Andrea Leonardi
Il proporsi e il consolidarsi di una coscienza ambientale:
l'esperienza quarantennale dei parchi naturali del TrentinoAttualmente circa il 17 % del territorio trentino, corrispondente a più di 103.000 kmq su una superficie complessiva della Provincia autonoma di Trento di 605.000 kmq, è soggetto a tutela ambientale. Tale situazione è figlia di una cultura ?protezionistica?, che affonda le proprie radici già nella fase iniziale del XX secolo, ma che è andata maturando come coscienza ambientale soprattutto lungo gli anni Sessanta, per poi svilupparsi in modo convinto e coinvolgente circa un quarto di secolo fa (Tomasi 1990, 27-28).

1- Porzione trentina del Parco nazionale dello Stelvio
2 - Parco naturale Adamello-Brenta
3 - Parco naturale Paneveggio-Pale di San Martino
Immediatamente a ridosso della prima guerra mondiale, quando il territorio meridionale del Tirolo, comprendente anche il Trentino, venne annesso al regno d'Italia, alcuni naturalisti, tra cui Giovanni Pedrotti, già presidente della prestigiosa Società degli alpinisti tridentini (Sat), avevano avanzato la proposta di costituire un parco nazionale nella zona dell'Adamello e della Presanella, comprendente le valli di Genova e di Fumo e delle Dolomiti di Brenta, con la Val di Tovel, già celebre per il fenomeno dell'arrossamento delle acque del suo lago. L'obiettivo era quello di garantire la conservazione, mediante la costituzione del parco, di un ambiente naturale, dove tra l'altro sopravviveva ancora l'orso bruno (Pedrotti G. 1919). Altri naturalisti si associarono all'idea del Pedrotti e per un decennio se ne continuò a parlare sia su riviste di carattere naturalistico, sia con interventi in sede parlamentare, senza per altro che si giungesse ad alcun tipo di provvedimento (Pedrotti F. 2005, 47-48).

Adamello-Brenta, Alta Val di Genova
Sul finire degli anni Venti invece, per iniziativa di alcuni esponenti del Club alpino italiano (Cai) e del Touring club italiano (Tci) e, primo fra tutti, Guido Bertarelli, si cominciò a ventilare l'ipotesi che ad essere valorizzata turisticamente avrebbe dovuto essere l'area del massiccio dell'Ortles e del Cevedale. L'intendimento era quello di promuovere l'attività alpinistica e turistica in un ambiente naturale ben conservato, potenziando comunque rifugi e alberghi esistenti e provvedendo alla manutenzione e realizzazione di nuove strade e sentieri (Bertarelli 1929, 621-630). Era un concetto di parco che non poteva essere accettato da studiosi di scienze naturali e geologiche come Renzo Videsott e Giuseppe Morandini, che non mancarono di stigmatizzarne l'impostazione. Quando però, dopo un articolato e lungo dibattito sviluppatosi sulla stampa, la proposta di istituzione di un parco nell'area dell'Ortles-Cevedale arrivò nel 1934 sul tavolo del Consiglio dei ministri, la diversa visione circa la natura che avrebbe dovuto assumere un parco non era per nulla stata risolta e non si era affatto giunti a un indirizzo condiviso. Quando infatti con legge n. 740 del 24 aprile 1935 venne istituito il Parco nazionale dello Stelvio, si precisò che suo scopo era ?tutelare e migliorare la flora, incrementare la fauna e conservare le speciali formazioni geologiche nonché le bellezze del paesaggio e di promuovere lo sviluppo del turismo? (Pedrotti F. 2005, 56).

Adamello-Brenta, Cascate di Nardis
Sembrava dunque che si fosse voluto conferire un colpo al cerchio e uno alla botte. In realtà l'istituzione del parco, che si estendeva a cavallo tra il Trentino Alto Adige e la Lombardia, era avvenuta senza alcun coinvolgimento delle comunità su cui veniva ad incidere il territorio del parco stesso. Questo in effetti rappresentò un peccato originale che determinò una serie di problemi nella gestione del parco e soprattutto generò una serie di conflitti, durati oltre mezzo secolo e mai completamente sedati, tra i responsabili dell'amministrazione centrale dello stato e quelli delle autonomie locali, che si sentivano espropriati di una parte consistente del proprio territorio, in alcuni siti marcatamente antropizzato. Superati non senza difficoltà e dopo una laboriosa trattativa, gli elementi di maggiore conflitto, attraverso il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 26 novembre 1993, si giunse all'istituzione del Consorzio del Parco nazionale dello Stelvio, formato dai rappresentanti delle due province autonome di Bolzano e Trento e della regione Lombardia, fissando le regole per la formazione dei suoi organi istituzionali e direttivi (Ferrari 1996, 34-50).

Adamello-Brenta, Lago di Tovel
Però più che seguire le complesse e controverse vicende del Parco nazionale dello Stelvio, nonché le sue modifiche territoriali, che lo hanno reso con i suoi 1.346 kmq di estensione la più vasta area protetta delle Alpi, attraverso questo intervento si intende mettere in evidenza come in ambito trentino sia gradualmente venuta maturando ? non senza contrasti ? una coscienza ambientale, che ha potuto concretizzarsi in una serie di interventi prodotti dall'autonomia legislativa provinciale. Essi hanno dato origine a due parchi naturali e a un'importante serie di aree protette, vale a dire 5 riserve naturali 1 e 289 biotopi, 67 dei quali dichiarati di interesse provinciale, che oggi qualificano in termini puntuali l'ambiente trentino 2.
All'inizio degli anni Cinquanta era stata riproposta con convinzione da numerosi naturalisti trentini (Benedetto Bonapace, Italo Gretter, Franco Pedrotti e Renzo Videsott) l'idea di allargare all'area dell'Adamello e del Brenta il parco dello Stelvio. Dopo una serie di interventi e progetti strutturali, nel 1952 venne addirittura presentato al Senato della Repubblica un disegno di legge, in cui il parco Adamello-Brenta si congiungeva territorialmente e costituiva una sola unità con quello dello Stelvio, formando quello che avrebbe dovuto essere il Parco nazionale Brenta-Adamello-Stelvio (Tomasi 1990, 27-28). La proposta però non ebbe seguito, anche se l'opportunità di creare una nuova area protetta non venne certamente meno.
A partire dagli anni Sessanta frattanto si andò gradualmente avviando un processo di sviluppo che ha portato alla condizione attuale che vede il Trentino sempre più simile al resto del territorio europeo dal punto di vista delle dotazioni infrastrutturali, delle opportunità urbane e delle condizioni sociali, ma anche, in termini particolarmente evidenti, per quanto riguarda la diffusione insediativa, la dispersione delle attività e la formazione di nuove polarità urbane.
Un aspetto importante di questo percorso è consistito nell'evoluzione dei sistemi di governo delle decisioni complesse, con l'affermazione del metodo e degli strumenti della pianificazione. Il piano urbanistico, individuato da una cerchia ristretta di tecnici particolarmente avveduti fin dal primo dopoguerra come strumento per governare le trasformazioni intervenute soprattutto nello spazio urbano, venne impiegato solo parzialmente e secondo modalità eccezionali prima della legge urbanistica del 1942 (è il caso del piano regolatore di Bolzano negli anni Trenta). Ancora nei primi anni del secondo dopoguerra i tempi non apparivano propizi per azioni programmatiche, prevalendo in quella fase l'urgenza della ricostruzione e il timore di frenare l'iniziativa privata (Zanon 1993).

Logo del Parco
La diffusione dell'urbanistica come strumento programmatorio sarebbe quindi iniziata negli anni Sessanta e si sarebbe concretizzata nella provincia autonoma di Trento nel quadro del piano urbanistico provinciale, iniziativa che ebbe un ruolo chiave per sostenere lo sviluppo e la modernizzazione e che qualificò il Trentino come un vero e proprio laboratorio di pianificazione. Negli anni Sessanta ebbe infatti luogo nel Trentino una accelerazione delle trasformazioni, in parte tra l'altro stimolate e guidate dall'intervento pubblico. Si trattò del passaggio da un sistema socio-economico basato sull'agricoltura tradizionale ? spesso non specializzata ? e modeste attività produttive in campo manifatturiero, ad un modello incentrato sull'industrializzazione e l'offerta di opportunità di tipo urbano a tutta la popolazione della provincia (Zanon 2005).

Adamello-Brenta, Dolomiti di Brenta
Era questa la scommessa del primo piano urbanistico provinciale promulgato dalla provincia autonoma di Trento nel 1967, che perseguiva obiettivi di tipo socio-economico attraverso un disegno territoriale 3. La gestione della transizione ad una agricoltura di mercato evitando lo spopolamento della montagna poteva essere perseguita mediante il rafforzamento del sistema infrastrutturale, la diffusione delle attrezzature pubbliche e delle aree industriali, l'organizzazione delle amministrazioni periferiche mediante i comprensori, intesi come vere e proprie ?città in estensione? in grado di offrire servizi e opportunità entro ambiti di vallata. A queste proposte si accompagnò la salvaguardia del paesaggio e lo sviluppo dell'attività turistica, in particolare quella invernale.
Sulla base delle competenze primarie in materia urbanistica, conferite alla provincia autonoma di Trento dallo Statuto speciale del 1948 per la regione Trentino Alto Adige, la provincia si era dotata nel 1964 di una propria legislazione in materia urbanistica (legge provinciale 2 marzo 1964, n. 2). In applicazione di tale legge veniva approvato con voto unanime dal Consiglio provinciale il piano urbanistico provinciale (legge provinciale 12 settembre 1967, n. 7). Si trattava di uno dei primi esempi di piano urbanistico territoriale italiano, fortemente voluto dal presidente della Provincia autonoma, Bruno Kessler, progettato dall'urbanista Giuseppe Samonà e largamente discusso e vagliato in tutte le sedi territoriali prima della sua approvazione consigliare (Zanon 1993).

Adamello-Brenta, Lago di Tovel
Il piano, supportato da una serie di studi realizzati tra il 1965 e il 1967 e coordinati da Gino Tomasi, direttore del museo tridentino di scienze naturali e confluiti nel 1967 in un documento dal titolo: ?Proposte preliminari per la costituzione di parchi naturali in provincia di Trento? (Tomasi 1990, 27-28), prevedeva che una consistente porzione di territorio provinciale fosse destinata a parco, individuando in particolare due aree che avrebbero dovuto assumere tale fisionomia. La prima ? quella già portata all'attenzione della pubblica opinione a inizio secolo da diversi naturalisti ? era costituita da un territorio di 504 kmq, collocata nella parte occidentale della provincia, e caratterizzata dalle preminenze naturalistiche delle valli di Tovel e di Genova e dunque del gruppo dolomitico di Brenta e di quello granitico dell'Adamello. La seconda, collocata nella parte orientale del territorio provinciale, aveva una superficie di 157 kmq e si estendeva a cavaliere dell'alta valle del Torrente Cismon, comprendendo verso est la parte trentina del gruppo dolomitico delle Pale di S. Martino, mentre ad ovest includeva le propaggini orientali della Catena del Lagorai (Giovannini 1984, 265-274).

Adamello-Brenta, Lago di Tovel
Il piano urbanistico provinciale, attraverso le sue norme di attuazione, vincolava le aree dei due parchi all'inedificabilità, a fronte dei loro ?aspetti naturali così caratteristici per la singolarità, il pregio e le qualità intrinseche di specie rare di flora, fauna e di aree geologiche da richiedere il divieto di ogni presenza umana oltre quelle poche che servono a rendere accessibili le zone più caratterizzate, senza alterare la loro predisposizione alla contemplazione e al silenzio? 4 . L'indirizzo di tutela previsto dal piano era dunque volto verso una prevalente conservazione ambientale a carattere non rigorosamente biologico o naturalistico, ma tendente al mantenimento del quadro ecologico spontaneo, senza grosse modificazioni del paesaggio (Flaim 1990). All'attuazione di tale proposito ostavano tuttavia due fattori di indiscussa rilevanza, entrambi di carattere strutturale.
Il primo era costituito dal regime di proprietà, caratterizzato da una situazione patrimoniale piuttosto complessa, specie nell'area del parco naturale Adamello-Brenta. Qui, infatti, accanto agli appezzamenti di notevole estensione, appartenenti a comunità giuridicamente rappresentate dalle amministrazioni comunali, dalle amministrazioni separate dei beni di uso civico, o da enti sottoposti all'autorità tutoria della giunta provinciale (Vicinie, Regole, Consortèle), con le quali il dialogo per la condivisione dei vincoli necessari all'attuazione del parco poteva essere problematico, ma comunque costruttivo, coesistevano numerosissime particelle fondiarie pascolive e boschive di non grande estensione, appartenenti a un gran numero di privati, decisamente più rigidi nell'accettare limitazioni all'esercizio del diritto di proprietà (Giovannini 1984). Meno problematica la situazione, a questo proposito, nell'area del Parco naturale Paneveggio-Pale di S.Martino, posto che circa la metà del suo territorio, quello dove era ubicata la foresta di Paneveggio, era costituita da beni demaniali provinciali.

Adamello-Brenta, Lago di Valagola
La seconda criticità era rappresentata dalla presenza in entrambe le aree dei due parchi di un cuneo a marcata antropizzazione di carattere turistico. Nel caso del parco naturale Adamello-Brenta si trattava della presenza dei vari centri della Val Rendena, ma soprattutto, nel cuore del parco, del centro di Madonna di Campiglio, con i numerosi impianti sciistici e di risalita del suo circondario; nel caso del Parco naturale Paneveggio-Pale di S. Martino, della presenza del polo turistico di San Martino di Castrozza e di Passo Rolle. Si trattava di situazioni in contraddizione con la qualità dell'ambiente naturale del parco, caratterizzate da un'urbanizzazione per certi versi dirompente e da una massiccia antropizzazione (Boato 1998). Evidentemente i confini del parco dovevano essere tracciati escludendole, tuttavia appariva difficile non contenere all'interno dell'area protetta dotazioni infrastrutturali al servizio di tali località turistiche. Nella definizione dei due parchi naturali venne, pertanto, consentita una limitata utilizzazione per attrezzature ricettive o di servizio, compresi gli impianti a fune, così come per una viabilità strettamente necessaria alla fruizione dei parchi. Era comunque precisato che la realizzazione di ogni opera dovesse essere subordinata al preventivo nulla-osta della giunta provinciale. Ai singoli comprensori in cui erano collocati i parchi era demandato uno studio urbanistico più dettagliato delle zone sottoposte a tutela (Flaim 1990).
L'individuazione delle modalità di collaborazione tra centro e periferia e l'opera di convincimento delle comunità locali e dei privati direttamente interessati dall'attivazione dei due parchi si protrasse a lungo, con confronti anche spigolosi e serrati, in attesa che venisse promulgata dalla provincia autonoma di Trento una legge di settore che normasse la gestione dei due territori.

Adamello-Brenta, Val Rendena
Si doveva in effetti trovare una composizione tra i legittimi interessi di chi viveva e operava nei territori sottoposti a tutela e le esigenze connesse alla loro salvaguardia. Tale accomodamento avrebbe dovuto generare un'armonica integrazione fra abitanti e territorio dei parchi, dove la cura per il mantenimento delle attività agro-silvo-zootecniche, così come per la funzionalità delle strutture di uso collettivo fosse codificata fin nei particolari. Andava dunque effettuata una ricerca di soluzioni non traumatiche per la salvaguardia degli edifici compresi nell'area dei parchi e parallelamente per garantire la sopravvivenza delle pratiche colturali, di quelle zootecniche e di quelle di utilizzo del bosco, tutte per altro da svolgersi nel pieno rispetto dell'ambiente. Non potevano d'altro canto essere penalizzate le varie attività economiche, che gli operatori del posto avevano saputo praticare mantenendo un delicato equilibrio ambientale. Doveva, anzi, essere valorizzata l'esperienza plurisecolare di chi, con il proprio lavoro e con la propria costante presenza in montagna, attraverso la tutela dei beni comuni (boschi, pascoli, malghe, corsi d'acqua, strade), aveva offerto una concreta testimonianza di attenzione nei confronti di un territorio di cui aveva colto la delicatezza idrogeologica e ambientale. Per altro non potevano nemmeno essere cancellate con un colpo di spugna quelle iniziative di carattere turistico, alle quali da qualche tempo si erano aperte alcune località comprese nell'area dei due parchi (Leonardi 2005).

Mappa del parco Adamello-Brenta
Era necessario far capire alle singole comunità coinvolte nell'attivazione dei parchi che essi ? nonostante i vincoli che nell'immediato potevano essere colti come un gravame ? avrebbero potuto costituire a medio termine delle sicure opportunità anche di carattere economico, in quanto rispetto delle tradizioni ed accoglienza della novità non erano affatto conflittuali ? come non lo erano stati per secoli ? con una mentalità matura ed un tenace senso di responsabilità. Andavano rivitalizzate le virtù civiche, in un tempo in cui i conflitti e le rivendicazioni stavano soppiantando l'armonia della convivenza fra l'ambiente e i suoi abitanti.
In questa lunga fase di maturazione e concretizzazione dei parchi naturali, la conduzione delle due aree rimase in capo alla provincia che, tramite il servizio parchi, attuò per anni una politica di blanda valorizzazione naturalistica. Resse bene, tuttavia, il vincolo urbanistico, che anche in questa fase risultò in grado di salvaguardare il territorio dalle discutibili speculazioni edilizie che, in quegli anni, interessarono praticamente tutto il resto del territorio provinciale (Beccaluva, Gorfer, Tomasi 1968).
Se nel 1967 i provvedimenti assunti attraverso il piano urbanistico ponevano la provincia autonoma di Trento all'avanguardia nella tutela del patrimonio naturalistico e paesaggistico, i lunghi anni di dibattito sulle caratteristiche da conferire alle norme di gestione dei parchi, pur non risultando certo sterili, comportarono comunque un rallentamento nella concreta attuazione dei parchi. In effetti, se per un verso resero possibile il lavoro di diverse commissioni scientifiche che analizzarono a fondo tutti i possibili risvolti, da quelli ambientali a quelli economici, della presenza dei due parchi, per altro verso pur consentendo una graduale maturazione della coscienza ambientalista nelle popolazioni direttamente interessate dalla presenza dei due parchi, non sempre seppero superare le difficoltà del loro radicamento sociale e culturale (Boato, Arrighetti, Osti 1990).

Mappa del parco Paneveggio-Pale di San Martino
A conferire comunque un'accelerazione al processo di normazione della gestione dei due parchi naturali intervenne la tragedia di Stava del 1985, che scosse profondamente la realtà trentina, contribuendo ad infondere una maggiore responsabilizzazione alle scelte dell'autonomia provinciale. L'improvvisa alluvione di fango, provocata dal precipitare di un duplice terrapieno-bacino di decantazione, realizzato illegalmente in Val di Fiemme, con l'olocausto di 269 persone, segnò una svolta nella politica ambientale trentina, determinando una rapida revisione del piano urbanistico provinciale (Boato 2002).

Nel 1987, infatti, il nuovo piano riaffermò la validità delle scelte a parco naturale delle due aree definite nella versione del 1967. Ne riscrisse però la normativa urbanistica, ne ampliò e perfezionò i confini, alla luce delle esperienze acquisite e tenendo conto di una più rigorosa ricognizione dei valori naturalistici locali. Il Parco naturale Adamello-Brenta ampliò considerevolmente i propri confini, portando la superficie protetta dai 504 kmq originari a 618 kmq. Il Parco naturale Paneveggio-Pale di S. Martino venne allargato dagli originali 157 a 191 Kmq 5. La nuova impostazione prevedeva che al loro interno i due parchi fossero suddivisi in ?riserve?, secondo una classificazione di uso internazionale. In base ad essa venne qualificata come ?riserva integrale? quella dove l'ambiente va conservato nella totalità dei suoi caratteri naturali, delle biocenosi e dei popolamenti; in essa sono consentiti solo interventi strettamente necessari a conservare l'ambiente. Nelle ?riserve guidate? le caratteristiche da tutelare consentono la presenza delle infrastrutture necessarie all'accesso dei visitatori ed allo svolgimento di ridotte e controllate attività agro-silvo-zootecniche. Si tratta dei territori, che sotto un'attenta regia, possono essere fatti oggetto di un lento e graduale processo di riconversione alla naturalità. Infine, le ?riserve controllate? costituiscono le aree più antropizzate, dove, subordinatamente alle esigenze di tutela ambientale, sempre e ovunque prioritarie, è ammesso che vengano collocate anche alcune attrezzature di servizio, di collegamento e di trasporto, nella misura strettamente necessaria all'utilizzazione turistico-ricreativa ed al godimento sociale dei parchi (Flaim 1989).

I territori del Parco naturale Adamello-Brenta di elevato interesse naturalistico e paesaggistico si concentrano attorno alla Val di Tovel, la più profonda penetrazione da nord nel gruppo dolomitico di Brenta, percorsa da torrenti carsici e resa famosa dal celebre lago, che fino a metà anni Sessanta era caratterizzato dal fenomeno dell'arrossamento estivo (Marchesoni 1959; Bonapace 1961; Andreotti, Giovannini 1984; Tomasi 1989; Borghi 2006), nonché alla Val di Genova, dal tipico modellamento glaciale, con vallette laterali pensili, da cui precipitano rapide e cascate e che è chiusa dagli imponenti ghiacciai dell'Adamello (Tomasi 1987). Entrambe queste valli, che sono state definite tra le più attraenti dell'intero sistema alpino, fanno del Parco naturale Adamello-Brenta una delle aree protette sicuramente più interessanti delle Alpi. Nel complesso del loro territorio si snoda un percorso che attraversa numerose fasce fitoclimatiche, risalendo dalla faggeta al deserto nivale, passando attraverso estese foreste di conifere (Boato 1998).
L'elemento faunistico di maggior significato per questo parco naturale è costituito dalla persistenza nei suoi territori dell'ultima popolazione autoctona di orso bruno alpino. Il plantigrado è stato recentemente fatto oggetto di un progetto europeo di ?rinsanguamento?, denominato Life Ursus, partito nel 1999, che ha allargato la sua presenza a 24 esemplari rilevati con certezza nel 2007 6. Del resto la notevole estensione del territorio protetto, l'elevata escursione altitudinale, la duplice geologia dei complessi montuosi e l'elevato stato di integrità ambientale dell'area fanno sì che questa possa ospitare una straordinaria varietà di ambienti e di specie della flora e della fauna.
Il Parco naturale Paneveggio-Pale di S. Martino, meno vasto del precedente, è costituito essenzialmente dalla foresta demaniale di Paneveggio estesa su circa 4.000 ha e nota per la presenza degli abeti di risonanza e dal grande tavoliere roccioso delle Pale, di circa 5.000 ha, collocato a quote superiori ai 2.500 m, con i lati strapiombanti in pareti policrome al mutare delle ore e delle stagioni (Zanin 1990). Sul territorio del Parco, in un ambito spaziale relativamente ristretto, si alternano una grande varietà di situazioni ecologiche che danno luogo a realtà naturalistiche di straordinario interesse. Si passa infatti in rapida successione da valli tipicamente dolomitiche, ricche di formazioni forestali caratterizzate dalla presenza della pecceta subalpina, come la Val Venegia, a settori contraddistinti dalla presenza di gruppi montuosi di natura geologica assai diversa.

Paneveggio-Pale di San Martino
Ridefinite dunque, con la revisione del piano urbanistico provinciale del 1987, superfici e caratteristiche delle due aree protette, si avviò sul territorio un vigoroso confronto tra tutte le realtà interessate al funzionamento dei parchi, che portò all'emanazione della legge provinciale del 6 maggio 1988, n. 18 relativa all'?Ordinamento dei parchi naturali?. Si trattava di una legge innovativa, anticipatrice dei principi di partecipazione poi sanciti dalla legge quadro nazionale 394/91. Essa ampliava e rinnovava il vecchio concetto di parco, legato prevalentemente alla preminenza della conservazione delle bellezze naturali. Definiva infatti le finalità dei parchi naturali trentini andando oltre ?la tutela delle caratteristiche naturali e ambientali?, prevedendo naturalmente ?la promozione dello studio scientifico?, ma introducendo soprattutto ?l'uso sociale dei beni ambientali?, in un'ottica di convivenza fra ecosistema naturale ed ecosistema antropico (Flaim 1989).
Questa nuova legge provinciale introduceva delle precisazioni puntuali sulle principali attività antropiche ammesse all'interno dei territori dei parchi, quali le attività agro-silvo-zootecniche, quelle estrattive, quelle venatorie e quelle relative all'utilizzo delle acque a scopo idroelettrico; normava la presenza di linee elettriche e telefoniche, nonché la presenza di strutture ricettive di carattere turistico, così come la circolazione di veicoli, stabilendo dei rigorosi vincoli per tutte queste presenze. Regolamentava, infine, l'organizzazione amministrativa e le linee generali di gestione delle due aree protette, demandandola a due distinti enti, dotati di personalità giuridica di diritto pubblico 7. Essi vennero costituiti attorno a due principali organi decisionali, l'uno ? il Comitato di gestione ? di tipo assembleare, con compiti programmatori generali, l'altro ? la Giunta esecutiva ? con funzioni prettamente gestionali. Il primo risultava composto prevalentemente dai rappresentanti dei comuni il cui territorio fosse ricompreso nell'area del parco, oltre che da alcuni dirigenti della Provincia autonoma di Trento e dai delegati di organizzazioni ambientaliste, il secondo, molto più agile, risultava presieduto dal presidente del Comitato di gestione, che esprimeva anche un numero ristretto di propri rappresentanti, affiancati da due dirigenti provinciali (Flaim 1989).

Paneveggio - Pale di San Martino, Val Canali ? Sede del Parco
La legge provinciale del 1988 precisava poi che ciascuno dei due parchi si sarebbe dovuto dotare di un ?piano del parco? e di un ?piano faunistico? vale a dire di due strumenti che dovevano precisare tutti gli aspetti progettuali cui si sarebbe dovuta ispirare la conduzione del parco. Si trattava di dispositivi di pianificazione ambientale, dove il territorio analizzato non era più considerato come semplice supporto amorfo all'attività umana, ma in termini dinamici, in una visione ecosistemica delle variabili in gioco, che comportava scelte sulla base dell'equilibrio biologico instaurabile fra i vari elementi cogenti 8. Per dotarsi dei propri piani si dovette però attendere il 1995 per il parco naturale Paneveggio-Pale di S. Martino e addirittura il 1999 per il parco naturale Adamello-Brenta, in quanto dovettero essere composte una serie di frizioni a livello di accettazione sociale.
Con la revisione infine del piano urbanistico provinciale avvenuta nel 2003 oltre ad un'ulteriore piccola espansione territoriale dei due parchi si è provveduto a precisare divieti, limiti, prescrizioni per l'uso del territorio, fissando inoltre, le caratteristiche degli interventi per la tutela dell'ambiente naturale e le modalità di una sua utilizzazione sociale e turistica, permettendo, in questo modo, di orientare tutte le azioni al conseguimento degli scopi istitutivi dei due parchi.

Stelvio
Le varie comunità i cui territori sono compresi nelle aree dei due parchi possono dunque utilizzare le risorse dell'ambiente, ma secondo modalità rispettose, che non producano un impoverimento dei beni ambientali. I due parchi, infatti, non si limitano ad esercitare una tutela esclusivamente passiva, attraverso vincoli e divieti comunque necessari, ma gestiscono il patrimonio naturale in modo equilibrato, salvaguardando la diversità biologica, valorizzando le risorse ambientali e dando impulso ad uno sviluppo sostenibile del territorio. In quest'ambito si è recentemente sviluppato un percorso particolarmente coinvolgente dei due parchi, quello volto a promuovere un turismo sostenibile per i territori e attraente per il mercato (Franch, Barbera, Parisi 2007). Turismo e ambiente naturale sono legati l'uno all'altro a ?doppio filo?. L'ambiente integro è, per il turismo, un forte motivo di attrattiva. Ma il turismo, viceversa, per il forte carico antropico e l'impatto che ha sul territorio rappresenta, per l'ambiente, un fattore di rischio. Potrebbe evidenziarsi la tendenza che l'azione dei parchi si sbilanciasse eccessivamente sui temi della sostenibilità, ponendo in secondo piano la missione istituzionale di tutela e salvaguardia; ma, nell'affrontare la propria missione i parchi non possono esimersi dal confronto con l'attività economica più significativa del territorio, il turismo, appunto (Zanghellini 2004).
Le iniziative recentemente intraprese dai due parchi intendono dunque perseguire anche l'obiettivo di incoraggiare pratiche turistiche sostenibili, rispettose delle necessità ambientali e di quelle dei residenti, attente alle spinte dell'economia locale e dei visitatori: in questa logica si inseriscono i progetti volti a promuovere la diffusione di modelli di gestione ambientale delle strutture ricettive, le azioni per favorire una mobilità sostenibile, l'arricchimento di proposte di educazione ambientale e di attività turistiche a basso impatto (Betta 2005; Franch, Sambri, Martini, Pegan, Buffa 2008). D'altra parte i parchi, con le proprie attività e il proprio marchio, possono diventare elemento di attrattività e caratterizzare l'offerta turistica del territorio orientandola verso modelli sostenibili.

Stelvio-Val di Rabbi