Daniela Parrella
Interpretare l'11 settembre 2001 e le sue immagini:
evento reale o suggestione mediatica?
Il XXI secolo si è aperto con una serie di attacchi indirizzati per la prima volta nella storia direttamente contro e all'interno del territorio americano per colpire obiettivi non più solo militari, com'è accaduto nell'attacco di Pearl Harbor ad opera dei giapponesi il 7 dicembre 1941, ma anche e soprattutto civili.
É oramai vero che le atrocità dell'11 settembre rappresentano un fatto assolutamente nuovo per il mondo: non tanto per la loro natura, che tratteggia il culmine del terrorismo tipicamente suicida, bensì per il loro bersaglio. È la prima volta dalla guerra del 1812 1 che il territorio nazionale statunitense è attaccato o anche solo minacciato così direttamente.
Nel corso dei secoli i paesi imperialisti, primo tra tutti gli Stati Uniti, hanno goduto di una sostanziale immunità e spesso atrocità simili sono avvenute ?ma sempre da qualche altra parte? (Chomsky 2003, 16). In questo senso Noam Chomsky parla di ?evento storico? (Chomsky 2001, 9), ma esclusivamemte per l'identità delle vittime coinvolte, non per le dimensioni o la natura dell'attacco: ?è stato un atto terribile ma non rappresenta purtroppo nulla di nuovo, violenze di questo tipo sono frequentissime solo che in genere accadono altrove? (Chomsky 2003, 98). Questa è certamente la realtà dei fatti e pochi potrebbero negarlo, ma allora sorge spontaneo chiedersi: come mai un tale atto ha suscitato tanta attenzione e apprensione da parte dell'intero mondo?
Cerchiamo quindi di analizzare a fondo quello che nella realtà internazionale, nei discorsi dei grandi filosofi e nell'immaginario collettivo ha significato quel giorno in cui morirono quasi tremila persone.
Di fronte a episodi così eclatanti è doverosa una pausa di riflessione per comprendere le motivazioni reali e insieme strettamente simboliche inscritte in quest'evento mondiale 2. Stiamo parlando di una serie di atti terroristici, pressappoco simultanei, che sconvolgono la popolazione americana, e insieme quella mondiale, per la recrudescenza di una violenza che pareva latente, sporadica ed episodica, e ancora per l'efferatezza della precisione con cui i protagonisti sono riusciti a centrare i propri obiettivi. L'America e il mondo fermi restano ad osservare attoniti, increduli di fronte all'esattezza e alla rapidità eccezionalmente compiuta da aerei di linea americani, semplicemente deviati rispetto alla loro ?normale? direzione di rotta.
Chi ha professato la ?fine della storia? (Fukuyama 1992) con il crollo del comunismo impallidirebbe di fronte all'evidenza di questa storia recente, punta di un iceberg di un retroscena tutto ancora da scoprire, analizzare e comprendere.
È terminato lo ?sciopero degli eventi?, tanto che Baudrillard (2002, 7-9) parla di ?evento assoluto?, ?evento puro che racchiude in sé tutti gli eventi che non hanno mai avuto luogo?. E in effetti è difficile non riconoscere la radicalità dell'atto sia per la palese grandiosità sia per il risalto fondamentale dato dai media; è da qui che si sviluppa la sensibilità che tale atto terroristico suscita nei governi e nella popolazione mondiale: ?l'11 settembre è accaduto qualcosa di inaudito e negarlo equivarrebbe ad ammettere che nulla oramai possa più fare evento? (Baudrillard 2003, 25 e 16). Come a sostenere che se non possiamo definire evento unico una tragedia di tali dimensioni e un atto così forte, allora in confronto all'11 settembre ogni altro atto terroristico appare quasi irrisorio perché si tratta di un evento che ?non ha equivalente alcuno?.
Proprio in quanto tale si tratta di un evento stupefacente in sé e per sé, che non è rappresentabile e quasi addirittura pensabile mediante le nostre tradizionali forme di espressione in quanto nella maggior parte dei casi esse tendono a esemplificare dei ?fatti? non degli ?eventi?. Accade spesso che gli eventi sono descritti solo ed esclusivamente come semplici fatti, accadimenti e solo quelli che riescono a sottrarsi a tale riduzione meritano ?il nome di eventi? (Baudrillard 2003, 20).
E allora partiamo dall'accezione più immediata che abbiamo di quest'accaduto così vicino alla nostra sensibilità da confondere i giudizi coscienti, ovvero dalle immagini e dalla loro fascinazione. Non è una scelta casuale ma è dovuta proprio al fracasso e all'impatto che le immagini del crollo delle torri hanno avuto nel mondo intero.
Viviamo oggi in quella società dello spettacolo che tempo addietro era stata predetta con estrema precisione da Debord: la forma vale più del contenuto, l'apparire più dell'essere, la società e il mondo sono oramai completamente materializzati in un'immensa costruzione che è sorta sulle rovine di ogni valore dello spirito e della morale.
Baudrillard sostiene che se gli attentati di Manhattan hanno estremizzato la situazione mondiale, hanno allo stesso modo ?radicalizzato il rapporto dell'immagine con la realtà? perché l'atto terroristico ha avuto la capacità di risvegliare il mondo dei media e ?resuscitare insieme? l'immagine e l'evento stesso.
Perso il significato concreto dell'evento dobbiamo domandaci: ?Che ne è allora dell'evento reale, se dappertutto l'immagine, la finzione, il virtuale entrano per perfusione nella realtà?? (Baudrillard 2003, 35-38). A ben guardare sembra quasi che sia la realtà ad essere diventata essa stessa finzione captando ogni insegnamento dell'universo della comunicazione odierna; ed è proprio nel rapporto tra media e realtà l'aspetto interessante su cui è il caso di soffermarci a riflettere attentamente. In base alla posizione di Jean Baudrillard, reale e apparenza appaiono inestricabili, il fascino dell'attentato alla più nota potenza internazionale è innanzitutto quello dell'immagine: è il reale ad aggiungersi all'immagine come un ?premio di terrore?, come un di più che dona il significato e il senso della vicenda.
Risulta quindi che la realtà viene ad essere privata della sua stessa sostanza; in questo senso la ?Realtà Virtuale? (?i?ek, 2002), quella creata dai media e dalle immagini che essi diffondono a ripetizione, è vissuta come la realtà reale senza però esserlo e così noi spettatori siamo portati a percepire ?la realtà reale come un'entità virtuale?. Per questo, per la maggior parte della popolazione nel mondo, ma anche per la stessa nazione colpita, gli attacchi sono vissuti come ?eventi televisivi? che ripropongono sequenze di immagini già viste in numerosi film in cui a farla da padrona sono le catastrofi.
Certo è che la maggior parte delle immagini diffuse sull'11 settembre mette in luce una sorta di inquadratura dall'alto, si concentra sugli aerei che colpiscono i propri bersagli, sulla direzione e sull'impatto, al massimo sui crolli seguiti, ma è impressionante quanto poco di reale si sia visto, di quel massacro, del sangue e delle vittime che hanno sofferto in prima persona. Questa tendenza facilita ancor di più la sensazione di vivere in un mondo virtuale, parallelo dove la vera realtà è lontana dalla percezione che noi possiamo avere di essa, di conseguenza si acuisce il sentore di aver a che fare con un ?major event? (Borradori 2003, 93).
I media evitano infatti di concentrarsi e dar conto delle storie in ombra, delle vicende e di delle memorie perdute ?rimaste alla base di quelle torri in fiamme? (Daniele 2003), preferendo descrivere dall'alto delle immagini la tragedia dell'11 settembre.
E tale connotazione è maggiore se pensiamo alla reazione degli spettatori dall'altra parte dell'Oceano: gli europei in particolare hanno assimilato quelle immagini come qualcosa che separa ?Noi da Loro e dalla loro realtà? (Zizek 2002, 18), quasi come a dire che ?il vero orrore accade lì e non qui?. Ed è forse questa sensazione che vuole esprimere Giovanna Borradori (2003) quando paragona l'esperienza degli europei, che vivono in terza persona l'evento guardando una serie di immagini in televisione, a quella dei newyorchesi, direttamente coinvolti nella scena 3.

Apocalisse fantascientificico e reale . Parecchi sono i film che preannunciano una qualsiasi forma di apocalisse ambientata nella grande mela. La catastrofe può avvenire per diverse e fantascientifiche cause, da fenomeni naturali a carattere eccezionali alle invasioni aliene. Ciò accade nel film Independence Day del 1996 (prima immagine) in cui degli aggressori galattici devastano New York e Los Angeles, realizzando un quadro di distruzione che è poco lontano da quello che accade la mattina dell'11 settembre 2001 (seconda immagine). La filmografia ha quindi previsto in modo quasi minuzioso un evento così colossale e traumatico, e, alimentandosi poi da ciò che è avvenuto realmente, ha continuato a produrre film simili e sempre più attinenti alla realtà. Ne è un esempio il film Cloverfield del 2008 (terza immagine) in cui a farla da protagonista è un mostro gigante che piomba su Manhattan causando panico e devastazioni immani.

Dolore nascosto ai grandi media

11 settembre in Italia e nel mondo . É evidente dalle copertine dei quotidiani e dai servizi televisivi che le immagini diffuse tendono a evidenziare il carattere eccezionale e spettacolare della tragedia, piuttosto che incentrarsi sul dolore della popolazione e sugli aspetti reali e peculiari delle vittime.
Dunque ci muoviamo nella direzione di Baudrillard (2003) quando considera l'11 settembre come un evento ?singolare?, ?unico? proprio perché da solo (senza l'apporto dell'apparato mediatico) non avrebbe senso, perché è ?irrappresentabile? di per sé e irriducibile ad un solo significato, ad una sola spiegazione in quanto eccede ogni tipo di pensiero.
Per certi versi simile 4 è la visione del filosofo Jurgen Habermas che definisce l'11 settembre come il ?primo evento storico mondiale in senso rigoroso? (Borradori 2003, 32). Al di là della grossa novità dei soggetti colpiti, egli sottolinea la dimensione mondiale attribuita all'evento proprio grazie alla diffusione di immagini a livello planetario, dirette ad un pubblico che è improvvisamente trasformato in ?testimone oculare universale?.
Parallelamente al perfezionamento tecnologico nelle pratiche belliche, il sistema mediatico è in grado di trasmettere una sempre maggiore quantità di immagini direttamente dal luogo degli scontri con l'intento di avvicinare gli spettatori a ciò che accade. Paradossalmente però si tratta di simulazioni fittizie o meglio poco reali che ci donano solo la sensazione, l'impressione di essere protagonisti dell'accadimento trasmesso, ma in realtà ciò che guardiamo con attenzione è solo il lato del reale che i media vogliono mostrarci.

Etichetta ripetuta di continuo
Ma cosa si nasconde allora concretamente dietro quest'evento tanto intriso di significati simbolici? Jacques Derrida è molto scettico a tal proposito in quanto pronunciando ?11 settembre? utilizziamo il linguaggio non nella sua funzione referenziale tradizionale ma lo obblighiamo a definire un trauma, che per essenza non è soggetto a una definizione univoca. Inoltre siamo portati a ripetere continuamente quest'etichetta proprio perché ?la ripetizioni è una reazione comune al trauma? (Borradori 2003, 158 e 94) per tentare così di esserne padroni e di superarlo. L'aspetto ?drammatico? che sottolinea Derrida sta nel fatto che oggi siamo portati a ripetere ?11 septembre, Septembre eleventh, 11 settembre? in maniera inconsapevole, cioè senza essere pienamente consapevoli del significato e senza chiederci cosa effettivamente si celi dietro tale terminologia 5. E, paradossalmente, la ripetizione appare tanto più necessaria quanto più non si conosce bene cosa si nomini proprio perché essa ha una duplice funzione: da una parte è utile a neutralizzare o almeno allontanare il trauma subito e dall'altra serve per negare la nostra ?impotenza a denominare in maniera appropriata? l'accadimento che ha causato il nostro shock. Insomma è una specie di espediente che mettiamo in atto dato che non sappiamo caratterizzare né pensare alla questione in altro modo, non sappiamo andare ?al di là del semplice dittico della data?.
Derrida preferisce non accettare l'accezione di evento per descrivere ciò che è successo in quella mattina di settembre dal cielo limpidissimo, sia perché non si è trattato di qualcosa di imprevedibile ? e quindi di evento in senso heideggeriano 6 ? sia perché non ci si può fermare ad una
valutazione ?quantitativa? (Borradori 2003, 99) 7ma si deve ricercare un giudizio qualitativo attraverso altre spiegazioni. Quello che colpisce è però la conclusione della sua argomentazione: il filosofo francese fa notare che se certamente non ci troviamo di fronte ad un evento nel senso unico del termine così come l'ha delineato Baudrillard, rimane comunque ?l'impressione di aver a che fare con un major event? (Borradori 2003, 159). Noi tendiamo spesso a confondere le impressioni immediate e con quelle proposteci dai media; per questo, anche se non siamo di fronte ad un evento in senso stretto abbiamo comunque l'impressione che lo sia. In sostanza Derrida tende ad analizzare l'evento per quello che è nella realtà oggettiva ma suggerisce anche quella sfumatura di significato aggiuntivo che i media ci hanno trasmesso e che noi abbiamo, inevitabilmente, fatto nostra.
Dei quattro aerei che hanno colpito il territorio americano, due sono ricordati probabilmente con maggiore coinvolgimento da parte del popolo statunitense: il volo American Airlines 11 che alle 8.46 del mattino si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center e il volo United Airlines 175 che, dopo quasi venti minuti, impatta contro la Torre Sud.
La costruzione delle Twin Towers fu proposta nel 1966 dall'architetto Yamasaki Monoru, nel 1973 al momento della costruzione sono gli edifici più alti del mondo con i loro 415 metri d'altezza superano persino l'Empire State Building, il loro ?fratello segreto? (Belpoliti 2005, 58). Si nota fin da subito l'esistenza di ?un incanto particolare in questa duplicazione? (Baudrillard 2003, 10) dato che non sono assimilabili agli altri grattacieli solitari diffusi nelle città che riflettono gli edifici intorno. Le torri invece sono poste l'una accanto all'altra, come due sorelle e sono ?una il riflesso dell'altra? (Belpoliti 2005, 93); abbiamo a che fare con edifici perfettamente identici ed ?equilibrati nella loro dualità? quasi fossero clonati. Da subito diventano il cuore del capitalismo americano, a due passi dalla Borsa di Wall Street, e il simbolo della città di New York negli Usa come nel mondo; eppure si intravede una sfumatura di antico e di imperiale nella denominazione di ?torri? piuttosto che di ?grattacieli?, icona della modernità.

Twin Towers: simbolo indiscusso di New York
Già nel 1993, il 26 febbraio, subiscono il loro primo attentato tramite un furgone pieno di esplosivo parcheggiato nei sotterranei. Il bilancio è di sei morti e più di mille feriti ma il crollo dei due giganti non avviene.
Negli anni Novanta cresce l'apprensione e, quasi, l'attesa per il vero cedimento definitivo attraverso un nuovo attentato che avrebbe dovuto colpire New York; dal cinema alla narrativa, dai discorsi della gente comune alle conferenze di intellettuali tutti lo aspettano ma ?non si sapeva bene quando? (Belpoliti 2005, 60).
La ?performance assoluta? (Baudrillard 2003, 15) della loro distruzione è invece avvenuta l'11 settembre 2001. Un'ora dopo essere colpita, la Torre Sud del Wtc crolla su se stessa e alle 10.28 cade anche la Torre Nord, la prima ad essere centrata dall'aereo kamikaze. Se prendiamo per buona la considerazione dello scrittore Paul Virilio, per cui ?creare un evento significa provocare un incidente? (Belpoliti 2005, 85), in questo caso possiamo dare ragione a Baudrillard che definisce il crollo delle due torri come ?l'evento simbolico massimo? (Baudrillard 2003, 11-12). L'obiettivo dei terroristi quel giorno è infatti diretto al ?centro nevralgico del sistema?, al cervello e al cuore degli Stati Uniti e ciò acuisce enormemente la portata simbolica dell'evento. E infatti se una delle due torri fosse rimasta integra ?l'effetto non sarebbe stato per nulla lo stesso?; i crolli a poca distanza l'uno dall'altro e l'immagine di un cedimento parallelo hanno contribuito a lasciare nell'immaginario collettivo la sensazione di aver a che fare con qualcosa di assolutamente insolito, inimmaginabile e sorprendente.

Crollano i colossi
Per un giorno la popolazione americana si è fermata: tutti davanti allo schermo televisivo ?fissavano paralizzati dall'orrore? (Foster Wallace 2003, 34 e 40), tutti attoniti a veder riprodurre all'infinito le medesime tragiche immagini ritrasmesse ?nell'eventualità che i telespettatori si siano appena sintonizzati e non le abbiano ancora viste?; il fatto insolito è che nessuno pare accorgersene.
Questo è un segno evidente che, per quanto i film di fantascienza e la letteratura hanno proposto la rappresentazione di un'apocalisse totale, e per quanto tutti abbiano ?sognato quell'evento? (Baudrillard 2002, 9), nessuno poi era realmente pronto a viverlo.
Per questo è calzante l'accezione di evento perché la popolazione ha la certezza di aver a che fare con qualcosa di assolutamente insolito, che non regge paragoni con nessun altro episodio da loro ricordato e che tocca nel profondo le coscienze nazionali statunitensi, che fino ad allora sono assopite.
Sono tangibili tra la popolazione americana l'incredulità e la volontà di non accettare l'evidenza dell'accaduto proprio perché essa deve gestire un trauma più grande del previsto talmente imprevisto da non riuscire ad ammetterlo.
In precedenza tali edifici non erano amati come invece gli statunitensi faranno dopo, infatti Baudrillard (2003, 11-16) afferma che è proprio ?grazie? al terrorismo che esse ?sono divenute il più bell'edificio del mondo?. E paradossalmente anche la loro fine viene vissuta come qualcosa impeccabile, costruite come gemelle e simmetriche suggeriscono forse maggiormente un sentimento contraddittorio misto ?di attrazione e repulsione, quindi da qualche parte la segreta brama di vederle scomparire?, perciò tale giorno è stato realizzato in precedenza da film e racconti.
Baudrillard sostiene che proprio la loro implosione riflessiva ci suggerisce ?l'impressione che si suicidassero in risposta al suicidio degli aerei-suicidi?. Il filosofo sostiene che ?è stata l'aggressione simbolica a comportare il crollo fisico delle Torri?, come se la potenza americana avesse ceduto per effetto di uno sforzo eccessivo, quello di essere considerata e di mostrarsi come il modello di società per eccellenza, e di conseguenza anche le Torri che incarnavano quel simbolo sono venute meno. Ed è in questa tesi che possiamo leggere anche una sfumatura di condanna e di complicità del sistema con la sua stessa fine: ?l'Occidente in posizione di Dio, di onnipotenza divina e di legittimità morale assoluta, diviene suicida e dichiara guerra a se stesso?.

Il nemico colpisce: percezione della vulnerabilità
La devastazione delle due anime del progresso americano ha infatti infranto l'illusione di una sicurezza ferma, di un'immunità eterna così radicata nelle convinzioni dei dirigenti e del popolo degli Usa. ?La coppia di amati-odiati genitori non c'è più?L'America si sveglia orfana? (Belpoliti 2005, 61), cullata dal benessere e dal mito della propria invincibilità, la nazione statunitense l'11 settembre si leva priva delle sue certezze.
Il senso di insicurezza generato dagli attentati al World Trade Center è assai profondo e arriva a toccare ogni animo proprio perché si sviluppa l'idea che non si tratti di un episodio singolo o di un'emergenza contingente ma piuttosto di una situazione continua nel tempo (com'è nell'intento dell'azione terroristica contemporanea) ed è quindi necessario da parte del popolo ?abituarsi al pensiero che in ogni momento può andare in pezzi la normalità? (Portelli 2003, 90-93). Nella quotidianità dei newyorkesi si evince la sensazione di vivere ?sull'orlo dell'estinzione?, uno stato d'animo costante che è dovuto in parte anche alla conformazione della città stessa ossia ?dal suo costituirsi come perfetto bersaglio? ed è quindi inevitabile che sia soggetta a potenziali attacchi che tengono con il fiato sospeso i suoi abitanti.
L'attacco dell'11 settembre che concretizza la possibilità non più potenziale, come si è pensato dopo l'attentato del 1993, ma reale di essere i bersagli per eccellenza del terrorismo di matrice fondamentalista (dato che, sempre secondo le indagini ufficiali e non, i terroristi responsabili verrebbero da tale ambiente). Purtroppo il senso di invulnerabilità è una costante nell'identità nazionale degli statunitensi, l'essere smentito in maniera così spettacolare e visibile umilia la coscienza della popolazione che, oltre a subire il dolore per la perdita di molti connazionali, vive dopo l'11 settembre in un perenne stato di insicurezza, ossessionata dal ripetersi di nuovi attacchi.
Tale stato d'animo è di natura irrazionale, paragonabile ad una psicosi collettiva che colpisce popolo e classe politica, non facilita affatto il superamento del trauma poiché ciò che si teme è inscritto nel futuro stesso.
All'indomani del dramma dell'11 settembre abbiamo visto crescere il timore collettivo ma ciò rischia di privare i cittadini statunitensi della capacità di superare il trauma e tornare alla propria vita quotidiana.
Per tentare di superare questo momento incredibilmente traumatico, è necessario prima di tutto un'analisi di coscienza ma anche essere ?abbastanza forti da ricordarlo correttamente? (Zizek 2002, 26) poiché solo così è possibile successivamente affrontare il dolore e dimenticare completamente il trauma, rimuovendolo.
L'11 settembre in questo senso potrebbe essere visto come una grande opportunità per tentare di avviare una riflessione seria sul proprio ruolo nello scenario internazionale e nelle zone calde del mondo. Ma tale occasione non sarà sfruttata dagli Usa, anzi sarà addirittura ingiustamente ignorata perché l'attacco alle Torri gemelle e al Pentagono non ha colpito solo i simboli della finanza e del primato militare americano ma quell'ipotesi di convivenza pacifica, di equilibrio dello scacchiere internazionale. Tale affermazione è ben testimoniata dallo stato di grave instabilità politica e sociale presente nei paesi attaccati dalla guerra al terrorismo, senza tralasciare lo stato di totale povertà della popolazione e, non ultima, la mancanza palese della presunta efficacia delle azioni militari.

Reazione antiterroristica
Oltre a comprendere le dinamiche che portano all'attacco, una delle soluzioni più consone per riuscire a vincere il dramma è quello di raccontarlo: per lasciarsi alle spalle uno shock storico di questa portata c'è bisogno ?di racconto, di narrazioni in grado di restituire a un popolo la sua memoria e la sua normalità? (Daniele 2003, 157-158). A partire dalla miriade di bigliettini e messaggi, dalle foto e dai peluche attaccati ai cancelli di Trinity Church e di Union Square fino ad arrivare alle memorie personali, ai resoconti spontanei e ai racconti dei grandi scrittori, ciò che emerge è la forza terapeutica ?insostituibile? della narrazione.
È un'esigenza diffusa tra la gente che ha vissuto in prima persona quest'evento, lo leggiamo nelle parole di Suher Hammad: ? Ho pianto quando ho visto quegli edifici crollare su se stessi come cuori spezzati, non ho mai provato un dolore che abbia tanta necessità di manifestarsi ? (Hammad 2002, 77).
Bisogna dunque ripartire da quel giorno, dalle sue descrizioni, dal suo significato simbolico ed effettivo, dalle storie delle persone comuni, dal dolore e dallo smarrimento, dall'incredulità, da quel senso di vulnerabilità estremo che tutti hanno conosciuto e fatto proprio tramite l'immagine dei corpi di coloro che si gettano dalle torri suicidandosi: ?puntini neri, poco più che formiche, contro la fiancata del grattacielo? (Belpoliti 2005, 50).

Chi sceglie l'atto più disperato: gli ?jumpers?
Ciò che colpisce maggiormente la popolazione statunitense e sottolinea il profondo senso di umiliazione sono appunto le immagini ?insostenibili? (Carbone 2007, 97) delle scarpe di questi suicidi: suggeriscono la sensazione di aver a che fare con qualcosa di irreale eppure visibile nella realtà, qualcosa di inimmaginabile eppure effettivamente concretizzato, qualcosa ?che rendeva il tutto anche peggiore? (Foster Wallace 2003, 34-35) e che tutti fissavano sugli schermi come se fossero ?paralizzati dall'orrore?: ?le scarpe sono la cosa peggiore? (Schwartz 2005, 94).
Dell'evento apocalittico, che distrugge il World Trade Center e i numerosi edifici ad esso connessi, ciò che rimane dopo l'11 settembre è solo un cumulo di residui, macerie, resti e detriti di ogni genere sia in senso materiale sia simbolico, soprattutto per tutti i nove mesi di lavori fino al completo sgombero, conclusosi il 30 maggio 2002.
Non è un caso che il ?luogo del disastro? (Belpoliti 2005, 50 e 80) è denominato Ground Zero per delineare la totale devastazione subita dal Wtc in seguito agli attentati, ma anche per indicare il punto zero da cui ripartire per ideare un nuovo futuro e quindi anche una nuova architettura. Le macerie ci pongono di fronte a un duplice quesito ?come liberarcene? cosa costruire al loro posto??, ed è subito dopo lo sgombero e l'operazione di ripulitura del luogo in cui sorge il maggiore complesso commerciale del mondo che ci si inizia a chiedere cosa potrebbe sostituire le torri gemelle nello skyline di Manhattan.
Inizialmente, e per parecchie settimane, Ground Zero è sinonimo d'emozioni: tristezza, rabbia, paura, dolore, forza. Poi si è semanticamente allargato per includere la consapevolezza della morte, la razionalizzazione dell'attentato, il tentativo di comprendere il significato storico di quel momento, la difesa della democrazia, le tensioni politiche internazionali e i preparativi per una guerra così fortemente voluta da alcuni e così fortemente osteggiata da molti. I cittadini di New York sono divisi tra chi non ammette alcuna costruzione possibile per lasciar intatto il vuoto di quella tragedia e chi, invece, ha voglia di ricominciare ?da zero? per ricostruire completamente l'area.

Le macerie di Ground Zero
E infatti la domanda fondamentale che assilla l'animo di molti è: su Ground Zero si edificherà per ricostruire, oppure per ricordare? Difficile rispondere in maniera univoca. Da un lato, qualunque cosa Ground Zero sarà in futuro, esso rimarrà comunque, per sempre, anche il luogo di una catastrofe epocale e quindi non è possibile ripulire e ricostruire come se nulla fosse accaduto. D'altra parte una risposta troppo vicina a quelle emozioni e a quella memoria, troppo centrata sull'evocazione del disastro, produrrebbe risultati architettonicamente contrari al bisogno di rigenerazione, di ?nuovo inizio? impliciti nell'atto stesso della ricostruzione.
L'esigenza da soddisfare non è affatto semplice, bisogna progettare una struttura che regga il confronto con i due pilastri che rendono celebre la Grande mela e che, allo stesso tempo, trasmetta il dramma vissuto quel giorno.
Il nodo si complica se pensiamo che, oltre la necessità di rappresentazione simbolica e di costruzione della memoria, si aggiungono le aspettative del mondo del commercio, dell'economia ma anche dell'architettura; e non ultima la necessità di risolvere un evidente problema di sicurezza dal momento che ricostruire significa anche offrire un nuovo e, forse, più appetibile bersaglio.
In effetti la ricostruzione di Ground Zero crea in qualche modo un momento culturale unico, dove considerazioni morali, estetiche e politiche si incontrano e scontrano con i molti vincoli urbanistici e architettonici ma anche economici, senza dimenticare le esigenze di una cittadinanza in lutto. L'ardua sfida è vinta nel febbraio 2003 dall'architetto di origine ebraico-polacca Daniel Libeskind al termine di un concorso in cui il suo progetto viene preferito agli altri.
A Ground Zero il dolore arriva ad una fase matura e si trasforma in volontà di reazione. Daniel Libeskind è maestro nel creare edifici in grado di riflettere il pathos, il valore e la portata simbolica di un giorno come l'11 settembre proprio perché è capace di esprimere allo stesso tempo sofferenza e desiderio di riscatto.
Il progetto, infatti, rispecchia questa duplice pretesa: da una parte il ricordo delle vittime, il rispetto della loro memoria e dunque l'intenzione di ?confrontarsi con la tragedia dell'atto terrorista, non seppellirla? (Libeskind 2005, 14 e 47), come afferma direttamente l'architetto; dall'altra la propensione per il futuro, per il rinnovamento e il superamento del lutto; è quindi possibile per Libeskind ricostruire e allo stesso tempo ricordare. La sua proposta colpisce la ?sensibilità di tutti?, poiché si basa sul fatto che quando le torri gemelle crollano, il grande argine sul lato ovest resiste e contiene le acque del fiume Hudson.
Quel luogo identifica il memoriale, The Park of Heroes : un grande buco che deve rimanere aperto e vuoto, una sorta di ferita ben visibile simile ad un pozzo fornito di una passerella che permette di ?camminare attorno al luogo del ricordo? (Belpoliti 2005, 128 e 13) e contemplarlo dall'alto ammirando in quella ?voragine immensa? le due impronte delle torri gemelle. Lascia infatti in bella vista gli unici muri che resistono al crollo, poggiati su fondazioni di roccia.

I veri eroi di quel giorno: i soccorritori
La denominazione di ?heroes? è dovuta all'intenzione dell'architetto di omaggiare le migliaia di persone che in quei faticosi giorni si sono prodigate per soccorrere tempestivamente la popolazione sotto le macerie, come, infatti, dichiara nel suo libro: ?volevo ricordare gli eroi di quel giorno, e avevo tracciato su una mappa i tragitti percorsi dai soccorritori, dalla polizia e dai vigili del fuoco per giungere alle torri? (Libeskind 2005, 46).
All'epicentro di questo sito, l'architetto studia una sistemazione per il Museo della memoria per aiutare ad evitare di rimuovere un trauma senza prima conoscerlo a fondo, proprio come abbiamo visto precedentemente.

Due fasci di speranza nel cielo
Il secondo luogo del ricordo, The Wedge of Light , è un'idea di grande impatto emotivo e dal forte connotato simbolico per la quale una volta
all'anno, esattamente l'11 settembre, tra le 8.46 (orario del primo impatto) e le 10.28 (orario del crollo della seconda torre) del mattino ?due linee di luce? illumineranno la piazza proprio perché Libeskind è convinto che ?anche la luce del sole deve far parte del progetto? (Libeskind 2005, 15 e 51). Il muro per ricordare e non dimenticare ciò che è accaduto, la luce per guardare al domani, vincere il dolore e sperare nel futuro, infatti egli definisce i due fasci di luce come ?raggi colmi di speranza?.
Ma la struttura più sensazionale, quella che restaura e ridefinisce il profilo di New York, è The Antenna Tower , una gigantesca torre appuntita alta 541 metri (125 metri in più delle torri gemelle), situata sull'angolo nord occidentale

Freedom Tower: la nuova realtà
Ancora una volta un simbolo insito nella sua altezza ossia 1776 piedi: un numero emblematico per gli americani che richiama facilmente alla data della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti.
Gli edifici che fanno da contorno alla nuova torre contengono inoltre il Gardens of the World ; si tratta di una costruzione a serra, riempita con giardini pensili verticali proprio perché le piante sono ?il simbolo dell'affermazione della vita? (Libeskind 2005, 46). In sostanza sulle rovine, sul grande buco, si innalza la vita identificata nella torre più alta del mondo e nei giardini vicini.
È evidente che il progetto traspira di significati metaforici e simbolici, forse gli unici adatti a poter esprimere il valore di un luogo oramai storico e i soli a poter concretamente ripristinare lo skyline della città.