Centro "Filippo Buonarroti"
Marx e la Storia Convegno di studi, Milano, 11 marzo 2008
- Presentazione (Centro Filippo Buonarroti)
- Michel Vovelle (Université Paris I ? La Sorbonne ), Karl Marx e la Rivoluzione francese
- Gianguido Manzelli (Università di Pavia), Marx, Engels e la concezione materialistica della storia, dall' Ideologia tedesca al Manifesto
- Mario Cingoli (Università di Milano Bicocca), Genesi del materialismo storico nei Manoscritti del '44
- Daniela Romagnoli (Università di Parma), Le ?Annales? e la storia economica: una parabola discendente?
- Marco Vanzulli (Università di Milano Bicocca), Marx e la Conferenza di Londra dell'Internazionale del 1871
- Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo), Osservazioni sull'uso del marxismo nella storia sociale?
- Giorgio Galli (Università di Milano), Marx e la storia del XX secolo
- Carlo Antonio Barberini (Centro Filippo Buonarroti), Lo sviluppo della formazione economica sociale come processo di storia naturale
- João Quartim de Moraes (Universidade Estadual de Campinas, Brasile), L'aleatorio e la logica del concreto
A mio avviso, a partire dal momento in cui la storia teologica, provvidenzialista, ha smesso di esistere, secondo me venivano a essere possibili solo due tipi di storia. Una storia positivista che si accontentava di mostrare un certo numero di connessioni per poi di fatto, lungi dall'essere una storia innocente, essere dominata da determinismi e ideologismi, e una storia marxista se non il marxismo tout court. Marxismo che mi sembra, nonostante tutto, la sola teoria coerente di spiegazione della storia. (Jacques Le Goff, Intervista sulla storia , Oscar Mondadori, 1993).
In occasione del 125° anniversario della morte di Karl Marx (14 marzo 1883)
Convegno di studi: Marx e la Storia
11 marzo 2008, ore 9,30
Università di Milano-Bicocca
Piazza dell'Ateneo Nuovo 1, Edificio U 6 - Aula 4
Mattino: ore 9,30 ? 13
Presiede: Mario Cingoli
Interventi:
Michel Vovelle: Marx et la Révolution française
Gianguido Manzelli: Marx, Engels e la concezione materialistica della storia, dall' Ideologia tedesca al Manifesto
Vittorio Morfino: La storia come revoca permanente del fatto compiuto
Daniela Romagnoli: Le ?Annales? e la storia economica: una parabola discendente?
Marco Vanzulli: Marx e la Conferenza di Londra dell'Internazionale del 1871
Dibattito
Pomeriggio: ore 14,30 - 18
Presiede: Gianguido Manzelli
Interventi:
Mario Cingoli: Genesi del materialismo storico nei Manoscritti del ?44
Giorgio Galli: Marx e la storia del XX secolo
Carlo Antonio Barberini: Lo sviluppo della formazione economica sociale come processo di storia naturale
João Quartim de Moraes: L'aléatoire et la logique du concret
Maria Grazia Meriggi: Qualche osservazione sull'uso del metodo marxista nella storia sociale
Dibattito
Il Convegno è stato promosso e organizzato da:
- Cattedra di Storia della Filosofia - Università di Milano Bicocca: Corso di Laurea in Scienze dell'Educazione
- Centro Filippo Buonarroti ? Milano
- Istituto di Studi sul Capitalismo ? Genova
In occasione del 125° anniversario della morte di Karl Marx (14 marzo 1883), il Centro Filippo Buonarroti di Milano ha organizzato, in collaborazione con l'Istituto di Studi sul Capitalismo di Genova e con la Cattedra di Storia della Filosofia dell'Università di Milano Bicocca, un Convegno di Studi dedicato all'approfondimento del ruolo e dell'influenza che l'elaborazione teorica di Marx ha avuto sullo sviluppo della storia e della filosofia. Sono intervenuti storici, specialisti di varie epoche: della Rivoluzione francese come Michelle Vovelle (Paris 1 ? La Sorbonne ), della storia medievale come Daniela Romagnoli (Università di Parma), della storia contemporanea come Giorgio Galli (Università di Milano), del Movimento operaio come Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo). Importante è stato anche il contributo di studiosi di Marx di altre discipline: filologi come Gianguido Manzelli (Università di Pavia) oppure filosofi come Mario Cingoli e Marco Vanzulli (Università di Milano Bicocca), o come João Quartim de Moraes. Anche il Centro Filippo Buonarroti ha ritenuto utile proporre una propria riflessione con l'intervento di Carlo Antonio Barberini.
Viviamo in un'epoca in cui le complesse dinamiche delle vicende dell'economia e della politica internazionale richiederebbero uno studio sempre più approfondito delle analisi storiche ed economiche di Marx (basti pensare alla attuale crisi finanziaria internazionale?): abbiamo invece assistito, da qualche decennio a questa parte, alla progressiva e sostanziale espulsione dal mondo accademico italiano di tutto quanto richiamasse Marx ed il marxismo. È vero, c'è qualche eccezione ma serve solo a confermare la regola. La realtà è che si è passati, nel breve arco di un quarantennio, da un estremo all'altro, come dimostra questo esempio: 40 anni or sono esattamente l'8 maggio 1968 si teneva, in pompa magna, a Parigi un grande convegno organizzato dall'Unesco (e presentato dal suo direttore generale) sul tema Il ruolo di Karl Marx nello sviluppo del pensiero scientifico contemporaneo (l'occasione era il 150° anniversario della nascita). Tra i relatori si segnalavano: Zygmunt Bauman, Erich Fromm, Jurgen Habermas, Cesare Luporini, Theodor W. Adorno, Franco Ferrarotti, Celso Furtado, Joan Robinson, Raymond Aron, Roger Garaudy, Agnes Heller, Herbert Marcuse, e molti altri. Gli interventi erano poi stati pubblicati in due volumi negli Oscar Mondadori: il primo saggio era quello di Adorno il cui titolo suonava certamente poco originale È superato Marx? A distanza di quarant'anni, se dovessimo rispondere dal punto di vista di quanto circola nel mondo accademico italiano, la risposta sarebbe scontata e dovrebbe essere uno sconsolato ?sì?.
Una precisazione aiuta a capire il significato di quel convegno, che ovviamente non era un prodotto del '68, dato che come ogni grande convegno che si rispetti aveva richiesto anni di preparazione: tra i relatori del convegno di Parigi c'era anche Alexis Rumiantsev che era nientemeno che il vicepresidente dell'Accademia delle scienze dell'Urss (il cui peso politico in ambito Unesco spiegava evidentemente una sede così importante per un convegno su Marx?).
A distanza di quarant'anni, due eventi sconvolgenti hanno sgombrato il campo da molti equivoci su Marx: da un lato il crollo del ?falso socialismo? dell'Urss e dall'altro l'emergere della Cina come potenza imperialista che, sostituito da tempo il famoso libretto rosso con i libretti degli assegni, sta inondando il mondo con le sue merci ed i suoi capitali. Il pensiero di Marx è stato così liberato almeno dalle più pesanti ipoteche che rendevano difficile la comprensione della sua attualità e delle sue straordinarie potenzialità. E questa consapevolezza rappresenta un vantaggio straordinario per tutti coloro che ritengono, come molti di coloro che hanno organizzato ed hanno partecipato al convegno, che Marx ed il marxismo siano indispensabili per conoscere il mondo contemporaneo e le sue dinamiche.
Per sottolineare l'importanza e l'utilità delle riflessioni che il convegno ha cercato di stimolare, ci sembra sufficiente citare come testimonial uno dei più grandi storici contemporanei, Jacques Le Goff che, nel libro Intervista sulla storia (Oscar Mondadori 1993), si lasciava andare ad una impegnativa affermazione a proposito di Marx e del marxismo:
A mio avviso, a partire dal momento in cui la storia teologica, provvidenzialista, ha smesso di esistere, secondo me venivano a essere possibili solo due tipi di storia. Una storia positivista che si accontentava di mostrare un certo numero di connessioni per poi di fatto, lungi dall'essere una storia innocente, essere dominata da determinismi e ideologismi, e una storia marxista se non il marxismo tout court. Marxismo che mi sembra, nonostante tutto, la sola teoria coerente di spiegazione della storia.
Come Centro Filippo Buonarroti siamo ben consapevoli del fatto che la sfida che abbiamo cercato di raccogliere era impari, date le nostre modeste forze: ci sembra tuttavia che il risultato sia stato comunque interessante, e riteniamo che gli Atti, che abbiamo già cominciato a preparare, lo confermeranno. Di questo dobbiamo dire grazie ai relatori, che non si sono fatti spaventare dalle difficoltà ed hanno fornito contributi di grande rilievo. Siamo inoltre fermamente convinti che, di questi tempi, anche un piccolo e modesto convegno possa servire come stimolo per sforzi ulteriori e di maggiore importanza, che speriamo seguano numerosi. Del resto le sfide che il futuro sta preparando (dalle crisi finanziarie ed economiche alla fame e alle guerre?), evidenziando i limiti della società in cui viviamo, imporranno in modo sempre più cogente il ritorno a Marx.
Quella di Vovelle è stata, a tutti gli effetti, una vera Lectio magistralis . Il grande storico ha esordito segnalando la difficoltà insita nel parlare di quelli che ha giustamente definito due monumenti come sono certamente Marx e la Rivoluzione francese. Dopo di che, per la verità, egli non si è limitato ai due ?monumenti?, ma ne ha aggiunto un terzo: Friedrich Engels, da cui evidentemente non si poteva prescindere. Dopo aver ricordato l'influenza dell'Illuminismo e della Rivoluzione francese non solo sui giovani hegeliani, ma anche in Renania e a Treviri, la città dove Marx nacque e crebbe, Vovelle ha seguito passo passo gli sviluppi degli studi e delle riflessioni dei due maestri del marxismo: è partito dalla Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (1843) di Marx, e dalla Situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels , le opere che preparano la strada alle successive riflessioni comuni sulla Rivoluzione francese e sui suoi insegnamenti nella Sacra famiglia (1844), in polemica con Bruno Bauer . Vovelle si è poi soffermato in particolare sulle riflessioni che emergono dai Quaderni di Kreuznach e di Parigi (1843-45), che dovevano preparare un'opera sulla Convenzione che non vide mai la luce (Vovelle ha avanzato anche delle ipotesi al riguardo).
Dopo aver ricordato le riflessioni dell' Ideologia tedesca e poi del Manifesto, Vovelle ha criticato la tesi secondo cui dopo le sconfitte del 1848-49 Marx ed Engels avrebbero abbandonato lo studio della Grande rivoluzione : ha ricordato infatti l'ampio spazio nelle Lotte di classe in Francia e ancor più nel 18 brumaio , e poi ancora in occasione della Guerra franco-prussiana e della Comune di Parigi, nella Guerra civile in Francia. Senza dimenticare i numerosi scritti successivi di Engels, anche dopo la morte di Marx. Le questioni su cui Vovelle si è soffermato, e di cui ha analizzato l'evolversi delle posizioni di Marx ed Engels nel tempo, sono quelle classiche del dibattito tra gli storici: dal significato della Rivoluzione francese nella storia al ruolo delle masse, dai valori della Rivoluzione al Terrore, dal centralismo alla questione dei contadini, dalla democrazia al problema delle forme dello Stato, ecc.
Per la conclusione lasciamo la parola allo stesso Vovelle che riferendosi naturalmente alla Rivoluzione del 1789, ha affermato:
Essa è il punto di riferimento di una esperienza storica che ha saputo andare fino in fondo : la terza grande sollevazione della borghesia, per Engels, ma la prima che ha saputo rifiutare ogni compromesso con la religione, che ha eliminato l'aristocrazia ed assicurato il trionfo della borghesia? E a condizione di non dimenticare che l'ordine borghese ha instaurato la schiavitù salariata , si può riconoscere con Engels che la Rivoluzione francese resta comunque ? La Grande Rivoluzione ?.
Il contributo di Manzelli ha focalizzato l'attenzione su di un periodo cruciale nella formazione del pensiero marxiano, periodo nel quale videro la luce due opere scaturite dalla cooperazione dei giovani Marx ed Engels, le uniche scritte assieme, nei primi anni della loro collaborazione politica che durerà poi tutta la vita. Si tratta di due lavori molto differenti per estensione, impostazione e destino, che hanno giocato un ruolo molto diverso nella storia del movimento operaio. L' Ideologia tedesca (1845-1846) rimase inedita fino al 1926, per essere poi relegata nelle biblioteche come opera filosofica, mentre il Manifesto del Partito Comunista (1848) era destinato a diventare il testo fondamentale per la scelta comunista di molte generazioni e probabilmente il più formidabile strumento di propaganda politica degli ultimi 160 anni. Ciò che accomuna i due libri è l'emergere (in forme diverse) della concezione materialistica della storia (ispirata da Feuerbach), vivificata da una visione dialettica (ispirata da Hegel) che mirava a cogliere le leggi di movimento di una realtà umana e sociale in perenne evoluzione.
Manzelli ha preso spunto filologico dal concetto di ideologia del ponderoso lavoro di Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985), cioè Ideologia. Per l'interpretazione di un operare sociale e la ricostruzione di un concetto (1978, ristampato nel 1982 e nel 2005), mentre per la ricostruzione del processo di elaborazione dei contenuti dell' Ideologia tedesca e del Manifesto è sempre valida la fine analisi di Paul Kägi (1891-1964), Genesis des historischen Materialismus. Karl Marx und die Dynamik der Gesellschaft (1965), curiosamente tradotto in italiano con Biografia intellettuale di Marx (1968), ora rarità bibliografica tanto quanto l'originale in lingua tedesca.
A parte i riferimenti storici, bibliografici e accademici l'intervento ha cercato di mettere in luce la validità e l'attualità del pensiero marxiano sulla base della constatazione che Marx ed Engels furono gli unici che seppero capire e prevedere, con un secolo e mezzo di anticipo, quella che oggi è universalmente conosciuta come globalizzazione, cioè la diffusione del modo di produzione capitalistico e la conseguente formazione del mercato mondiale, ed i suoi riflessi ideologici sulle coscienze degli uomini che interagiscono tra di loro e con la realtà sociale.
Cingoli ha iniziato col puntualizzare che i Manoscritti del '44 erano stati preceduti, un anno prima in un testo rimasto inedito, da una critica assai netta di Marx nei confronti di Hegel. In questa critica Marx, seguendo Feuerbach, muoveva a Hegel l'accusa di inversione di soggetto e predicato, ovvero di aver posto a base l'universale astratto anziché gli individui concreti. Invece nei Manoscritti Marx ha sentito il bisogno di fare i conti anche con Feuerbach, e lo ha fatto in una parte finale (finale per la collocazione editoriale, ma che materialmente si trova scritta su diversi fogli del testo), che l'editore ha titolato Critica della dialettica e della filosofia hegeliana in generale . In questo scritto, ribadite le critiche a Hegel, Marx ha rimproverato a Feuerbach di aver buttato via completamente la dialettica hegeliana, mentre si trattava di recuperarla rifunzionalizzandola, cioè intendendola non più come movimento dell'astratta Idea hegeliana, ma come azione dinamica degli uomini concreti.
Da questa critica nei confronti di Feuerbach emergeva un recupero dell'attività, della processualità attraverso opposizioni, cioè la concezione dell'uomo come attivo ente naturale . Qui si univano Hegel e Feuerbach: l'uomo è innanzitutto, con Feuerbach, un ente naturale, un ente oggettivo che fa parte della natura; ma, contro Feuerbach e rifunzionalizzando la dialettica hegeliana, è un attivo ente naturale, un ente che esercita la sua attività, la sua industria . Proprio questo concetto di industria è la chiave di volta che lega natura e storia; è attraverso la sua industria , la sua praxis , che l'uomo, attivo ente naturale, da un lato lavora la restante natura, dall'altro entra in rapporto con gli altri uomini e costruisce le sue relazioni storiche, ovvero costruisce, attraverso conflitti, la propria storia. Qui si vede l'unità tra l'oggettivismo dell'ente naturale e il soggettivismo, che l'idealismo aveva inteso come astratta attività del pensiero, ma qui viene intesa come concreta attività degli uomini concreti. Questa unità di oggettivismo e soggettivismo rappresenta per Cingoli una chiara anticipazione di quanto Marx dirà un anno dopo nelle Tesi su Feuerbach e successivamente nella Ideologia tedesca . Tra le conseguenze che derivano da questa concezione, ha concluso Cingoli, vi è, fondamentale, il ruolo preminente dell'economia nel determinare il funzionamento della società e quindi la necessità di studiare l'economia per capire la società; ma anche il corretto rapporto tra lavoro alienato e proprietà privata, dove è il primo che determina la seconda.
Per Daniela Romagnoli, la storia delle Annales non sarebbe comprensibile senza un riferimento al terreno fertile che il pensiero marxiano aveva contribuito a produrre e che si era sviluppato per tutta la seconda metà dell'Ottocento e la prima del Novecento.
Nel 1929 Marc Bloch ? medievalista ? e Lucien Fèbvre ? modernista ? fondano la rivista come strumento per la loro battaglia contro la storia degli avvenimenti e dei protagonisti e per una histoire totale , che tenesse conto di quanti più aspetti possibile del complesso intreccio che costituisce una società umana. Una storia che intrattiene un dialogo incessante con la storia economica. Impostazione che continuerà per alcuni decenni, anche se le Annales non hanno mai fatto riferimento esplicito al marxismo. Il primo decennio vede una fortissima presenza della storia economica, cui è dedicata circa la metà dei saggi, recensioni, schede.
Daniela Romagnoli ha poi ricordato come nel 1939 sia iniziata una serie di modifiche nel titolo: Annales d'histoire sociale , per rafforzare la dimensione sociale, più immediatamente legata al momento bellico; 1942, Mélanges d'histoire sociale , p er evitare che la rivista venisse identificata come periodico e come tale potesse subire particolari rigori polizieschi; 1945, Annales d'histoire sociale ; 1946, Annales. Economies-Sociétés-Civilisations . L'economia ha dunque ripreso il suo posto (con Braudel non ci si poteva aspettare altro). Questo titolo è destinato a durare una cinquantina di anni. Nel sessantennio dalla fondazione (1989) le Annales ribadiscono di non avere pretese egemoniche; di fatto, sono diventate vetrina di tutte le mode storiografiche: quantitativo-seriale versus qualitativo, il linguistic turn , lo scontro macro-micro? mentre le unioni degli inizi, in particolare con la geografia e l'economia, si sono allentate, a favore di altri legami, per esempio con l'antropologia e la sociologia. Prevale l'attenzione alla contemporaneità. Cominciano i grandi ritorni, tra cui la storia politica e la biografia.
Infine Daniela Romagnoli si è soffermata sul quinto e sinora ultimo cambio di titolo (1994): Annales. Histoire, Sciences sociales . L'editoriale spiegava che la divisione tripartita ? Economies, Sociétés, Civilisations ? non era più adeguata; si potrebbe discutere se togliere proprio la sezione Economies abbia costituito un arricchimento. Oggi tuttavia, ha concluso Daniela Romagnoli, alla fine di quella che poteva davvero apparire come una parabola discendente, la storia economica ricompare prepotentemente: nel sesto e ultimo numero del 2007, ben 37 autori le dedicano 75 pagine di recensioni e rassegne. Viene da pensare che davvero la storia delle società umane non possa farne a meno.
Il contributo di Marco Vanzulli è iniziato ricordando come, tra i temi che emergevano alla discussione della conferenza privata dell'Internazionale tenutasi a Londra nel settembre 1871, assumessero particolare rilievo quelli inerenti all'azione politica della classe operaia e al rapporto dell'Associazione internazionale con i sindacati, in particolare con le Trade Unions . Sulla base dei verbali delle riunioni del Consiglio generale dell'Internazionale e della Conferenza di Londra, oltre che di testi di Marx e di Engels, l'intervento ha illustrato la continuità e la coerenza della posizione marxiana in merito alla natura e alle finalità dell'azione politica e dell'azione sindacale lungo gli anni della storia dell'Internazionale ? continuità mantenuta anche dopo la sconfitta della Comune di Parigi. Vanzulli si è concentrato in particolare sulla distinzione marxiana tra democrazia politica e democrazia sociale, rimanendo la rivoluzione sociale la meta ultima dell'unificazione della lotta politica ed economica come compito posto all'azione del proletariato sotto il dominio del capitale. Questa indagine su Marx internazionalista, ha concluso Vanzulli, contribuisce a mostrare concretamente il carattere riduttivo tanto delle letture, ora più alla moda, che fanno di Marx un teorico dell'autonomia della politica, quanto di quelle che vedono in Marx un filosofo della storia legato fondamentalmente al carattere emancipatore della determinazione economica.
Nel suo intervento Maria Grazia Meriggi, proponendosi di fare alcune riflessioni sulla sua pratica di ricerca storica fondata sulle categorie del Capitale , ha richiamato anzitutto il dibattito degli anni '50 sul passaggio dal feudalesimo al capitalismo, dibattito che coinvolse storici marxisti del calibro di Dobb, Lefebvre, Sweezy, per arrivare a ribadire l'importanza della categoria interpretativa di formazione economico-sociale, la cui efficacia è stata confermata dai risultati conseguiti dal Lenin dello Sviluppo del capitalismo in Russia.
Maria Grazia Meriggi si è poi concretamente riferita all'utilizzo da lei fatto delle categorie marxiste nella ricerca storica e archivistica per il suo libro L'invenzione della classe operaia : inserire le storie individuali all'interno della nozione di formazione economico-sociale capitalistica le ha consentito di spiegare e organizzare la pluralità dei comportamenti operai senza per questo schiacciarli in una figura stilizzata e magari caricaturale di ?classe operaia?.
Dopo aver confutato l'intelligente attacco dello storico Bernard Lepetit alla storiografia classista di impronta marxista, in nome di un approccio individualista o di gruppo che spiegherebbe le pratiche sociali, la Meriggi ha ricordato la meritoria opera di Jean Maitron, autore del famoso Dictionnaire biographique dei militanti del movimento operaio francese, che pur studiando gli individui, ha permesso di realizzare e analizzare ser ie quantitative, delineando, descrivendo e strutturando delle tipologie di militanti, individuando delle sottoclassi, cogliendo aspetti legati non più ai grandi eventi, ma alle dinamiche strutturali delle vite delle persone. In breve, ha permesso di avviare uno studio sugli ambienti e sugli atteggiamenti sociali degli elementi più attivi della classe.
Maria Grazia Meriggi ha poi concluso sottolineando come la classe operaia sia emersa dal brulichio della condizione popolare, mediante l'unificazione di lavoranti a domicilio, braccianti, artigiani, lavoratori dai cento mestieri di città, ma ciò non significa che si sia trattato di una costruzione ideologica. Si è trattato invece di una selezione prodotta dagli aspetti conflittuali e progettuali fra i vari che caratterizzano la condizione di tutti i gruppi sociali e quindi anche degli operai: e la categoria di formazione economico-sociale consente di affrontare nel contempo le grandi scadenze della storia generale e l'interpretazione delle linee di conflitto e di rottura che emergono dalle vicende della storia sociale, concreta, empirica dei soggetti che in essa si muovono, senza trasformarli in figure di una qualsiasi filosofia della storia.
Giorgio Galli ha esordito riconoscendo a Marx il grande merito di aver capito e spiegato prima di chiunque altro che tutte le forme di organizzazione produttive della storia umana sono state via via superate, e che quindi questo sarà anche il destino del capitalismo. L'altro grande merito di Marx è quello di aver spiegato il funzionamento del capitalismo, prevedendone l'estensione su scala planetaria che tuttavia si è verificato solo nella nostra epoca, vale a dire molto più tardi di quando Marx, Engels e lo stesso Lenin si aspettassero.
Infatti, per Giorgio Galli, l'errore di Marx prima e di Lenin dopo è stato quello della ?questione dei tempi?: quello cioè di credere di essere già nell'epoca del declino del capitalismo, se non del suo crollo (tesi peraltro diffusa anche nell'ambito della Seconda internazionale). Fin dal Manifesto del 1848 Marx ed Engels ritengono che la borghesia abbia già lasciato alle proprie spalle la fase progressiva della sua storia: e da quel momento in poi questa diventa la convinzione di fondo delle successive generazioni di marxisti. Lenin in particolare è convinto che il declino del capitalismo di inizio secolo sia la causa di fondo del primo conflitto mondiale, come dimostra del resto il titolo del suo famoso saggio L'imperialismo ultimo stadio del capitalismo.
Ma la prima guerra mondiale non è stata provocata dalla competizione tra stati capitalisti per la spartizione dei mercati, al fine di rallentare il declino, bensì dalla tendenza degli Stati-Leviatani alla continua espansione, dalla mancanza di regole per tenere sotto controllo queste tendenze, nonché dalle esigenze delle stesse imponenti macchine belliche costruite per soddisfare quelle esigenze.
In sostanza, secondo Giorgio Galli, i Leviatani che erano stati costruiti per porre fine alle guerre civili all'interno degli Stati furono di fatto i promotori di un'altra guerra civile, quella che iniziò nel 1914, e che era effettivamente una competizione, ma tra gli Stati-Leviatani: i capitalisti, fossero essi banchieri, imprenditori o grandi proprietari, non ebbero alcuna possibilità di incidere sul processo decisionale gestito soprattutto dagli stati maggiori militari. Fu anche decisivo l'errore di valutazione della Germania circa l'atteggiamento inglese a proposito di un possibile e ?pacifico? condominio mondiale anglo-tedesco?
Giorgio Galli ha poi concluso sottilineando come la lotta per i mercati era effettivamente in corso, in particolare tra Germania e Inghilterra, ma non era l'elemento decisivo come pensavano i marxisti, in particolare Lenin, il quale, come Marx, in realtà finì con l'anticipare troppo i tempi della storia e della rivoluzione proletaria, ritenendo egli matura la fine del capitalismo: ma così facendo non poté evitare quella sconfitta che aprirà inevitabilmente la strada allo stalinismo.
Antonio Barberini ha messo anzitutto in evidenza alcuni punti fermi della Prefazione al primo libro del Capitale , insistendo in particolare sulla fondamentale affermazione di Marx secondo cui egli concepiva ?lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale?. In questa affermazione infatti c'è la concezione materialistica e dialettica della storia, la determinazione economica della politica, la necessità della comprensione del capitale (inteso come rapporto capitalistico di produzione) e quindi del ruolo strategico del proletariato, come presupposto indispensabile a qualunque seria battaglia politica di tipo rivoluzionario.
Dopo aver ricordato gli straordinari successi di Marx ed Engels nella comprensione degli inediti e rivoluzionari eventi che segnarono la loro epoca (dalla rivoluzione industriale alla previsione della formazione del mercato mondiale, compreso lo sviluppo dell'area del Pacifico e dell'Asia, solo per ricordare i principali), il relatore ha sottolineato come il marxismo di Marx, di Engels e dello stesso Lenin, si sia caratterizzato come teoria dello sviluppo e dell'estensione del capitalismo, molto più che non come teoria della crisi del capitalismo come hanno erroneamente creduto molti dei cattivi discepoli di Marx (a partire dai teorici della Seconda Internazionale).
Barberini si è poi soffermato sulla lettura che Marx fa nel Primo Libro del Capitale dei motivi che spiegano perché il capitalismo si sia affermato in Europa: in particolare, la disgregazione del sistema feudale e la formazione di una vasta massa di ?proletari? liberi e disponibili ad essere arruolati dal ?capitale? della emergente classe borghese di mercanti, banchieri e proprietari terrieri, fenomeno che Marx definisce come ?accumulazione originaria?. Il relatore ha poi confrontato questa lettura, a suo parere convincente, con le difficoltà che molti storici ed economisti non marxisti (da Paul Kennedy a David S. Landes o a Lester Thurow) incontrano nel tentativo di spiegare perché il capitalismo si sia sviluppato in Europa e non in Cina dove le condizioni sembravano nettamente più favorevoli. Nelle conclusioni Barberini ha richiamato l'efficacia del marxismo anche per capire il ribaltamento della storia mondiale in corso, con il declino dell'Occidente e l'emergere delle potenze asiatiche come Cina e India. Per il marxismo infatti, la passata superiorità europea era semplicemente il prodotto della superiorità del capitalismo rispetto ai rapporti di produzione pre-capitalistici: nel momento in cui anche l'Asia diventa capitalistica, torna ad essere decisiva a suo vantaggio la superiorità demografica. Anche i ritmi di sviluppo cinese non hanno nulla di misterioso: si tratta del risultato della disgregazione contadina con la trasformazione, ogni anno, di dieci milioni di contadini (che in precedenza si limitavano a riprodurre se stessi e le proprie famiglie), in proletari produttori di quelle masse sterminate di plusvalore che spiegano i ritmi ?cinesi? di sviluppo, così come negli anni del secondo dopoguerra spiegavano il ?miracolo economico? italiano o tedesco o giapponese.
Nel suo intervento João Quartim de Moraes ha sostenuto che ci sono due posizioni filosofiche nella teoria marxista. L'una, che risale ai Manoscritti , concepisce il lavoro come esteriorizzazione dell'essenza generica (Gattungsweisen) dell' homo faber e risolve il movimento storico nella dialettica dell'alienazione e del suo superamento. L'altra, notoriamente sostenuta da Louis Althusser in Le courant souterrain du matérialisme de la rencontre , svela in tutti gli incontri costitutivi delle forme storiche un fondo radicale di contingenza. Tenuto conto delle ipotesi di Vittorio Morfino sul primato dell'incontro sulla forma così come sul ruolo del ?centro invisibile? del materialismo althusseriano che egli attribuisce alla teoria di Darwin, João Quartim de Moraes ha cercato di sostenere e dimostrare la logica del concreto contro la logica del concetto di ispirazione hegeliana.