Bruno Ziglioli
Il disastro di Seveso tra ecologia e politica
?Un intero quartiere di Seveso è stato dichiarato zona invasa da gas tossici, con un'ordinanza emessa ieri sera dal sindaco della città [?]. Nell'ordinanza il sindaco Rocca vieta agli abitanti della zona di ingerire prodotti ortofrutticoli, o comunque a contatto con il terreno della zona. Sarà inoltre vietato alla popolazione di toccare animali ed ortaggi [ed è fatto obbligo] di osservare una scrupolosa igiene e pulizia personale avvalendosi di acqua resa sterilizzata mediante bollitura? 1.
Con queste stringate parole, tratte da un minuscolo articolo pubblicato sabato 17 luglio 1976 sulle pagine milanesi del ?Corriere della Sera?, l'opinione pubblica venne informata per la prima volta dell'incidente avvenuto esattamente una settimana prima ? il 10 luglio ? all'interno del reparto B dello stabilimento Icmesa di Meda, dove si produceva una sostanza chimica chiamata triclorofenolo. L'azienda era di proprietà del gruppo svizzero Givaudan, a sua volta filiazione della multinazionale farmaceutica Hoffmann-La Roche. Il dramma, in tutta la sua portata, era solo all'inizio: non si conosceva ancora la natura e il tipo di sostanza inquinante (si sarebbe cominciato a parlare di diossina solo il 21 luglio) 2, né l'estensione reale della zona colpita.
In quell'estate, mentre i giornali pubblicavano le prime vaghe notizie su un incidente in una fabbrica chimica della Brianza, il paese stava affrontando un passaggio estremamente delicato della sua storia. Il 20 giugno si erano svolte elezioni politiche che, nelle speranze o nei timori di molti, avrebbero potuto portare a un cambiamento radicale degli equilibri politici. Dopo l'indiscutibile successo comunista nelle elezioni amministrative dell'anno precedente, infatti, sembrava essere in atto un consistente spostamento verso sinistra, alimentato dalla situazione economica, dagli scandali politico-finanziari e dal movimentismo giovanile, che aveva avuto modo di esprimersi elettoralmente anche attraverso l'abbassamento della maggiore età a diciotto anni.
I risultati delle elezioni confermarono parzialmente la tendenza emersa nelle consultazioni regionali del 1975: il Pci, infatti, raggiunse il suo massimo storico, ottenendo il 34,4% dei voti. D'altro canto, la Dc recuperò tutti i consensi perduti alle amministrative, attingendo voti soprattutto dai partiti laici minori e attestandosi al 38,7%. Il Psi incassò invece un risultato deludente (9,7%) ? soprattutto se confrontato con il 12% dell'anno precedente ? che rimise in discussione la dirigenza e l'intera linea politica del partito. Le elezioni, insomma, finirono per avere due vincitori, il Pci e la Dc, mentre le altre forze politiche arretrarono o rimasero ferme.
Nonostante la Dc avesse ricevuto dai suoi elettori un chiaro mandato anticomunista, non vi erano molte alternative a una qualche forma di collaborazione tra i ?due vincitori?, sui quali si erano concentrati i tre quarti dei voti degli elettori italiani (Giovagnoli 1996, 177). I partiti laici e il Psi mantenevano sulla carta un peso coalittivo notevole ? basti considerare che il centrosinistra disponeva ancora di una maggioranza del 54,8% ? ma la sconfitta elettorale ne accrebbe la paralisi, e risultarono incapaci di accordarsi su una strategia comune (Colarizi 1998, 475).
L'11 agosto 1976 un monocolore democristiano, sorretto dall'astensione di tutti i partiti dell'arco costituzionale (dal Pli al Pci) e guidato da Giulio Andreotti, ottenne la fiducia alla Camera: venne definito ?governo della non-sfiducia? o ?governo delle astensioni?. Esso durò fino al 1978 quando, in concomitanza con il drammatico sequestro di Aldo Moro, i comunisti entrarono nella maggioranza e votarono la fiducia a un secondo governo Andreotti, pur senza partecipare direttamente all'esecutivo con ministri propri.
L'esperienza dei governi di solidarietà nazionale, verso cui i comunisti nutrivano aspettative considerevoli, produsse effettivamente un notevole sforzo riformatore. Fu però un tentativo che scontò uno iato profondo tra le eccessive speranze suscitate dal compromesso storico e i concreti risultati ottenuti, tanto da sminuirne la portata e l'importanza agli occhi della stessa opinione pubblica (Ginsborg 1989, 530-531; Crainz 2005, 541-553).
In questi anni si ebbe comunque l'occasione di mettere alla prova, seppure in modo parziale e incompiuto, quella concezione organica della società e della democrazia che stava alla base della formula berlingueriana del compromesso storico: in una democrazia difficile come quella italiana, il conflitto non poteva essere considerato un elemento fisiologico, necessario e positivo, come avrebbe voluto una visione liberale; al contrario, esso andava esorcizzato, contenuto, attraverso l'intesa tra le masse rappresentate dai grandi partiti popolari (Ignazi 1999, 144-145). Tale concezione, propria soprattutto del Pci, si scontrava nella realtà con un conflitto socialmente diffuso; inoltre, essa non trovava una perfetta corrispondenza nella concezione morotea del compromesso storico, la quale manteneva come strategica la centralità democristiana nel sistema (Giovagnoli 1996, 180; Galli 1993, 286; Craveri 2003, 45-46).
Dati questi limiti, la teoria della democrazia organica si ridimensionò nella pratica a un modello meno ambizioso di democrazia consociativa, o di ?democrazia dei partiti? (Colarizi 1998, 476-479; Crainz 2005, 534-535). Il fragile equilibrio politico, in piena emergenza terrorismo, era esposto a continui rischi di rottura: qualsiasi rivendicazione, parlamentare o di piazza, della società civile o della società politica, qualsiasi avvenimento più o meno straordinario, rischiava di lacerarne il debole filo, costringendo a faticose mediazioni tra partiti, interessi e culture (Ginsborg 1989, 531). L'incidente di Seveso fu uno di quegli avvenimenti.
Con il disastro di Seveso ci si trovò di fronte ?ad un groviglio di problemi non unicamente afferibili ad una questione di ricostruzione ? come accade per una catastrofe naturale ? ma relativi ai più svariati aspetti, da quello giuridico a quello sociale, a quello economico, a quello morale?. Così si espresse il presidente della giunta regionale lombarda, Cesare Golfari, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta 3.
L'incidente del 10 luglio 1976, infatti, provocò un trauma che andò ben al di là di un problema di calamità pubblica, e che investì davvero tutta la gamma di questioni ricordate da Golfari. Fu un evento che, come molti altri in quel periodo, mise alla prova la tenuta del sistema nel suo complesso: lo fece in modo particolarmente brutale in Lombardia e sulle popolazioni locali, ma non si limitò a quell'ambito. Esso fu suscettibile di estendere i suoi effetti politici all'intero paese, interferendo con il delicato equilibrio che presiedeva all'agenda della solidarietà nazionale, e alimentando le spinte conflittuali di vario genere che il compromesso storico si proponeva di contenere.
Sul piano istituzionale, il disastro di Seveso dovette essere affrontato primariamente dalla Regione Lombardia, presso la quale, già dal luglio 1975, si stava sperimentando una forma di collaborazione tra Dc e Pci. All'indomani delle elezioni regionali, infatti, si era insediata una giunta di centrosinistra, guidata dal democristiano della corrente ?Base? Cesare Golfari, che aveva beneficiato dell'astensione comunista al momento della sua elezione (si parlò così di ?giunta aperta? o di ?centrosinistra aperto?). In questo senso la Lombardia fu una sorta di laboratorio politico, in anticipo sui tempi dei governi di solidarietà nazionale. Nel dicembre 1975 il gruppo comunista diede infatti il proprio voto favorevole al bilancio di previsione e alle linee programmatiche presentate dalla giunta; nell'ottobre 1976, il varo della seconda giunta Golfari fu accompagnato da una rinnovata astensione comunista e da una rafforzata convergenza programmatica; infine, nell'aprile 1978, la terza giunta Golfari fu eletta con il voto favorevole del Pci. Si trattava, anche in quest'ultimo caso, di qualcosa di più avanzato del governo di solidarietà nazionale: non vi era la presenza diretta del Pci nell'organo esecutivo, certo, ma il programma, le strutture e gli assetti erano stati decisi con la piena adesione dei comunisti (Bonabello 2002-2003, 189-211).
Il fatto che l'incidente dell'Icmesa si fosse verificato proprio nel momento in cui si andava faticosamente completando il passaggio di funzioni dallo Stato alle Regioni non produsse certo linearità e coerenza dell'intervento, data la sovrapposizione di competenze, e si manifestò l'urgente necessità di un coordinamento. Il 27 luglio ? dopo alcuni giorni di polemiche reciproche tra i due livelli di governo 4 ? il ministro dell'Interno Cossiga aveva prospettato al presidente Golfari la possibilità di dichiarare, su richiesta della Regione, lo stato di calamità naturale, e di nominare un commissario governativo ad hoc . La giunta lombarda preferì non avvalersi di questa possibilità; domandò invece che la gestione dell'emergenza e le operazioni di bonifica fossero delegate alla Regione e agli enti locali, formulando nel contempo la richiesta di un provvedimento finanziario speciale. Anche i consiglieri comunisti erano contrari alla gestione commissariale, e la decisione della giunta contribuì a rafforzare la collaborazione con il Pci (Bonabello 2002-2003, 226-229; Centemeri 2006, 37). L'assessore alla Sanità Vittorio Rivolta, democristiano appartenente anch'egli (come Golfari) alla corrente ?Base?, venne delegato dalla giunta a seguire ?in tutti gli aspetti e con ampi poteri la situazione determinatasi a Seveso e zone limitrofe? (Conti 1977, 31).
Per assicurare un'ampia autonomia nell'intervento regionale, in un contesto in cui il trasferimento di funzioni alle Regioni era soltanto parziale 5, il governo dovette provvedere con un apposito decreto legge (il n. 542 del 10 agosto 1976, poi convertito nella legge n. 688 del 8 ottobre 1976). Esso innanzitutto stanziava 40 miliardi di lire per la zona inquinata; disponeva inoltre che la Regione provvedesse, anche a mezzo di delega agli enti locali, agli interventi urgenti rientranti nella propria competenza o in quella a essa delegata dal decreto stesso; infine, impegnava la Regione a verificare entro tre mesi l'ammontare dei danni economici e a determinare, con legge regionale, ?le modalità e i criteri degli interventi della Regione e degli enti locali, nonché le relative procedure amministrative e di spesa?. Il provvedimento aveva lo scopo di superare la dispersione di competenze tra organi statali e regionali. In realtà l'approvazione dei programmi di bonifica andò incontro a una gestazione molto lunga e difficile: la legge attuativa del decreto governativo venne emanata solo all'inizio del 1977 (legge regionale n. 2 del 17 gennaio 1977), e solo il 2 giugno di quell'anno il consiglio regionale fu in grado di approvare, con la delibera n. 488, i cinque programmi operativi previsti dalla legge di gennaio (Bonabello 2002-2003, 231-233).
Per rimediare all'incredibile giungla di organismi tecnici, commissioni, tavoli di studio, creati dagli enti più disparati, che fino a quel momento si erano occupati di studiare e predisporre gli interventi, nella legge regionale n. 24 del 17 giugno 1977 ? approvata dal consiglio nella stessa seduta del 2 giugno ? veniva istituita la figura dell'incaricato speciale: un vero e proprio ?assessore per Seveso?, che assommava su di sé, per il territorio contaminato, tutti i poteri della giunta regionale (Bonabello 2002-2003, 236-239). A ricoprire questo ruolo, ?una via di mezzo tra il commissario governativo e il superassessore? (Rocca 1980, 121), venne chiamato l'ex sindaco democristiano di Como Antonio Spallino.
L'incidente dell'Icmesa aveva svelato l'assoluta inadeguatezza della legislazione italiana in materia di prevenzione dei rischi industriali, frammentata in decine di leggi e di regolamenti che disciplinavano settori specifici, e che attribuivano la competenza sulle autorizzazioni e sui controlli a una miriade di enti settoriali spesso inadeguati tecnicamente, e quasi sempre non coordinati e non comunicanti fra loro. Il trasferimento dei poteri alle Regioni, non ancora ben rodato nel suo equilibrio con le prerogative statali, implicava il pericolo che il quadro normativo, anziché semplificarsi, diventasse ancora più complesso, macchinoso e territorialmente differenziato.
Non si trattava solo di un problema legislativo, ma anche culturale. Il caso di Seveso ? seguito con grande attenzione dall'opinione pubblica internazionale ? aveva penetrato le coscienze, contribuendo alla nascita di una nuova cultura ambientalista e ad una prima evoluzione nell'atteggiamento delle autorità politiche verso i temi ecologici (Scichilone 2006, 87-92). Concetti come quelli di ?crisi ambientale?, di ?ecopolitica?, di ?rischio tecnologico maggiore? ? fino ad allora confinati alle discussioni di scienziati e di intellettuali in alcuni cenacoli perlopiù americani ? cominciarono a diventare patrimonio comune di nuovi movimenti ambientalisti, e a suscitare alcune riflessioni nella classe politica in generale (Delort, Walter 2002, 335-336).
Così, se fino al 10 luglio 1976 il movimento ecologista italiano era cresciuto attorno a due riviste come ?Ecologia? e ?Sapere? ? animate rispettivamente da Virginio Bettini e da Giulio Maccararo e di orientamento sostanzialmente anticapitalista ed extraparlamentare (Papa 2003, 422-431) ? dopo l'incidente di Seveso accadde che Barry Commoner, uno dei fondatori dell'ecologia moderna, venisse consultato dalla Regione Lombardia e invitato in Italia per un ciclo di conferenze. Lo scienziato americano, in un'intervista al ?Corriere della Sera?, dichiarò: ?Seveso [?] non è un semplice caso. La verità è che questo genere di tecnologie e di processi industriali operano sempre alle soglie della tragedia. [?]. È assolutamente indispensabile impedire che il potere decisionale spetti alle aziende e al loro management . Adesso si discute su cosa sia accaduto a Seveso, e perché. [?]. Se si fosse provveduto per tempo a chiedere ai veri interessati, ai lavoratori e alle loro organizzazioni, un parere specifico, sono persuaso che si sarebbe impedito il disastro. [?]. Anche noi, scienziati, possiamo agire soltanto se l'iniziativa viene data agli interessati, e non ai centri di potere? 6. Si trattava di argomentazioni che l'ecologista statunitense aveva sviluppato in alcune sue celebri opere, come Il cerchio da chiudere (1972) ed Ecologia e lotte sociali (1976) 7.
Gli stessi lavoratori, evocati da Commoner come chiave di volta per la messa in opera di una efficace tutela ambientale, cominciarono a mutare atteggiamento: ancora in occasione del disastro di Seveso, infatti, essi avevano mostrato ostilità verso l'ambientalismo, cercando spesso di ridimensionare i rischi esistenti e i danni subiti per favorire il rapido ritorno alle attività lavorative (Neri Serneri 2003, 375). Negli anni successivi, invece, il movimento sindacale cominciò a porsi problemi diversi e ad allargare il campo della sua analisi a una riflessione generale sul legame tra industria e ambiente, andando oltre la semplice tutela dei posti di lavoro e della sicurezza interna agli stabilimenti (Penelope 2006, 57-59). Si trattò comunque di un processo molto graduale: nel 1987 ? undici anni dopo i fatti ? la Cgil organizzò un convegno intitolato ?Proposta ambiente? (Pavanello, Terzi 1987), che venne presentato come il primo incontro nel suo genere promosso dal sindacato, dove si confrontarono esperti di ecologia di varia natura (giuristi, economisti, medici) e rappresentanti degli interessi diffusi (politici e sindacalisti).
Le questioni aperte dall'incidente di Seveso in materia di tutela ambientale e di prevenzione dei rischi industriali stavano investendo anche le istituzioni delle Comunità europee. Pochi mesi dopo il disastro, nel settembre 1976, il gruppo socialista e quello democratico cristiano del Parlamento europeo presentarono due interrogazioni orali alla commissione delle Comunità, con le quali si chiedeva essenzialmente che venisse riconosciuta con più forza la dimensione sovranazionale dei problemi ambientali, e che si procedesse pertanto a un adeguamento delle politiche e delle normative comunitarie. Il commissario europeo responsabile della politica ambientale ? l'italiano Carlo Scarascia Mugnozza ? rispose garantendo che la commissione, di cui era vicepresidente, avrebbe utilizzato tutti i mezzi a sua disposizione per fronteggiare le impellenti esigenze che erano emerse dal disastro italiano. Non era un compito facile: una politica ambientale che regolamentasse la produzione di sostanze chimiche avrebbe avuto necessariamente pesanti riflessi sulla politica industriale e commerciale, e avrebbe generato frizioni e resistenze in alcuni Stati membri, a cominciare dalla Francia. Con la commissione presieduta da Roy Harris Jenkins, insediatasi il 6 gennaio 1977, e con la gestione della politica ambientale affidata al nuovo vicepresidente Lorenzo Natali, venne invece dato il via alla preparazione di una direttiva comunitaria, tesa a regolamentare la gestione dei rischi industriali in via preventiva (Scichilone 2006, 92-105).
Le istituzioni, insomma, si trovarono a operare in un contesto culturale, politico e normativo che, almeno sul piano delle proposte, sembrava essere in rapida evoluzione. Nel caso italiano si trattò in larga misura di una illusione ottica: una sensibilità ambientalista aveva appena cominciato a uscire dai ristretti circoli nei quali era rimasta confinata sino a quel momento. Avrebbero dovuto passare molti anni prima che se ne comprendessero in pieno le implicazioni politiche, e che assumesse un rilievo centrale nel discorso pubblico 8.
La lentezza nel predisporre precisi piani di intervento per la bonifica e per il controllo sanitario, dovuta in parte alla scarsità di conoscenze sulla diossina, in parte all'inadeguatezza e alla farraginosità della macchina pubblica, non poté che esasperare la popolazione colpita dalla nube, già duramente provata dalle conseguenze dell'incidente, dall'allontanamento dalle case, dall'angoscia per i possibili danni futuri. Il tessuto sociale dei quattro comuni maggiormente contaminati (Seveso, Meda, Cesano Maderno, Desio) presentava i tratti tipici della transizione da un'economia di tipo artigianale a una pienamente industriale; questa transizione, spinta dall'espandersi inesorabile della megalopoli lombarda, avveniva in leggero ritardo rispetto ad altre zone del nord, proprio per la tradizionale forza delle piccole e medie aziende mobiliere della Brianza. Il ?nuovo? (la grande fabbrica, le lotte sociali e sindacali, l'immigrazione, i quartieri residenziali) e l'?antico? (il laboratorio artigiano, l'identità di campanile, le tradizioni locali, il centro storico) convivevano accanto, non sempre con facilità, spesso con reciproca diffidenza (Ferrara 1977, 12-16; Rocca 1980, 7-10; Conti 1978); ma non era ancora andata perduta la trama sociale tipica dei piccoli centri, non si era ancora verificata la trasformazione in quartieri dormitorio della metropoli, in ?non-luoghi?.
L'impatto con la diossina, con questa sostanza invisibile della quale poco si sapeva e sulla quale la scienza e l'amministrazione faticavano a esprimersi, rimescolò completamente le carte. La popolazione si riaggregò e si divise su basi completamente diverse, tra gli evacuati della zona A (a più alto inquinamento) che desideravano rientrare nelle proprie abitazioni e gli abitanti rimasti che temevano di essere esposti al veleno, tra coloro che erano stati sistemati al residence di Bruzzano (cioè vicino a casa) e quelli che invece erano alloggiati al motel Agip di Assago (molto più distante), tra chi tendeva a minimizzare e chi a enfatizzare il pericolo, tra chi era favorevole all'incenerimento in loco del terreno contaminato e chi invece chiedeva di sperimentare tecniche di decontaminazione meno invasive. Vi furono manifestazioni, proteste, blocchi stradali; gli sfollati rioccuparono a più riprese le case nella zona ad alto inquinamento (Conti 1977, 128-134; Rocca 1980, 113-116; Centemeri 2006, 42-48 e 120-130; Colombo 2006). Come spesso accade in queste situazioni, si innescò anche la caccia a un capro espiatorio: per esempio, i lavoratori dell'Icmesa, e con loro i sindacati, vennero additati da una parte degli abitanti come corresponsabili dell'incidente, in quanto avrebbero conosciuto e taciuto i rischi del processo produttivo e le manchevolezze dello stabilimento 9.
La produzione industriale della Brianza si bloccò, e non solo nei comuni colpiti dalla nube: il timore della contaminazione aveva fatto crollare le vendite dei mobili prodotti in tutta la Brianza. Il presidente della Camera di commercio di Como, in una lettera pubblicata sul ?Corriere della Sera? del 9 agosto 1976, scrisse: ?Negli articoli sulla nube tossica sprigionatasi a Seveso ricorre talvolta il termine più generico di ?Brianza' per indicare la zona interessata dalla contaminazione. Si ritiene opportuno osservare, al riguardo, che per Brianza ha da intendersi la regione collinosa lombarda a nord di Monza compresa tra i fiumi Seveso e Adda; altre fonti, poi, assegnano alla Brianza più ristretti confini, e precisamente tra l'Adda e il Lambro. È pertanto quantomai dubbio che Seveso possa farsi rientrare geograficamente nella Brianza [?] Al fine di non alimentare il già diffuso ed irrazionale fenomeno di psicosi sarà opportuno evitare, nei servizi sui fatti di Seveso, qualsiasi riferimento generico alla ?Brianza'? 10. Lo stato di ghettizzazione dei ?diossinati? non poteva essere espresso meglio.
Nella mancanza di conoscenze scientifiche certe, e nel timore che si scatenassero confusione e panico, la Regione scelse una linea di comunicazione ufficiale estremamente prudente, tesa a tranquillizzare: ma spesso alle rassicurazioni seguivano provvedimenti improvvisi presentati sotto il segno dell'urgenza, come nel caso dell'evacuazione. La carenza di informazione pubblica, la burocratizzazione degli uffici preposti all'emergenza, la centralizzazione decisionale che limitava il ruolo delle amministrazioni locali: questi fattori scavarono un fossato tra istituzioni e cittadini, i quali finirono per autorappresentarsi come cavie di esperimenti politici o scientifici estranei alle loro preoccupazioni (Centemeri 2006, 87-96).
Mentre si diffondevano voci su una possibile destinazione militare della produzione dell'Icmesa, prontamente raccolte da alcuni reportage e opuscoli 11, il terrorismo si inserì in questo clima di incertezze e di tensioni. Il 28 luglio 1976, alle 3 e 25 del mattino, una bomba esplose, senza fare vittime, davanti alla sede romana della multinazionale svizzera La Roche 12. Il 19 maggio 1977 l'ufficiale sanitario di Seveso Giuseppe Ghetti, accusato di aver coperto e minimizzato i rischi e le mancanze dell'Icmesa e di altre fabbriche della zona, venne ?gambizzato? con cinque colpi di pistola da un fantomatico gruppo di ?combattenti per il comunismo?, nel corso di una ?perquisizione proletaria? del suo ufficio 13. Il 6 luglio un altrettanto misterioso ?commando 10 luglio? fece esplodere una bomba contro la casa del vicedirettore della Roche, Rudolf Rupp, a Frekendorf, in Svizzera 14. Qualche anno dopo, il 5 febbraio 1980, un commando di Prima linea freddò, in un agguato sotto casa, il direttore di produzione dell'Icmesa, Paolo Paoletti 15.
A una situazione che già si presentava intrinsecamente incandescente, si aggiunse quasi subito il problema delle interruzioni di gravidanza. Il 29 luglio 1976, in una riunione della Commissione Sanità della Camera dei deputati dedicata all'incidente di Seveso, presenti l'assessore Rivolta e gli amministratori locali, la radicale Emma Bonino pose il problema degli effetti teratogeni e mutageni della diossina, già sollevato da qualche giorno su alcuni organi di stampa e da alcuni studiosi 16, proponendo, insieme a Susanna Agnelli, l'emanazione tempestiva, da parte del governo, di un decreto legge che consentisse alle donne di abortire nella zona colpita dalla nube velenosa 17. Il 30 luglio, in una conferenza stampa, l'assessore Rivolta dichiarò che ?per quanto riguarda il problema delle gestanti, le donne verranno esaminate presso la clinica Mangiagalli [e] verranno svolti tutti gli esami e i controlli possibili [?]. In base ai risultati di questi esami ogni decisione verrà lasciata alla libera determinazione delle interessate. Per libera determinazione intendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza, in base ai risultati emersi e nel rispetto dei singoli problemi di coscienza? 18. Il 2 agosto 1976 la commissione medico-epidemiologica, nominata dalla giunta regionale, consigliò alle persone esposte al rischio di contaminazione di astenersi dalla procreazione per un periodo di almeno sei mesi 19, e il 9 agosto rese nota una valutazione sugli effetti teratogeni della diossina che ammetteva la possibilità di un aumento del rischio di malformazioni entro il primo trimestre di gravidanza (Ferrara 1977, 46; Conti 1977, 79) 20.
La legislazione allora vigente, però, non consentiva l'interruzione volontaria della gravidanza, ma solo l'aborto terapeutico. La sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 18 febbraio 1975, infatti, abrogando parzialmente l'art. 546 del codice penale, aveva depenalizzato l'aborto di donna consenziente qualora il proseguimento della gestazione ?implic[asse] danno, o pericolo, grave, medicalmente accertato [?] e non altrimenti evitabile, per la salute della madre?. Qualcuno, come la stessa Emma Bonino, cercò di aggirare l'ostacolo, proponendo una legge speciale per l'aborto in donne esposte a diossina (Conti 1977, 36; Rocca 1980, 112). Un parere rilasciato dal Ministero di Grazia e giustizia l'11 agosto 1976, ritenne però che la fattispecie rientrasse a pieno titolo in quella indicata dalla Corte costituzionale, in quanto il ?pericolo della nascita di bambini malformati [?] potrebbe compromettere, riguardo a casi determinati, l'equilibrio psichico della gestante e quindi realizzare quelle condizioni che, secondo la sentenza della Corte costituzionale, sono atte a giustificare l'interruzione della gravidanza? 21. Il giorno stesso il presidente del Consiglio Andreotti, presentando il nuovo governo alla Camera, dichiarò: ?Rilevati, dai pareri di illustri clinici, i gravi pericoli che incombono anche sulle donne gestanti, quante di loro ritengano di dover interrompere la maternità si trovano nella esigenza terapeutica chiaramente riconosciuta dalla Corte costituzionale?; e aggiunse: ?Vorrei rivolgere un appello perché si rispetti la responsabile decisione di queste donne, ma non si innesti intorno al loro delicato caso psicologico una disputa di ordine generale quanto mai inopportuna e intempestiva? 22.
La disputa paventata da Andreotti, inevitabilmente, ci fu, e non poteva essere altrimenti. L'aborto era uno di quei temi caldi che potenzialmente minavano la solidarietà nazionale e che, contrapponendo le forze politiche e le coscienze, non rientravano facilmente nella concezione di società organica sulla cui base si stava faticosamente costruendo la collaborazione tra Dc e Pci. La sesta legislatura era precocemente finita proprio a seguito di un voto su un progetto di legge democristiano, appoggiato dall'Msi, che confermava l'interruzione di gravidanza come reato (Galli 1993, 296; Ginsborg 1989, 503). Nella settima legislatura ? quella cominciata con le elezioni del 20 giugno 1976 ? la maggioranza, comunisti compresi, incalzata dalla prospettiva di un referendum proposto dal Movimento di liberazione della donna, e anche dalla questione diossina, dovette escogitare un laborioso compromesso che, nel 1978, portò all'approvazione della legge 194: fu una soluzione che attirò sulla Dc la collera delle gerarchie ecclesiastiche e, sul Pci, quella del movimento femminista (Galli 1993, 324; Ginsborg 1989, 530; Bonacchi 2003, 351-352).
A Seveso l'aborto piombò sulla gente e sui politici nella situazione alla quale si è accennato, e prima che quel compromesso fosse raggiunto. La giunta regionale, tra molte difficoltà, decise di impostare il problema nei termini espressi dal ministro della Giustizia e dal presidente del Consiglio, consentendo cioè, a certe condizioni, il ricorso all'aborto terapeutico. L'assessore Rivolta, in un'intervista a Giampaolo Pansa significativamente intitolata A Seveso dopo quasi un mese non sappiamo che cosa fare , dichiarò: ?Come cattolico sono contrario all'aborto, ma come pubblico amministratore non posso non avere riguardo per situazioni che, obbiettivamente, potrebbero insorgere? 23: su questa scelta la Chiesa lombarda si espresse, ai più alti livelli, in modo molto negativo, e la popolazione della zona si divise ulteriormente (Ferrara 1977, 24; Rocca 1980, 107; Centemeri 2006, 108-120). I movimenti ecclesiali, Comunione e liberazione in primis , si mobilitarono, come d'altronde fecero, dall'altro lato, i movimenti femministi e i radicali, cercando di innestare il problema degli aborti a Seveso in una battaglia più ampia che si stava combattendo nel paese. La Dc si spaccò, e l'assessore Rivolta fu sottoposto a un intenso fuoco di fila da parte di quelle ali del suo partito vicine al neonato Movimento popolare, o comunque scettiche nei riguardi della solidarietà nazionale e del ?compromesso lombardo? (Conti 1977, 34 e 78; Rocca 1980, 85 e 117; Ferrara 1977, 191-192). Il Pci, dal canto suo, difese le scelte della giunta e l'operato di Rivolta, anche passando sopra a una serie di perplessità sulla gestione complessiva post incidente (Conti 1977, 99), e si espresse molto criticamente sia nei confronti di parte del movimento femminista e dei radicali, accusati di strumentalizzare la situazione estrapolandola dal suo contesto emergenziale e strettamente sanitario (Conti 1977, 77; Ferrara 1977, 28-29, 35-36 e 176-180), sia in quelli della Chiesa e di Cl, tacciati ? per converso ? di minimizzare cinicamente i rischi della diossina per evitare il ricorso all'aborto (Fumagalli 1976, 95-102; Conti 1977, 83-87; Ferrara 1977, 25-26, 158-163 e 200-208). L'esperimento della giunta aperta, in questo frangente, sembrò rafforzarsi; si trattava però di un'illusione, perché le tensioni che la vicenda dell'aborto portò nel dibattito politico furono estremamente logoranti, e contribuirono alla crisi definitiva del ?compromesso lombardo? (Bonabello 2002-2003, 229-231; Centemeri 2006, 98-108).
?Forse è un paradosso, ma il solo fatto di aver affrontato il problema dell'aborto per le donne delle zone inquinate, il solo fatto di aver ottenuto a Seveso l'aborto terapeutico, si è risolto in un danno perché tutta la questione diossina si è ridotta al quesito: le donne, le facciamo abortire o no? È diventato un problema delle donne, quello della diossina, che invece riguarda tutta la popolazione?. Così si espresse Laura Conti in una testimonianza raccolta da Marcella Ferrara (1977, 209). In effetti il problema dell'aborto fu per un certo tempo il fulcro principale attorno al quale ruotò il dibattito sul disastro di Seveso, tra l'opinione pubblica e sulla stampa, con polemiche e reciproche confutazioni a non finire (Mascherpa 1990, 33-49), facendo quasi passare in secondo piano tutta la tematica della tutela del lavoro e della legislazione ambientale (che pure era quella che si imponeva con più immediatezza di fronte all'incidente). Era un terreno sul quale i due maggiori partiti si trovavano a disagio, proprio perché logorava la loro difficile collaborazione, e dava spazio a quelle forze conflittuali, parlamentari o meno, legali o meno, che la solidarietà nazionale, come si è detto, si proponeva di contenere (Centemeri 2006, 95-96).
Il problema della scelta del metodo di bonifica della zona inquinata era legato a doppio filo a quello dell'aborto, come annotava in quei mesi Laura Conti: ?C'era uno stretto rapporto tra il problema della bonifica e il problema degli aborti, un rapporto molto complesso: da un lato l'attenzione concentrata sul problema degli aborti distoglieva la gente dal pensare alla questione primaria, che era la bonifica, dall'altro lato il fatto che non si ponesse mano alle attività di bonifica provocava un fermarsi esclusivo dell'attenzione sul problema dell'aborto. Era un circolo vizioso [?].? (Conti 1977, 88).
La scienza non era in grado di fornire indicazioni sicure sul metodo di decontaminazione di minore impatto e di maggiore sicurezza. Con il trascorrere dei mesi erano state affacciate molte ipotesi: per esempio, ve ne era stata una, avanzata dalla Givaudan, secondo cui si sarebbe dovuto ?bombardare? da un aereo con olio di oliva i sette ettari più inquinati della zona A; l'olio avrebbe sciolto la diossina, e la successiva azione della luce solare l'avrebbe resa innocua (Colombo 2006, 101-102). Altre proposte, basate sull'uso di solventi e su processi di degradazione naturale, furono avanzate da diversi enti e organismi, come l'Istituto superiore di Sanità e il Cnr, e anche da aziende private e da comitati di cittadini. La Regione Lombardia, dopo un periodo di incertezza e di sommarie sperimentazioni, decise però di orientantarsi, nel settembre del 1976, verso un metodo più radicale: la decorticazione del terreno inquinato e la sua combustione in un forno inceneritore, da costruirsi nell'area dello stabilimento Icmesa (Conti 1977, 102-103). Sembrava infatti che la diossina si distruggesse completamente per combustione alla temperatura di 1200° C.
Il progetto, oltre a provocare molte proteste nelle comunità locali che temevano un aumento e una persistenza della contaminazione ? ?Non vogliamo un'altra Icmesa!? era lo slogan degli oppositori del forno (Colombo 2006, 137-138) ? fu alla base di una dura controversia politica, che in parte ricalcava quella che si era registrata sulla questione dell'aborto. Scriveva Laura Conti: ?[?] siccome [il presidente della Regione] era il Golfari della ?giunta aperta', risultava evidente, per i sevesini della destra Dc, che l'inceneritore era una manovra comunista. Un'accusa così stravagante sortì un effetto bizzarro: che alcuni comunisti persero anche loro un po' di senso critico, e si schierarono con l'inceneritore con maggior passione di quanta ne giustifichi un problema meramente tecnico? (Conti 1977, 135).
I medesimi gruppi cattolici e democristiani che contestavano l'atteggiamento della giunta lombarda in materia di aborto, diventarono nel contempo i più polemici oppositori del forno inceneritore. Anche in questo caso il governo regionale si trovò per mesi a essere investito da un fuoco incrociato di polemiche scientifiche e politiche, e incontrò l'esplicita ostilità dell'amministrazione comunale di Seveso, tanto da dover intervenire frequentemente a sostegno delle proprie decisioni. In ogni modo, il progetto per la costruzione del forno venne inserito nel piano regionale di bonifica e nel programma operativo n. 1, approvato con gli altri quattro con la delibera del 2 giugno 1977: le proteste che seguirono videro in prima fila i sindaci dei comuni contaminati, e fecero parlare alcuni commentatori di ?bonifica impossibile? 24.
Francesco Rocca, il sindaco democristiano di Seveso, scrisse (1980, 78): ?Nella bufera della polemica Seveso diveniva altresì un campo sperimentale per soffiare e gonfiare latenti insofferenze, il mai sopito disprezzo verso i pubblici poteri e gli uomini che li incarnavano, abilmente alimentati da forze di più di un estremismo e da chi aveva interesse a spostare i riflettori non sull'Icmesa, dalla quale era venuto il disastro, ma sulle autorità pubbliche, facendo esplodere la rabbia collettiva che poteva provocare una caotica situazione locale in cui far precipitare i già precari equilibri politici della Regione e, chissà, gli orientamenti della politica nazionale. Seveso divenne una delle mine vaganti per esperimenti di oscura provenienza, come altre del resto rientranti nel processo di destabilizzazione della situazione italiana?.
Dal punto di vista dei partiti della maggioranza occorreva riprendere in mano la situazione, e cercare di riallacciare i fili sparsi di un solidarietà nazionale in affanno. Questo non poteva che avvenire in sede parlamentare, data la centralità che le Assemblee elettive rivestivano in questa legislatura in funzione della stessa solidarietà nazionale; e una Commissione parlamentare di inchiesta poteva costituire uno strumento adeguato a tale scopo (Recchia 1979, 385-407 e 282-284).
La Commissione parlamentare incaricata di svolgere una inchiesta ?sulla fuga di sostanze tossiche avvenuta il 10 luglio 1976 nello stabilimento Icmesa e sui rischi potenziali per la salute e per l'ambiente derivanti da attività industriali? fu istituita con la legge n. 357 del 16 giugno 1977. I suoi componenti ? 15 deputati e 15 senatori ? furono nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento il 28 luglio 1977. La Democrazia cristiana era rappresentata da dodici commissari 25, il Pci da dieci 26, il Psi da due 27. I repubblicani ebbero un parlamentare nella Commissione 28, così come i socialdemocratici 29 e la sinistra indipendente 30; l'estrema destra, infine, era rappresentata da due commissari 31.
Con la sola eccezione del senatore Pisanò (che comunque non partecipò con grande assiduità ai lavori dell'organo parlamentare), la Commissione era composta totalmente da deputati o senatori appartenenti a gruppi che sostenevano il governo con il voto favorevole o con l'astensione: ne erano esclusi i gruppi parlamentari ?conflittuali?, come i radicali o i demoproletari 32.
I gruppi parlamentari, nell'effettuare le designazioni, si attennero con ogni evidenza a un criterio prevalentemente territoriale: ben ventiquattro commissari su trenta erano lombardi o comunque eletti in Lombardia, soprattutto nelle province di Milano e Como 33. Alcuni tra i parlamentari lombardi presenti nella Commissione si erano occupati direttamente e a più riprese della vicenda di Seveso. Emilio Trabucchi, farmacologo, era stato al centro di furibonde polemiche in quanto considerato tra i ?minimizzatori? dei pericoli della diossina: il 31 luglio 1976, nel corso di una animata assemblea con la cittadinanza, si era infatti dichiarato disponibile ad andare a vivere nella zona sgomberata e a bere il latte contaminato 34. Cecilia Chiovini, già responsabile femminile della federazione milanese del Pci, aveva partecipato anch'essa sin dall'inizio alle assemblee nei comuni colpiti dalla nube tossica; in quella del 31 luglio, tra l'altro, fu tra coloro che contestarono duramente Trabucchi, gridando: ?Toglietegli la parola!? 35. Susanna Agnelli era stata tra coloro che avevano appoggiato la proposta, avanzata da Emma Bonino, di un atto legislativo ad hoc per consentire l'interruzione di gravidanza alle donne di Seveso. Il senatore socialista Bruno Luzzato Carpi, già sindaco di Bollate, eletto nel collegio senatoriale che comprendeva le zone contaminate, si era recato in visita dal sindaco di Seveso pochi giorni dopo l'incidente (Rocca 1980, 58 e 90-91). Andrea Borruso, deputato democristiano alla sua prima legislatura, già vicesindaco di Milano, era un esponente di primo piano di Comunione e liberazione e del suo ?braccio politico?, il Movimento popolare (Crainz 2005, 530; Galli 1993, 300): era cioè uno dei leader di quella nuova destra cattolica che all'interno della Dc, insieme alla destra ?laica? di Massimo De Carolis, si opponeva alla solidarietà nazionale e ? nello specifico caso lombardo ? allo sviluppo di equilibri consociativi più avanzati (Ignazi 1999, 156-157 e 174); anche Borruso fu uno dei primi parlamentari a rendere visita al sindaco di Seveso dopo la scoperta della gravità del disastro (Rocca 1980, 99). Il deputato socialista Marte Ferrari, infine, aveva scritto allo stesso sindaco il 15 ottobre 1976, chiedendo di essere tenuto informato sulla situazione economica e occupazionale della zona inquinata 36.
Molti commissari avevano presentato, nei mesi precedenti all'istituzione della Commissione di inchiesta, numerose interpellanze e interrogazioni, che lasciavano chiaramente trasparire punti di vista radicalmente diversi su temi quali l'aborto e le procedure di bonifica 37. Vi era insomma il concreto rischio di trasferire e di riproporre all'interno della Commissione le divisioni e le dispute che stavano scuotendo la Regione Lombardia in ordine all'incidente di Seveso.
L'assenza di coinvolgimento territoriale, e lo specifico campo di esperienza professionale, costituiscono invece le chiavi di volta per interpretare la designazione e l'elezione (a scrutinio segreto) del democristiano fanfaniano Bruno Orsini alla carica di presidente dell'organo parlamentare, nel corso della prima seduta tenutasi il 27 luglio 1977 38. In una situazione come quella descritta, nella quale la stragrande maggioranza dei commissari si era occupata direttamente dell'oggetto dell'inchiesta, la scelta di un presidente non lombardo evitava che egli potesse essere sottoposto a qualche forma di condizionamento ambientale o politico diretto. Non solo: egli, proprio in quanto ?esterno?, garantiva gli altri commissari rispetto al rischio di una qualche forma di ?concorrenza? in rapporto a posizioni o ambiti territoriali in Lombardia, assumendo per ciò stesso un ruolo di ?terzo? 39. Orsini inoltre ? particolare di notevole importanza ? era relatore di minoranza della proposta di legge sull'interruzione volontaria della gravidanza (la successiva legge 194/78); il relatore di maggioranza era un altro commissario che fuoriusciva dalla logica ?territoriale?, cioè il comunista Giovanni Berlinguer 40.
Così come previsto dalla legge istitutiva, furono tre i principali filoni di inchiesta nei quali la Commissione fu impegnata: l'accertamento delle responsabilità ?ad ogni livello, centrale o locale, relative all'insediamento, alla sicurezza e alla nocività della produzione, ai controlli e ad ogni altra misura indispensabile atta ad evitare le calamità? 41; la valutazione delle conseguenze dell'incidente, tanto sul piano medico e ambientale quanto su quello economico 42; infine, la formulazione di proposte ?per una più efficace normativa a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini, per l'equilibrio dell'ambiente naturale, nonché per assicurare servizi adeguati ed efficaci controlli? 43.
Il 19 luglio 1978, dopo un anno di lavori 44, la Commissione di inchiesta approvò all'unanimità una relazione conclusiva da trasmettere ai presidenti dei due rami del Parlamento. Il generale accordo che le forze politiche presenti in Commissione manifestarono con il loro voto può apparire sorprendente, se si considerano tutte le tensioni e le divisioni indotte dall'incidente di Seveso: questa unanimità, infatti, fu più apparente che reale.
Come è intuibile alla luce di quanto detto, e come racconta Bruno Orsini, ?c'erano alcuni ostacoli che potevano far deragliare la Commissione. Il primo era l'aborto. Il secondo era la bonifica? 45. Per la maggioranza della Commissione ? e per le sinistre in special modo ? occorreva evitare che l'organo di inchiesta si occupasse delle interruzioni di gravidanza: ci si sarebbe dovuti limitare a una registrazione ?notarile? dei fatti, senza esprimere alcun commento o alcuna valutazione in proposito. Oltre agli effetti che una eventuale censura parlamentare avrebbe provocato all'interno della giunta lombarda e negli equilibri di corrente della Dc, una spaccatura della Commissione sul tema dell'aborto avrebbe potuto avere delle ripercussioni sull'iter di quella che sarebbe diventata la legge 194, e sul delicatissimo compromesso che ne era alla base; a sua volta, un inciampo sul percorso di quella legge avrebbe messo in serio pericolo la tenuta della maggioranza parlamentare, e dell'intera politica di solidarietà nazionale 46.
L'obiettivo dei commissari democristiani ostili alla solidarietà nazionale era invece proprio quello di dare uno scossone a tutti questi precari bilanciamenti. In particolare il ciellino Andrea Borruso e l'esponente della corrente ?Forze nuove? 47 Antonio Marzotto Caotorta cercarono ripetutamente di obbligare la Commissione di inchiesta a occuparsi dell'aborto terapeutico a Seveso, proprio per tentare di provocare uno scontro politico e di costringere alla riemersione le diverse posizioni sopite: ciò avvenne in maniera particolarmente evidente nelle audizioni dell'assessore alla Sanità Rivolta 48, dei membri della commissione Sanità del consiglio regionale lombardo 49, e dei rappresentanti dei consorzi sanitari di zona 50. In queste come in altre occasioni, Borruso e Marzotto Caotorta cercarono con insistenza di concentrare l'attenzione della Commissione sul problema degli aborti spontanei e delle malformazioni: se i dati relativi all'incidenza di questi fenomeni nella zona inquinata non avessero presentato particolari dissonanze con quelli rilevabili in situazioni di norma ? questo era l'assunto ? la decisione regionale di consentire l'applicabilità della fattispecie dell'aborto terapeutico avrebbe dovuto essere giudicata quantomeno affrettata, e comunque sbagliata.
I due commissari democristiani, nel loro tentativo di giungere a una condanna della decisione lombarda in materia di aborto, utilizzarono soprattutto i documenti relativi agli esiti delle indagini embriologiche e morfologiche, eseguite dall'Istituto di Patologia dell'Università di Lubecca, sui feti e sul materiale embrionale derivante da 30 aborti procurati e da 4 aborti spontanei nella zona inquinata. Queste analisi non avevano infatti evidenziato malformazioni morfologiche visibili, e vennero perciò variamente citate dai due commissari democristiani nel corso delle audizioni di cui si è detto.
Nei referti, però, non si escludeva del tutto la possibilità di mutazioni fetali come effetto di contatto con la diossina 51: come era stato messo in evidenza al momento della presentazione pubblica del rapporto, nel marzo 1977 52, i dati raccolti non consentivano di esprimere un giudizio certo e univoco. Le risultanze parziali degli studi sugli effetti della diossina sui feti lasciavano quindi spazio a interpretazioni politicamente orientate in modo diverso. La maggioranza dell'organo cercava di mantenere un atteggiamento estremamente cauto, e riteneva che il problema andasse risolto in altro modo e in altra sede, attraverso la regolamentazione legislativa in via di approvazione. Lo stesso Bruno Orsini, che ? come si è detto ? era relatore di minoranza del progetto di legge sull'interruzione di gravidanza, ricorda: ?Si innescarono speculazioni, che la Commissione per quanto possibile ignorò. [?]. Non si trattava di soffocare l'espressione del pensiero di nessuno, tant'è vero che ci furono altre sedi in cui si ebbero amplissime discussioni [?]; ma non era certo la Commissione il luogo adatto per affrontare simili questioni? 53.
Una dinamica analoga si sviluppò in merito al problema della bonifica, che peraltro ? lo si è visto ? finiva per essere strettamente correlato a quello dell'aborto. Un ordine del giorno approvato dal Senato contestualmente alla legge istitutiva dell'inchiesta, invitava esplicitamente la Commissione ?ad esaminare quali provvedimenti siano stati presi o si intendano adottare per disinquinare le zone colpite? 54. Andrea Borruso si attivò affinché la Commissione interpretasse in modo estensivo l'ordine del giorno, e in molte occasioni (la già citata audizione di Rivolta, la contemporanea audizione del presidente Golfari, quella dell'incaricato speciale Spallino, ecc.) 55 manifestò esplicitamente i propri dubbi e la propria avversione verso le scelte operate dalla Regione. Cecilia Chiovini espresse invece la propria contrarietà all'allargamento dell'inchiesta, e propose di interpretare in modo sostanzialmente restrittivo l'ordine del giorno senatoriale: la Commissione, secondo il vicepresidente, avrebbe dovuto occuparsi della bonifica solo per ciò che atteneva alla situazione economica e sanitaria, senza entrare nel merito dei metodi di disinquinamento 56. In prospettiva l'organo parlamentare si orientò sulla linea proposta da Chiovini: la competenza sulla bonifica si sarebbe di lì in poi limitata alla valutazione del suo costo economico ai fini della quantificazione dei danni. Anche nel caso della bonifica, come in quello dell'aborto, occorreva cauterizzare le possibili ricadute politiche di una possibile spaccatura della Commissione.
Il perseguimento, da parte di alcune correnti democristiane, di una ?strategia del conflitto? nei confronti della solidarietà nazionale ebbe termine con il sequestro Moro, quando la Dc formalmente si ricompattò di fronte all'emergenza terroristica e all'attacco al cuore dello Stato e del partito (Giovagnoli 2005, 59-64). Anche all'interno della Commissione di inchiesta, gli interventi polemici in tema di aborto e di bonifica si fecero via via più radi, fino a cessare del tutto nel mese di aprile 1978. D'altra parte, la legge sull'interruzione volontaria della gravidanza, definitivamente approvata dalla Camera dei deputati il 13 aprile, aveva di fatto chiuso qualsiasi spazio di polemica verso le decisioni assunte in questo senso dalla Regione.
Nel tentativo di ricucire le tensioni e le lacerazioni indotte dall'incidente di Seveso, la presidenza della Commissione cercò piuttosto ? non senza difficoltà ? di concentrare l'attenzione dell'organo parlamentare (e quella dell'opinione pubblica) sugli aspetti dell'inchiesta capaci di coagulare il maggior consenso tra le varie forze politiche. La ricerca delle responsabilità presentava certamente aspetti politicamente sensibili: si trattava, tra l'altro, di denunciare le mancanze e le omissioni di alcune amministrazioni pubbliche, quali l'amministrazione comunale di Meda, la Provincia di Milano, il comando provinciale dei Vigili del Fuoco, ecc. Ma essa si prestava bene allo scopo, per due ragioni tra loro interconnesse. Innanzitutto, occorreva sottolineare in modo inequivoco la responsabilità di una azienda straniera che, in quanto tale, avrebbe potuto facilmente sottrarsi a un rigoroso accertamento, tanto più di fronte alle inevitabili lungaggini dell'inchiesta giudiziaria 57. In secondo luogo, l'indicazione di precise responsabilità era funzionale al recupero della fiducia dei cittadini nei riguardi delle istituzioni, dopo un disastro che aveva messo a nudo gravi carenze e inadeguatezze dei pubblici poteri 58.
Sugli altri compiti che le erano stati conferiti dalla legge istitutiva, la Commissione ? nella relazione conclusiva ? non sviluppò valutazioni autonome: si limitò a raccogliere, ordinare e trasmettere al Parlamento, a fini conoscitivi, le risultanze e le valutazioni di altri organismi tecnici, scientifici o amministrativi. In questo modo essa riuscì a rendere apparentemente ?neutre? tutte le questioni maggiormente suscettibili di alterare l'equilibrio politico e di creare contrapposizione. Così, la questione dell'aborto terapeutico trovò spazio nella relazione conclusiva in misura ridottissima: venne semplicemente indicato il numero degli aborti effettuati (33 nel secondo semestre del 1976, 12 nel 1977) 59, e si annotò, a proposito delle analisi eseguite a Lubecca, che esse ?non hanno identificato alcun danno fetale che indicasse un effetto mutagenico, teratogeno od embriotossico?, aggiungendo però subito dopo che era ?assai aleatorio stabilire il grado di esposizione [alla diossina] subito dalle donne incinte prima dell'aborto? 60.
Allo stesso modo si procedette sul tema della bonifica: la Commissione si limitò a inserire, nella relazione conclusiva, una raccolta di dati e notizie sulla bonifica, tratte dalle relazioni ufficiali della Regione e dell'incaricato speciale 61. L'unica concessione alle differenti opinioni che si scontravano sul problema del forno inceneritore, è rappresentata da questa frase estremamente diplomatica: ?L'attuazione [del programma regionale di bonifica] ha incontrato ritardi, difficoltà e ripensamenti, specialmente in ordine alla proposta di distruzione [della diossina] mediante incenerimento, che è oggetto di motivati contrasti ? 62.
La vicenda della Commissione parlamentare di inchiesta ? e l'intera vicenda del disastro di Seveso ? fu paradigmatica delle potenzialità, dei limiti e delle contraddizioni della solidarietà nazionale, della visione organicistica della politica che le era sottesa, della sua capacità di produrre soluzioni di compromesso, e della sua tendenza a eludere i potenziali elementi di divisione e di conflitto. L'esperienza del ?compromesso lombardo? ? così come quella, in generale, della solidarietà nazionale ? terminò nella prima metà del 1979, con l'uscita del Pci dalla maggioranza. Una delle ragioni contingenti di questa decisione fu, nel febbraio di quell'anno, la contestazione della validità dei dati sulle malformazioni diffuse dall'ufficio dell'incaricato speciale (Bonabello 2002-2003, 239-243).
Una volta tramontata definitivamente quell'esperienza nel governo della Lombardia, la Regione decise di non edificare l'inceneritore, ma di trasformare parte della zona A in area verde, al tempo stesso creando al suo interno due discariche controllate dove seppellire i residui tossici della diossina. Le operazioni per la decontaminazione dell'area, la più inquinata da diossina, iniziarono nel 1983 e l'anno successivo cominciarono i lavori ambientali e forestali, terminati nel 1986. La cura del parco fu affidata all'Azienda regionale delle foreste, che portò avanti ulteriori interventi di piantumazione. Il parco, chiamato ?Bosco delle Querce?, fu inaugurato nel 1996, e nel 2005 la Regione lo ha riconosciuto come parco naturale regionale. Al suo interno, un percorso composto da 11 pannelli ? realizzato dal Comune e dal Circolo Legambiente di Seveso ? racconta il passato e il presente di questo luogo, la sua importanza naturalistica e la sua rilevanza sociale (Centemeri 2006, 129 e 170-171).
Quanto alle conseguenze sulla salute, i dati di uno studio del 1998 della Fondazione Lombardia per l'Ambiente sulla mortalità tra il 1976 e il 1991 descrissero una situazione preoccupante. Tra gli uomini della zona A le morti per tumore al pancreas sarebbero raddoppiate, quelle per tumori alla vescica sarebbero aumentate di due volte e mezza; nella zona B (appena più esterna a quella maggiormente contaminata) sarebbero triplicati i casi di cancro al retto, dei linfomi tipo Hodgkin e di leucemia. Tra le donne della zona A sono state rilevate meno vittime di cancro al seno e all'utero, ma sarebbero moltiplicati di otto volte i casi mortali di tumore all'apparato digerente, e di nove volte i melanomi; in zona B, sarebbero aumentate del 30% le morti per cancro al fegato, più che raddoppiate per cancro alle ossa, triplicate per quello al cervello e alla tiroide, aumentate di sei volte quelle per linfomi Hodgkin e mielomi 63.
Uno studio del 1996 ha poi messo in evidenza un altro curioso effetto della contaminazione. I maschi colpiti dalla diossina avrebbero sviluppato una propensione a generare femmine, in una misura non compatibile con alcuna statistica mondiale: infatti, tra gli abitanti della zona A, tra l'aprile 1977 e il dicembre 1984, vennero alla luce due femmine per ogni nato maschio 64. Forse questa è stata, in fondo, una piccola rivincita del corpo femminile, sopra al quale era stata combattuta una battaglia ideologica e che, per questo, era stato tra le prime vittime della paura e dell'angoscia provocate dal disastro di Seveso.