Angelo Nesti
Il patrimonio industriale della siderurgia italiana
Territori, vicende, valorizzazioniPiombino, 4-5 luglio 2008Il 4 e 5 luglio si è tenuto a Piombino il convegno Il patrimonio industriale della siderurgia italiana. Territori, vicende, valorizzazioni. Promosso dall?Associazione italiana per il Patrimonio archeologico industriale (Aipai), dal Comune di Piombino e dalla Lucchini Spa, si è inserito all?interno di un più ampio progetto di valorizzazione della memoria industriale piombinese, in particolar modo di quella legata alla produzione siderurgica. Il dieci giungo precedente era stato infatti firmato a Piombino, nei locali del Comune, un protocollo d?intesa tra i tre promotori citati e la fondazione Ansaldo di Genova per sviluppare una serie di iniziative nell?arco del bienno 2008-2010 articolate lungo cinque percorsi di ricerca e di divulgazione (www.patrimonioindustriale.it ): 1) documentazione del patrimonio archeologico industriale esistente all?interno dello stabilimento Lucchini, individuato in un altoforno con annessa stock house ed i relativi cowpers; 2) individuazione, raccolta e inventariazione del materiale storico documentario presente presso lo stabilimento e altri archivi italiani; 3) ricostruzione delle vicende storiche legate alla nascita e allo sviluppo della stabilimento Lucchini di Piombino; 4) raccolta di testimonianze orali; 5) realizzazione di un centro di documentazione teso a raccogliere, diffondere e comunicare il patrimonio industriale della siderurgia piombinese.
Il convegno ha così rappresentato l?occasione di lancio del ?progetto memoria?, cadendo per altro in un anniversario importante, i trenta anni dalla pubblicazione degli atti di un importantissimo convegno siderurgico, tenuto anch?esso a Piombino, dedicato a La siderurgia italiana dall?Unità ad oggi usciti come numero monografico della rivista ?Ricerche Storiche? (n. 1, 1978), allora edita dalla Cooperativa editrice universitaria Firenze (Clusf). Quel convegno fu l?occasione per ripensare la storia della siderurgia nazionale alla luce di numerosi contributi e ricerche apparse a ridosso del 1978 (G. Mori, La siderurgia italiana dall?Unità alla fine del secolo XIX, in www.patrimonioindustriale.it, 7-34), discutendo del tema all?interno di un quadro produttivo caratterizzato da alcuni problemi strutturali legati al mercato dell?acciaio, ma che ancora non era segnato dalla profonda crisi del decennio successivo. Nella prima metà degli anni Ottanta la produzione siderurgica italiana segnò infatti un andamento contradditorio. Da un lato quella a ciclo integrale che stentava a riprendere i valori precedenti in termini di produzione, di produttività e di margini di profitto; dall?altro quella basata sul rottame che invece dava segnali molto positivi sebbene all?interno di un ciclo di forte ristrutturazione. La stagione della crisi si concluse con la dismissione delle acciaierie controllate dall?Iri e con la conseguente privatizzazione proprio ad alcuni gruppi capeggiati da industriali legati alla siderurgia basata sul rottame (G. Pedrocco, 2000, Bresciani. Dal tondino al rottame. Mezzo secolo di siderurgia (1945-2000), Milano, Jaca Book).
Le innovazioni tecnologiche successive ed i piani industriali delle nuove società hanno poi reso obsoleti molti impianti a ciclo integrale grazie soprattutto all?aumento delle economie di scala che a Piombino, ad esempio, ha reso superflua la presenza di quattro altiforni, sostituiti da uno solo forno capiente tanto quanto i quattro dismessi, i quali sono stati smantellati nel corso del tempo. Nel frattempo anche gli impianti di Bagnoli sono stati dismessi e in quelli di Genova Cornigliano si è abbandonato il ciclo integrale con l?abbattimento degli altiforni. Queste dinamiche hanno in sostanza suscitato, a partire dai primi anni del 2000, una stagione di interventi ridefinitori di intere aree territoriali con il rischio concreto di vedere perduti i segni evidenti di una lunga stagione industriale che ha caratterizzato il novecento italiano con evidenti riflessi nella formazione della cultura industriale e nell?organizzazione urbanistica di quelle città legate all?attività siderurgica.
Proprio nel periodo in cui la siderurgia doveva affrontare la crisi, tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, stava maturando, anche in Italia, il dibattito intorno all?archeologia industriale che era alimentato, e si alimentava al tempo stesso, dai timori, espressi da settori ancora marginali della società civile, che la dismissione di impianti, fabbriche e processi industriali dopo la crisi degli anni Settanta potesse in qualche modo tradursi in una perdita secca per il patrimonio culturale italiano all?interno del quale, tuttavia, i beni industriali ancora non godevano della stessa dignità riservata ad altre tipologie. Ulteriori segnali dell?interesse verso le attività industriali giungevano dall?affermazione, anche in Italia, di una nuova branca della ricerca storico-economica come la storia d?impresa, dalla rinascita delle associazioni di carattere archeologico industriale e poi dalla costituzione dell?Aipai (Associazione italiana per il Patrimonio archeologico industriale), dall?avvio di alcune iniziative tese a valorizzare la cultura e il patrimonio industriale di certi territori: la fondazione Ansaldo, la fondazione Dalmine, la fondazione Piaggio, gli Istituti per la cultura e la storia d?impresa di Terni e di Milano e moltissime altre esperienze di valorizzazione industriale.
Trenta anni, dal 1978 ad oggi, che hanno portato a maturazione nuove sensibilità, nuovi spunti di ricerca, nuove prospettive di indagine mossi proprio dall?esigenza di salvaguardare e valorizzare un percorso secolare, e in alcuni casi più che secolare, di attività produttiva e di cultura industriale che segnano oggi in profondità numerosi territori italiani sia dal punto di vista dei resti materiali, sia sotto il profilo urbanistico e sociale.
L?idea che è stata alla base del convegno dello scorso luglio, forte anche delle ricerche che proprio da quel dibattito del 1978 hanno preso piede (cfr. in particolare il collettaneo
Acciaio per l?industrializzazione, curato da Franco Bonelli ed edito dalla fondazione Einaudi nel 1982), affonda le proprie radici nel contesto di queste novità che sostengono le esigenze di amministrazioni pubbliche ed imprese private tese a patrimonializzare e a valorizzare il proprio passato industriale. Il territorio, sotto questo profilo, diventa perciò un elemento importante perché sede dell?impresa e dei processi industriali, da un lato, e, dall?altro, luogo in cui le dinamiche socio culturali attribuiscono valore ai beni e alla cultura industriale. Ecco perché il convegno di Piombino dello scorso luglio si è concentrato su due aspetti: ?Territori e impianti della siderurgia italiana tra età moderna e contemporanea?, la prima sessione, mentre la seconda ha indagato le ?Esperienze di valorizzazione del patrimonio siderurgico in Italia e all?estero?.
La Toscana, le valli bresciane e bergamasche, la conca ternana e la Campania sono state l?oggetto della prima giornata presieduta da Giovanni Luigi Fontana. Si tratta di zone in cui l?attività siderurgica basata sull?altoforno a carbone di legna ha persistito per diversi secoli (ad esse si affiancherà, in sede di pubblicazione degli atti, anche la Liguria con un intervento di Roberto Tolaini), passando poi nel XX secolo al carbon fossile distillato. L?indirizzo delle relazioni si è concentrato sull?evoluzione territoriale per capire in che modo fattori di quadro come la politica economica e le tradizioni e fattori interni alle imprese ? tecnologia, costo del lavoro, costo delle materie prime ? abbiano influito nelle numerose ridefinizioni territoriali che dall?età moderna e contemporanea hanno caratterizzato la siderurgia di queste zone lasciando sul terreno i resti evidenti di questa stratificazione tecnologica e produttiva. La sessione è stata aperta da un intervento di Ivan Tognarini sulla realtà piombinese (
Quale futuro per un patrimonio dalle radice antiche?) ed è proseguita con le relazioni di Giorgio Pedrocco (
La siderurgia lombarda. Un comparto privato in trasformazione), Renato Covino (
La siderurgia a Terni: dal ferro dell?età pontifica all?acciaio), Gregorio Rubino (
Sulle memorie manoscritte di Nicola Salvi, imprenditore del ferro nel Regno di Napoli), Angelo Nesti (
Dalla frammentazione alla concentrazione: siderurgia e territorio in Toscana tra età moderna e contemporanea) e Augusto Vitale (
Siderurgia antica e moderna in Campania).
I resti fisici e materiali, nonché la messe di culture e di saperi industriali che hanno lasciato e continuano a lasciare queste attività, costituiscono un patrimonio che in alcuni casi è stato valorizzato, in altri è in corso di valorizzazione, in altri ancora è invece purtroppo lasciato nell?oblio. Il compito della seconda sessione è stato proprio quello di fare il punto sull?andamento della patrimonializzazione, sulle attività di valorizzazione fornendo una comparazione con analoghe iniziative all?estero. Alessandro Lombardo ha esposto l?attività della fondazione Ansaldo e il suo ruolo nella realtà genovese e ligure; stessa cosa è stata fatta da Carolina Lussana, Manuel Tonolini e Stefano Capelli per quanto riguarda la fondazione Dalmine; Carlo Simoni è invece intervenuto sull?interessante esperienza di valorizzazione dell?altoforno a carbone di legna di Tavernole sul Mella; Angela Quattrucci si è occupata della valorizzazione degli archivi siderurgici dell?Ilva ancora oggi conservati a Piombino; Massimo Preite ha esposto significati e funzioni dei vari parchi siderurgici oggi esistenti in Europa. Gli interventi si sono conclusi con quello di Cristiana Torti dedicato alle metodologie di raccolta delle fonti orali e alla loro capacità di valorizzare il patrimonio industriale.
La giornata si è infine conclusa con una tavola rotonda sulla salvaguardia e la memoria della siderurgia toscana a cui hanno partecipato i rappresentanti dei comuni di Piombino e di Follonica, esponenti dell?Università di Firenze e di Siena, e di vari parchi della zona: Val di Cornia, Minerario dell?Elba, Tecnologico delle Colline Metallifere.