Christian Satto
Maurizio Degl'Innocenti
Garibaldi e l'Ottocento
Nazione, popolo, volontariato, associazione Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2008
La celebrazione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, caduto nell'appena trascorso 2007, ha dato un considerevole impulso alla riflessione storiografica circa i significati del ruolo che il Generale ha rivestito nelle vicende italiane ed europee, ma anche extra-europee. I risultati di questa riflessione hanno suggerito di indagare attentamente alcuni nodi tematici caratteristici dell'Ottocento, quali quelli legati ai concetti di ?nazione?, ?popolo?, ?volontariato? e ?associazione? che sono al centro di questa raccolta di saggi di Maurizio Degl'Innocenti. Fin dalla Premessa , infatti, l'autore osserva opportunamente che il mito di Garibaldi ?[?] impersonificò la nazione, il popolo, il volontariato e l'associazione? (p. 5).
Definire Garibaldi non è mai stata un'operazione semplice ed immediata: si è passati, ad esempio, dalla più classica qualifica di ?condottiero di uomini, su basi volontarie? al ?giudizio assai limitativo, e per certi aspetti perfino denigratorio? (p. 7) che ne dette Antonio Gramsci. Tuttavia, come puntualizza Degl'Innocenti, ?la figura dell'?Eroe dei due mondi' fu peculiare per essere precocemente un fenomeno internazionale, già ?tra storia e mito' ? (p. 10). È partendo da questo piano di analisi, quindi, che possono essere messe in luce alcune caratteristiche fondamentali del mito del ?Duce dei Mille?. Ed è proprio al problema del mito di Garibaldi che, nella prima parte del libro, l'autore dedica delle interessanti considerazioni sulle quali è opportuno soffermarsi.
Secondo la tesi sostenuta recentemente da Lucy Riall la vicenda del Generale esemplifica in modo lampante il processo di ?invenzione? di un eroe funzionale all'affermazione in chiave nazionale e nazionalista dell'Italia ottocentesca poiché, secondo la storica britannica che al Risorgimento ha già dedicato diversi contributi, ?[?] la celebrità di Garibaldi fu il risultato di una precisa strategia politica e retorica? (L. Riall, Garibaldi. L'invenzione di un eroe , Roma-Bari, 2007, p. XXVII). È indubbio che la popolarità e la velocità con le quali si affermò il mito di Garibaldi furono debitrici sia dell'enorme sviluppo dei mezzi di comunicazione che avvenne nel corso del secolo XIX (si pensi solo ai giornali illustrati), sia alle iniziative di personaggi interessati alla promozione di un culto nazionale condiviso fra cui Mazzini prima e Crispi poi. Tuttavia, non si può tralasciare il ruolo svolto in questo processo dallo stesso Generale attraverso le sue imprese, sia che queste si concludessero con una grande vittoria come l'impresa dei Mille, oppure in una cocente sconfitta, quale quella di Aspromonte. Come osserva Degl'Innocenti, ?sarebbe insomma erroneo pensare alla popolarità di Garibaldi come ad una pura ?invenzione'? poiché per arrivare ad un così notevole livello di popolarità ?Garibaldi ci mise molto del suo? (p. 17). Gli usi, e gli abusi, del mito incarnato da Garibaldi, quindi, rientrarono in pieno nel processo di costruzione di un discorso politico nazionale che legittimasse lo Stato sorto dal Risorgimento. ?Il mito di Garibaldi interpretò il formarsi della nazione moderna connessa alla costruzione sociale di una territorialità ricostituita attraverso la riorganizzazione dello spazio e dei confini, intorno ad un'autorità centrale consolidata. Diventato l'eroe nazionale, egli dava un'immagine concreta alla nazione come religione laica e civica dello Stato territoriale. Di più: presentandosi come figlio del popolo e difensore del popolo oppresso contro il nemico esterno e interno poneva un problema politico fondamentale della società borghese, e cioè la democrazia. In questo senso si può accettare che alla metà dell'800 diventasse anche una figura retorica del nuovo discorso politico, nazionale o europeo. Basta non suscitare equivoci, riassumendo nell'effetto anche le cause? (p. 34).
Un altro elemento che suscita interesse è l'analisi del legame che intercorre tra il mito di Garibaldi e i volontari, le ?macchie rosse? di tanti dipinti risorgimentali, quale specchio della nazione e tramite per la partecipazione popolare al Risorgimento. Infatti, ?i volontari non erano solo comprimari, bensì protagonisti essi stessi? poiché ?[?] senza i garibaldini Garibaldi-eroe non sarebbe esistito? (p. 26). Le dimensioni numeriche del volontariato, se si tiene presente il carattere elitario della società ottocentesca, raggiunsero un livello cospicuo ? i famosi Mille a Napoli erano divenuti ben trentamila ? all'interno del quale, stante la passività delle campagne di fronte agli eventi nazionali, il ruolo delle realtà urbane fu preponderante. ?In tutta Europa ? sottolinea Degl'Innocenti ? la città costituiva il centro deputato alla mobilità politica, culturale e sociale: il caso italiano non faceva eccezione? (p. 37). La capacità di mobilitazione dimostrata nelle imprese dal Generale permise, quindi, al Risorgimento di raggiungere una dimensione ?popolare?, anche se non di massa e il successo del fenomeno del volontariato si rivelò fondamentale ai fini dell'affermazione del mito garibaldino. Quindi, ?lo straordinario successo del mito di Garibaldi può spiegarsi solo se lo si correla all'impersonificazione di quattro momenti caratterizzanti il secolo al quale appartenne: la nazione, il popolo, il volontariato e l'associazione. Dove, però, il volontariato, come partecipazione popolare e diffusa, costituiva la molla decisiva? (p. 94). Oppure, per usare le parole pronunciate alla Camera da Crispi il 4 giugno 1862, ?Garibaldi non è potente perché soldato e perché riuscì vittorioso in cento battaglie. La sua forza deriva dal fatto che in lui si riassumono e si rivelano i desideri e le speranze dei tempi nostri. Di tanto in tanto nella storia dei popoli si avanzano degli individui i quali rappresentano il concetto di un'epoca. Ebbene, il concetto dominante dell'epoca attuale, il risorgimento delle genti latine alla vita di nazione, è in quell'uomo; anziché la forza d'un individuo, è in lui quella di un ente collettivo; egli è l'uomo-popolo, e Vittorio Emanuele è il suo Re?.
Il garibaldinismo, inoltre, rappresentò un'esperienza importante e politicamente formativa per una significativa parte di quella che divenne l'opposizione di Sinistra, parlamentare o extra-parlamentare che fosse, anche se non costituì mai per essa né un collante solido, né tantomeno il surrogato di un partito. Molti deputati del neonato Regno d'Italia, alcuni dei quali avrebbero di lì a qualche anno rivestito anche importanti incarichi di governo in qualità di ministri o di presidenti del consiglio, avevano, infatti, in comune l'esperienza garibaldina, fra questi, per fare solo qualche nome, vi furono Agostino Bertani, Francesco Crispi, Giovanni Nicotera, Antonio Mordini, Benedetto Cairoli e Alessandro Fortis. Ciò non toglie, come opportunamente sottolinea Degl'Innocenti, che ?[?] il garibaldinismo contribuì a fare confluire la protesta entro le istituzioni? (p. 59).
Garibaldi stesso partecipò in prima persona alla vita politica postunitaria sia in qualità di deputato, sia appoggiando il nascente movimento operaio e socialista, oltreché attraverso le sue imprese e nella fattispecie Aspromonte e Mentana. La predisposizione di Garibaldi verso il socialismo (si dichiarò socialista nel 1880) era dovuta anche alla significativa influenza esercitata su di lui dalle teorie di Saint-Simon e dei suoi seguaci, in particolare il gruppo che Garibaldi incontrò nel 1833 sul Clorinda . Da questi egli comprese la centralità ?[?] della ?grande questione dell'Umanità' ?, l'idea dell'uomo che doveva porsi a servizio dell'umanità per la liberazione e l'unione dei popoli oppressi, in quanto cittadino della Grande Patria Universale? (p. 101). Anche Mazzini ebbe un ruolo importante nel diffondere fra i suoi seguaci, fra i quali fu Garibaldi, le idee di Saint-Simon e del suo progetto di creare un Nouveau Christianisme dalle quali rimase egli stesso affascinato in modo duraturo. Dell'internazionalismo e del socialismo, tuttavia, memore in particolare dell'insegnamento mazziniano, egli respinse il materialismo perché, pur essendo profondamente anticlericale, ?[?] non rinunciò mai agli ?inesauribili principi etici e cristiani' fino a porli a fondamento di un suo socialismo umanitario? (p. 107).
Importante fu la partecipazione di Garibaldi al congresso promosso dalla Lega per la pace e la libertà che si tenne a Ginevra dal 9 al 12 settembre 1867. Nel discorso che tenne nell'occasione, che fu ?atteso ?con impazienza' e fu seguito ?in religioso silenzio', destinato com'era a costituire ?l'avvenimento della seduta' ? (p. 118), Garibaldi si appellò alla fratellanza dei popoli e auspicò la fine del potere temporale dei papi (non si dimentichi che di lì a qualche mese avrebbero avuto luogo i fatti di Mentana). L'adesione al congresso ha favorito la diffusione di un'immagine di Garibaldi pacifista, immagine che, tuttavia, non trova conferma sul piano dei fatti. Il Generale, pur convinto dell'importanza della fratellanza dei popoli, approvava, e le vicende a cui prese parte lo dimostrano ampiamente, l'uso della forza per sconfiggere la tirannide. ?Per Garibaldi ? osserva in proposito Degl'Innocenti ? un ordine internazionale pacifico tra i popoli era il punto di approdo, ma implicava prima necessariamente un processo di liberazione e di emancipazione contro ogni tirannide (politica, sociale e religiosa)? (p. 120).
La vicinanza dell'Eroe al movimento socialista e internazionalista venne confermata anche dall'atteggiamento che tenne nei confronti della Comune di Parigi, alla quale non fece mancare la propria solidarietà, fatto questo che ebbe un notevole rilievo. Mazzini, al contrario, dalle colonne de ? La Roma del Popolo? l'aveva fermamente condannata. Per il genovese, infatti, l'esperienza parigina avrebbe avuto conseguenze funeste sugli sviluppi del movimento operaio, soprattutto per il timore che questo si facesse irretire dal miraggio della lotta di classe, principio questo in contrasto evidente con l'idea mazziniana della repubblica democratica fondata sull'Associazione. Le critiche di Mazzini si estendevano anche all'Internazionale, nella sua duplice declinazione marx-engelsiana e anarchico-bakuniniana, e lo spinsero a dedicare i suoi ultimi mesi di vita alla promozione di un operaismo democratico-repubblicano ad essa alternativo. Le polemiche mazziniane sulla Comune allontanarono ancora di più Garibaldi dall'antico maestro. Anzi, egli elogiò più volte l'Internazionale arrivando a definirla ?sole dell'avvenire? e identificando in essa ?[?] ?il fascio' dei sofferenti nella società [?]? (p. 130).
Nel corso degli anni settanta dell'800 il Generale si impegnò molto a favore dello sviluppo dei ?fasci operai? e delle società di mutuo soccorso, molte delle quali lo vollero presidente onorario, e della democratizzazione della politica italiana attraverso la progressiva emancipazione degli strati più bassi della popolazione. Quello di Garibaldi con l'internazionalismo ed il socialismo fu, quindi, un rapporto importante e fecondo che ebbe significative ripercussioni sulla vita interna dell'Italia unita. Come ha ben sottolineato Degl'Innocenti ?il rapporto tra garibaldinismo, internazionalismo e socialismo evidenziava come il socialismo delle origini fosse aperto, con confini non rigidi, tali da consentire uscite e entrate, circolazione di idee e di esperienze? (p. 140).
Concludendo, il libro in questione riesce a presentare e spiegare in modo chiaro, sia sul piano dell'analisi storiografica, sia dal punto di vista concettuale, i temi più significativi che si collegano alla figura di Giuseppe Garibaldi che, a distanza di ben duecento anni dalla nascita, è ancora in grado di richiamare l'attenzione su questioni chiave della storia italiana. Probabilmente aveva ragione Trevelyan quando commentava gli eventi del 1860 osservando che ?dovrebbero servire d'incoraggiamento verso ogni altra meta a noi, figli di età più tarda che a furia di fissar gli occhi sul realismo e sulla dottrina dell'evoluzione, corriamo il pericolo di perdere fede negli ideali? (p. 95). Infatti, commenta in proposito Degl'Innocenti, ?[?] forse questo è uno dei motivi dello straordinario successo di Garibaldi anche nella società contemporanea che tutto sembra ?bruciare' in un consumismo vorace. In una società dove l'emulazione è forte, l'anticonformismo di Garibaldi potrebbe essere colto come la riscossa dell'individuo, di un individuo libero ma che si predispone sempre a condividere la libertà degli altri? (p. 95).