze furono raggiunte senza un?autentica decolonizzazione. Cioè, furono i colonizzatori europei e non le popolazioni colonizzate che fecero queste indipendenze, con o senza il beneplacito delle metropoli europee. Un processo che ebbe come primo protagonista gli Stati Uniti d?America. L?unica eccezione fu rappresentata da Haiti, dove i discendenti degli schiavi neri, portati dall?Africa, riuscirono a raggiungere l?indipendenza, dopo una ribellione ben condotta contro il potere coloniale francese. Nell?Africa Australe, la colonizzazione bianca era considerata una continuazione del popolamento europeo nel Nuovo mondo ed in Oceania (Australia e Nuova Zelanda). Così come è accaduto in questi due continenti, si pensava che le colonie di popolamento europeo nell?Africa Australe avrebbero dato origine a Stati autonomi o addirittura indipendenti sotto l?egemonia dei coloni e dei loro discendenti. Un proposito che assunse un significato politico concreto con l?istituzione di regimi di supremazia bianca nell?Africa del Sud (1910) e nella Rhodesia del Sud (1965). In Portogallo, Marcelo Caetano aveva un?intenzione simile, il che spiega la sua politica di formazione di nuovi ?Brasile? in Angola e Mozambico (Pimenta 2008a; 2008b).

Dall?altro lato consideriamo che il 25 aprile 1974 fu fondamentalmente il risultato di una crisi politica coloniale. La rivoluzione sorse con l?obiettivo di risolvere politicamente il problema della decolonizzazione, visto che i tentativi dei riformisti del regime di preparare le ?indipendenze bianche? erano stati bloccati dagli ambienti più conservatori della dittatura ? i cosidetti integrazionisti. Gli integrazionisti erano favorevoli ad una totale integrazione amministrativa tra colonie e metropoli e rifiutavano qualsiasi forma di autonomia coloniale e ancor meno di indipendenza. Da qui risultò un?intensa lotta politica tra riformisti ed integrazionisti all?interno dello stesso Stato Nuovo. Queste tensioni in seno al regime influenzarono il processo di successione di Salazar, minarono il tentativo ?marcelista? di transizione della dittatura ad un regime più liberale e determinarono la paralisi del processo politico nella metropoli e nelle colonie. Ma l?intransigenza politica dei settori integrazionisti finì per compromettere la sopravvivenza politica stessa della dittatura, nella misura in cui la scommessa nella difesa dell?integrità dell?Impero Coloniale costituì un autentico suicidio politico per lo Stato Nuovo. In un certo senso fu come se il centro fosse stato politicamente soffocato da una periferia troppo grande ? in termini politici internazionali ? per poter continuare ad essere amministrata secondo le regole del colonialismo classico. Come tale, il golpe militare del 25 aprile 1974 fu il risultato della necessità sentita da una parte dell?esercito di trovare una soluzione al problema coloniale fuori dal quadro politico dello Stato Nuovo.

Infine, riteniamo che esistette una profonda interdipendenza politica tra la transizione democratica nella metropoli ed il processo di decolonizzazione delle colonie africane nel 1974/1975. In realtà, il 25 aprile 1974 creò le condizioni politiche per la realizzazione della decolonizzazione delle colonie africane. Questo punto fu più o meno chiaro fin dall?inizio del processo rivoluzionario nella metropoli. Quello che restò da chiarire fu il tipo di decolonizzazione che i portoghesi avrebbero tentato di realizzare in Africa. La decolonizzazione, o meglio il tipo di decolonizzazione, finì per dominare la vita politica nella metropoli, condizionando largamente la transizione portoghese verso la democrazia. Questa permanente centralità del problema coloniale nella politica portoghese implicò così l?esistenza di una profonda interdipendenza politica tra transizione metropolitana e decolonizzazione africana. Una situazione che possiamo definire sui generis nel panorama europeo. Di fatto, la decolonizzazione portoghese fu l?unico caso di dissoluzione di un impero coloniale europeo che avvenne contemporaneamente ad un processo rivoluzionario nella metropoli. In altre parole, la dissoluzione dell?Impero Coloniale Portoghese avvenne in una fase di cambiamento del regime politico nella metropoli, cioè, durante l?intermezzo rivoluzionario che si pose tra l?abbattimento della dittatura e l?insediamento della democrazia in Portogallo.

Ma come si svolgerà in concreto la nostra ricerca? Innanzitutto, cominceremo a studiare le profonde interconnessioni politiche tra il problema coloniale e la lotta politica in seno allo Stato Nuovo e tenteremo di comprendere per quale motivo la dittatura fu incapace di evolversi nel senso di un regime liberale ? a somiglianza di ciò che accadde in Spagna ? ed in che misura questa incapacità fu determinata dall?inabilità del regime ad organizzare le indipendenze delle colonie africane. Così, analizzeremo il rapporto politico tra i settori riformisti della dittatura ? rappresentati da Marcelo Caetano ? ed i loro principali interlocutori politici in Angola e Mozambico, le elites bianche. Procederemo anche all?analisi della legislazione coloniale promulgata da Marcelo Caetano, tendente alla formazione di una Comunidade Lusíada, e delle basi politiche del progetto di federalismo coloniale proposto da Spínola. Quest?analisi sarà realizzata in una prospettiva comparativa internazionale, nel senso che sarà fatto un confronto con la politica britannica del Commonwealth e con il progetto di De Gaulle di Communautè Française.

Poi passeremo allo studio propriamente detto della dimensione coloniale della transizione portoghese, cioè della decolonizzazione. Così, analizzeremo le interrelazioni politiche tra il processo rivoluzionario nella metropoli ed i processi d?indipendenza nelle colonie africane, in specie in Angola e Mozambico. Per esempio, analizzeremo la lotta politica in seno al potere rivoluzionario tra due linee opposte che difendevano soluzioni politiche differenti per il problema della decolonizzazione. Una era rappresentata dal progetto di federalismo coloniale del Generale Spínola. L?altra era rappresentata dagli ambienti politici e militari alla sinistra di Spínola, che difendevano una rapida soluzione del problema coloniale attraverso la consegna del potere nelle colonie esclusivamente alle guerriglie nazionaliste. Questa linea trionfò nella metropoli dopo il 28 Settembre 1974, ma non riuscì ad organizzare un processo coerente e conseguente di decolonizzazione nella maggiore colonia portoghese, l?Angola. Di fatto, durante il 1975 l?Angola cadde nel caos economico, sociale e politico provocato dall?inizio violento della guerra civile tra le tre guerriglie nazionaliste (Fnla, Mpla e Unita), ognuna delle quali aiutata logisticamente e militarmente da potenze straniere (Usa, Urss, Cuba, Zaire ed Africa del Sud). Quindi tenteremo di capire le ragioni dell?insuccesso del processo di decolonizzazione dell?Angola, così come le cause dell?esplosione della guerra civile angolana nel contesto maggiore dell??esportazione? della Guerra fredda nell?Africa Australe.

Parallelamente, cercheremo di comprendere il comportamento politico delle minoranze bianche coloniali durante la decolonizzazione. Più precisamente, tenteremo di capire le ragioni dell?esclusione politica delle popolazioni bianche dai processi d?indipendenza di Angola e Mozambico, così come le cause dell?esodo di queste popolazioni verso la metropoli nel 1975. Un esodo che interessò più di mezzo milione di persone, delle quali più di trecentomila provenienti dall?Angola. Un fenomeno che ebbe solo un parallelo in qualche modo somigliante in Algeria, nel 1962. Per questo, studieremo la decolonizzazione portoghese in una prospettiva internazionale e comparativa, nel quadro più ampio delle indipendenze delle colonie di popolamento europeo in Africa. Quindi la nostra opzione per una metodologia di carattere comparativo.

Relativamente alle fonti, daremo la priorità alle fonti primarie, alle fonti orali ed alla stampa coloniale. In termini di archivi portoghesi, faremo la nostra ricerca negli Archivi nazionali/Torre do Tombo (Archivi António Oliveira Salazar, Marcelo Caetano, Pide/Dgs e Conselho da Revolução), nell?Archivio storico Ultramarino, nell?Archivio del ministero degli Affari Esteri, nell?Archivio della fondazione Mário Soares e nel Centro di documentazione 25 aprile dell?Università di Coimbra. Sempre relativamente alla documentazione portoghese sarebbe molto importante per la nostra ricerca riuscire ad individuare l?Archivio della Commissione nazionale di decolonizzazione (Cnd), istituita da Spinola nell?agosto del 1974. Per la finalità politica di questa istituzione, riteniamo che il suo archivio possa contenere informazioni molto significative sul processo di decolonizzazione portoghese. Però, non si sa che fine abbia fatto questa documentazione. In termini di archivi internazionali, faremo la nostra ricerca presso il Public Record Office (Londra), specificatamente negli archivi del Colonial Office, Foreign Office e Foreign and Commonwealth Office. Questo perchè il Regno Unito esercitò sempre una certa influenza sulla politica portoghese, sia in termini metropolitani, sia in termini coloniali. Anche quando non interveniva direttamente nel processo politico portoghese, la diplomazia britannica era un?attenta osservatrice di tutto ciò che accadeva in Portogallo e nelle sue colonie africane, dove i britannici avevano significativi interessi economici. Assume speciale importanza la documentazione diplomatica prodotta sia dall?ambasciata britannica a Lisbona, sia dai rispettivi consolati a Luanda (Angola) e Lourenço Marques (Maputo, Mozambico), nell?ultimo periodo della dittatura e durante la rivoluzione del 1974/1975. Si tratta di molte decine di processi d?archivio che formano un nucleo molto consistente di documentazione, quasi tutta ancora da analizzare. La lettura della stampa coloniale assume anche un significato speciale perchè contiene una marea di informazioni molto significative, ancorchè molto poco conosciute dal pubblico accademico. Tra le fonti periodiche sottolineamo le collezioni dei giornali A Província de Angola, Jornal de Benguela e Notícias de Lourenço Marques presenti nella Biblioteca nazionale di Lisbona e nella Biblioteca generale dell?Università di Coimbra. In termini bibliografici, procederemo alla lettura di bibliografia specifica, portoghese ed internazionale, conservata nelle biblioteche dell?Università di Coimbra, della Società di geografia di Lisbona, del Centro Amílcar Cabral di Bologna, della School of Oriental and African Studies (Londra) e della British Library (Londra).



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Autore Tavares Pimenta Fernando
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