Andrea Giovanni Noto
La “disastrologia”: approcci e contributi significativi
A tutt'oggi non esiste ancora un accordo generale su quali eventi rientrino all'interno della categoria “disastri”, che risulta estremamente vaga ed onnicomprensiva in quanto raccoglie, di fatto, fenomeni tra loro molto differenti sia per dimensioni che per caratteri: terremoti, eruzioni vulcaniche, epidemie, carestie, guerre, frane, alluvioni, siccità, incidenti tecnologici e nucleari. I due termini che ricorrono con maggior frequenza nella specifica letteratura sono certamente “disastro” e “catastrofe”, mentre i sinonimi “sciagura”, “calamità”, “cataclisma”, “apocalisse” ed “emergenza” hanno un impiego meno comune. Tralasciando successive evoluzioni semantiche a livello diacronico, fino ai recenti sviluppi imputabili alla “teoria delle catastrofi” del matematico René Thom (Placanica 1993, 69-93), è possibile operare una prima fondamentale distinzione tra disastro e catastrofe: il primo vocabolo, dal significato originario di “cattiva stella”, indica un evento dannoso le cui conseguenze possono essere riassorbite dal sistema colpito in un lasso di tempo relativamente breve, mentre il secondo, anticamente concepito a livello semantico come “capovolgimento”, identifica una crisi grandiosa, rapida e subitanea, dagli effetti di sconvolgimento materiali, organizzativi e sociali pressoché irreversibili per il sistema.
La notevole varietà terminologica che contraddistingue il campo della “disastrologia”, o scienza dei disastri, ben evidenzia la natura stessa della disciplina e ne rappresenta pregi e limiti: essa, infatti, risulta composita ed aperta agli approcci e agli influssi di numerosi e differenti specialisti (geologi, fisici, geografi, urbanisti, ingegneri, sociologi, psicologi e storici) che vi si accostano facendo leva sulle diverse rispettive competenze e che, solo molto di rado, “dialogano” gli uni con gli altri nell'interesse generale. Proprio la mancanza di una reale e profonda interconnessione tra i diversi studiosi, anche tramite un lavoro di équipe in grado di unire più metodi d'indagine e vari punti di vista, va considerato il limite di fondo della materia, particolarmente pregno di conseguenze negative. Un'annosa questione ulteriormente aggravata per il caso italiano dalla frattura esistente tra cultura umanistica e sapere scientifico, tristemente evidente nella tragedia del Vajont del 9 ottobre 1963 quando una frana di almeno 100.000 metri cubi di roccia fradicia si staccò dal monte Toc nel Bellunese precipitando nell'invaso artificiale creato da una diga in cemento presso il fiume Vajont, la quale venne scavalcata da oltre 25 milioni di metri cubi di acqua e fango che precipitarono a valle distruggendo il paese di Longarone e uccidendo oltre duemila persone. Seppure i moniti sulle possibili conseguenze dovute alla presenza di crepe e smottamenti fossero stati ben evidenziati fin dall'inizio dai geologi, che avevano sconsigliato di riempire completamente l'invaso della diga o quantomeno di evitare che si oltrepassasse un determinato livello dell'acqua, essi furono pretestuosamente accantonati così da determinare un disastro tutt'altro che inevitabile.
Gli stessi geologi e i fisici, al contrario, analizzando le strutture geomorfologiche del territorio ed esaminando serie di terremoti e cataclismi del passato non si preoccupano il più delle volte delle loro ripercussioni socioculturali.
I sociologi, dal canto loro, particolarmente attenti alle implicazioni sociali di ogni disastro, mirano alla limitazione dei danni tramite il perfezionamento delle società e della collettività. Occupandosi solamente del presente e non interrogandosi sulle esperienze passate, però, restano prigionieri della loro ottica e non riescono a comprendere del tutto quanto siano differenti gli uomini e, conseguentemente, le comunità “modello” che aspirano a formare.
Anche in relazione al settore geografico non mancano i problemi dovuti alla permanente separazione tra geografia fisica e umana, come afferma Giorgio Botta (1980, 1019), secondo cui gli studi di geografia fisica “troppe volte si mostrano esclusivamente protesi ad individuare il rapporto causa-effetto, le dinamiche che hanno determinato il fenomeno, tralasciando di considerare in misura sufficiente le numerose concause di origine storica e di politica del territorio, senza comprendere dunque l'evento naturale nella sua complessità”, così da studiare e scandagliare un “territorio senza uomini”. In realtà, gli eventi naturali si differenziano l'uno dall'altro, assumendo rilevanza per gli uomini solo a seconda del contesto ambientale in cui si verificano, dei gruppi umani che interessano e del livello culturale, sociale ed economico che toccano. Nel considerarli, inoltre, vi è una forte oscillazione tra un'ottica neo-determinista, in base alla quale essi appaiono imprevedibili, in quanto ineluttabili forze della natura, e un'ottica ecologista, che li ritiene problemi di possibile previsione e risoluzione in virtù delle iniziative umane.
La disastrologia, dunque, eccezion fatta per un primo studio empirico del 1920 relativo all'esplosione di una nave nel porto di Halifax in Canada nel 1917 e ai cambiamenti sociali provocati nella comunità in cui si registrarono 1.963 morti e 9.000 feriti (Prince 1920), nasce negli Stati Uniti d'America durante la seconda guerra mondiale, presentando una notevole connotazione pratica di ordine militare, dal momento che aveva per scopo l'addestramento dei soldati stanziati in Europa affinché fossero in grado di fronteggiare le reazioni degli abitanti nelle città alleate sottoposte ai bombardamenti tedeschi. Cessato il conflitto, gli studi commissionati in gran parte dal Ministero della Difesa proseguirono in piena guerra fredda grazie all'opera svolta da numerose università americane, tra cui il National Opinion Research Center dell'Università di Chicago (Norc) diretto da Charles Fritz, e dall'Accademia nazionale delle scienze, interessati ad estrapolare dai risultati di emergenze avvenute in tempo di pace informazioni utili nel caso di un eventuale primo attacco militare contro la popolazione civile americana. Durante questa prima fase pionieristica, tra i risultati più interessanti conseguiti dalla ricerca, fu confutata la falsa idea della prevalenza presso le vittime in situazioni di massima emergenza di alcuni comportamenti (panico, saccheggio o passività), dimostrando, invece, la presenza nei sopravvissuti di un notevole autocontrollo, di un comportamento altruistico e di un forte attivismo; vennero individuati molteplici problemi comuni ai diversi tipi di disastri quali la tendenza a trascurare i segnali di pericolo, ritenuti erroneamente come situazioni di normalità, la riluttanza di una famiglia ad evacuare in assenza di tutti i suoi membri, la convergenza massiccia di gente e mezzi di comunicazione sul luogo dell'emergenza.
A partire dagli anni Sessanta, in seguito all'interruzione dei finanziamenti di origine militare, le indagini assunsero un più deciso impegno civile e dal 1963, grazie alla fondazione presso l'Ohio State University del Disaster Reserch Center (Drc) diretto da Enrico L. Quarantelli, si consolidò e si istituzionalizzò la ricerca in questo campo. Conseguentemente alla costituzione del Drc, si assistette ad un sensibile spostamento del focus d'interesse dagli aspetti psicologici individuali alle reazioni collettive dei gruppi, dei raggruppamenti familiari, delle comunità e delle organizzazioni. Gli anni Settanta e Ottanta segnarono un ampliamento sostanziale dei contributi sui disastri e sulle emergenze di massa tanto da permettere la consacrazione definitiva della disciplina a livello mondiale. Negli Stati Uniti accanto al Drc, che dal 1985 spostò la sua sede presso l'università del Delawere e che ha dato vita alla prima e più grande biblioteca specializzata del settore a livello globale, vennero istituiti nuovi centri, in parallelo all'inserimento dei disastri quale materia di studio all'interno degli istituti di istruzione superiore, di istituzioni non accademiche, di alcune università e persino alla costituzione da parte del governo federale di un proprio programma educativo e di personali strutture per l'insegnamento della pianificazione dell'emergenza. L'ambito della ricerca si è indirizzato su due direzioni principali: da una parte lo studio dei rischi di natura tecnologica (impatti causati da produzione e trasporto di sostanze chimiche pericolose, incidenti negli impianti nucleari, smaltimento dei rifiuti pericolosi e incidenti nei grattacieli); dall'altra la preparazione e le risposte all'emergenza, le misure di prevenzione e riduzione di possibili danni e i problemi successivi all'evento. Il notevole incremento dei ricercatori e degli studi in America è stato affiancato da un eguale sviluppo in altre zone del mondo, tra cui Giappone, Canada, Francia, Svezia, Germania, Cina, India, Urss e Italia, dove il terremoto friulano del 6 maggio 1976 ha inaugurato uno studio sistematico in questo settore per effetto dell'attività dell'Istituto di Sociologia di Gorizia. In ultimo, l'organizzazione di svariati seminari di ricerca aperti a studiosi di nazionalità diverse, la partecipazione di studiosi a ricerche sul campo fuori dal proprio paese e la creazione nel 1982 del Research Committe on Disasters nell'ambito della International sociological association, forte di una rete di ricercatori sparsi in tutto il globo, offrono dei segni tangibili della rilevanza raggiunta dalla disciplina e di una sua ormai compiuta e indiscutibile internazionalizzazione.
Come si evince da queste considerazioni preliminari, il ruolo di sociologi e psicologi è stato fondamentale nello sviluppo e nel perfezionamento della disastrologia, sia sul piano teorico, in un'ottica di chiarificazione concettuale del problema, sia sul piano operativo, a livello di classificazione e intervento. Fin dall'inizio, i primi tentativi elaborati di codificazione si scontravano con una visione generale che identificava l'evento catastrofico con caratteristiche proprie di agente fisico e che distingueva tra quanto era considerato un “atto di Dio” e quanto era riconducibile alle azioni umane, non reputate ancora delle possibili fonti generatrici di disastri. L'idea implicita era che in assenza di agenti fisici ed effetti materiali immediati non vi fossero emergenze e disastri. Al contrario, i sociologi nelle loro analisi focalizzavano l'attenzione sugli aspetti sociali piuttosto che su quelli fisici, cioè sullo sconvolgimento prodotto nella vita sociale, arrivando a notare, al tempo stesso, come la percezione della minaccia di un pericolo (per esempio l'evacuazione che seguiva un allarme infondato) potesse sconvolgere la società tanto quanto un impatto reale.
La definizione più remota in termini sociologici appartiene a Charles Fritz (1961, 654) per il quale “i disastri costituiscono un laboratorio dal vero per valutare sperimentalmente il grado di integrazione, la compattezza e le capacità di recupero di vasti sistemi sociali. Essi sono sul piano sociologico l'equivalente degli esperimenti che in ingegneria vengono condotti per valutare la capacità di resistenza di una macchina sottoposta a stress fisici di estrema intensità”. Ed ancora lo studioso aggiungeva a completare il quadro: “I disastri sono eventi accidentali o incontrollabili, reali o temuti, concentrati nel tempo o nello spazio per cui una società o una parte di essa relativamente autosufficiente passa attraverso un grosso pericolo e subisce perdite dei suoi membri e delle sue appartenenze fisiche tali che la struttura sociale è sconvolta e lo svolgimento di tutte o di alcune delle sue funzioni esistenziali è impedito” (Fritz 1961, 655). A questa idea si avvicinano sia Dynes (1974), che riprendendo osservazioni esposte da Quarantelli (1966, 3-19) parla del disastro come di un evento circoscritto nel tempo e nello spazio, in grado di rendere difficoltosa la continuità della struttura e dei processi di un'unità sociale, sia Turney (1989), che ricalca questa espressione concependolo come una situazione di stress collettivo, dalle caratteristiche improvvise e riguardante un'area geografica particolare, in cui le perdite interferiscono sullo svolgimento della vita quotidiana. Queste definizioni, tuttavia, presentano la lacuna di escludere dalla categoria gli incidenti tecnologici, i cui effetti possono protrarsi molto spesso fino alle generazioni future, come dimostra il drammatico caso di Èernobyl, definito proprio per le seguenti ragioni cronic technological disaster , al fine di evidenziare il coinvolgimento prolungato nel tempo anche di aree geografiche inizialmente non sospette e successivamente raggiunte dalla nube tossica.
L'impossibilità di classificare il fenomeno in relazione ai soli aspetti spazio-temporali si riscontra a partire da studi successivi, che tendono a comprendere anche le distruzioni materiali di una certa gravità ma senza perdite umane (colture agricole, foreste) e le calamità che insorgono progressivamente o si prolungano lungamente nel tempo (siccità, carestie, cronic technological disaster ), spostando, al contempo, il nucleo di valutazione dall'estensione dei danni materiali agli esiti di perturbazione totale subiti dal sistema e dalla comunità, incapace di reagire con le sue stesse abituali risorse interne (Cohen, Ahearn 1980; Crocq, Doutheau, Sailhan 1987). In questo senso, Gist e Lubin (1999) concepiscono il disastro in quanto crisi durante la quale le domande del sistema urbano eccedono la capacità di risposta della comunità, tenendo ben presente come esse differiscano le une dalle altre e, di conseguenza, sia anche possibile che uno stesso evento produca esiti diversi a seconda del luogo in cui si verifica. Indipendentemente dalla presenza o dall'assenza dell'agente fisico, quindi, un disastro appare quasi unanimemente un fenomeno di natura sociale seguito da una disorganizzazione e da una risposta della stessa tipologia.
Un altro tassello determinante viene dato da una felice intuizione degli psicologi Kinston e Rosser (1974, 437-456) per i quali il disastro si configura come una “situazione di stress massimo collettivo”, sollecitando la riflessione sul valore delle reazioni non più semplicemente individuali ma che riguardano intere collettività. Così dagli anni Ottanta in poi si attesta l'idea che il disastro sia un “evento a livello di comunità”, raggruppamento fondato sui sentimenti di coesione e di appartenenza. Viene altresì ribadita la necessità di considerare la catastrofe in termini processuali e dinamici non solo coincidente con l'evento dannoso (fase di “impatto e distruzione”) ma inclusiva degli aspetti di rigenerazione e riorganizzazione del sistema (fasi di “emergenza” e “ricostruzione”) (Cattarinussi, Pelanda 1981). L'aspetto più specifico che distingue gli stress da catastrofe da altri eventi traumatici (i cosiddetti stressfull life events ) che accadono nella vita di ogni individuo è rappresentato dal peculiare carattere del primo tipo in quanto “fenomeno collettivo che investe un'intera comunità e danneggia e altera, in modo più o meno esteso e grave, oltre a singoli individui e unità familiari, anche il funzionamento complessivo di un raggruppamento umano preso nel suo insieme” (Cuzzolaro, Frighi 1998, 50). A Massimo Cuzzolaro e Luigi Frighi, in sintesi, si deve la chiarificazione concettuale migliore: “un evento, per essere definito disastro , deve avere un impatto traumatico collettivo e deve suscitare reazioni collettive sia a livello pratico (comportamenti collettivi, azioni sociali) sia a livello emotivo e immaginario” (Cuzzolaro, Frighi 1998, 50).
A livello operativo una delle classificazioni più comuni si basa sulla causa scatenante l'evento: da un lato i disastri naturali (detti anche natural disasters o acts of god per accentuare il carattere di incontrollabilità nel loro manifestarsi), dall'altro quelli provocati dall'uomo (i cosiddetti man made disasters o acts of man ). All'interno di quest'ultima categoria, poi, si suole distinguere tra i disastri “tecnologici” dovuti ad incidenti connessi allo sviluppo tecnologico attuale (inquinamento urbano, atti terroristici, sequestri, crimini) e quelli “di natura conflittuale” (guerriglie, atti terroristici, sequestri, crimini). Tuttavia, la linea di demarcazione tra le due categorie è molto sottile e sfumata, a causa dei molteplici e sempre più marcati interventi umani nei confronti dell'ambiente. Per queste ragioni, molti studiosi, tra cui il geologo Mario Tozzi (2005, 10), arrivano a concludere che le cosiddette catastrofi naturali non esistono, ma sono semplicemente degli eventi provocati dall'errato modus operandi umano e dalla sua incapacità di non tenere conto del “naturale divenire di un pianeta attivo e dinamico”. Il peso tangibile degli atti decisionali umani, quindi, induce a togliere all'evento scatenante il significato di emergenza per collocarlo all'interno del sistema sociale colpito che presenta, dunque, potenzialmente già in sé gli effetti della crisi in virtù della sua maggiore o minore vulnerabilità (Di Sopra, Pelanda 1984). La possibilità di diminuire i danni, risulta estremamente correlata infatti alla capacità di ciascun sistema di approntare efficaci strategie “culturali” al punto che la prevenzione finisce col diventare un “dovere sociale”.
In virtù di queste considerazioni, dunque, i concetti di “rischio” e di “incertezza”, nati in concomitanza all'affacciarsi sulla scena politica dei primi movimenti ambientalisti negli anni Sessanta e sviluppatisi enormemente dopo il crollo del muro di Berlino, la fine del mondo bipolare, il terribile incidente di Èernobyl e la paura dell' Armageddon nucleare, sono considerati ormai dei tratti qualificanti delle società post-moderne (Beck 2000, Baumann 1999). I rischi, che rappresentano sostanzialmente la possibilità del verificarsi di un danno in base ad una scelta tra varie alternative, ovviamente non nascono con la modernità, ma, a differenza del passato, non risultano più legati ad accadimenti eccezionali quali incidenti, errori o malfunzionamenti, apparendo prodotti intrinseci e connaturati al processo di industrializzazione. Paradossalmente, quindi, la tecnologia, che in una certa misura permette la previsione e la prevenzione dei rischi, ne genera allo stesso tempo di nuovi e favorisce una diversa vulnerabilità dei sistemi sociali.
Il rischio appare un fattore oscillante tra condizioni di oggettività e soggettività, tanto che la sua percezione da parte del soggetto risulta determinante. Se da un lato, appunto, numerosi modelli tecnici e ingegneristici considerano il rischio oggettivamente come una combinazione di probabilità e perdite (Lavanco 2003, 70-73), dall'altro, implicando un problema decisionale ed una scelta tra alternative delle quali almeno una comporta una minaccia, diventa centrale la questione soggettiva dell'accettabilità della decisione, dei processi di percezione dei fattori di rischio e delle opzioni d'intervento. Nell'accettazione del rischio numerose sono le variabili che influenzano il giudizio soggettivo: la volontarietà, la paura, la conoscenza delle probabili conseguenze o di eventuali benefici che possano derivare al singolo o alla collettività, il potenziale catastrofico dell'evento. Ad esempio, qualora si ravvisino “colpe” personali o collettive tra le cause della situazione catastrofica, come in presenza di interventi umani, si registrano ripercussioni psicologiche negative nettamente più marcate. Gli atteggiamenti individuali e collettivi che spesso si osservano nei confronti di una minaccia ambientale vanno dalla tendenza alla sovrastima, con conseguenti sentimenti di ansia e di impotenza, alla propensione per la sottostima che può portare fino agli estremi della totale negazione del pericolo. Ogni contesto socio-culturale, quindi, definisce, percepisce e seleziona secondo proprie modalità e propri criteri valutativi delle personali nozioni di pericolo e rischio, sviluppando delle specifiche “subculture da disastro” che istituzionalizzano un preciso repertorio di risposte individuali e collettive nei confronti della catastrofe (Cattarinussi 1981). A tal riguardo, fondamentale è il momento della divulgazione del rischio e la questione di una corretta gestione dell'informazione, dato che una diffusione capillare, precisa, chiara e coerente dei dati disponibili e l'assenza di tentativi di occultamento o manipolazione della realtà sono elementi necessari a favorire una più ampia consapevolezza, condivisione e accettazione dei rischi esistenti. Una maggiore quantità e una migliore qualità dell'informazione permettono di incrementare il livello organizzativo del sistema, riducendone il grado di disordine, di imprevedibilità e di incertezza (Turner, Pidgeon 2001). Il mezzo di comunicazione di massa assume quindi una delicata funzione: da un lato offre grandi possibilità preventive in termini di attività educative e precauzionali, ma dall'altro può ingenerare problemi di distorsione della notizia, fomentare inutili polemiche, individuare capri espiatori, creare aspettative eccessive e disfunzioni (Leone 1991, 81-88). In questo senso, ampiamente dibattuto è il problema dell'individuazione del momento ottimale in cui divulgare l'annuncio di un disastro prevedibile e imminente, tenendo ben presenti le serie implicazioni che potrebbe provocare, quali il collasso delle attività produttive, un'inadeguata preparazione ad affrontare le conseguenze dell'evento drammatico, le possibili reazioni da stress, insonnia, irritabilità e disordini psicosomatici da parte della popolazione.
Altro aspetto di particolare menzione riguarda le riflessioni condotte dagli psicologi su tale tematica e sulle reazioni emotive ad essa collegata. Il primo a gettare le basi scientifiche per una comprensione del fenomeno è Sigmund Freud, padre della psicanalisi, che punta l'attenzione sul concetto di “nevrosi traumatica”, la cui comparsa deriva da uno shock emozionale determinatosi in una situazione in cui il soggetto ha sentito di trovarsi davanti ad un pericolo mortale e che induce l'individuo a vivere ripetutamente l'evento traumatico e a ricercare nell'ambiente circostante una protezione alla sua angoscia. La paura è forse la più primitiva e incontrollabile delle emozioni, potendo fare riferimento ad un pericolo reale o immaginario, imminente o possibile, suscitare uno stato di allarme oppure generare comportamenti di lotta o di fuga. Ancora Freud (1975, 25) opera un'utile distinzione tra termini giudicati spesso sinonimi quali angoscia, paura e spavento. Per angoscia egli intende una particolare situazione di “attesa del pericolo” e di preparazione ad esso, anche se ignoto; con paura designa “un determinato oggetto di cui si ha timore”; spavento, infine, rappresenta “lo stato di chi si trova di fronte a un pericolo che non si aspetta e sottolinea l'elemento della sorpresa”. Quando lo stato di pericolo reale viene meno, di solito, cessa subito anche la paura; può accadere, però, che un individuo non riesca a normalizzare il proprio stato psico-fisico e protragga lo stato di apprensione oltre il necessario e in tal caso si parla di “ansia”. È Jaspers (1960) ad accennare in seguito alle “psicosi da terremoti e in generale da catastrofi”, considerandole dei fenomeni psicopatologici, reattive ad un evento specifico. Egli parla di “esperienze emozionanti acute” per le persone sopravvissute a terremoti o incendi, in cui si registrano apatia, arresto sul luogo dell'evento, irrigidimento nel dolore, perdita degli istinti ed indifferenza emotiva. Questi lavori, certamente di grande valore e altamente significativi, si concentrano sulle conseguenze psicologiche individuali, ma hanno la pecca di tralasciare l'importanza del contesto comunitario, che verrà messa al centro dell'analisi a partire dalla fondazione del Drc.
A livello individuale, comunque, la ricerca ha permesso di giungere ad alcune conclusioni interessanti. Le risposte dei singoli soggetti vanno valutate in relazione allo schema di valori, conoscenze e credenze personali, frutto del sistema sociale e della subcultura da disastro, e al tipo di background personale (personalità, esistenza di eventuali traumi, isolamento, legami familiari che hanno l'effetto di mitigare o accentuare gli aspetti stressanti dell'esperienza drammatica). La grande maggioranza degli uomini è orientata generalmente verso le preoccupazioni quotidiane del presente e raramente si preoccupa di un possibile disastro futuro in grado di coinvolgerli direttamente, non recependo a livello cosciente l'idea o respingendola del tutto. L'usuale atteggiamento passivo, tuttavia, presenta due notevoli eccezioni. In primo luogo, in località esposte continuamente al rischio di emergenza si può sviluppare una “cultura del disastro”, che permetterà di ottenere una consapevolezza maggiore del pericolo, di prendere misure adeguate (come la costruzione di un rifugio contro un tornado per esempio) e di far sì che buona parte degli abitanti siano in grado di assumere il comportamento appropriato (si pensi alla “disciplina” mostrata dai giapponesi nelle dimostrazioni antisismiche). In secondo luogo, in caso di minacce serie più o meno immediate per l'ambiente, gruppi di cittadini possono organizzarsi per affrontare il pericolo, anche con azioni di pressione verso le autorità considerate responsabili di trascurare l'entità del problema e con atti di sensibilizzazione dell'opinione pubblica (come per il movimento ambientalista di Greenpeace). Quando si verificano dei disastri gli individui reagiscono positivamente cercando attivamente informazioni rilevanti, operano concretamente in modo efficace e diretto, iniziando spesso l'opera di ricerca e di salvataggio dei coinvolti e trasportando i feriti presso i centri di assistenza medica, mostrano solo di rado un comportamento deviante, contrariamente ai luoghi comuni che sostengono il contrario. La fuga in preda al panico si verifica in alcune occasioni di stress collettivo come l'incendio di un albergo o di un teatro, ma è molto rara nelle situazioni che vedono coinvolte le comunità; è estremamente più probabile, invece, una convergenza nei luoghi dove possono essere gestiti in maniera adeguata i compiti posti dall'emergenza. L'importanza degli episodi di sciacallaggio viene sminuita dalla maggioranza degli specialisti statunitensi giacché avverrebbero in numero limitato, concernerebbero articoli di scarso valore e spesso verrebbero commessi da persone esterne alla comunità, come nel caso limite delle forze di sicurezza.
I sopravvissuti, comunque, subiscono effetti diversi a breve termine, mentre le conseguenze durevoli d'impronta comportamentale sono minori. Nel primo caso si riscontrano reazioni superficiali come perdita d'appetito, stupore, crisi di pianto, tremori, mal di testa, spossatezza, insonnia, ansietà e irritabilità, che generalmente sono di ridotta durata e tendono a scomparire da soli, o disturbi più gravi di tipo nevrotico (stati ansiosi, ansioso-fobici, isterici, depressivi, nevrosi traumatiche) e di tipo psicotico (reazioni confusionali, crisi deliranti acute, psicosi maniaco-depressive) che coinvolgono persone più vulnerabili o che in passato avevano sofferto di questi disturbi. Fra gli effetti di lungo periodo possono presentarsi delle sindromi post-disastro di notevole gravità: la “sindrome da disastro”, in cui l'individuo appare stordito, frastornato, apatico, passivo, in preda ad una fuga psicologica, adottata per evitare di affrontare l'esperienza traumatica e dolorosa; la “sindrome da lutto”, che si manifesta nei familiari dei defunti costretti a vivere una situazione di precarietà materiale insieme alla privazione dei loro cari; la “sindrome del sopravvissuto”, caratterizzata da sensi di colpa e depressione che colpiscono coloro che sono rimasti in vita “a danno” di altri periti nella tragedia (Crocq, Doutheau, Sailhan 1987).
Di particolare interesse sono poi le reazioni collettive maturate a livello di comunità e società perché hanno la capacità di compromettere l'intera organizzazione del sistema. Nella maggioranza dei casi le comunità non considerano un loro compito prioritario la preparazione ai disastri, tanto che solo di rado provano ad attuare una pianificazione generale, a causa anche delle frequenti dispute fra le varie organizzazioni (polizia locale, vigili del fuoco, gruppi pubblici e privati). Soprattutto in occasione di emergenze dalle ampie proporzioni, il processo decisionale di controllo e coordinazione implica un'autorità centralizzatrice ed una struttura decisionale piramidale, sebbene la ricerca suggerisca tra le misure più efficaci un allentamento delle forme gerarchiche di comando ed una decentralizzazione del processo decisionale a più bassi livelli. Crocq, Doutheau e Sailhan individuano tre comportamenti collettivi che quando si rivelano in modo ampio impediscono di predisporre una risposta valida alla situazione, ottenendo l'effetto aggravante di provocare un notevole aumento della disorganizzazione sociale e dei danni: “commozione-inibizione-stupore”, “panico”, “esodo” (Crocq, Doutheau, Sailhan 1987). La prima reazione è indubbiamente la più frequente e si verifica facilmente nelle zone d'impatto, manifestandosi con perdita d'iniziativa, shock emozionale e incantamento, ha durata limitata (circa due ore) e il ritorno alla lucidità può essere abbreviato da un intervento veloce ed efficace dei soccorritori. Tale comportamento è stato riscontrato in episodi altamente significativi quali l'eruzione del Vesuvio datata 19 d.C. che distrusse Ercolano e Pompei, i terremoti di Lisbona del 1755, di Messina del 1908 e del Messico del 1985, i raid aerei durante la seconda guerra mondiale su Amburgo, Dresda e Tokio, i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki del 6 e 9 agosto 1945. Il fenomeno del “panico” può essere considerato una sorta di paura collettiva caratterizzata da una regressione delle coscienze ad un livello di estrema compulsività, aggressività e agitazione, in grado di comportare fughe isteriche in massa, agitazioni disordinate, violenze o episodi di suicidio collettivo. Casi celebri di panico collettivo sono accaduti a Mosca nel 1896 al momento dell'incoronazione dello zar Nicola II, nello stato di New York nel 1940 in seguito al celebre scherzo radiofonico di Orson Wells che descrisse con toni vividi ed estremamente realistici un immaginario sbarco di marziani, in India in occasione dell'incidente chimico di Bhopal del 1894, quando molti dei 2.500 morti perirono schiacciati dalle vetture dei fuggitivi, nello stadio di Bruxelles durante la partita Juventus-Liverpool del 1985. L' “esodo” di massa viene interpretato come una variante meno violenta e drammatica, per gli effetti, del panico, in cui prevalgono comunque i sentimenti di paura, confusione e turbamento con comportamenti di irritazione che conducono a flussi di popolazioni in movimento per propria iniziativa. Esso si osserva soprattutto in tempi di guerra, come nel caso della fuga di oltre un milione di francesi nel giugno del 1940 a fronte dell'avanzata tedesca e di sei milioni di tedeschi dopo la controffensiva decisiva dei sovietici nell'aprile 1945. Nonostante sia comunemente ed erroneamente diffusa la convinzione che il panico di massa rappresenti la risposta collettiva più diffusa, in realtà esso si sviluppa solo in casi eccezionali ed in presenza di quattro fattori scatenanti: una diffusa ansietà precedente al disastro, scaturita dalla previsione di un pericolo reale o dall'avere ricevuto da una fonte autorevole un'informazione critica che riesca a mettere tutti in stato di allerta; la mancanza di una leadership riconosciuta ed in grado di orientare i comportamenti individuali mediante poche e chiare istruzioni da assumere; la percezione imminente di restare intrappolati per lo sbarramento di un'unica via di fuga; il verificarsi di un fattore di precipitazione dell'ansia (Santoianni 1996). La fuga frettolosa con comportamenti irrazionali deriverebbe non tanto dalla percezione di un intrappolamento di tipo definitivo, ma bensì dalla presenza di una residua possibilità di salvezza, seppure a scapito degli altri. L'appartenenza a delle categorie sociali a rischio come i senzatetto, i disoccupati, coloro che hanno un basso livello di istruzione, gli invalidi temporanei e permanenti, i bambini e gli anziani, non fa che accrescere ulteriormente le conseguenze già deleterie, giacché costoro vivono l'evento come una rottura del senso di continuità con la propria quotidianità, una perdita della loro identità e dei punti di riferimento, un accrescimento del disorientamento e dell'incertezza per il futuro. Ciò aiuta a comprendere meglio come i mutamenti politici, economici e socio-culturali che intervengono dopo il disastro rappresentano spesso semplicemente delle accelerazioni di tendenze preesistenti o latenti nella comunità e nella società, sfatando di fatto la visione ottimistica e consensuale che di quest'ultima tratteggia la scuola sociologica americana. Secondo questo punto di vista, infatti, i cui limiti vengono giustamente sottolineati da Kertzer (1981, 162-176), le divisioni e i conflitti di classe sarebbero superficiali, mentre reggerebbe un accordo sui valori fondamentali che cementerebbero in profondità la società, senza che si assista ad una reale attribuzione di responsabilità nei confronti delle strutture istituzionali di base. Fritz (1961, 692) si spinge a parlare perfino di un “effetto amplificato di rimbalzo nelle calamità naturali”, che determinerebbe una spinta della società “oltre i preesistenti livelli di integrazione, produttività e potenzialità di crescita”, considerando in tal modo la popolazione colpita come un'unità indifferenziata in cui i benefici vengono distribuiti fra tutti, alla stessa maniera dei disagi. Al contrario, gli effetti “livellatori” di un disastro sono in realtà di breve durata, al punto che le precedenti distinzioni e disuguaglianze di censo, classe sociale, di sesso o razza, riprendono nuovamente forza dopo pochissimo tempo.
La ricerca storica, infine, ha spesso rimosso questi fenomeni dalla ricostruzione storiografica, attenta soprattutto ai grandi avvenimenti politico-economici, agli strati superiori della società o alle istituzioni dominate dalle élites, fino alla rivoluzione operata dalla scuola francese della “Revue de Synthèse historique” a partire dal 1900 e, soprattutto, dalle “Annales”, fondati nel 1929 da Lucien Febvre e Marc Bloch. Proprio Febvre in un suo importante volume del 1922 sottolineò la necessità di dare il giusto peso al ruolo esercitato dall'ambiente geografico sulle società umane. L'esclusione dalla storia del ruolo diretto e fondamentale giocato dalle forze della natura, dalla struttura del territorio, dalle condizioni ambientali e dall'organizzazione spaziale nei confronti dei grandi aggregati umani, appare certamente una questione di non secondaria importanza se rapportata, ad esempio, a realtà come il Mezzogiorno d'Italia fortemente segnate da disastri e terremoti (Nitti 1968, 57-59). Esattamente quest'ultimo fenomeno merita un'attenzione specifica per le sue spiccate peculiarità che lo differenziano da tutti gli altri tipi di disastro. Esso, infatti, viene percepito in virtù del suo carattere violento e improvviso all'interno dello schema mentale di una vera e propria “fine del mondo” poiché “non solo uccide l'esistenza biologica, aleatorio effimero dono di una natura trasgredita, ma, appunto, rompe i cardini della natura stessa, spezza l'asse della terra, risospinge nuovamente la società e la storia indietro, verso i tempi del Diluvio” (Placanica 1985, XI).
Malgrado questa calamità sia stata una dolorosa costante per l'Italia, dal momento che tra il 1501 e il 1930 si sono verificati nel nostro paese circa 188 terremoti compresi nella definizione di “disastrosi” o “disastrosissimi”, per lungo tempo non si è sviluppato però un vero e proprio filone di ricerca storiografica. In proposito, Emanuela Guidoboni (1990, 210) imputava tale stato di cose alla mancanza di peso che questi problemi avevano (e hanno ancora) negli attuali statuti accademici – a parziale spiegazione della scarsa produzione di materiali pubblicati – all'impossibilità di eludere nello studio dei terremoti, come di altri aspetti dell'ambiente, il dialogo con le discipline scientifiche e alla difficoltà di usare tradizionali metodiche. Di identico avviso era anche Bernard Vincent (1974, 586), attento studioso di fenomeni sismici in chiave storica, il quale sosteneva la necessità di un approccio interdisciplinare: “le tremblement de terre apparait bien comme un thème privilégié de recontre entre le géophisien, l'architecte, le géographe, l'archéologue, et l'historien. L'interdiscipline est ici particulièrment nécessaire”. Diversa, ma altrettanto convincente, era invece l'interpretazione fornita da Piero Bevilacqua (1981, 182 e 184-185), secondo cui, per alcuni aspetti, “l'esclusione di questo strano événement ” dall'economia della ricerca storica, rientrava “nella più generale rimozione della dimensione territoriale che la storiografia ha consumato fino a poco tempo fa” poiché “la vicenda dei terremoti ha sempre un che di ripetitivo, che disturba la logica della Grande Storia, esaltatrice della irripetibile individualità degli avvenimenti”. Essa presentandosi come “il continuo, ripetuto sforzo delle comunità di ricostruire l' habitat della propria vita collettiva, di ricucire il rapporto col territorio, di risottomettere la natura al proprio dominio tecnico e ai propri bisogni”, finiva inevitabilmente col marginalizzare quegli eventi privi di alcuna rilevanza “nel destino storico della Nazione”, che, dunque, potevano tranquillamente essere affidati “alla testimonianza degli oscuri cronisti locali, o alla registrazione paziente e solitaria dei sismologi”. Invero, lo storico tedesco Arno Bornst in un suo lavoro relativo al terremoto del 1348 in Carinzia (1988, 17 e 20) descrive magistralmente la mancata volontà dell'uomo di accettare i terremoti come “esperienza continua della società e della storia”, così da determinare il loro isolamento nel presente e la loro eliminazione dal passato affinché non debbano definire il futuro: “Se oggi sopravviene un cataclisma, esso viene discusso dall'opinione pubblica con toni così accesi, come se in passato non ne fossero mai avvenuti. Poi il suo ricordo viene precipitosamente scacciato dalla coscienza collettiva, come se simili eventi non dovessero più verificarsi”.
Del resto, è proprio il carattere discontinuo e istantaneo di ogni sisma ad entrare apparentemente in conflitto con la dimensione di media e lunga durata ormai definitivamente legittimatasi nel campo storico, poiché esso “rompe non solo una continuità reale, ma anche una logica cumulativa, che vuole una preparazione umanamente causale degli avvenimenti e al tempo stesso una crescita concatenata, e a suo modo necessaria, di fatti su altri fatti, di processi su altri processi”, mettendo così in crisi la convinzione profonda della nostra cultura che “il tempo lavora per noi” (Bevilacqua 1981, 185). Soprattutto nel campo privilegiato della storia della mentalità, nella cui prospettiva ampia e plurisecolare la “lunga durata” ha ormai vinto la sua battaglia nei confronti dell'“événementiel” della “histoire historisante”, anche in virtù della tenace contrapposizione braudeliana nei confronti della “novità rumorosa” e del “tempo breve”, lentamente, però, è avvenuta una certa riscoperta dell'evento “fondatore” o “traumatico”, in grado di pesare in modo durevole sui destini e sulle coscienze (la Riforma e la Rivoluzione francese su tutti), successivamente alle valutazioni espresse da Jacques Le Goff e Pierre Nora (1974) e da Michel Vovelle (1974, 47-80; 1989). Proprio a parere di quest'ultimo i disastri, e in particolare i terremoti, aiutano a “definire, nella dimensione storica, una nuova dialettica tra tempo breve e tempo lungo” (Vovelle 1974, 71): essi, infatti, nonostante il loro carattere violento ed improvviso, si caratterizzano molto spesso solo in apparenza come elementi di lacerazione definitiva, risultando, al contrario, rilevanti fattori di discontinuità capaci di essere riassorbiti, però, sul piano del lungo periodo in un disegno unitario e continuativo (Campione 1988, 15-16).
A partire dalla prima metà degli anni Ottanta, dunque, si è concretizzata un'inversione di rotta in seguito all'uscita del volume Terremoto e società (1983) di Romano Solbiati e Alberto Marcellini e di alcuni contributi di grande valore apparsi sulla riviste specialistiche “Laboratorio Politico” (1981), “Proposte e Ricerche” (1984) e “Quaderni Storici” (1984 e 1985), grazie a cui i sismi, al pari di altre calamità, non vengono più considerati solamente quali semplici eventi naturali, ma come agenti storici in grado di innescare processi sociali, politici ed economici. Così nel corso degli anni sono state effettuate convincenti analisi sugli eventi tellurici che hanno colpito l'Europa in epoca medievale e moderna (Bennassar 1996); il bacino del Mediterraneo in età rinascimentale (Figliuolo 2002); la regione siciliana in una prospettiva di lungo periodo, ma in particolare relativamente al 1693 (Dufour 1985; Giarrizzo 1997; Campisi 2005); Lisbona nel 1755 (França 1972; Mafrici 2000, 213-235); la Calabria e Messina nel 1783 (Placanica 1982; Aricò 1988; Maniaci 2005, 89–110).
Riguardo i più rilevanti terremoti italiani del XX secolo, invece, la storiografia si è soffermata in particolare su Messina e Reggio Calabria nel 1908 (Barone 1982, 47-104; Checco 1989, 161-192; Cingari 1988; Dickie 2002; Boatti 2004); sulla Majella nel 1933 (Ridolfi 2005); sulla comparazione tra il Belice nel 1968, il Friuli nel 1976 e la Campania e la Basilicata nel 1980 (Chubb 2002); sul Friuli e sull'Irpinia appunto (Becchi e altri 1986; Pappalardo 1994; Ventura 2007).
Una certa specificità, inoltre, riveste il volume Disastro! Disasters in Italy since 1860 . Culture, Politics, Society uscito nel 2002, a cura di John Dickie, John Foot e Frank Snowden, in quanto offre una carrellata ampia e dettagliata dei disastri italiani dal 1860 ad oggi, inclusi i già citati contributi di John Dickie e Judith Chubb dedicati specificamente ai terremoti, intesi in un'ottica onnicomprensiva (si passa dal Vajont alla Seveso, dalla disfatta di Caporetto a quella di Lissa) e con il fine di comprendere meglio la società italiana attraverso questa particolare lente.
In egual misura, anche l'approccio multidisciplinare, sebbene assunto solo di recente, ha cominciato comunque a produrre risultati di valore, rappresentati, sul versante geografico, dai volumi curati da Giorgio Botta Prodigi, paure, ragione. Eventi naturali oggi (1991) ed Eventi naturali oggi. La geografia e le altre discipline (1993), dalla panoramica offerta sulle strategie della sismologia storica italiana (“Giornale di Storia Contemporanea” 2004) e, soprattutto, dal Catalogo dei forti terremoti dal 461 a. C. al 1980 (1995), frutto di un notevole lavoro di équipe e giunto ormai a successive edizioni che ne hanno aumentato il campo cronologico d'indagine e il grado di accuratezza, al punto da renderlo probabilmente l'opera più completa e valida a livello nazionale sugli eventi tellurici avvenuti nella penisola.
Quasi in parallelo, poi, la ricerca storica si è soffermata ad approfondire le implicazioni che si determinano a livello dell'immaginario collettivo dei sopravvissuti, cioè di quell'insieme di rappresentazioni inconsce, immagini motrici, idee-guida, che influenzano il comportamento collettivo a livello profondo: è il caso delle numerose opere di Augusto Placanica (1995, 831–839; 1991, 219–239; 1994, 637–650; 1993), che ne ha fornito degli esempio paradigmatici e mirabili in Goethe tra le rovine di Messina (1987) e soprattutto ne Il Filosofo e la catastrofe (1985), incentrati sul terremoto calabro-messinese del 1783; del lavoro di Andrea Tagliapietra sul significativo dibattito culturale suscitato negli intellettuali europei dalla notizia dell'evento tellurico di Lisbona del 1755, dell'esame condotto da Domenico Ligresti (1992) sui terremoti siciliani avvenuti tra XIV e XIX secolo; dell'analisi di quello messinese del 1908 grazie a due brevi ma significativi saggi, rispettivamente di Daniele Pompejano (1988) e Sergio Todesco (1998).
In conclusione, un'ultima considerazione va riferita alla vera e propria “sete di catastrofe” da cui sembra essere pervasa la nostra epoca (Placanica 1993, 92). Alimentata continuamente dai mass-media che hanno dato un impulso fortissimo in questa direzione attraverso un'intensa opera di spettacolarizzazione dell'avvenimento di grandi dimensioni, essa ha subito un'intensa attuazione allo scopo di favorire un pieno coinvolgimento dello spettatore, diventato ormai contemporaneamente anche un “consumatore” dello stesso. La cinematografia catastrofica, che ha finito con l'assumere dimensioni davvero impressionanti da quarant'anni a questa parte, proseguendo ininterrottamente fino ai giorni nostri, fornisce per l'appunto una valida dimostrazione del “fascino del disastro”: la sua caratterizzazione sempre più di tipo apocalittico fa sì che il “Bene” sia spinto agli estremi della mortificazione per poi risorgere e trionfare definitivamente sul “Male” annientato (Placanica 1991, 238). Tale processo, quindi, assicura che il disastro penetri nella dimensione dell'immaginario collettivo ed assurga a mito, con il conseguente effetto liberatorio di esorcizzare le paure in gioco e di determinare la rinascita individuale e sociale.