N. 18 - Ottobre 2008

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X






Fernando Tavares Pimenta

The Politics of Nations and Nationalism in Lusophone Africa
Rassegna della Conferenza internazionale
Oxford, 6-7 dicembre 2007

Nei giorni 6 e 7 dicembre 2007 ha avuto luogo uno dei più significativi convegni scientifici sulla storia dell?Africa Lusofona ? l?Africa di Lingua Portoghese. Si è trattato della conferenza internazionale The Politics of Nations and Nationalism in Lusophone Africa, la cui organizzazione si deve principalmente a Eric Morier-Genoud, un giovane e brillante specialista della storia del Mozambico. La conferenza si è tenuta al Department of Politics & International Relations, St. Cross College dell?Università Oxford, ed è stata organizzata nel quadro delle attività dell?Oxford Research Network on Government in Africa (Orenga). Il convegno ha raggruppato un numero molto consistente di specialisti nella storia dei paesi africani di lingua portoghese (e nella storia coloniale portoghese in generale) provenienti da varie parti del globo: Regno Unito, Francia, Svizzera, Portogallo, Stati Uniti d?America, Mozambico, ecc. Un incontro interdisciplinare che ha riunito storici, politologi, sociologi ed altri studiosi di scienze sociali, i quali hanno dibattuto, durante questi due giorni, argomenti legati al tema della nazione e del nazionalismo in Africa. Data la rilevanza internazionale del tema, la ricchezza del dibattito e l?eccezionale valore delle relazioni ivi presentate ? che in questo momento stanno per essere riunite in un libro per una futura pubblicazione ? riteniamo opportuno far conoscere i contenuti della conferenza al pubblico accademico (e non accademico) italiano attraverso questa rassegna informativa.
Il convegno è stato aperto da una relazione introduttiva di Eric Morier-Genoud, dell?Università di Oxford, che ha parlato della necessità di pensare il fenomeno politico del nazionalismo e della nation formation nell?Africa Lusofona. Più specificatamente, Morier-Genoud si oppone alla prospettiva fondamentalmente teleologica adottata nella maggior parte delle narrative esistenti sul nazionalismo nei paesi africani di lingua portoghese (Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Capo Verde e San Tomè e Principe). Narrative, queste, che leggono il passato a partire dalla prospettiva del presente, ossia la prospettiva dei movimenti nazionalisti vincitori, che presero il potere nelle antiche colonie portoghesi dopo le indipendenze nel 1974-1975. Morier-Genoud ha indicato così la direzione del dibattito: spostare il centro dell?attenzione dalla storia delle elites africane al potere alla storia dei molti altri movimenti e gruppi politici che furono responsabili della comparsa di fenomeni di nazionalismo nei paesi africani. Prendere poi altre vie di penetrazione nella storia dei nazionalismi africani ed esaminare ciò che è rimasto ai margini della storia, cioè i nazionalismi alternativi a quelli egemoni. L?idea è aprire le porte alla ricerca sui processi di formazione nazionale nelle antiche colonie portoghesi. L?obiettivo è captare i frammenti nascosti delle nazioni africane in formazione, riprendendo in parte il discorso dell?indiano Partha Chatterjee. Ciò che in fondo si pretende di fare è costruire una conoscenza più scientifica e meno compromessa dal punto di vista ideologico della storia africana. Studiare la storia della nazione e del nazionalismo nell?Africa Lusofona, non significa necessariamente occuparsi di storia patriottica ed ancor meno di storia dei movimenti nazionalisti dominanti. Attraverso la sua relazione, Morier-Genoud lancia anche una sfida affinchè il processo di formazione della nazione ed il nazionalismo vengano colti non solo nella loro dimensione politica, ma anche in quella economica, sociale e culturale. Per questo, lo studioso ha sottolineato l?importanza di una maggiore articolazione nella ricerca tra, da un lato, le idee di nazione e di nazionalismo e, dall?altro, le idee di razza, genere, classe, gerarchia sociale, ecc.. Quindi, ho posto l?accento sulla necessità di una maggiore precisione concettuale, nella misura in cui alcune di queste idee e concetti risultino polisemici. Per esempio, ?nazionalismo? si riferisce tanto ad un discorso, come ad un?ideologia, ad un?identità o ad un progetto politico. Argomenti con significati differenti e che possono sollevare questioni distinte con risposte diverse.
Nel primo panel, intitolato What is particular about nationalism in Lusophone Africa?, vanno sottolineate le relazioni del politologo francese Michel Cahen, del Centre d?Etudes d?Afrique Noire (Cean) di Bordeaux, e dello storico britannico David Birmingham, dell?Università di Kent. Michel Cahen ha presentato una relazione di grande spessore analitico, intitolata Anticolonialism & Nationalism. Deconstructing synonymy, investigating historical processes. Notes on the heterogeneity of former African colonial Portuguese areas. In tale relazione, Cahen propone una problematicizzazione critica dei concetti di ?anticolonialismo? e ?nazionalismo? nell?Africa Lusofona. Generalmente, questi due concetti sono stati utilizzati dagli studiosi di scienze sociali come se fossero politicamente sinonimi, quando in realtà si riferiscono a fenomeni politici distinti. Cahen ha problematizzato in modo preciso questa diversità concettuale, dimostrando che i movimenti indipendentisti delle antiche colonie portoghesi furono più il prodotto dell?anticolonialismo, che l?espressione di un autentico movimento sociale di carattere nazionalista. Il progetto di nazione difeso dai movimenti indipendentisti fu parte integrante di un progetto più ampio di modernizzazione autoritaria delle società africane, attraverso il quale il partito-Stato avrebbe dovuto creare la nazione, a somiglianza di quelle europee. Ma il fatto è che le Repubbliche emerse dopo l?indipendenza non divennero veri Stati-nazione, ma Stati-territoriali senza nazioni., e neanche la modernizzazione forzata imposta dai movimenti indipendentisti al potere riuscì veramente a costruire nuove nazioni.
Parallelamente, proseguendo nel suo lavoro di destrutturazione della sinonimia politica tra concetti, Cahen ha preso in esame i concetti di indipendenza e di decolonizzazione, indicando tre tipi di evoluzione politica delle antiche colonie in relazione alle loro ex-metropoli: a) indipendenza senza decolonizzazione; b) decolonizzazione senza indipendenza; c) indipendenza con decolonizzazione.
Il primo tipo è dominante nel continente americano, dove le indipendenze delle colonie britanniche, spagnole e portoghesi, rappresentarono una rottura politica con le antiche metropoli, ma non furono frutto di un autentico movimento sociale anticoloniale. Cioè, furono gli stessi nuclei coloniali bianchi che si resero indipendenti dagli antichi poteri metropolitani, convertendosi in una specie di colonie auto-centrate. Una colonia che si eleva allo statuto di Stato sovrano, ma nella quale la nazione è il prodotto diretto della società coloniale formata dallo strato colonizzatore bianco. Si può riscontrare una continuità delle strutture di colonialismo interno, anche se i fili di dipendenza verso l?esterno erano già stati tagliati dai coloni stessi. Le popolazioni indigene, amerindie ed i numerosi schiavi neri furono gradualmente assorbiti nella nazione, ma sempre in una posizione di subalternità economica e sociale (quindi anche politica) rispetto al gruppo dominante bianco, che è il vero artefice della società.
La seconda categoria ? indipendenza senza decolonizzazione ? si realizza attraverso l?integrazione politica e sociale dell?antica colonia nello Stato metropolitano. Esempi concreti di questo sono i casi dei ?Dipartimenti d?Oltremare? della Francia (Guiana Francese, Guadalupe, ecc.) che furono l?alveo di una completa assimilazione istituzionale nel quadro della Repubblica Francese. Però, non del tutto chiare sono le conseguenze che questa totale assimilazione ebbe sulla nazione, perlomeno in termini di identità. Per esempio, com?è che la matrice gallo-celtica della nazione francese reagì con l?integrazione delle popolazioni di origine amerinda ed africana? E sarà che l?amerindo della Guiana rivede la sua identità in Asterix?
La terza categoria ? indipendenza con decolonizzazione ? riguarda la maggior parte delle indipendenze delle antiche colonie europee in Africa. Nonostante il suo carattere neocoloniale, gli Stati africani furono istituiti dalle stesse popolazioni colonizzate e non dai colonizzatori europei. Questo significa che le società africane, benchè conquistate e fino ad un certo punto acculturate e trasformate dai colonizzatori europei, non furono eliminate come nel Nuovo mondo. Gli europei non riuscirono a costruire in Africa nuove nazioni di matrice europea, con l?eccezione della nazione africander (boera) nell?Africa del Sud. Le settler colonies non si trasformarono in Stati indipendenti, con le eccezioni temporanee dell?Africa del Sud (1910-1994) e della Rodesia (1965-1980). Furono poi le popolazioni colonizzate che realizzarono le indipendenze africane, non i colonizzatori, di modo che l?indipendenza rappresentò anche la fine delle strutture interne del colonialismo. Ciò costituisce una differenza fondamentale rispetto all?America, l?Australia o la Nuova Zelanda. Ma questo non significa che fossero state abolite le forme di sfruttamento economico che ricadevano sulla maggioranza della popolazione, la quale continuò a vivere in una situazione di subalternità sociale, culturale e politica. Si ebbe però una sostituzione delle elites al potere e l?ascesa degli africani ai posti più alti di governo ed amministrazione politica, militare ed economica.
Infine bisogna tener presente che esistono delle nuances e specificità dentro questa terza categoria. I paesi africani di lingua portoghese presentano, del resto, alcune peculiarità che sono il prodotto del colonialismo portoghese stesso. Occorre infatti notare che le indipendenze delle colonie portoghesi furono portate a termine dalle elites meticce e nere profondamente assimilate alla cultura portoghese. Elites,queste, che sono il prodotto delle micro-società coloniali costituite dai portoghesi lungo i secoli sulle coste africane. Per questo, non rappresentavano autenticamente le popolazioni africane colonizzate, nella misura in cui queste elites sono più vicine socialmente e culturalmente allo strato colonizzatore. Questa situazione è in particolar modo evidente in Angola, dove il Mpla (il Movimento popolare di liberazione dell?Angola) è soprattutto espressione dell?elite di Luanda, la cui lingua, cultura ed in parte ascendenza, sono portoghesi. Elite che poco aveva a che fare con le popolazioni africane nere dell?interno. Altra peculiarità riguarda le isole di San Tomè e Principe e Capo Verde, le cui società furono il diretto risultato del processo coloniale, essendo le popolazioni discendenti dei colonizzatori portoghesi e degli schiavi neri deportati dal continente.
David Birmingham, professore dell?Università di Kent, ha presentato una relazione intitolata Is nationalism a feature of Angola?s cultural identity? Con la propria relazione, il professor Birmingham più che dare risposte, ha cercato di sollevare questioni ed affrontare problematiche fondamentali per la storia dell?Angola, ponendo l?accento in particolare sull?identità angolana, nel suo senso politico-culturale. Così, Birmingham ha discusso intorno al ruolo della lingua portoghese in Angola, in quanto lingua ufficiale del paese e del partito-Stato rappresentato dal Mpla. Un altro punto ha riguardato l?importanza dei nomi e dei cognomi portoghesi, usati sia dai politici di governo, sia da quelli dell?opposizione, a detrimento dei nomi africani. Un?ulteriore questione molto significativa su cui si è soffermato lo studioso, è stata quella concernente l?eredità culturale portoghese lasciata dai coloni stessi e profondamente radicata nell?identità angolana. Prossima a questa questione è quella delle relazioni con l?antica metropoli (il Portogallo) ? relazioni di tipo politico, economico e culturale. Relazioni strette, che dimostrano che certi legami vanno oltre la fine del colonialismo. Ma una questione può a ragione considerarsi centrale per la comprensione dell?identità angolana. Si tratta di cercare di capire se gli angolani si sentono quali parte integrante dell?Africa. È una domanda con una risposta difficile, nella misura in cui l?elite angolana è il prodotto sociale di secoli di acculturazione europea veicolata dalla dominazione coloniale portoghese. Si tratta di un?elite altamente europeizzata e, generalmente, con ascendenza portoghese o, perlomeno, con legami familiari diretti ed indiretti con famiglie portoghesi. Birmingham si è inoltre soffermato sul tema delle relazioni razziali con l?Angola, in particolare sull?adozione di un criterio razziale nell?elaborazione delle carte d?identità. In questo caso, quali sono le conseguenze per l?identità nazionale? Ed in che modo la razza può modellare l?identità nazionale ed il senso di appartenenza sociale alla nazione?
Il secondo panel aveva per titolo Lusophone cultures of Nationalism. In questo panel sottolineamo l?intervento del californiano Jason Sumich, della London School of Economics, la cui relazione portava il titolo To build a nation. Elite ideologies of nationalism and modernity in Mozambique. Sumich ha approfondito alcuni aspetti legati all?ideologia della modernizzazione radicale adottata dalla Frelimo dopo l?indipendenza del Mozambico. Per Sumich, la Frelimo creò una cultura specifica di nazionalismo basata non tanto su una visione di nazione nel passato, ma su un progetto di nazione per il futuro. Così, la Frelimo cercò di costruire la nazione mozambicana attraverso un discorso politico che non richiamava il passato glorioso, ma un futuro radioso. Una nazione che sarebbe stata totalmente differente da quella che era stata nel passato e nel presente. Fu sulla base di questa idea di una futura nazione radiosa, che la Frelimo fondò la sua politica forzata di modernizzazione della società mozambicana. Il suo programma di modernizzazione divenne così un progetto di costruzione della nazione ? progetto che prometteva un benessere materiale alla popolazione in un futuro indeterminato, ma che era imposto dalle elites dominanti agli strati più bassi della popolazione mozambicana. Si trattava inoltre di un progetto autoritario, che veniva incontro alle aspettative politiche dell?elite assimilata del Sud del paese, la quale costituì il nucleo dirigente della Frelimo durante la guerra d?indipendenza. Perciò, questa visione modernizzatrice rifletteva le origini sociali della classe politica mozambicana e, soprattutto, la sua alienazione rispetto alla maggioranza contadina della popolazione. Una delle conseguenze evidenti di questa alienazione fu il fatto che la Frelimo pretese di fare tabula rasa del mondo contadino dopo l?indipendenza, con l?obiettivo di rielaborare la società mozambicana al fine di costruire la ?futura nazione radiosa?. I risultati di questo piano di modernizzazione furono disastrosi per la società del Mozambico, ma l?inesistenza di altri gruppi con il livello di preparazione culturale e politica del nucleo duro della Frelimo, permise a questa elite di mantenersi al potere anche dopo l?istituzione della democrazia nel 1994. L?educazione giocò qui un ruolo centrale nella riproduzione sociale di questa elite al potere, l?unica considerata capace di gestire uno Stato moderno.
Nel quadro del secondo panel, Marissa Noorman, dell?Indiana University, ha presentato un lavoro intitolato Dog Murras in Historical Perspective: Youth, Music and Nation in Angola. In questa relazione, Marissa Noorman ha analizzato i contenuti nazionalisti della musica della star angolana Dog Murras, specificatamente gli album Buè Angolano (Molto Angolano) e Pátria Nossa (Patria Nostra). Il messaggio veicolato dalle sue canzoni è forte e va nella direzione di un rafforzamento dell?identità nazionale angolana che, attraverso la musica, può raggiungere la quasi totalità della popolazione del paese. Non c?è poi da stupirsi che il principale patrocinatore di Dog Murras sia una delle figure vicine al regime del Mpla. Risulta così ancor più evidente il legame tra cultura, politica ed identità nazionale.
Il terzo panel, dal titolo Marginal and Non-Dominant Nationalisms, è stato uno dei più significativi in termini di discussione di tutto il convegno. Il panel è stato aperto dal mozambicano Joel das Neves Tembe, dell?Università Eduardo Mondlane (Maputo), con una relazione intitolata Diaspora and Nationalism: A look on Mozambican experiences in Southern Rhodesia (Zimbabwe), 1950s-1960s. Questa lavoro è stato il frutto di anni di ricerca negli antichi archivi rhodesiani, realizzata dallo stesso Joel das Neves Tembe che, oltre ad essere il ?re? della popolazione Tembe (Sud del Mozambico), è il direttore dell?Archivio Nazionale di Maputo. nella relazione mirava a mettere meglio a fuoco la storia del Manc ? Mozambican African National Congress ? un?organizzazione nazionalista fondata dai mozambicani espatriati nella Rhodesia del Sud, nella decade che va dal 1950 al 1960. La storia di questo movimento rivela i contorni della lotta nazionalista in una prospettiva differente da quella dominante veicolata dalla Frelimo. In verità, il Manc fu per anni un movimento clandestino, che sviluppò le sue attività nazionaliste a contatto con gli ambienti politici della Frelimo. Venne però a dividersi in conseguenza del comparire di tensioni interne, provocate dalla formazione di un altro movimento indipendentista, il Coremo ? Comité Revolucionário de Moçambique ? formato dai dissidenti della Frelimo.
Lo svizzero Didier Péclard, della Swiss Peace Foundation (Berna), ha presentato al convegno una relazione intitolata Unita, 1966-1977. The moral economy of ?marginal? nationalism in Angola. Péclard ha analizzato il modo in cui l?Unita ? il più debole dei movimenti guerriglieri al momento dell?indipendenza ? si trasformò in un movimento militare forte, capace di condurre una guerra durante quasi tre decadi contro il potere egemone di Luanda, rappresentato dal partito-Stato dell?Mpla. Insediata nel sud-est dell?Angola, l?Unita fu fondata nel 1966 da Jonas Savimbi e da un gruppo di nazionalisti educati nelle missioni protestanti del Planalto Central (Altopiano Centrale) dell?Angola. Fino al 1974, rimase un partito relativamente marginale, ma ottenne il riconoscimento politico portoghese e straniero durante il processo di transizione verso l?indipendenza nel 1974-1975. Sconfitto dal Mpla nel 1976, l?Unita riuscì a riorganizzarsi nelle zone disabitate dell?estremo sud-est ? le ?Terre della Fine del Mondo? ?, al confine con la Namibia. Con l?appoggio nordamericano e sudafricano, l?Unita condusse una paziente guerra di guerriglia contro il Mpla, obbligando il partito al potere a negoziare un accordo di pace a Bicesse (Portogallo) nel 1991. La guerra civile ricominciò nel 1992 e durò per altri dieci anni, fino alla morte di Jonas Savimbi nel 2002. Ma, oltre che per questi aspetti militari della sua storia, importa sottolineare che l?Unita riuscì a costruire una base sociale molto consistente tra le popolazioni Ovimbundu del Planalto Central, da dove proviene la maggior parte della classe dirigente del movimento. In realtà, l?Unita riuscì a costruire un nazionalismo che faceva appello all?africanità degli angolani, prima contro i colonialisti portoghesi e, dopo l?indipendenza, contro i ?nuovi colonizzatori? rappresentati dal Mpla. Così, lungi da essere un movimento su base etnica, l?Unita riuscì a riunire l?appoggio delle popolazioni colonizzate nere contro l?egemonia interna delle elites meticce e nere europeizzate di Luanda raggruppate nel Mpla. Un nazionalismo che portava avanti un progetto di nazione molto diverso da quello che fu imposto alla popolazione angolana dal Mpla. Sconfitta militarmente, l?Unita è oggi il secondo maggior partito angolano e l?unico capace di competere elettoralmente con l?Mpla. Questo sempre nel caso in cui abbiano luogo delle elezioni.
Nel quadro ancora del terzo panel, il portoghese Fernando Tavares Pimenta, dell?Università di Coimbra, ha presentato una relazione dal titolo Angola?s Euro-African Nationalism: the Angolan United Front (Fua). Fernando Tavares Pimenta ha affrontato il tema del nazionalismo prodotto dalla minoranza bianca angolana durante la dominazione coloniale portoghese ? il nazionalismo euro-africano. Un nazionalismo che vedeva l?Angola come il risultato dell?incontro delle sfere europea ed africana e che prospettava per la colonia un?evoluzione politica analoga a quella del Brasile, vale a dire, l?indipendenza rispetto al Portogallo. Un?indipendenza fatta dai coloni stessi, ma valida per tutta la popolazione angolana. Era un progetto che si adattava al contesto politico africano del secondo dopoguerra, nel senso in cui ammetteva l?accorpamento politico delle popolazioni meticce e nere, o perlomeno delle loro elites europeizzate. Il Fronte di Unità Angolana (Fua) fu il principale movimento nazionalista creato dai bianchi angolani e la sua attività politica si svolse soprattutto nel periodo 1961-1963. Però, il Fua finì per essere marginalizzato dal processo politico angolano in virtù della dura repressione coloniale portoghese e dell?ostilità politica delle guerriglie indipendentiste africane (Mpla e Fnla). Ciò avvenne perchè le guerriglie indipendentiste non concepivano l?esistenza di angolani bianchi e vedevano nel Fua un pericoloso rivale nella lotta per il controllo dell?apparato di Stato dopo l?indipendenza. Benchè non dominante nel contesto del fenomeno nazionalista in Angola, il nazionalismo euro-africano dei bianchi angolani costituì un segno visibile della complessità delle relazioni coloniali nelle settler colonies in Africa. Lo studio di Tavares Pimenta è molto significativo per la comprensione dei comportamenti e delle identità politiche delle comunità di coloni bianchi di origine europea in Africa.
Il quarto panel portava come titolo Contemporary Politics of Nationalism e trattava le questioni legate all?attualità politica dei paesi africani di lingua portoghese. Il panel è stato aperto dal mozambicano Luís de brito, dell?Istituto di Studi Sociali ed Economici di Maputo, con una relazione intitolata Rebuilding Frelimo?s hegemony in Mozambique. The Politics of a Presidential Succession. In questo lavoro, Luis de Brito ha analizzato l?evoluzione politica mozambicana negli ultimi quindici anni, dando particolare rilievo alla storia della Frelimo, il partito al potere dall?indipendenza del Mozambico nel 1975. Partendo dalla firma dell?accordo di pace di Roma (ottobre 1992), che mise la parola fine alla guerra civile tra la Frelimo e la Renamo, Brito ha proceduto nell?analisi dei risultati delle elezioni multipartitiche del 1994, che diedero la vittoria alla Frelimo. Le elezioni, però, confermarono la Renamo come principale forza politica di opposizione con il 38% dei voti. La Renamo vide la sua posizione rinforzata nel 1999, con il 39% dei voti nelle legislative (contro il 49% della Frelimo). Nelle elezioni presidenziali dello stesso anno, il candidato della Frelimo, Joaquim Chissano, ottenne il 52% dei voti contro il 48% del suo avversario della Renamo, Afonso Dhlakama. La forza elettorale della Renamo condusse il partito dominante ? la Frelimo ? a riformare le sue strutture politiche ed a rinnovare la sua classe dirigente. Come successore di Joaquim Chissano fu scelto Armando Guebuza, un veterano della guerra d?indipendenza. Armando Guebuza procedette ad una rivitalizzazione della Frelimo, con un lavoro intenso, fatto a partire dalla base e servendosi a tale scopo dell?apparato dello Stato. Nelle elezioni presidenziali del 2004, Armando Guebuza ottenne il 64% dei voti, contro l?appena 32% di Dhlakama. L?azione politica di Guebuza fu quindi determinante per riaffermare l?egemonia politica della Frelimo in Mozambico. Parte del suo successo può essere spiegato col ricorso insistente che fece al discorso nazionalista e populista, che faceva appello all?orgoglio dei mozambicani nel loro paese ? ?la perla dell?Oceano Indiano? ? ed alla lotta alla corruzione ed alla povertà. Così, il discorso nazionalista si trasformò per la Frelimo in uno strumento di mobilitazione politica della popolazione mozambicana non più contro la dominazione straniera, ma per il rafforzamento della sua stessa egemonia politica all?interno del paese.
Sempre nell?ambito del quarto panel, Justin Pearce, della Oxford University, ha presentato un lavoro intitolato Angola: changing nationalisms, from war to peace. La Pearce ha analizzato l?evoluzione dei diversi concetti d?identità nazionale esistenti in Angola nel quadro della lotta tra il Mpla e l?Unita per il controllo del paese. Dal 1975 al 1991, ciascuno dei partiti cercò di ottenere l?esclusiva politica della legittimità nazionalista, accusando il partito avversario di essere al servizio di interessi esterni. Questa situazione si modificò con la vittoria dell?Mpla nelle elezioni (incompiute) del 1992 e l?istituzione di un regime politico ?multipartitico? in Angola. Il Mpla rivendicò allora di avere una legittimità nazionale democratica e bollò come terrorista Jonas Savimbi, il leader dell?Unita. Quest?ultima continuò a rivendicare la legittimità nazionalista, ma non più la sua esclusività politica, perchè capì che la bilancia politica pendeva decisamente dalla parte del Mpla. Con la morte di Jonas Savimbi nel 2002, la situazione politica angolana subì profonde alterazioni. La fine della guerra civile diede il controllo totale del paese al Mpla. Il Mpla allora assunse il ruolo di costruttore della nazione angolana, collocandosi al di sopra della lotta partitica. Il Mpla cercò di evitare di toccare tutti gli argomenti sensibili legati all?identità nazionale, particolarmente le differenze di classe, di razza e di origine geografica. Queste differenze sono ben visibili in alcuni discorsi giornalistici di carattere politico. Da un lato, si lamenta il fatto che la vita politica angolana sia dominata da un?elite meticcia di lingua portoghese a scapito della maggioranza nera del paese. Dall?altro lato, ci si scaglia contro un discorso che enfatizza troppo la questione della razza, del blackness e della indigenity, a scapito della popolazione costiera, meticcia e di lingua portoghese. Questo significa che le antiche divisioni del tempo della guerra civile continuano ad essere ben presenti nel discorso politico e, talvolta, anche nella società ? angolana. Un ?nervo scoperto? che può mettere in pericolo il progetto di ricostruzione nazionale e di unità nazionale perseguito dal Mpla.
In questo contesto, tenendo conto dell?importanza degli argomenti trattati e della qualità delle relazioni, siamo convinti che questo congresso costituisca una pietra miliare nella storiografia sull?Africa Lusofona ed attendiamo a breve (2009) la pubblicazione degli atti sotto la coordinazione di Eric Morier-Genoud.






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Autore Tavares Pimenta Fernando
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